Adam Schaff (1913-2006) – L’uomo, nella filogenesi e nell’ontogenesi, conosce agendo, trasformando la realtà. La lingua si è formata socialmente in base a una determinata prassi sociale. Il linguaggio, in quanto struttura astratta di pensiero, è ex definitione pensiero in potenza.

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«Sulle orme di Marx, diciamo che l’uomo, tanto nella filogenesi quanto nell’ontogenesi, conosce agendo, trasformando la realtà, e che perciò la conoscenza non è un «riflesso speculare», ma il modo attivo in cui l’uomo coglie la realtà oggettiva. La conoscenza mette dunque in moto la prassi umana in tutte le sue forme ed è in un certo senso una proiezione dell’uomo». A. Schaff

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«L’esame del rapporto linguaggio-pensiero ci ha condotto alle seguenti conclusioni: parlare è sempre pensare nel senso che i significati verbali hanno sempre la forma dei concetti o delle rappresentazioni che li accompagnano: il linguaggio, in quanto struttura astratta di pensiero, è ex definitione pensiero in potenza». A. Schaff

 

 

 

 

«[…] in Marx l’idea del comunismo si concretizza anzitutto nell’immagine di una società in cui l’individuo, liberato dall’alienazione, diventa un uomo totale, universale, cioè capace di dar pieno sviluppo alla sua personalità». A. Schaff

 

[…] Sulle orme di Marx, diciamo che l’uomo, tanto nella filogenesi quanto nell’ontogenesi, conosce agendo, trasformando la realtà, e che perciò la conoscenza non è un «riflesso speculare», ma il modo attivo in cui l’uomo coglie la realtà oggettiva. La conoscenza mette dunque in moto la prassi umana in tutte le sue forme ed è in un certo senso una proiezione dell’uomo. Ciò significa che il modo in cui l’uomo si appropria della realtà oggettiva – dalla sua articolazione nella percezione sensibile fino alla comprensione concettuale del fatto che essa si sviluppa secondo leggi determinate – non dipende soltanto dal modo d’essere della realtà, ma anche dal modo d’essere dell’uomo che conosce. Infatti che cosa e come l’uomo percepisce e conosce dipende dal tipo di prassi, accumulata nella filogenesi e nell’ontogenesi, di cui egli dispone, oltre che dal bagaglio di cognizioni ed esperienze con cui si accosta al processo conoscitivo. Così, una stessa realtà può essere e di fatto viene percepita in modo diverso da uomini diversi. Per tale via irrompe nel processo conoscitivo la grande corrente della soggettività, quel fattore cioè che attribuisce alla conoscenza le caratteristiche individuali del soggetto.
Dopo aver introdotto con la prassi un elemento di soggettività nel processo gnoseologico, dobbiamo ora cercare di intendere in modo concreto la categoria generale di «fattore soggettivo»: a tal fine mettiamo in risalto l’influsso della lingua sulla conosoenza o, in altre parole, il suo influsso sul rispecchiamento della realtà nello spirito umano.
Nel parlare dell’azione esplicata dalla prassi umana nella conoscenza, abbiamo sottolineato con energia che si tratta di una prassi accumulata dall’uomo sia nell’ontogenesi che nella filogenesi, che non si tratta soltanto, e neppure principalmente, delle trasformazioni della realtà operate dal singolo individuo ed entrate a far parte della sua esperienza personale, ma soprattutto della prassi sociale, i cui prodotti vengono in vario modo trasmessi ai componenti della società. Tra questi prodotti il primo posto spetta alla lingua, che per mezzo soprattutto dell’educazione trasmette il bagaglio di esperienze della società ai singoli individui del presente e dell’avvenire. Torniamo di nuovo al problema della lingua, intesa come prodotto della prassi sociale.
Come abbiamo visto, l’uomo pensa sempre in una lingua: in tal senso il suo pensiero è sempre linguistico, e la sua lingua è sempre una struttura segnica e semantica, una lingua che nello stesso tempo è pensiero. Come abbiamo già rilevato, il pensiero, in quanto ha la funzione di risolvere problemi, racchiude anche in sé elementi del modo prelinguistico di orientarsi nel reale, la percezione sensibile e i meccanismi che le sono connessi; senonché, nella fase del pensiero linguistico, tutti quei momenti assumono una funzione subordinata. Il modo di pensare di un uomo dipende soprattutto dall’esperienza sociale filogenetica, contenuta nelle categorie linguistiche trasmessegli dalla società nel processo dell’educazione. Da questo punto di vista è giusta l’affermazione di Humboldt che l’uomo pensa come parla. Impostando in modo un po’ diverso il problema, possiamo dire che l’individuo singolo guarda e sintetizza nel pensiero il mondo attraverso «lenti sociali»: «sociali» tanto nel senso degli influssi attuali quanto nel senso dell’influsso esercitato dalle esperienze accumulate dalle generazioni precedenti.
Ma questo è solo un aspetto della funzione della lingua nel processo di rispecchiamento della realtà da parte dell’intelletto conoscente. Bisogna avere ben chiaro che la lingua stessa è a sua volta il prodotto di tale rispecchiamento, il prodotto della prassi sociale nel senso più ampio del termine. E pertanto anche la seconda parte della tesi di Humboldt – che l’uomo non solo pensa come parla, ma anche parla come pensa – si dimostra vera. Soltanto quando ci siamo resi conto del senso di quest’integrazione, riusciamo ad avere un quadro completo del problema e a comprendere la dialettica delle sue relazioni interne. Perveniamo a una nuova impostazione del problema del rispecchiamento e, di conseguenza, della questione del ruolo attivo della lingua nella conoscenza.
Quando parliamo dell’influsso della lingua sul rispecchiamento della realtà nello spirito umano, in fondo trattiamo la lingua come un sistema compiuto di segni. Ma questo sistema, tanto essenziale per la nostra conoscenza, è a sua volta un prodotto di carattere nettamente sociale. Spesso, per mettere in rilievo l’influsso della lingua sulla conoscenza, si parla ad esempio del gran numero di nomi esistenti presso certi popoli per designare determinati aspetti della realtà per loro particolarmente importanti: si pensi alla varietà di nomi usati dagli esquimesi per definire la neve in rapporto ai suoi vari stati; o alla ricchezza di nomi usati dai popoli del deserto per le varie sfumature del marrone e del giallo; o al gran numero di nomi di pesci fra i popoli marinari, di piante fra quelli delle steppe, ecc. Ma proprio quest’esempio conferma in maniera evidentissima che la lingua si forma nella prassi sociale degli uomini. È chiara la ragione per cui gli esquimesi hanno tanti nomi per la neve e gli abitanti del deserto per le varie sfumature del giallo, ed è chiaro perché non si verifica il caso contrario. Gli uomini parlano come impone loro la vita, la prassi. Il fenomeno non riguarda, del resto, solo i nomi degli oggetti, ma anche i termini che indicano attività e forse persino la designazione dei rapporti di tempo e di spazio. Secondo l’ipotesi marxista è possibile dimostrare l’influsso della prassi sociale su intere configurazioni linguistiche e sul loro sviluppo, sulla sintassi e sulla morfologia.
Una cosa è comunque indubbia: il sistema linguistico condiziona in qualche modo la nostra visione del mondo. Se abbiamo non uno ma trenta termini per designare la neve, questo fatto non rivela soltanto una particolare ricchezza lessicale, ma anche la nostra capacità di percepire la neve in modo molto differenziato. È stato, del resto, dimostrato che non siamo noi a creare arbitrariamente le diverse specie di neve, le quali sono invece oggettivamente presenti nella natura; solo che, in precedenza, le trascuravamo, concentrando il nostro interesse sulle caratteristiche comuni a tutte le specie di neve, sulla consistenza, sul colore, sulla temperatura. Che una comunità abbia cominciato a tener conto delle differenze nel suo lessico non è il frutto d’una scelta convenzionale, ma un’imposizione della prassi: la differenziazione è diventata per i componenti di questa comunità una questione di vita o di morte; sulla base di tale prassi si e sviluppata storicamente la loro lingua, nella cui genesi non vi è dunque niente di misterioso o di speculativo. Altra cosa è che l’esperienza sociale fissata nella lingua domini in seguito inevitabilmente lo spirito di una determinata comunità umana. Gli esquimesi vedono trenta specie di neve, e non la neve «in genere», non perché lo vogliano, non perché l’abbiano concordato insieme, ma perché non possono più percepire la realtà in modo diverso.

[…]

Grande è la forza con cui la filogenesi opera sull’ontogenesi, l’esperienza di generazioni scomparse da lungo tempo sulla nostra esperienza individuale. Ciò che la lingua, che è nello stesso tempo pensiero, distingue nella realtà esiste oggettivamente, ma l’immagine del mondo può considerare questo qualcosa in varia maniera oppure può non tenerne conto affatto: in questo senso moderato la lingua «crea» per davvero l’immagine della realtà.

[…] Nonostante tutte le differenze ambientali, climatiche, culturali, le società umane sono legate tra loro da comuni destini biologici, e inoltre la prassi si riferisce sempre a una realtà oggettiva che è analoga, pur se non è la stessa. Nella lingua, insieme con le differenze, si conservano quindi anche le affinità, e in tal senso si può supporre che gli studi intrapresi di recente sui cosiddetti «universali linguistici» saranno coronati da successo. I sistemi linguistici non sono sistemi chiusi, ossia tali da non avere alcun elemento in comune, da essere impenetrabili e quindi anche intraducibili. Sotto il profilo filosofico è interessante domandarsi se destini biologici radicalmente diversi di esseri pensanti – ammesso che tali esseri esistano su qualche pianeta – renderebbero del tutto intraducibili i relativi linguaggi, nel caso in cui questi linguaggi fossero un rispecchiamento determinato della realtà, essendo pensieri fondati sul principio del riflesso elettromagnetico o pensieri realizzati mediante i raggi Rontgen. Gli ottimisti, che sono già all’opera nella costruzione dei relativi linguaggi, asseriscono che tutti gli esseri intelligenti hanno in comune i rapporti numerici. Quest’affascinante problema, che arricchirebbe di nuovi elementi il dibattito odierno sul linguaggio, potrà essere tuttavia risolto empiricamente solo in avvenire, quando l’uomo potrà entrare di fatto in rapporto con esseri intelligenti di altri pianeti.
Se tiriamo le somme della nostra analisi, possiamo dire che la teoria del rispecchiamento è caratterizzata dall’interazione del lato oggettivo e di quello soggettivo nel processo gnoseologico. La conoscenza umana deriva sempre da qualche cosa che esiste oggettivamente e si pone di fronte all’intelletto conoscente. Il processo di rispecchiamento è però anche soggettivo, in quanto si produce nel soggetto dato, i cui tratti individuali (carattere dell’apparato percettivo, grado di cultura, ecc.) determinano le peculiarità del rispecchiamento. Esso è inoltre soggettivo perché si compie in una lingua data, che è al tempo stesso pensiero, perché le sue caratteristiche, dipendenti anch’esse dall’esperienza sociale, esplicano un influsso determinato sul carattere del rispecchiamento. Come la verità acquisita mediante la conoscenza, anche il rispecchiamento è oggettivo-soggettivo. Solo se ci rendiamo conto di questo fatto, siamo in condizione di comprendere la tesi propria del marxismo circa il carattere processuale della conoscenza e della verità. Nei processi di rispecchiamento della realtà nello spirito umano dobbiamo quindi analizzare la funzione del fattore soggettivo e, in special modo, l’influsso esplicato dalla lingua. In tal modo potremo impostare su una nuova base i problemi della sociologia della scienza e vedere con occhio nuovo la questione della funzione attiva della lingua nel processo gnoseologico.

