Paola Mastrocola – Come per il letto di Penelope e Ulisse, conserviamo i nostri segreti, le zone biografiche nascoste e solo nostre, e riserviamole davvero a pochi, soltanto a coloro nei quali è bello riconoscerci, ritrovare quel che siamo come in uno specchio.

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Penelope ed Ulisse nel talamo nuziale, 1563 ca, dipinto di Francesco Primaticcio

Penelope ed Ulisse nel talamo nuziale, 1563 ca, dipinto di Francesco Primaticcio.

«[…] Se veramente
è Odisseo e a casa è tornato, certo noi due
ci riconosceremo anche meglio: perché anche noi
abbiamo dei segni, che noi soli sappiamo, nascosti agli estranei».

Omero, Odissea, XXIII, 106-110.

 

«A Penelope  non  bastano né la cicatrice né i ricordi né la semplice  dichiarazione del suo nome. Lei diffida, vuole qualcosa in più. Per credere, per riconoscere davvero e senza dubbi che quell’uomo vestito di cenci è veramente il suo Ulisse, Penelope ha bisogno di un indizio molto privato, che appartenga solo a lei, alla sua vita col marito. Quando ordinerà ai servi di portare in sala il loro Ietto, Ulisse le fornirà la prova: no, quel letto non si sposta perché lui lo ha costruito intagliando lo direttamente sul tronco di un vecchio ulivo. Questo è il segno privato, che solo lui poteva conoscere, dunque l’unico che possa convincerla.
Secondo me, bisognerebbe continuare a distinguere pubblico e privato, oggi come ieri. Soprattutto bisognerebbe ancora considerare alcune cose soltanto e rigorosamente private, invece di divulgarle e condividerle, rendendo le universalmente pubbliche. Se Ulisse avesse rivelato a mezzo mondo d’aver costruito il letto coniugale sul tronco di un ulivo, chiunque avrebbe potuto spacciarsi per lui. E Penelope non avrebbe mai riconosciuto veramente il suo sposo.
Dovremmo pensare a Penelope, ogni volta che mandiamo una foto o un video ad altri, immettendoci nella scia della condivisione cosmica. Ogni volta che spediamo via etere l’immagine della pizza che stiamo per addentare, del cane che ci fa le feste, di noi abbracciati alla persona amata, o la prima ecografia del bambino che aspettiamo, dovremmo chiederci che cosa stiamo facendo, e distinguere che cosa mandare in giro e cosa tenere per noi, che cosa può appartenere anche agli altri, e a chi, e che cosa invece appartiene solo a noi. […]
Il segno del letto scolpito nell’ulivo scioglie a Penelope le ginocchia, e il cuore. Ma, anche, rassicura Ulisse della fedeltà di sua moglie, di quanto saldo (radicato!) sia rimasto il loro legame, attraverso cui egli può finalmente ritrovarsi dopo vent’anni: è proprio negli occhi di Penelope che Ulisse riconosce se stesso. Si vede, specchiato. Come dicono Françoise Frontisi-Ducroux e Jean-Pierre Vernant, nel loro libro di qualche anno fa, Ulisse e lo specchio. I segreti ci specchiano, dunque.
Per questo è bene che conserviamo e coltiviamo i nostri segreti, le zone biografiche nascoste e solo nostre; manteniamole all’ombra e riserviamole davvero a pochi, soltanto a coloro nei quali è bello riconoscerci, ritrovare quel che siamo come in uno specchio, anche dopo lunghi viaggi, peregrinazioni, naufragi. Non priviamoci della salvezza, solo per il gusto estemporaneo di sentirei al centro dell’universo condividendo un selfie, una foto, un
video. Il centro è sempre altrove e comunque gli angoli ombrosi hanno un fascino ineguagliabile».

Paola Mastrocola, Il Sole 24 Ore, Domenica 27 novembre 2016, p. 49.


Paola Mastrocola – «La passione ribelle»: Il treno non si ferma? Ma siamo sicuri? E ribellarci? Chi studia è sempre un ribelle. Com’è che non viene mai in mente a nessuno? Se oggi qualcuno volesse ribellarsi al mondo com’è diventato, se decidesse così, di colpo, di non stare più al gioco, di scendere dal treno in corsa, studiare potrebbe essere la mossa vincente.

Libri di Paola Mastrocola

Saggi di Paola Mastrocola

  • La forma vera. Petrarca e un’idea di poesia, Bari, Laterza, 1991.
  • La fucina di quale dio, Torino, Genesi, 1991.
  • Le frecce d’oro. Miti greci dell’amore, Torino, SEI, 1994.
  • L’altro sguardo. Antologia delle poetesse del Novecento, a cura di e con Guido Davico Bonino, Milano, A. Mondadori, 1996.
  • Nimica fortuna. Edipo e Antigone nella tragedia italiana del Cinquecento, Torino, Tirrenia Stampatori, 1996.
  • L’idea del tragico. Teorie della tragedia nel Cinquecento, Soveria Mannelli, Rubbettino, 1998.
  • E se divento grande. Storia del giovane Agostino, Torino, SEI, 1999.

 


 

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F. FRONTISI-DUCROUX e J.-P. VERNANT

Ulisse e lo specchio

Il femminile e la rappresentazione di sé nella Grecia antica

Donzelli

Quarta di copertina

Perché, nella Grecia antica, gli uomini rifiutavano di guardarsi allo specchio? E perché il suo uso era riservato solo alle donne? Attorno al tema dello specchio ruota l'argomentazione di questo libro, che si apre e si chiude sulla figura di Ulisse. Tornato ad Itaca, l'eroe deve riconquistare la propria identità, insieme con il proprio status di re. Ma simile riconquista sarà possibile solo con il pieno benestare di Penelope. Per Ulisse è dunque questione di identità: di identità maschile, giacché solo i maschi per quella cultura ne hanno diritto. Ma le donne sono costantemente presenti in questa ricerca di sé da parte dell'uomo greco. Senza di loro, questo riconoscimento non sarebbe possibile. Lo specchio, messo in mano alle donne, diviene dunque il mediatore simbolico del rapporto tra i sessi, la via per il riconoscimento di sé, attraverso la mediazione del femminile. Non a caso lo specchio di Venere - il cerchio sopra la croce che ancor oggi rappresenta il simbolo della femminilità - si riflette nell'arco di Apollo - il cerchio da cui sale una freccia obbliqua che denota il maschile - che ad esso in qualche modo si ispira. A partire da una ricchissima messe di materiali artistici e letterari, Jean-Pierre Vernant e Françoise Frontisi-Ducroux mostrano in questo libro godibilissimo come i greci percepivano se stessi e vedevano le loro donne, ripercorrendo i primi fondamenti dell'auto-rappresentazione nella storia della nostra civiltà.

 


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François Hartog – Col canto e con l’arco Ulisse ritrova la propria identità, la coincidenza di sé con se stesso, trasformandosi, per una volta, in aedo davanti al popolo dei Feaci.

François Hartog
Memoria di Ulisse

Memoria di Ulisse

 

Omero Racconta:

«Quando ebbe alzato e osservato in ogni sua parte il grande arco, come un uomo esperto di cetra e di canto, che senza sforzo tende la corda intorno al bischero nuovo, attaccando ai due estremi il budello ritorto di pecora, così, senza sforzo, Odisseo tese il grande arco. Prese e saggiò con la destra la corda: essa cantò pienamente, con voce simile a rondine»

 (Odissea, XXI, 405-411).

Presso i Feaci, «uomini dei limiti», che beneficiano del particolare status di essere vicini agli dèi e di aver conservato alcuni tratti dell’età dell’oro, ma di essere al tempo stesso mortali tra i mortali, Odisseo, rifiutandosi di gareggiare nel tiro con l’arco, spiegava ad Alcinoo:

«Con gli uomini del tempo passato non voglio contendere, o con Eracle o con Eurito di Ecalia, i quali sfidavano anche gli immortali nell’arco. Perciò il grande Eurito morì presto e non arrivò alla vecchiaia nelle case: lo uccise Apollo adirato perché lo sfidava a tirare con l’arco» (Odissea , VIII, 223-28).