[…]

Per concludere, ritorniamo sulla questione posta all’inizio. «E la lingua a creare l’immagine della realtà?»: la risposta non può che essere decisamente negativa nel quadro del sistema da noi accettato. «La lingua crea la realtà o è invece il rispecchiamento della realtà oggettiva?»: anche qui la risposta non può che essere negativa. Dall’intero corso della nostra analisi risulta che la lingua non crea in senso letterale l’immagine della realtà e non è neanche, sempre in senso letterale, il rispecchiamento di tale realtà. Si tratta di un rispecchiamento che ha sempre un lato di soggettività, il quale dunque «crea» (nel senso moderato del termine) l’immagine della realtà. Il rispecchiamento della realtà oggettiva e la creazione soggettiva della sua immagine nel processo conoscitivo si integrano tra loro e formano un tutto. Questa visione è adeguata al carattere soggettivo-oggettivo del processo gnoseologico e costituisce un buon punto d’avvio per l’esame della funzione attiva del linguaggio in tale processo.
L’esame del rapporto linguaggio-pensiero ci ha condotto alle seguenti conclusioni: parlare è sempre pensare nel senso che i significati verbali hanno sempre la forma dei concetti o delle rappresentazioni che li accompagnano: il linguaggio, in quanto struttura astratta di pensiero, è ex definitione pensiero in potenza, perché il segno linguistico significa ex definitione. Il linguaggio è pertanto un linguaggio che è al tempo stesso pensiero. Il pensiero, o meglio il pensiero umano (e non la capacità umana di orientarsi nel mondo, di cui dispone il neonato e anche l’adulto in condizioni patologiche), si realizza sempre per parte sua in un linguaggio dato, perché il pensiero concettuale non può esistere senza i segni della lingua fonetica o una sua trascrizione in altra forma. Da ciò non segue tuttavia che il pensiero umano sia riducibile ai soli concetti, che sono sempre connessi col segno linguistico: nel pensiero umano è infatti presente, a livello sia genetico che attuale, un complesso di immagini che, pur dipendendo sempre in varie forme dal linguaggio, non si identifica tuttavia con esso. Il rapporto pensiero-linguaggio ha quindi un carattere complesso, e i due elementi, benché siano indissolubilmente connessi, non possono essere identificati. L’affermazione secondo cui il pensiero umano è indissolubilmente legato al linguaggio non ha carattere analitico.
Su questa base la tesi della funzione attiva del linguaggio nel processo conoscitivo può assumere quanto meno tre sensi.

  1. a) Nel primo senso diciamo che senza linguaggio, come sistema segnico determinato (cioè come sistema di norme grammaticali e semantiche, senza di cui non si potrebbe parlare di un sistema di segni linguistici), il pensiero concettuale sarebbe imposs1bile. In altri termini, possiamo affermare che i sistemi segnici detti linguaggi sono portatori del pensiero concettuale. La nostra tesi può essere quindi ricondotta alla constatazione fondamentale che la presenza del linguaggio è conditio sine qua non del pensiero concettuale. Che cosa ciò significhi possono spiegarlo la fisiologia, la psicologia, la linguistica, ecc.
  2. b) Il senso essenziale, specifico della tesi del ruolo attivo del linguaggio nel processo conoscitivo è però un altro. Noi riscontriamo infatti che il linguaggio, in quanto prodotto di tipo particolare, costituisce la piattaforma sociale del pensiero individuale. Il linguaggio è innato nell’individuo umano normale solo in quanto facoltà di imparare a parlare. Ciò è connesso alla struttura ereditaria del cervello, dell’apparato vocale, ecc. Ma il linguaggio come tale non è innato e non si sviluppa senza l’intervento della mediazione linguistico-sociale. Ora, poiché il pensiero concettuale è impossibile senza il linguaggio, l’uomo nel processo della sua educazione sociale non impara soltanto a parlare, ma anche a pensare. Egli apprende, accogliendo dalla società una struttura compiuta, il linguaggio, che è contemporaneamente pensiero, come esperienza fissata nelle categorie del linguaggio e accumulata nella filogenesi, come ciò che la società sa del mondo. Ebbene, questa cristallizzazione dell’esperienza sociale è il punto di partenza e la piattaforma di ogni pensiero individuale, una piattaforma che la società trasmette all’individuo in un modo imperativo, che sfugge al controllo dell’individuo e che in genere non viene da lui percepito, tranne i rari casi di un’autoriflessione particolarmente penetrante. Il pensiero individuale è creativo e si rinnova continuamente: non sarebbe altrimenti possibile il progresso della scienza e della cultura. Ma l’individuo singolo raramente è in condizione di riconoscere – e raramente è incline a farlo – che sta guardando il mondo con gli occhi delle generazioni precedenti, che, con tutte le sue novità, si situa su un terreno ben delimitato, da cui nessuno può staccarsi del tutto, se non di rado e in piccola misura.

Il linguaggio, in quanto punto d’avvio del pensiero individuale, è l’elemento mediatore tra il dato sociale, tramandato, e quello individuale, creativo, nel pensiero umano. E ciò vale non soltanto nel senso che esso trasmette ai singoli uomini l’esperienza e il sapere delle generazioni passate, ma anche nel senso che avoca a sé incondizionatamente i nuovi risultati del pensiero individuale, per trasmetterli, già sotto forma di prodotto sociale, alle generazioni future.
Così il linguaggio si trasforma, nel processo del pensiero umano, in un fattore creativo. In tale processo esso funziona come trasmissione sociale della filogenesi, che si attualizza nell’ontogenesi dell’individuo umano. Il contenuto della trasmissione non è arbitrario, poiché nelle esperienze delle generazioni precedenti è racchiusa una somma di cognizioni oggettive sul mondo, senza le quali l’uomo non potrebbe adattarsi al suo ambiente, agire in modo adeguato ad esso e continuare a esistere come specie. Imparando a parlare, e contemporaneamente a pensare, ci appropriamo con relativa facilità il retaggio spirituale che ci è stato tramandato, non dobbiamo scoprire ogni volta l’America (con il che sarebbe esclusa ogni possibilità di progresso intellettuale e culturale). Ma anche questo retaggio agisce potentemente, in modo dispotico, sulla nostra visione del mondo, a partire dall’articolazione di esso nella percezione sensoriale fino alla coloritura emozionale del nostro pensiero conoscente. Ripetiamolo, per precauzione, ancora una volta: non è questo l’unico fattore da cui sia determinato il pensiero, e tuttavia è un fattore di enorme importanza e di grandissima efficacia.
Quando parliamo di un senso specifico della funzione attiva del linguaggio nel processo del pensiero, intendiamo dire che il linguaggio socialmente trasmesso all’individuo umano crea il fondamento indispensabile per il suo pensiero: il fondamento che collega l’individuo con gli altri componenti della comunità linguistica e su cui si svolge l’attività spirituale creativa dell’individuo stesso. Se si accantona il misticismo dello «spirito nazionale», dell’«energia vitale nazionale», ecc., concetti che vengono spesso messi in campo quando si spiega questo fenomeno, si riscoprono in quanto si è appena detto alcune idee che percorrono come un filo rosso le scienze morali europee a partire da Herder e Humboldt. In ciò che abbiamo detto sinora è racchiuso infatti il nucleo razionale della tesi secondo cui il linguaggio è l’elemento mediatore tra l’individuo umano e il mondo degli oggetti, nonché della tesi secondo cui ogni lingua contiene una data «visione del mondo », uno schema o struttura del modo di vedere il mondo delle cose. Liberate dal misticismo, queste concezioni forniscono indicazioni geniali sul ruolo del fattore soggettivo nel pensiero umano.

  1. c) Su questo sfondo il terzo senso della tesi che stiamo analizzando assume contorni più precisi. Si tratta, per così dire, di una modificazione o di un caso particolare del secondo senso, ma, in considerazione della sua portata, si rende tuttavia indispensabile una sua analisi specifica. Il linguaggio non è soltanto il punto d’avvio e la piattaforma del pensiero individuale, in quanto agisce anche allivello a cui questo pensiero può giungere nell’astrazione e nella generalizzazione.

E ben noto che lingue si differenziano tra loro non soltanto per la fonetica, la morfologia, la sintassi, il lessico, ma anche per la qualità di questo lessico, per il suo carattere di rispecchiamento più o meno generalizzato del mondo. Se ci domandiamo quale lingua abbia raggiunto un alto grado di sviluppo e quale invece sia ancora primitiva, non ci è facile dare una risposta, perché una valutazione di questo genere presuppone sempre un punto di riferimento, che cambia a seconda del sistema scelto. È tuttavia indubbio che le lingue possono essere distinte tra loro a seconda del carattere dei nomi di cui dispongono e che alcune di esse mancano di designazioni più generali, che sono sostituite da serie di nomi concreti. Anche la sintassi, com’è noto, può operare in questa direzione, agevolando o intralciando il discorso su determinate cose, attività, ecc. Si manifesta qui l’influsso attivo della lingua sul pensiero, ma di tale influsso si può avere una comprensione effettiva solo quando si sappia che geneticamente il pensiero e il linguaggio sono un prodotto della prassi umana.
Una nuova problematica si apre quando dalla considerazione del pensiero in generale si passi a quella della conoscenza, cioè di un pensiero qualificato in modo specifico. Per conoscenza intendiamo qui un processo di pensiero e il suo prodotto, ossia la descrizione della realtà, e per descrizione della realtà intendiamo un’informazione non solo sui fatti singoli, ma anche sui loro molteplici nessi, tra cui sono da annoverare anche i rapporti nomici coesistenti e dinamici. Il problema della funzione attiva del linguaggio si situa nel punto focale nel momento stesso in cui viene messo in relazione con la conoscenza.
Il processo conoscitivo è legato indissolubilmente e in vari modi con la prassi. Il cammino della conoscenza comincia dalla prassi o, più esattamente, dai bisogni pratici e dalla necessità di conoscenza che ne scaturisce. Spesso si rintraccia in questo campo un legame immediato, ma perfino nei settori più astratti e automatizzati della ricerca scientifica si può dimostrare l’esistenza di un legame genetico, quanto meno indiretto, con la prassi. È evidente che per questa via stabiliamo non solo in che modo si generi la conoscenza, ma anche quale sia il suo scopo: la conoscenza serve – direttamente o indirettamente – alla prassi umana, anche se alcuni pensa tori non sempre se ne rendono chiaramente conto e addirittura rifiutano una simile possibilità. Tuttavia, in questa sede c’interessa un altro tipo di collegamento tra la conoscenza e la prassi, un collegamento che è il più occulto proprio perché è il più diffuso, il collegamento che si realizza tramite il linguaggio.
Torniamo così di nuovo all’idea che proprio nella lingua sono racchiuse e conservate l’esperienza e il sapere delle generazioni passate: ovviamente nella lingua, in quanto è al contempo pensiero, in quanto sistema dei veicoli materiali di determinati significati, ossia in quanto sistema di norme grammaticali e semantiche che collegano a determinati suoni o ad altri veicoli materiali significati determinati. In tal senso la lingua è, per così dire, una prassi condensata, che per questa via semplice e suggestiva penetra nella nostra conoscenza attuale.
La lingua influenza anzitutto il modo in cui percepiamo la realtà. Come risulta da quanto abbiamo detto sopra, oggi esistono molti dati sperimentali a sostegno della tesi secondo cui il nostro modo di percepire la realtà è soggetto all’influsso innegabile della lingua in cui pensiamo. Questo significa soltanto che la lingua, che è una particolare forma di rispecchiamento della realtà, è a sua volta la creatrice della nostra immagine del mondo: e lo è nel senso che il nostro articolare il mondo, perlomeno fino a un certo grado, è una funzione non soltanto dell’esperienza individuale, ma anche di quella sociale, trasmessa all’individuo mediante l’educazione e soprattutto mediante la lingua. La questione è però più complicata di quanto non sembri, perché l’esperienza cosiddetta individuale è in effetti ordinata secondo schemi e strutture di origine sociale. Formulando il problema in questo modo, rendiamo pertanto ragione dell’influsso della lingua sulla percezione sensibile, senza cadere tuttavia negli estremi opposti del soggettivismo del realismo ingenuo. Se, come si è detto, l’esquimese vede molte specie di neve, mentre il nostro montanaro ne vede soltanto alcune e l’abitante dei paesi meridionali uno solo, ciò non significa che ognuno di essi si crei un’immagine soggettiva del mondo, ma semplicemente che egli opera un’articolazione diversa del mondo oggettivo, basata sulla prassi sociale e individuale. È però vero che l’esquimese percepisce il mondo in modo diverso e più concreto dell’abitante dei tropici. Lo fa, tra l’altro, sotto l’influsso della lingua che gli è stata insegnata e che lo costringe a un’articolazione così complicata, mettendo a sua disposizione, invece di un nome unico, generale, tutta una serie di nomi concreti per vari tipi di neve. La nostra affermazione dev’essere certo precisata accuratamente con argomenti contrari al soggettivismo, ma la funzione attiva della lingua nel processo della conoscenza emerge qui in modo chiaro e convincente.
Una situazione analoga si ha per ciò che concerne la sintassi. È noto, per esempio, che nelle lingue di alcune tribù indiane d’America non si può dire genericamente che uno viaggia, uccide selvaggina, ecc., perché bisogna caratterizzare più concretamente l’espressione, ad esempio con complementi di tempo, luogo, modo, ecc. Com’è evidente, qui non si tratta solo del tipo di espressione, ma anche del modo di percezione della realtà, inscindibilmente connesso col modo in cui se ne parla. Poiché il nostro indiano d’America pensa in una data lingua, che, attraverso le sue norme grammaticali, lo costringe a osservare la realtà in modo da rilevare in essa una serie di particolarità concrete, che per solito rimangono inavvertite per chi faccia parte di una comunità linguistica europea, egli non solo parla, ma anche percepisce in modo diverso.
In questo non c’è tuttavia niente di misterioso o di arbitrario. La lingua si è infatti formata socialmente in base a una determinata prassi sociale. Essa è il rispecchiamento di una data situazione di fatto e insieme la risposta alle necessità pratiche derivanti da tale situazione. Una volta che si sia formata, la lingua esercita il suo influsso sulla conoscenza umana, svolgendovi una funzione attiva.

Adam Schaff, Linguaggio e conoscenza, Editori Riuniti, 1973, pp. 160-173.

 


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Salvatore Antonio Bravo – Il comunista è un pensatore militante, consapevole dunque che la sua azione è perenne: non vi sono sistemi o regimi che concludono la storia e pacificano gli animi. In Marx l’idea del comunismo si concretizza anzitutto nell’immagine di una società in cui l’individuo, liberato dall’alienazione, diventa un uomo totale, universale, cioè capace di dar pieno sviluppo alla sua personalità.

Adam Schaff 01

IL COMUNISMO COME UMANESIMO COMBATTENTE

 

Il comunista è un pensatore militante, consapevole dunque che la sua azione è perenne: non vi sono sistemi o regimi che concludono la storia e pacificano gli animi. L’intellettuale di formazione marxista fa dell’attività critica un’azione totale nella storia.

 

16166435998«[…] in Marx l’idea del comunismo si concretizza anzitutto nell’immagine di una società in cui l’individuo, liberato dall’alienazione, diventa un uomo totale, universale, cioè capace di dar pieno sviluppo alla sua personalità». A. Schaff

 

 

Adam Schaff nel testo Il marxismo e la persona umana coglie l’essenza del pensiero di Marx. Lontano da ogni riduzionismo economicistico, riporta il pensiero marxiano al suo autentico fondamento, ovvero l’emancipazione della persona nella comunità da ogni forma di alienazione. Il fine del pensiero marxiano è la liberazione di un’umanità caduta – e non solo nel senso metaforico – nelle trappole dell’uomo parziale, atomizzato, per essere utilizzato con meno resistenza possibile dal sistema. L’opera di Marx indica il fine di ogni politica che sia tale: la liberazione dalle catene che imbestialiscono e rendono astratto l’uomo. A. Schaff evidenzia che ogni sistema ha i suoi processi di alienazione per cui il processo di liberazione vive con l’uomo e la sua storia. Il pensiero marxiano insegna che le conquiste non sono definitive, le metamorfosi delle alienazioni ci deve indurre alla partecipazione combattente e pensata contro le forme di alienazione che si ripresentano in modo sempre nuovo. Il pensiero comunista è pensiero che educa ad un senso critico capace di cogliere tra le pieghe insospettabili dei sistemi politici, la violenza nelle sue innumerevoli manifestazioni evidente e specialmente occulte: «L’alienazione insomma, è presente anche nella società socialista e si manifesta come relitto non ancora superato, ma appare anche in altre forme più organiche e durevoli, connesse alle condizioni del nuovo sistema. Comunque il problema esiste e va meditato realisticamente».[1]

Il comunista è un pensatore militante, consapevole dunque che la sua azione è perenne: non vi sono sistemi o regimi che concludono la storia e pacificano gli animi. L’intellettuale di formazione marxista fa dell’attività critica un’azione totale nella storia.

Tale azione è motivata dall’umanesimo combattente marxiano. Sin dalle opere giovanili Marx ha posto al centro della riflessione l’uomo. Anzi, secondo Schaff, tra le opere giovanili e della maturità l’elemento di connessione è l’intramontabile umanesimo combattente di Marx. Nelle opere della maturità la deriva economicistica e meccanicistica di cui è stato accusato Marx è inesatta poiché l’economia del Capitale è la risposta al problema dell’alienazione. Ogni interpretazione economicistica è bieca interpretazione, perché non vuol vedere che Marx cerca soluzioni per affermare l’uomo totale anziché l’uomo unidimensionale del capitalismo. Solo una visione olistica e dialettica può sottrarre Marx a forme di riduzionismo che ne inficiano i fondamenti. Dunque l’analisi dev’essere olistica e genetica: «In questa prospettiva si profila il contenuto umanistico del marxismo ed è possibile interpretare, attraverso il prisma umanistico degli scritti giovanili di Marx, tutte le opere successive dell’autore del Capitale. Quest’analisi genetica ha un’immensa importanza euristica. Invece della tesi assurda che afferma l’esistenza di due marxismi, invece della tesi altrettanto sballata che dà per esistente un solo immutabile marxismo, si sostiene una tesi più moderata e nel contempo assai più feconda, secondo cui Marx, sviluppando il proprio pensiero, ha modificato l’impostazione delle ricerche e dei problemi da risolvere. Però, avendo egli mantenuto in tutte le fasi della propria evoluzione intellettuale l’obiettivo della liberazione dell’uomo come fine ultimo della ricerca e dell’azione, il pensiero dell’età matura di Marx può e deve essere inteso nel quadro dei presupposti e dei principi dell’antropologia filosofica da lui consapevolmente formulati in gioventù».[2]

Per Schaff esiste un unico Marx, il quale ha trasformato l’emancipazione dell’uomo in una, un’opera aperta certamente ma nella chiarezza del fine e degli obiettivi da raggiungere.

Contro ogni riduzionismo Marx ha verificato che la condizione umana è dolorosa ed alienata; nessun appello, nessuna critica potrà mai trasformare l’uomo tenuto ai ceppi. La filosofia con Marx per la prima volta si pone il compito di capire per trasformare il mondo. Il filosofo e la filosofia devono rispondere alla storia, agli uomini, per diventare parte della storia ed esserne il suo motore consapevole. L’obiettivo è l’uomo totale, capace di esprimere la sua essenza poliedrica nei rapporti sociali. Non esiste l’uomo senza la comunità, l’uomo si forma nella rete sociale di produzione, per cui l’uomo liberato da relazioni di divisione e sudditanza sarà un uomo che potrà vivere la sua identità nella comunità in una dialettica positiva: «Ne segue che in Marx l’idea del comunismo si concretizza anzitutto nell’immagine di una società in cui l’individuo, liberato dall’alienazione, diventa un uomo totale, universale, cioè capace di dar pieno sviluppo alla sua personalità. Marx, dalla giovinezza all’età matura quando è già noto come autore del Capitale, al raggiungimento di questo obbiettivo subordina ogni altra cosa. Marx giunge rapidamente alla conclusione che i termini “umano” e “disumano” rivestono un significato storico. E nella Ideologia tedesca troviamo una glossa importante alla tesi della protesta contro la “disumanizzazione” della vita. Da questo assunto conviene prender avvio, per poi passare alla rappresentazione positiva del comunismo marxiano».[3]

La filosofia deve umanizzare il mondo, renderlo mondo degli uomini e per gli uomini. L’umanità non deve accettare come un destino la propria condizione. La storia è il luogo nel quale la consapevolezza divenuta politica, progetto, trasforma a storia e le coscienze. La speranza marxiana non è semplice attesa ma partecipazione storica, nella storia: ognuno è chiamato nella condivisione a non essere complice delle sofferenze e delle innumerevoli catene che impediscono la nascita della persona al mondo. L’umanesimo combattente di Marx non attende che gli eventi accadano e trasformino la storia, il suo umanesimo vive della responsabilità dell’azione. La storia offre le sue possibilità. All’umanità il coglierle, leggerle, per trasformarle in alterità militante.