Odisseo conosceva bene quell’arco, perché egli stesso, partito per Troia, lo aveva fatto custodire nella stanza più remota, l’ultima, del palazzo di Itaca: vi teneva i tesori del re, bronzo, oro e ferro lavorato con molta fatica; v’erano l’arco flessibile e la faretra portasaette con molte frecce funeste: glieli donò un suo ospite che lo incontrò a Lacedemone, Ifito figlio di Eurito, simile agli immortali (Odissea, XXI, 9-14).

Nella società degli «ultimi» uomini»,

«che ignorano la violenza e la guerra, dove non esistono né eroi né kleos e dove, secondo Alcinoo, la morte di tanti guerrieri davanti a Troia è stata mandata dagli dèi agli uomini solo per fornire argomenti ai canti degli uomini che verranno […] Odisseo prova la dolorosa esperienza della non-coincidenza di sé con se stesso, […] l’esperienza dell’alterità radicale, rimettendo in discussione le frontiere, e attraverso la confusione delle categorie che separano gli uomini, le bestie, gli dèi»

François Hartog, Memoria di Ulisse. Racconti sulla frontiera nell’antica Grecia, trad. di Antonia Tadini, Einaudi.

 

Lodato Demodoco «al di sopra di tutti i mortali: o ti ha istruito la Musa, figlia di Zeus, o Apollo» (Odissea, VIII, 487-88), e avendogli chiesto di cantare il progetto del cavallo di legno ch’egli stesso aveva portato sull’acropoli di Troia, Odisseo piange nella sala delle danze e dei canti che procurano gioia, all’ascolto delle proprie imprese celebrate alla terza persona, e ritrova la propria identità, la coincidenza di sé con se stesso, solo trasformandosi, per una volta, in aedo della propria gloria, lodato a sua volta da Alcinoo: «Hai esposto con arte, come un aedo, il racconto, le tristi sventure di tutti gli Argivi e le tue» (Odissea, XI, 368-69). Il racconto o il canto svolgono la medesima funzione dell’arco: giunto a Itaca, per mezzo dell’arco di Eurito, di Ifito e infine suo, Odisseo ritrova la propria identità e la manifesta anche a tutti altri.

Risvolto di copertina

Al principio c’è Ulisse, l’uomo-frontiera, colui che ha visto tutto fino ai confini dei confini, il viaggiatore errante fra cultura e barbarie, fra i mondi degli dèi, degli animali e degli uomini. Ma altri poi lo seguono, forti del suo esempio, viaggiatori veri o fittizi, che ci conducono in Grecia, a Roma, in parti lontane del mondo. Tuttavia nessuno di loro sembra interessarsi veramente alle “saggezze straniere” considerate nel loro proprio contesto, nella loro vera essenza, nella lingua che le esprime. Il loro viaggio è sempre sulla falsariga di quello dell’Odissea. Un ritorno all’isola natia, un compiacimento del Medesimo, in fondo un disconoscimento dell’Altro. Compiacersi, ritornare, Hartog legge cosí l’avventura di Ulisse, che testimonia in una sola volta l’aprirsi e il richiudersi della civiltà greca. Eppure viaggio dopo viaggio, racconto dopo racconto, i Greci si interrogano sulla propria identità. Raccontando l’altro, facendogli visita, scoprendo il sapere egizio o assistendo al trionfo di Roma, i Greci si confermano o dubitano di sé, pur restando i padroni del gioco. Ambasciatori di certezze, ma anche propagatori di dubbi, questi viaggiatori rappresentano l’inquietudine di una identità oscillante e condividono la ricerca di una piú profonda conoscenza di sé attraverso l’interminabile confronto con l’altro e gli altri.