L’umanesimo marxiano si spinge ad affermare che nel comunismo non si stabilirà la felicità ma semplicemente si porranno le condizioni perché ciascuno cerchi la propria felicità nella comunità: «Il socialismo è ben lungi dall’avversare l’individualità umana. Perciò diamo pure via libera all’individuo e lasciamo a ciascuno il diritto di essere felice a modo suo, magari coltivando qualche hobby. Se proprio si vuol differenziare dagli altri e se per essere felice ha bisogno d’essere un po’ eccentrico. Riconoscendo che questa libertà non reca alcun danno al socialismo avremo soddisfatto una delle condizioni indispensabili affinché gli uomini possano sentirsi effettivamente e autenticamente felici».[4]

Ogni individuo ha diritto di essere felice a proprio modo per cui non si può stabilire come essere felici. Occorre porre le condizioni per la felicità nella comunità, rimuovendo i rapporti che limitano il suo concretizzarsi.

Il pensiero marxiano è dunque a distanze cosmiche dall’abisso del capitalismo assoluto che ha imposto un unico modo di ricercare la felicità: la darwiniana lotta per le merci. L’uomo ridotto ad un mero flusso di pulsioni è l’uomo alienato, estraneo a sé ed alla comunità. Lo studio del pensiero marxiano, la sua reintroduzione con le parole dense di significato e speranza, è momento imprescindibile per capire e ridisegnare un progetto umano in un mondo disumano e disperato.

Salvatore Antonio Bravo

[1] Adam Schaff, Il marxismo e la persona umana, Feltrinelli, Milano 1977, pag. 142.

[2] Ibidem, pag. 35.

[3] Ibidem, pag. 186.

[4] Ibidem, pag. 183.

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Jean-Louis Chrétien – Si prova piacere per la stanchezza quando non si è a lei destinati o condannati.

Jean-Louis Chrétien

 

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«Si prova piacere per la stanchezza quando non si è a lei destinati o condannati.

La stanchezza gioiosa si dà soltanto quando si è già nella gioia prima ancora di stancarsi».

Jean-Louis Chrétien, De la fatigue, Èditions de Minuit, Paris, 1996, p. 28.

 


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Salvatore Antonio Bravo – «Le vespe di Panama» di Z. Bauman. La filosofia perde la sua credibilità e la sua natura critica e costruttiva se vive nel mondo temperato delle accademie e degli studi televisivi e mediatici, dove campeggia l’uomo economico: turista della vita, vagabondo tra le mercificazioni.

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Le vespe di Panama

Le vespe di Panama è un breve scritto di Z. Bauman nel quale si mostra l’asservimento delle scienze all’economico. L’economia non utilizza le scienze tecnologiche solo per saccheggiare il pianeta, per realizzare il sogno di una produzione infinita dietro la quale si può supporre agiscano pulsioni necrofile. La produzione assoluta sciolta da ogni legame con i bisogni dell’uomo è solo accumulo, distruzione fine a se stessa, stimolante per un delirio di onnipotenza che potrebbe celare tra le sue pieghe l’odio verso la vita. L’uomo economico non conosce la presenza dell’ombra, della resistenza, non parla con le sue ombre. È un turista della vita, un vagabondo tra le mercificazioni: per sentire di esserci deve accumulare ed ostentare. Le scienze pertanto divengono mezzo attraverso cui si rafforza il positivo, ovvero la vita dell’uomo economico trova nelle scienze la conferma che il suo modello di vita è l’unico possibile. La storia è finita in quanto la scienza conferma che gli studi sulla natura decretano che i processi di globalizzazione sono iscritti nei processi naturali. Dunque l’uomo è un essere biologico tra i tanti che popolano la terra e segue le leggi naturali che coincidono con le leggi economiche liberiste. Il riduzionismo favorisce naturalmente comportamenti verbali e politici regressivi e reazionari. L’uomo modulare, pronto ad adattarsi alle esigenze della rete produttiva, a cambiare posizione all’interno della rete ma non opinione, dev’essere pronto a partire, a spostarsi, ad essere perennemente vagabondo, non deve appartenere a nessuno, né a se stesso, né alla comunità: deve parlare la lingua di tutti e pensare come tutti. Il globy è la sua lingua. Ora se l’economia deve giustificare un modello di flessibilità (precarietà – sfruttamento), la scienza si presta al gioco ideologico. Le vespe di Panama di Bauman dimostrano la posizione ideologica delle scienze: l’asse di attenzione si sta spostando su quei fenomeni che devono confermare la migrazione come costante della natura e dunque degli uomini, per cui l’uomo modulare globalizzato è naturale, normale, mentre gli uomini di pensiero, dediti alla vita activa sono un errore della natura, nel migliore dei casi da tollerare, guardare con sospetto e controllare. Le vespe di Panama sono vespe migranti, anch’esse si spostano da un alveare ad un altro e facilmente si integrano nel nuovo sistema per divenire ad esso funzionali, sono ireniche, adattabili esattamente come l’uomo globale: «Contrariamente a tutto quello che si sapeva o si riteneva di sapere da secoli, i ricercatori londinesi hanno scoperto a Panama che una larga maggioranza di «vespe operaie», il 56 per cento, cambiano alveare nel corso della loro vita: e non semplicemente traslocando in altre colonie in qualità di visitatori temporanei, male accetti, discriminati e marginalizzati, a volte attivamente perseguitati, e comunque sempre guardati con ostilità, bensì in qualità di membri effettivi (si sarebbe tentati di dire «a pieno titolo») della «comunità» adottiva, che provvedono, al pari delle operaie «autoctone», a raccogliere cibo e a nutrire e accudire la nidiata locale. La conclusione che si ricava da questa scoperta è che gli alveari su cui è stata condotta la ricerca sono normalmente “popolazioni miste”, con vespe native e vespe immigrate che vivono e lavorano guancia a guancia e spalla a spalla, divenendo, almeno per gli osservatori umani, indistinguibili le une dalle altre se non con l’ausilio degli identificatori elettronici».[1]

La natura confermerebbe che la condizione attuale è naturale, per cui ogni resistenza, ogni parola piena di significati che vuole evidenziare la possibilità di un altrove è tacitata dall’evidenza della natura, la quale ha, però, al suo interno, un’infinità di possibilità e contraddizioni che vengono occultate. L’attenzione percettiva si sposta su ciò che conferma il sistema vigente in modo da renderlo indiscutibile. Una nuova teologia – ontologia della migrazione, non forzata dagli effetti del capitalismo assoluto, ma dalla natura, voluta… Tutto accade perché lo vuole e lo conferma la natura: «Quello che le notizie in arrivo da Panama ci svelano è innanzitutto uno sbalorditivo rovesciamento di prospettiva: quello che fino a non molto tempo fa era ritenuto lo “stato di natura”, si è rivelato, guardandolo in retrospettiva, nient’altro che una proiezione sugli insetti di prassi fin troppo umane (anche se ormai meno frequenti, lontane nel passato) studiosi. È bastato che i ricercatori, di una generazione un poco più giovane di quella precedente, portassero nella foresta panamense la loro (e nostra) esperienza di vita acquisita e assorbita nel loro nuovo ambiente “multiculturalizzato”, per “scoprire”, doverosamente, che la fluidità delle appartenenze e il costante mescolarsi delle popolazioni sono la “norma” anche tra gli insetti sociali: una norma apparentemente attuata in modo “naturale”, senza bisogno di ricorrere a commissioni governative, disegni di legge frettolosamente introdotti, corti supreme e centri di permanenza temporanea per richiedenti asilo… In questo caso, come in molti altri, la cultura prassomorfica della percezione umana del mondo li ha spinti a scoprire “là fuori nel mondo”, quello che abbiamo imparato a fare e facciamo “qui a casa” e quello che nella nostra testa o nel nostro subconscio rappresenta l’immagine di “come sono veramente le cose”… Di fronte ai dati inaspettati forniti dagli insetti sociali, è «scattato» qualcosa: quello che fino a quel momento era rimasto al livello di premonizioni intuitive, semiconsapevoli o inconsapevoli, è stato articolato (o forse “si è” articolato), e le intuizioni sono state riciclate in una sintesi alternativa di quell’altra (indirettamente la propria) realtà. Ma il fatto che questo riciclaggio sia avvenuto comporta l’esistenza precedente di scorte di «materia prima», pronta per essere riciclata».[2]

In questa pratica prassomorfica per cui si proiettano le categorie storico-sociali nella natura, poche voci si ergono critiche e consapevoli che la filosofia – avendo perso la sua credibilità e la sua natura critica e costruttiva, in quanto vive nel mondo temperato delle accademie e degli studi televisivi e mediatici –, non smaschera la funzione ideologica delle scienze e contribuisce all’espandersi della necrofilia. Il silenzio rinforza la convinzione che viviamo nell’unico mondo possibile, al punto che anche la natura ci conferma che gli esseri viventi sono liquidi, un fondo a disposizione di “ogni alveare”.

Gli sciami, come gli esseri umani, non fanno gruppo o comunità, si spostano leggeri ed adattabili, sono esseri singoli in perenne movimento, alla ricerca di un luogo momentaneo dove produrre per spostarsi in altro luogo, sono atomi senza relazioni, nati per spostarsi, riprodursi senza aver cura dei piccoli, per poi spostarsi dove vi sono le condizioni per lavorare. Un ciclo perenne senza fine e senza progetto, dove tra la vita dell’uomo e quella dell’insetto le differenze si assottigliano: «C’è un’altra sorprendente similitudine tra come vivono le vespe panamensi e come viviamo noi… In una società di modernità liquida, lo sciame tende a sostituire il gruppo, con i suoi leader, la sua gerarchia di comando e il suo ordine di beccata. Lo sciame può fare a meno di tutti quegli accessori senza i quali un gruppo non sarebbe in grado di formarsi né riuscirebbe a sopravvivere. Gli sciami non devono trascinarsi dietro pesanti strumenti di sopravvivenza: si assemblano, si disperdono e si ricompongono a seconda dei casi, guidati ogni volta da priorità differenti, anche se invariabilmente mutevoli, e attirati da obbiettivi che cambiano in continuazione, bersagli in movimento».[3]

Siamo chiamati a porci il quesito se siamo uomini od insetti. Se mancano le domande il rischio sempre più ampio di risvegliarci insetti diventa sempre più reale ed inquietante come le responsabilità a cui non possiamo sottrarci. La filosofia soltanto, con il suo metodo ontogenetico, può svelare i retroscena della scienza curvata sull’economico liberista per una nuova uscita dalla caverna sempre più simile al sistema alveare.

Salvatore Antonio Bravo

[1] Z. Bauman, Le vespe di Panama, Laterza, 2007, pp. 8- 9.

[2] Ibidem, p. 9-10.

[3] Ibidem, p. 27.

 

 

 


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Karl Jaspers (1883-1969) – La verità cresce in un processo che include l’uomo nella sua totalità e risulta dall’intreccio di pensiero e vita, compiendo l’uomo una metamorfosi di se stesso.

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La coscienza della verità deve ricrescere ogni volta di nuovo in ogni epoca storica

La verità cresce in un processo che include l’uomo nella sua totalità

La verità risulta dall’intreccio di pensiero e vita

Conquistare la verità significa che l’uomo
deve compiere una metamorfosi di se stesso

La verità è costituita dal processo di educazione ed autoeducazione
in un mondo in via di formazione

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La coscienza della verità deve ricrescere ogni volta di nuovo in ogni epoca storica

«L’offuscamento della coscienza della verità è […] espressione della mancanza di ordine tipica di questa epoca storica.

La coscienza della verità non si trova semplicemente già qui presente in una immediatezza vivente. Essa deve piuttosto ricrescere ogni volta di nuovo in ogni epoca storica e negli uomini che ne fanno parte: cresce attraverso la tradizione in quel processo di formazione dell’umanità che essa stessa ha acquisito; questo processo incomincia, stando alla nostra memoria, con i Greci, ha il proprio retroterra culturale in Asia e nell’oscurità misteriosa della preistoria, e sorge dall’esperienza del mondo nell’agire interiore del singolo che appartiene alla propria comunità.

La verità cresce in un processo che include l’uomo nella sua totalità

La coscienza della verità ha la propria fonte in una profondità a partire dalla quale si fa incontro all’intelletto ciò che diventa chiaro solo grazie ad esso. La verità non è semplicemente presente né nell’intelletto né nel sentimento. Io non posso, contro l’intelletto, fare appello al sentimento, all’istinto, agli impulsi, ma nemmeno vedere nell’oscurità solo una riprovevole insensatezza a causa di una qualche superbia intellettuale. La verità cresce in un processo che include l’uomo nella sua totalità, che ha anche nel sentimento un modo d’esserci sì immediato (e come tale di per sé ancora incomunicabile), ma che non può essere trascurato. Il sentimento diventa vero solo quando ciò che si trova in esso diventa un pensiero chiaro e un’azione sensata o assume una figura visibile.

La verità risulta dall’intreccio di pensiero e vita

La verità risulta dall’intreccio di pensiero e vita, mentre l’offuscamento della coscienza della verità nasce dalla decadenza: qui rimane, al posto della verità, la vuotezza dell’intelletto e la cecità della vita vissuta, rimangono l’inaffidabilità e l’instabilità di entrambi. L’uomo diventa se stesso sulla via della verità concentrandosi e costituendo un legame unitario tra elementi che spingono per separarsi. Distraendosi, l’uomo si perde, facendo appello alternativamente al mero intelletto o al mero istinto, senza mai essere qui presente in quanto se stesso. L’uomo autentico percepisce come estraneo alla sua essenza il fare, l’essere e il sentire, qualora questi siano separati dal pensiero. Egli infatti non ha mai certezza e autocoscienza senza pensare; ma al tempo stesso esperisce come altrettanto estraneo alla sua essenza il pensiero fuori dal tempo e lontano dalla realtà. Infatti il suo pensiero è vero per lui solo entrando nel tempo, divenendo vita e legandosi come tale alla realtà storica.

Conquistare la verità significa che l’uomo
deve compiere una metamorfosi di se stesso

L’offuscamento della coscienza della verità in un mondo in decadenza sollecita, come ha fatto fin dai sofisti greci e come fa sempre di nuovo, alla chiarezza di ciò che è autenticamente vero. Ma non si può ottenere la verità attraverso affermazioni apparentemente ovvie, perché una verità perduta non può essere ritrovata con asserzioni dogmatiche che saltano fuori dal nulla. Conquistare la verità significa che l’uomo deve compiere una metamorfosi di se stesso, passando da una condizione confusa e cieca ad una condizione chiara della propria essenza in quel mondo che egli stesso occupa: ciò è possibile solo se egli afferra l’essere nella sua realtà effettiva.

La verità è costituita dal processo di educazione ed autoeducazione
in un mondo in via di formazione

La verità non è mai costituita, nella sua pienezza sostanziale, dal solo pensiero filosofico, ma dal processo di educazione ed autoeducazione in un mondo in via di formazione. In considerazione di ciò, però, si chiarisce che la verità si costituisce, filosofando, a partire dall’esperienza comune di questo destino».

Karl Jaspers, Della verità. Logica filosofica, trad. di Diego D’Angelo, Bompiani, 2015, pp. 9 e 11.


Karl Jaspers (1883-1969) – Solo attraverso la verità diveniamo liberi, la verità è la dignità dell’uomo.
Karl Jaspers (1883-1969) – Filosofare presuppone una visione del mondo ed è espressione specifica di un se-stesso originariamente libero. Filosofano veramente solo quegli uomini che sono originariamente se stessi e che nel filosofare si incontrano e si legano tra loro.

 


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Amitav Ghosh – Non si può nemmeno cominciare ad affrontare i cambiamenti climatici se si parte dal livello individuale. Oggi è più che mai indispensabile immaginare innanzitutto una collettività umana.

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La garnde cecità

Le scelte individuali di stili di vita e di consumo sono senza dubbio rilevanti. E oggi l’individuo sembra scomparire di fronte alla produzione di massa del desiderio di merci. Al tempo stesso però tutti i problemi sono visti come il frutto esclusivo di scelte individuali, mentre non si può nemmeno cominciare ad affrontare i cambiamenti climatici se si parte dal livello individuale. Queste illusioni sono il frutto dell’egemonia della cultura neoliberista, che pretende di ricondurre tutto all’individuo.

Si scrive molto d’«impronta ecologica». Ma negli Stati Unio ti si dimentica che il più grande consumatore energetico, e produttore di gas serra, è proprio il Pentagono. È questa la strana cecità che occulta i fattori strutturali. Credo che il primo capitolo di Furore di Steinbeck sia una «climate novel» ante litteram e ci spiega con straordinaria efficacia l’importanza decisiva dell’azione collettiva. Oggi è più che mai indispensabile immaginare innanzitutto una collettività umana per poter combattere il cambiamento climatico (il manifesto, 196-05-2017, p. 10).

Amitav Ghosh, La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile, Neri Pozza, 2017.

 

 

 


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Salvatore Antonio Bravo – La filosofia è resistenza che magnifica i piani d’immanenza nell’incontro del presente con il passato aprendosi al futuro. Gli pseudofilosofi rendono omaggio, con la loro presenza acclamata, alla commedia mediatica della democrazia: criticano, ma non propongono nulla.

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L’opera di Gilles Deleuze – Felix Guattari, Che cos’è la filosofia?, ci invita ad una riflessione sul senso della filosofia e della pratica filosofica. La filosofia è sotto assedio, sembra arretrare, i suoi spazi divengono sempre più limitati e, in taluni casi, il posticcio cerca di occupare lo spazio da essa lasciato libero. Il ripiegamento dei filosofi nella dimensione normo-temperata degli ambienti accademici, l’assenza del logos filosofico nella politica, sta consentendo non solo l’omologazione, ma soprattutto la regressione sociale e, con essa, il riemergere di immagini del mondo in cui la tensione del logos è sostituita dalla dismisura della glebalizzazione–globalizzazione. La Filosofia vive dell’antitesi, la sua apertura diventa riposizionamento verso lo stato presente, è prassi trasformatrice mediante i concetti vissuti. Creare nuovi piani d’immanenza, di pensiero, significa ridisegnare la cartografia dei significati. La Filosofia diventa in tal modo prassi trasformatrice. Deleuze e Guattari denuncino il tentativo di sostituirla con modesti succedanei: sociologia, epistemologia, psicanalisi ecc. al fine di neutralizzarne la carica rivoluzionaria e critica. La si accoglie, la si spettacolarizza per anestetizzare il pensiero divergente: «Più recentemente la filosofia si è imbattuta in molti nuovi rivali. Furono prima le scienze dell’uomo, e in particolare la sociologia, a volerla rimpiazzare. Ma poiché la filosofia aveva trascurato sempre più la sua vocazione a creare concetti per rifugiarsi negli Universali, non si sapeva bene quale fosse la sua funzione» (G. Deleuze – F. Guattari, Che cos’è la filosofia?, Einaudi, Torino, 1996, introduzione p. XVIII) . Nega così la sua vocazione, ovvero: creare concetti, dialettizzarli, ripensare il presente. Ogni concetto ripensato e razionalizzato come l’araba fenice rinasce a nuova vita e diviene volano per nuove prospettive. La filosofia necessita del coraggio del pensiero: pensare significa ridisporsi in uno spazio altro, rompere con il conformismo omologante dei facili successi, accettare il rischio della solitudine come un’opportunità per capire. Creare concetti significa vivere il caos dionisiaco e gioioso della vita e delle sue infinite possibilità per operare in esso il taglio come lo definiscono i due filosofi, ovvero una concettualizzazione, un atto creativo con il quale ridefinire la contingenza e l’immagine del mondo: «Il piano d’immanenza prende in prestito dal caos le determinazioni con cui compone i suoi movimenti infiniti, i suoi tratti diagrammatici. Si può, si deve quindi supporre una molteplicità di piani, poiché nessuno di essi potrebbe da solo abbracciare tutto il caos senza ricadervi; oltretutto, ciascuno ritiene solo i movimenti che si lasciano piegare insieme» (ibidem, p. 40). I piani d’immanenza sono infiniti e stratificati, le possibilità del pensiero sono innumerevoli e nessun taglio potrà mai impedire nuove concettualizzazioni. La filosofia è libera, perché esplora sempre nuovi piani; le sue mani conoscono continuamente l’atto della liberazione dalle catene dell’ignoranza come lo schiavo nella caverna di Platone. Denuncia, con il solo suo esserci, ogni riduzionismo: oggi deve confrontarsi con il capitalismo assoluto, il quale nega la possibilità del pensiero, sostituito dalla sola libertà delle merci e dei corpi. Il sistema capitale, con la dismisura, ipostasi del liberismo, assolutizza solo un piano di immanenza: la mercificazione di tutto, la riduzione a quantità di ogni evento per poterlo controllare; ogni piano d’immanenza altro è marginalizzato, ridotto al silenzio. La filosofia, ciò malgrado, vive. L’epoca delle passioni tristi è l’epoca dell’asfissia della speranza, la pressione mediatica e politica nelle sue forme degenerate verso il ‘’si dice’’ ‘’si pensa’’, e dunque la chiacchiera, mostra la sua fragilità negli effetti depressivi che provoca e specialmente nell’incapacità dell’immanenza del pensiero unico a risolvere le sue innumerevoli contraddizioni.
È la corrente calda che E. Bloch paragonava al rosso caldo contrapposto al rosso freddo della corrente gelida, sterile e portatrice del pensiero verticale. La filosofia emancipa e, come tale, partecipa alla vita, la vivifica con la sua rivoluzione attiva: «Il concetto è il contorno, la configurazione, la costellazione di un evento a venire. I concetti in questo senso appartengono a pieno titolo alla filosofia, perché è essa che li crea e non smette di crearne. Il concetto è evidentemente conoscenza, ma conoscenza di sé: esso conosce il puro evento, che non si confonde con lo stato delle cose nelle quali si incarna. Quando la filosofia crea dei concetti, delle entità, il suo scopo è sempre di cogliere un evento dalle cose e degli esseri. Allestire il nuovo evento delle cose e degli esseri, dare loro sempre un nuovo evento: lo spazio, il tempo, la materia, il pensiero, il possibile come eventi…» (ibidem, pp. 22-23).
La sua processualità, mentre crea, fa riaffiorare il tempo della speranza senza identificarsi con il concetto. Essa, in quanto attività creatrice e critica, non si identifica con lo stato irrigidito delle cose, dei concetti del sistema, ma è sempre oltre, è attività vitale che ripensa il già stato per dargli nuovi significati.
Possiamo comprendere l’ostilità del sistema capitale verso una forma di conoscenza che dalla rinuncia alla verticalità, alla gerarchizzazione passiva, trae la dinamicità plastica per percorsi consapevolezza. La Filosofia, precisano gli autori non è l’arte di criticare i concetti; è molto di più, pone le condizioni per concettualizzazioni alternative, per nuovi piani di pensiero: «Criticare significa soltanto constatare che un concetto svanisce, perde alcune sue   componenti o ne acquisisce altre che lo trasformano nel momento in cui viene immerso in un nuovo concetto. Ma coloro che criticano senza creare, che si limitano a difendere ciò che è svanito senza potergli dare le forze per ritornare in vita, costoro sono la piaga della filosofia. Questi polemisti, questi comunicatori sono animati dal risentimento. Non parlano che di se stessi lasciando che si affrontino delle vuote generalità. La filosofia ha orrore delle discussioni, ha sempre altro da fare» (ibidem, p. 19).
I mezzi di comunicazione vorrebbero il requiem della filosofia, quando illustri accademici o pseudofilosofi rendono omaggio, con la loro presenza acclamata, alla commedia della democrazia: criticano, ma non propongono nulla, non trasformano la critica nella speranza che mobilita verso l’uscita della caverna. Sono la piaga della filosofia perché fortificano la retorica democratica con la benedizione della filosofia addomesticata, usata in funzione del potere e dunque ombra della sua autentica finalità.
La filosofia è uno scandalo perché aspira alla conoscenza, e fa della parola motivo d’incontro con sé e con chi è disposto alla ricerca. Il piano d’immanenza è luogo della comunità nel quale le tensioni sono l’apertura al pubblico, alla vita nelle sue dimensioni, che presuppongono l’identità dell’io, sottratto alla liquidità dei nostri tempi: perché nel pensiero si conosce, e dunque scolpisce la sua statua interiore, come affermava Plotino. La filosofia deterritorializza e riterritorializza i concetti, denuncia lo stato presente del capitalismo assoluto in cui i diritti individuali convivono con le violenze più inaudite. La filosofia con la concettualizzazione è la resistenza di cui si sente sempre più nostalgia: «Quantunque la filosofia si riterritorializzi sul concetto, non ne trova la condizione nella forma presente dello Stato democratico o in un cogito di comunicazione ancora più dubbio del cogito di riflessione. Non ci manca certo la comunicazione, anzi ne abbiamo troppa; ci manca la creazione. Ci manca la resistenza al presente. La creazione dei concetti fa appello di per sé a una forma futura, invoca una nuova terra e un popolo che non esiste ancora» (ibidem, p. 101).
La filosofia è resistenza che magnifica i piani d’immanenza nell’incontro del presente con il passato aprendosi al futuro. Deve tornare ad essere cerniera tra le moltitudini ed i movimenti che accolgono le urgenze del presente ma sono privi di un progetto politico alternativo al presente in modo da unire la comunità verso una nuova possibilità, verso un nuovo tempo in cui raccogliersi per pensare.