«In queste pagine si parlerà di antropologia e di storia della Grecia antica, o meglio di una storia culturale di lunga durata, che prende come punti di riferimento ed elegge a guide alcune figure di “viaggiatori”. Cominciando dal primo e piú famoso: Ulisse, l’eroe che “a lungo errò [¿] di molti uomini le città vide e conobbe la mente”. Altri lo seguiranno, richiamandosi a lui, viaggiatori veri o fittizi, portandoci in Egitto, nel cuore della Grecia, a Roma, o in giro per il mondo. Ulisse è colui che ha visto, che sa perché ha visto, e ci indica immediatamente un rapporto con il mondo che è al centro della civiltà greca: il privilegio dell’occhio come modo della conoscenza. Vedere, il vedere in se stesso, e sapere, sono “tutt’uno”. “Infatti noi preferiamo, per cosí dire, la vista a tutte le altre sensazioni, dice Aristotele. “E il motivo sta nel fatto che questa sensazione, piú di ogni altra, ci fa acquistare conoscenza e ci presenta con immediatezza una molteplicità di differenze”».

François Hartog


Immagine in evicenza: Ulisse alla corte di Alcinoo è un dipinto a olio su tela (350×580 cm) del pittore italiano Francesco Hayez, realizzato tra il 1814 e il 1816 e conservato al museo nazionale di Capodimonte, a Napoli.


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Omero – Che non inetto, che non privo di gloria io muoia. Ma che io compia la grandezza del mio essere uomo, così che si trasmetta anche nella fama dei posteri.

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Scena dal libro XXIV dell’Iliade: Il corpo di Ettore riportato a Troia, rilievo su sarcofago romano (180-200 circa). Museo del Louvre (Ma 353 o MR 793), dalla collezione Borghese.

****

Quando Ettore si avvede che cadrà irrimediabilmente nel duello con Achille,
il suo unico pensiero è questo:

«Che non inetto, che non privo di gloria io muoia.

Ma che io compia la grandezza del mio essere uomo,

così che si trasmetta anche nella fama dei posteri».

Omero, Iliade, XXII, 304-205.

Fisicamente perirà, ma preserverà il suo valore di uomo, perché il suo nome,
la sua umanità, gli sopravviva negli altri.
È quanto egli può opporre al destino.

È quanto noi tutti possiamo opporre alla morte fisica.

« μὴ μὰν ἀσπουδί γε καὶ ἀκλειῶς ἀπολοίμην,
ἀλλὰ μέγα ῥέξας τι καὶ ἐσσομένοισι πυθέσθαι. »

« Ma non fia per questo
che da codardo io cada: periremo,
ma glorïosi, e alle future genti
qualche bel fatto porterà il mio nome. »

(Ettore, prima dell’ultimo duello contro Achille; Iliade, XXII, 304-305.
Traduzione di Vincenzo Monti).


Luigi Zoja, Il gersto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, Boringhieri

Luigi Zoja, Il gersto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, Boringhieri


Coperta 182

Luca Grecchi, L’umanesimo di Omero

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Omero – Come è la stirpe delle foglie, così quella degli uomini.

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Omero – Come è la stirpe delle foglie, così quella degli uomini.

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«Come è la stirpe delle foglie, così quella degli uomini.
Le foglie il vento le riversa per terra, e altre la selva
fiorendo ne genera, quando torna la primavera;
così le stirpi degli uomini, l’una cresce e l’altra declina».

Omero, Iliade, VI, 180-184, traduzione di Guido Paduano, Mondadori, 2007

 

Omero

Ritratto immaginario di Omero, copia romana del II secolo d.C. di un’opera greca del II secolo a.C. Conservato al Museo del Louvre di Parigi.

 


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Carmine Fiorillo – Crisi è decisione vitale, giudizio totale

Il Pensatore

The Thinker, Musee RodinA. Rodin, Il pensatore.