Salvatore Antonio Bravo

 

 


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Gabriella Putignano (a cura di) – Cantautorato & Filosofia. Un (In)Canto possibile. Contributi di: Stefano Daniele, Corrado De Benedittis, Gianluca Gatti, Federico Limongelli, Francesco Malizia, Raffaele Pellegrino, Giacomo Pisani, Gabriella Putignano.

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Editrice Petite Plaisance, 2017, p. 160, euro 12

Gabriella Putignano (a cura di)

Cantautorato & Filosofia.

Un (In)Canto possibile

Contributi di:
Stefano Daniele, Corrado De Benedittis, Gianluca Gatti, Federico Limongelli, Francesco Malizia, Raffaele Pellegrino, Giacomo Pisani, Gabriella Putignano.

[Vedi in basso i titoli]


Prefazione

«…la musica […] è un’arte che rivela…»1

Il seguente libro raccoglie gli atti di un ciclo di incontri, a cura della sottoscritta, in cui s’è cercato di far emergere un virtuoso circolo erme­neutico fra il cantautorato italiano, di vecchia e nuova generazione, e il mondo della filosofia.
L’idea era quella di mostrare quanto la musica d’autore, nella quale note sublimi si sposano con l’incanto di parole poetiche, fosse in grado di squarciare domande, veicolare idee, aprire arcobaleni di senso. Un pensiero di Rachel Bespaloff (1895-1949), filosofa-musicista del secolo scorso2, ci ha in particolare guidato su questa via, un pensiero secondo cui la musica può sì degradare in vacuo starnazzamento, in rumore stordente, ma nella sua autentica accezione essa è «arte che rivela»3. Vi sono, infatti, impressi nel suo “cuore” un pathos rivelatorio e una capacità formativa tali da richiamarci a noi stessi, da ricordarci chi siamo o chi vorremmo diventare.
Il thaumazein così provocato permette – a nostro giudizio – non solo di addentrarci dentro sentieri teoretici, ma di comprendere – ça va sans dire – anche l’importanza di filosofare con lo splendore di tutti i linguaggi4 e di non trincerarsi nell’autoreferenzialità di un sapere stantio.
Forti di queste premesse, abbiamo dato avvio al nostro progetto, radi­cato in primis su un’idea ‘omnicratica’5 del pensare, cioè su un bisogno di condivisione corale, simmetrico di riflessioni e di entusiasmi. In secondo luogo, si è pensato di suddividere l’intera iniziativa in due parti: nella prima l’attenzione è stata rivolta a cantautori più legati alla generazione degli anni Settanta; nella seconda a cantanti o a gruppi musicali, più o meno giovani6, del tempo presente.7 L’intenzione era di confutare, in tal modo, una vulgata corrente, che vuole la musica odierna solo e soltanto come qualcosa di insulso e di vuoto.8
Nella prima parte è senza dubbio emerso l’impegno etico della can­zone d’autore, nonché la sua critica corrosiva a taluni meccanismi sociali. Abbiamo dunque preso le mosse dalla Scuola di Bologna: da Guccini e dalla sua visione crepuscolare dell’esistenza, e da Lolli e dalla sua acuta denuncia contro la ‘sclerocardia’ contemporanea. Siam poi passati a con­frontarci con la discografia di De André e di Gaber: l’uno considerato alla luce della sua interpretazione della Buona Novella, l’altro quale cantore dell’odierna “civiltà delle macerie” e di una nuova, “eidetica”, coscienza.
Altrettanto densi i temi affrontati nella seconda parte, ove il punto di partenza è stato il ‘misticismo aperto’ dei Baustelle, la loro tensione morale congiunta ad uno sguardo disincanto sul mondo della vita; ab­biamo proseguito con i Bluvertigo e lo studio del nesso ʻpensare-direʼ e con Il Teatro degli Orrori, tra inquieta ricerca di senso e veemente accusa al lavoro alienato. L’intervento conclusivo ha suggellato il percorso fatto assieme, poiché – a partire dai testi di Federico Fiumani – si è trattato il problema del riconoscimento/riconoscenza.
I papers qui riportati costituiscono, pertanto, la fedele trasposizione dei contributi tenuti oralmente, ma nel contempo sono arricchiti da schede didattiche finali che evidenziano come siffatto lavoro possa benissimo concretizzarsi in classe, nella convinzione – già in precedenza delineata – dell’importanza di un filosofare plurale e di un insegnamento differente rispetto ad una piatta trasmissione di nozioni. Sono, così, da noi (per la maggior parte docenti liceali) offerti una serie di percorsi interdisciplinari da inserire o nella consueta programmazione curricolare o in ricerche di approfondimento.9
Ci sembra, comunque, di poter cogliere un essenziale fil rouge fra tutte le relazioni, un’esortazione comune, da Guccini a Fiumani, ad esprimere la propria unicità di persona e a far risplendere il coraggio della libertà. Ed è esattamente questo l’augurio che ci piace lasciare al nostro lettore: non perdere mai, nonostante i “grandi freddi” contemporanei, il brivido del rendersi inizio10, il fremito della possibilità quale sigillo dell’umano esistere.

Gabriella Putignano

**

1 R. Bespaloff, Su Heidegger, trad. it. di L. Sanò, Bollati Boringhieri, Torino 2010, p. 25. Corsivo nostro.

2 Rachel Bespaloff è stata una filosofa ebrea di origini ucraine, acuta studiosa di diversi pensatori, fra cui Heidegger, Šestov, Kierkegaard; diplomatasi, nel 1914, in pianoforte al Conservatorio di Ginevra, occuperà la cattedra di musica all’Opéra di Parigi. Nell’estate del 1941 – a causa del contestuale quadro internazionale – si trasferirà negli Usa, ove morirà suicida nel 1949.

3 Ibidem. Corsivo nostro. Vale la pena riportare l’intero passaggio, che peraltro evidenzia quanto la musica sia in stretta correlazione con la nostra vita affettiva: «La buona e la cattiva musica, indifferentemente, fanno entrambe appello alla nostra vita affettiva: ciò che importa è che la prima la utilizza «nel modo della conversione», mentre la seconda «nel modo della diversione». […] La musica è […] un’arte che rivela, oppure un rumore che stordisce.»

4 Altri logoi, oltre a quello musicale, sono l’artistico, il filmico/cinematografico, il poetico, etc.

5 Adoperiamo questa espressione nel senso dato da Aldo Capitini (1899-1968), cioè come ʻpotere di tuttiʼ, lotta contro un pensiero autoritario e catechetico, a favore di uno pro­manante “dal basso”.

6 Cantanti come Capovilla e Fiumani non possono anagraficamente essere considerati giovani, ma la loro musica appartiene senz’altro ad una generazione successiva a quella sessantottina, vicina a quella attuale.

7 Un limite è stato aver considerato cantanti di solo sesso maschile, ma cercheremo di rimediare con un altro ciclo di incontri.

8 Certamente oggigiorno assistiamo ad una decisa diffusione della musica di consumo, caratterizzata da ritornelli fatui e melensi. Si veda su questo M. Bonanno, La musica è finita. Quello che resta della canzone d’autore, Stampa Alternativa, Viterbo 2015. Tuttavia ciò che non condividiamo di siffatta impostazione è l’assolutizzazione compiuta, incapace così di considerare voci interessanti e degne d’ascolto. Per esempio sul piano italiano, oltre ai cantanti da noi analizzati nella seconda parte, si potrebbero annoverare fra gli/le artisti/e, più o meno giovani, meritevoli di attenzione: Niccolò Fabi, Brunori Sas, Ales­sio Lega, i Tiromancino, Pacifico, Elisa, Cristina Donà, Noemi, Samuele Bersani, Vinicio Capossela, i Virginiana Miller, Max Gazzè, Pippo Pollina, i Têtes de Bois, i Non voglio che Clara, etc.