Crisi viene dalla parola greca – eminentemente polisemica – krísis,[1]  la cui radice è collegata al verbo kríno, anch’esso ricco di molteplici significati.[2]
È ben vero che crisi, anche in greco antico, connota un significativo e improvviso cambiamento, in senso favorevole o sfavorevole, che avviene nel decorso di una malattia. Individua altresì un accesso improvviso, un fenomeno violento, per lo più di breve durata (crisi isterica, crisi nervosa, crisi di pianto; anche: crisi di rigetto). In senso figurato, con riferimento alla singola persona, si dice appunto essere in crisi, di chi viva un momento difficile (crisi di coscienza, crisi spirituale, crisi religiosa, crisi adolescenziale, crisi matrimoniale); con riferimento alla vita di una collettività (crisi sociale), il turbamento vasto e profondo di una società (si pensi, tra gli altri, a testo di Huizinga La crisi della civiltà). L’espressione crisi economica è ormai diventata nell’uso corrente semplicemente crisi. Si parla anche di crisi parlamentare, crisi ministeriale, crisi politica, crisi costituzionale, crisi istituzionale, crisi sindacale, crisi energetica, crisi ecologica, crisi culturale. È parola davvero inflazionata.
Domandiamoci perché nel tempo si è andata perdendo la consapevolezza del senso originario più pregnante di crisi, come decisione e giudizio, come «decisione vitale» e «giudizio totale»? Forse proprio perché la filosofia, come la poesia,[3] vorrebbe essere ridotta alla stregua di mera «comunicazione», una «informazione» come un’altra. Preferiamo, anche per la parola crisi, tornare alle radici e rifarci a Eschilo,[4]  a Sofocle,[5] a Platone: kríno tò aletés te kaì me,[6] a Omero,[7] a Senofonte .[8]
A chi le domandava se oggi si può parlare di “poesia in crisi” e di “poesia della crisi”, una delle più profonde voci poetiche del Novecento, M. Guidacci, rispondeva: «Per me ogni clausola determinativa aggiunta al nome “poesia” è fortemente riduttiva. Bisognerebbe accostare questi due termini: poesia e crisi; facendo sentire che è solo un accostamento nel tempo (con innegabili rispecchiamenti), ma non una fusione, la poesia resta crisi. A meno che non si ricorra, anche questa volta, al senso greco, crisi=decisione, giudizio; nel qual caso l’idea di poesia-crisi mi piace moltissimo: la poesia è una decisione vitale e un giudizio totale, tridimensionale sull’universo, poiché costituisce essa stessa un accrescimento di tutto ciò che esiste» (in: “Riscontri”, n. 3, luglio-settembre 1980, pp. 117-119).
Chi si pone delle domande e si interroga sui criteri di valore della filosofia e della poesia (momento valutativo della critica) oggi  è fatto oggetto di scherno. Crisi della filosofia? Crisi della poesia? Meglio parlare di cedimento catastrofico, a partire dagli intellettuali. Per la filosofia come per la poesia continua ad essere valido lo Stirb und Werde, il «muori e diventa» goetiano. Crisi è per me decisione, giudizio: la filosofia è decisione vitale, giudizio totale.

Carmine Fiorillo

Note

1  forza distintiva, separazione; scelta; elezione; giudizio, decisione, sentenza; esito, risoluzione, evento, riuscita.
2  distinguo, scevero, secerno, separo; scelgo, preferisco;  decido, giudico; fo entrare in fase decisiva o critica; stimo, penso, credo, giudico, dichiaro.
poíesis è l’arte poetica, la poesia, come ci dice Platone (Gorgia 502); poiéo significa: fo, fabbrico, costruisco, lavoro, fo con arte, compongo, scrivo in versi. In latino i versi erano chiamati carmina e la parola carmen è assimilabile al sanscrito karma. La radice sanscrita kri, da cui viene karma, si ritrova nel verbo latino creare e ha lo stesso significato del verbo greco poiéin, cioé fare, lavoro in cui si racchiude ad un tempo l’umano e l’arte, e da cui deriva poíhsis, poesia, un “fare” operoso che è conoscenza di sé e del mondo, canto “cultuale” che è una ri-creazione del cosmo.
4  «Nel giudizio degli Dei»; Eschilo, Agamennone 1288]; k. aftonon olbon [preferisco una felicità che non desta invidia; Eschilo, Agamennone 471].
5  «Quando si tratta di scegliere fra uomini giusti e virtuosi»; Sofocle, Filottete 1050].
6 «Distinguo il vero e ciò che non è tale»; Platone, Teeteto 150.
7 «Sceverare al soffio dei venti il grano e la pula»; Omero, Iliade 5, 501.
8«Distinguere i buoni dai cattivi»; Senofonte, Memorabilia 3, 1, 9.