9 Quasi tutti i percorsi didattici presentati sono rivolti ad una quinta classe, ma ciò non esclude affatto che si possa (e si debba) lavorare in questa maniera anche in una terza o in quarta classe. Nel prosieguo della lettura apparirà, inoltre, evidente un’ulteriore differenza fra la prima e la seconda parte: nella prima i collegamenti con la filosofia sono varie volte espliciti, diretti e posti dai cantautori stessi, nella seconda questo non sempre avviene espressamente. Nondimeno tale differenza non ha per noi un’importanza rile­vante, poiché la pretesa maggiore che ci proponevamo con le suddette schede didattiche era mostrare la possibilità di insegnare determinati temi filosofici prendendo spunto dal brano di una canzone.

10 Utilizziamo questa parola nel precipuo senso arendtiano.


I contributi

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francesco-guccini

Giacomo Pisani,

La verità come possibilità. Guccini e la narrazione dell’immanenza


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lolli

Gabriella Putignano,

Claudio Lolli: “vivere forte” contro “il grande freddo” della sclerocardia


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fabriziodeandre_1_1343928697

Gianluca Gatti,

Umana famiglia. La buona novella di Faber


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gaber5

Corrado De Benedittis,

Giorgio Gaber, cantautore di una nuova coscienza


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Unknown-2

Federico Limongelli,

Baustelle, i mistici dei nostri giorni?


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bluvertigo-foto

Stefano Daniele,

Nulla e Comprensione. Lo Zero dei Bluvertigo attraverso i Presocratici


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Il_teatro_degli_orrori_-_Sherwood_festival_-_Il_mondo_nuovo_tour

Raffaele Pellegrino,

Il Teatro degli Orrori sul palco del mondo contemporaneo: alterità, violenza, solitudine


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Federico Fiumani

Francesco Malizia,

Federico Fiumani, tra esperienza del noi e dinamica del riconoscimento

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  logo-wordIndice completo delle pagine pubblicate (ordine alfabetico per autore al 11-05-2017)


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Luca Grecchi – La metafisica umanistica è soprattutto importante nella nostra epoca, la più antiumanistica e filo-crematistica che sia mai esistita.

Grecchi Luca027

Due volumi

Intervista di Domenico Segna

a Luca Grecchi

su l’umanesimo nel medioevo e nel rinascimento

 

La ricerca che contraddistingue da anni l’attività filosofica di Luca Grecchi è quella di ri-trovare l’«umanesimo» sia nella filosofia greca sia in quel periodo che va dal IV al XV secolo. L’«umanesimo» è stato declinato in diversi modi: che cosa intende con questo termine?

Con il termine “umanesimo” intendo la cura dell’uomo rispettosa del cosmo: cura della propria e altrui umanità, e insieme rispetto attivo verso la natura e verso tutto ciò che di socialmente e tecnicamente buono l’uomo ha prodotto: il bene, per l’uomo, si compone di rispetto e cura verso ciò che si conforma alla natura umana e alla natura in genere, che consente la vita umana. Il termine “umanesimo”, come tutti i termini che hanno una lunga tradizione filosofica, si declina in diversi modi. Nei miei libri, ho parlato di umanesimo dell’antica filosofia cinese, indiana, islamica, greca (e in essa di umanesimo di Omero, dei presocratici, di Platone, di Aristotele, di Plotino): è evidente che ciascuno di questi umanesimi si declina in modo differente. Tuttavia, mentre nelle culture antiche, fino appunto al Medioevo, ho visto in essere in maniera prevalente la cura dell’uomo rispettosa del cosmo, nel Rinascimento si iniziano fortemente a vedere le caratteristiche antiumanistiche della modernità, ossia lo scarso rispetto sia per l’uomo sia per la natura, che assumeranno poi pienamente, nel modo di produzione capitalistico, il ruolo di merce, strumenti del profitto, che è il fine principale del sistema.

Nei due volumi lei ribalta un’interpretazione, da tempo consolidata, che vede il Medioevo come epoca di «oscurità dogmatica» a cui si contrappone lo «splendore umanistico» del Rinascimento: centrale in questo rovesciamento è la dimensione anticrematistica che, di fatto, fa da tessuto connettivo alla sua elaborazione filosofica.

La mia interpretazione, per alcuni aspetti, non è nuovissima, nel senso che i pensatori cristiani, da decenni, sostengono il grande valore teoretico e umanistico della Patristica e della Scolastica medievali, nelle loro varie forme; alcuni si sono perfino spinti – soprattutto nella prima metà del Novecento: da tempo gli storici della filosofia sono diventati tutti “specialisti”, dunque non giudicano più – alla critica radicale dell’individualismo filo-crematistico (amante, cioè, delle cose, in greco chremata, e, per estensione, delle merci, del denaro) rinascimentale. A differenza però dell’interpretazione cristiana, la mia rivalutazione del Medioevo non è basata sulla sua fedeltà alla Rivelazione; il fatto di aderire a un dogma, quale che esso sia – per quanto nobile come il messaggio cristiano –, è in effetti l’approccio meno filosofico che esista. Quale libertà di ricerca vi può essere in un pensiero in cui il risultato finale deve sempre essere compatibile col presupposto di partenza? Per questo motivo ho preferito parlare, per queste due epoche storiche, di cultura, e non di filosofia. Per il Medioevo però ribadisco che, in linea generale, si tratta di un umanesimo; per il Rinascimento invece, al di là della decaffeinata ripresa formale della Grecità classica (che era comunitarista ed anti-crematistica, temi su cui il Rinascimento fu assai poco sensibile), si può in diversi casi parlare addirittura di un antiumanesimo. Il senso della parola “umanesimo” presente nei titoli dei miei due volumi, dunque, rimane lo stesso, ma le due epoche sono, nella loro struttura sociale e culturale, molto differenti.

Nel saggio dedicato all’età medievale vengono, in particolar modo, presi in considerazione due filosofi: Sigieri di Brabante e Boezio di Dacia, entrambi considerati dello stesso livello di s. Tommaso d’Aquino. Perché questa rivalutazione?

 

Non è tanto una questione di livello. Di questi autori abbiamo rinvenuto pochissimo, mentre di san Tommaso abbiamo moltissimo, sicché in questo senso è difficile fare un confronto autentico. Tuttavia, rivaluto questi autori per due motivi: uno – diciamo così – “soggettivo”, e l’altro “oggettivo”. Il motivo soggettivo è che erano due aristotelici, in un’epoca in cui riprendendo certe tematiche fisiche e metafisiche di Aristotele, in università si correvano gravi rischi, non solo per l’incarico accademico, ma per la stessa vita. Le gerarchie ecclesiastiche, nel XIII secolo, hanno censurato e in vario modo oscurato questi e molti altri studiosi, e ciò – da aristotelico che insegna in università più o meno le loro stesse cose – me li rende molto vicini. Il motivo oggettivo è invece che, rispetto a Tommaso (filosofo che pure apprezzo, e che anche lui, post mortem, subì gli strali della censura ecclesiastica), ma soprattutto rispetto ad altri più mistici o dogmatici commentatori, mi pare che costoro abbiano fatto lo sforzo maggiore per fare davvero filosofia, svincolandosi teoreticamente, per quanto allora possibile, dalla Rivelazione. Il pensiero di Aristotele costituiva, in quell’epoca (e a mio avviso anche ora), il riferimento dialettico migliore per fare realmente filosofia.

Nel volume sul Rinascimento si evidenzia il dibattito storiografico fra chi, come Eugenio Garin, propugna una rottura tra le due età trattate, e chi all’opposto, come Kristeller, una continuità fra di esse. Qual è la sua visione?

 

Come accennavo, pur consapevole della sua massiccia ripresa della classicità, specie platonica, interpreto il Rinascimento soprattutto come la prima porta girevole verso la modernità capitalistica: il mecenatismo, l’estetismo, l’individualismo, la filo-crematistica (tutti contenuti che riprendo nel mio volume), mi conducono in questa direzione. Una direzione critica non molto di moda, perché ancor oggi la parola “Rinascimento” è associata a cose positive, e la parola “Medioevo” a cose negative.

Nella crisi attuale che sconvolge la civiltà occidentale come inserisce il suo ritorno alla metafisica, specificatamente a una metafisica umanistica in cui centrale è il recupero di Aristotele?

La metafisica, in quanto struttura sistematica della verità dell’essere, come tale non dovrebbe essere sensibile al tempo storico. In ogni caso la metafisica umanistica, ossia la proposta teoretica che sto da anni elaborando (sulla quale è appena uscito il mio Compendio di metafisica umanistica, pubblicato da Petite Plaisance), è a mio avviso soprattutto oggi importante perché nell’epoca più antiumanistica e filo-crematistica che sia mai esistita, un’epoca caratterizzata da un modo di produzione sociale che sta avvelenando e ponendo a rischio la stessa vita sul pianeta, essa si pone come una struttura teoretica umanistica e anti-crematistica: una filosofia, insomma, che ricerca con verità il bene, e che tenta di vederlo realizzato, sia sul piano individuale sia sul piano sociale.

Intervista a cura di Domenico Segna e pubblicata sulla rivista “Il Regno”, Anno LXII, n. 1256m 15 aprile 2017, p. 228.

 

Intervista di Domenico Segna

a Luca Grecchi

su l’umanesimo nel medioevo e nel rinascimento

 

Regno08


Compendio di metafisica umanistica

indicepresentazioneautoresintesi

«L’anima è, in certo modo, tutte le cose».
Aristotele, De anima, 431 b 21

Pubblico in questa sede il testo, lievemente modificato, della relazione da me tenuta, il giorno 1 dicembre 2016, all’Università degli studi di Macerata, all’interno del convegno intitolato Sistema, sistematico, asistematico. Chiarimenti per un concetto ambiguo, organizzato dai professori Arianna Fermani e Maurizio Migliori. Si tratta della sintesi di ciò che in questi anni ho definito più volte “metafisica umanistica”, struttura teoretica che costituisce l’oggetto di un libro che annunciai già nel 2003, ma che sono continuamente costretto a rimandare per il problema, ben noto a chi fa ricerca, che più si studia e più si comprende di essere ignoranti (ossia che mancano ancora – ad oggi: spero non per sempre – alcuni necessari elementi per poter costituire compiutamente il discorso). In ogni caso, poiché diversi amici mi hanno da tempo richiesto di esporre quanto meno una sintesi della metafisica umanistica, ossia di quella che ritengo essere la struttura sistematica meglio in grado di descrivere fondatamente la realtà sul piano onto-assiologico, ho colto l’occasione di questo convegno per effettuarne una esposizione, non sapendo ancora quanto tempo mi ci vorrà per concludere la sistematizzazione complessiva.

[…] Ritengo necessario affrontare il tema veritativo anche sul piano politico-sociale. Come può infatti la metafisica, il sapere dell’intero e del fondamento, trascurare quanto più caratterizza oggi l’intero (la crematistica impone ovunque le proprie modalità: non solo alla società, ma anche alla natura), e quanto più nega il fondamento (la natura razionale e morale dell’uomo)? Come detto, per essere coerente con il proprio carattere onto-assiologico, l’approccio veritativo della metafisica umanistica non può limitarsi a descrivere come le cose sono (sul piano sociale, descrivere il modo di produzione capitalistico), e nemmeno a valutare l’attuale stato di cose (valutarlo negativamente, come poc’anzi fatto). Deve fare di più, ossia deve dire come, almeno nelle sue linee generali, un modo di produzione sociale dovrebbe strutturarsi per essere conforme al fondamento onto-assiologico, ossia per realizzare le potenzialità razionali e morali presenti negli uomini, consentendo loro la felicità. Dato che la natura umana è determinata, ossia dotata di stabili caratteristiche costitutive (e non di qualsiasi caratteristica), è normale che essa possa realizzarsi solo in una totalità sociale determinata, ossia dotata di conformi caratteristiche (e non in qualsiasi totalità sociale): da qui la necessità anche teoretica della progettualità.

Luca Grecchi

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In copertina:
Paul Klee, Der Seiltänzer [Il funambolo], 1923.

Il funambolo di Klee cerca di trovare un nuovo equilibrio sospeso a mezz’aria su una corda tesa, nel suo essere uomo in uno spazio di-segnato in basso da strutture leggere, tra loro correlate in profondità, ma protese nella comune tensione verso l’alto. L’artista e il funambolo anelano ad un distacco smaterializzante, ma non perdono il contatto necessario e insieme vincolante con la realtà e con il mondo terreno, senza comunque soccombervi, e cercando invece di elevarsi alla compiuta umanità dell’esser uomo, proprio perché l’Uomo è l’unico ente in grado di pensare l’essere.


Due volumi

Novità Aprile 2016
Diogene Multimedia srl

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Umanesimo Cultura MedioevaleClicca qui sotto per aprire la scheda completa.

Luca Grecchi, L’umanesimo nella cultura medioevale (IV-XIII sec.)

Collana: DM Università
Formato: 17 x 24
Pagine: 220
Prezzo: 22,00
ISBN: 978-88-99126-72-8
Promozione: Bibliomanie
Distribuzione: PDE

In questa opera ò’autore studia analiticamente quelle forme della cultura medievale che possono essere chiamate “umanistiche”.
Lo stile chiaro e la ricchezza di informazioni, sempre presentate nella loro completezza, fa sì che il lettore possa seguire con chiarezza lo svolgersi dell’indagine proposta.
Sorrette da un apparato filologico rigoroso, le tesi esposte nel volume sono profondamente innovative per l’immagine che propongono della cultura medioevale.

INDICE

Introduzione

La crematistica nel Medioevo

L’anticrematistica nel Medioevo

La violenza nel Medioevo

Il concetto di Medioevo

I principali “luoghi comuni” sul Medioevo

Filosofia e sistematicità nel Medioevo

La Scolastica medievale

La condanna di Aristotele da parte della chiesa

Bonaventura da Bagnoregio

Sigieri di Brabante e Boezio di Dacia

L’umanesimo della cultura medievale

L’attualità del Medioevo.

Appendice. Il pensiero filosofico-politico di Dante Alighieri

Bibliografia

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Umanesimo Cultura RinascimentaleClicca qui sotto per aprire la scheda completa.

Luca Grecchi, L’umanesimo nella cultura rinascimentale (XIII-XV sec.)

Collana: DM Università
Formato: 17 x 24
Pagine: 140
Prezzo: 18,00
ISBN: 978-88-99126-73-5
Promozione: Bibliomanie
Distribuzione: PDE

Questo libro prosegue l’indagine dell’altro volume mantenendo i medesimi caratteri di rigore e di chiarezza. Oggetto dell’indagine sono gli aspetti umanistici della cultura rinascimentale, indagati dalla prospettiva della loro continuità con gli analoghi aspetti della cultura medievale. I due libri sono dunque strettamente legati da un unico filo conduttore.

INDICE

Introduzione

La crematistica rinascimentale

La filocrematistica

Elitarismo ed individualismo

Il “neoellenismo” della cultura rinascimentale

L’elogio della vita attiva

La concezione “polimorfa” dell’uomo

La ripresa formale della cultura classica

Continuità e discontinuità fra cultura medievale e rinascimentale

Il Rinascimento verso la modernità

La filosofia nel Rinascimento

Il concetto di Rinascimento

Bibliografia


Dello stesso autore nel Blog di Petite Plaisance:

Luca Grecchi – Quando il più non è meglio. Pochi insegnamenti, ma buoni: avere chiari i fondamenti, ovvero quei contenuti culturali cardinali che faranno dei nostri giovani degli uomini, in grado di avere rispetto e cura di se stessi e del mondo.

Luca Grecchi – A cosa non servono le “riforme” di stampo renziano e qual è la vera riforma da realizzare

Luca Grecchi – Cosa direbbe oggi Aristotele a un elettore (deluso) del PD

Luca Grecchi – Platone e il piacere: la felicità nell’era del consumismo

Luca Grecchi – Un mondo migliore è possibile. Ma per immaginarlo ci vuole filosofia

Luca Grecchi – «L’umanesimo nella cultura medioevale» (IV-XIII secolo) e «L’umanesimo nella cultura rinascimentale» (XIV-XV secolo), Diogene Multimedia.

Luca Grecchi – Il mito del “fare esperienza”: sulla alternanza scuola-lavoro.

Luca Grecchi – In filosofia parlate o scrivete, purché tocchiate l’anima.

Luca Grecchi – L’assoluto di Platone? Sostituito dal mercato e dalle sue leggi.

Luca Grecchi – L’Italia che corre di Renzi, ed il «Motore immobile» di Aristotele

Luca Grecchi – La natura politica della filosofia, tra verità e felicità

Luca Grecchi – Socrate in Tv. Quando il “sapere di non sapere” diventa un alibi per il disimpegno

Luca Grecchi – Scienza, religione (e filosofia) alle scuole elementari.

Luca Grecchi – La virtù è nell’esempio, non nelle parole. Chi ha contenuti filosofici importanti da trasmettere, che potrebbero favorire la realizzazione di buoni progetti comunitari, li rende credibili solo vivendo coerentemente in modo conforme a quei contenuti: ogni scissione tra il “detto” e il “vissuto” pregiudica l’affidabilità della comunicazione e non contribuisce in nulla alla persuasione.

Luca Grecchi – Aristotele: la rivoluzione è nel progetto. La «critica» rinvia alla «decisione» di delineare un progetto di modo di produzione alternativo. Se non conosciamo il fine da raggiungere, dove tiriamo la freccia, ossia dove orientiamo le nostre energie, come organizziamo i nostri strumenti?

Luca Grecchi – Sulla progettualità

Luca Grecchi – Perché la progettualità?

Luca GrecchiAristotele, la democrazia e la riforma costituzionale.

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Luca Grecchi

Luca Grecchi (1972), direttore della rivista di filosofia Koinè e della collana di studi filosofici Il giogo presso la casa editrice Petite Plaisance di Pistoia, insegna Storia della Filosofia presso la Università degli Studi di Milano Bicocca. Da alcuni anni sta strutturando un sistema onto-assiologico definito “metafisica umanistica”, che vorrebbe costituire una sintesi della struttura sistematica della verità dell’essere. Esso rappresenta, nella sua opera, la base teoretica di riferimento sia per la fondazione di una progettualità sociale anticrematistica, sia per la interpretazione dei principali pensieri filosofici. Grecchi è soprattutto autore di una ampia interpretazione umanistica dell’antico pensiero greco, nonché di alcuni studi monografici su filosofi moderni e contemporanei, e di libri tematici su importanti argomenti (la metafisica, la felicità, il bene, la morte, l’Occidente). Collabora con la rivista on line Diogene Magazine e con il quotidiano on line Sicilia Journal. Ha pubblicato libri-dialogo con alcuni fra i maggiori filosofi italiani, quali Enrico Berti, Umberto Galimberti, Costanzo Preve, Carmelo Vigna.

Libri di Luca Grecchi

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L’anima umana come fondamento della verità (2002) è il primo libro di Grecchi, che pone, in maniera stilizzata, il sistema metafisico umanistico su cui sono poi strutturati i suoi libri successivi. La tesi centrale di questo libro è appunto che l’anima umana, intesa come la natura razionale e morale dell’uomo, è il fondamento onto-assiologico della verità dell’essere. Questo sistema metafisico costituisce la base per una analisi critica della attuale totalità sociale, e per una progettualità comunitaria finalizzata alla realizzazione di un modo di produzione sociale conforme alle esigenze della natura umana. (Invito alla lettura: Scarica alcune pagine del libro)

Karl Marx nel sentiero della verità (2003) costituisce una interpretazione metafisico-umanistica del pensiero di Marx, che viene analizzato nei suoi nodi essenziali, spesso in aperta critica con la secolare tradizione marxista. Nato originariamente come elaborazione degli studi di economia politica dell’autore compiuti negli anni novanta del Novecento, il testo assume carattere filosofico-politico. Marx è analizzato come il pensatore moderno che, rifacendosi implicitamente al pensiero greco, realizza la migliore critica al modo di produzione capitalistico, pur non elaborando – per carenza di fondazione filosofica – un adeguato discorso progettuale.

Verità e dialettica. La dialettica di Hegel e la teoria di Marx costituisce in un certo senso una integrazione del precedente Karl Marx nel sentiero della verità. Il testo effettua una sintesi originale, appunto, sia della dialettica di Hegel che della teoria di Marx. Pur riconoscendo l’influenza del pensiero di Hegel nelle opere del Marx maturo, Grecchi propone la tesi che il pensiero di Marx, strutturatosi nei suoi punti cardinali prima del suo studio attento ed approfondito della Scienza della Logica, sia nella sua essenza non dialettico. Una versione sintetica di questo libro è stata pubblicata sulla rivista Il Protagora nel 2007.

La verità umana nel pensiero religioso di Sergio Quinzio (2004) con introduzione di Franco Toscani, è una sintesi monografica sul pensiero del grande teologo scomparso nel 1996. Il testo presenta al proprio interno una analisi del pensiero ebraico e cristiano, unita ad una rilettura poetica ed umanistica del testo biblico. Il tema centrale è quello della morte, e della speranza nella resurrezione su cui Quinzio ripetutamente riflette, e che vede continuamente delusa. Al di là dei riferimenti religiosi, la riflessione del teologo si presta ad una profonda considerazione sulla fragilità della vita umana.

Nel pensiero filosofico di Emanuele Severino (2005) con introduzione di Alberto Giovanni Biuso, è una sintesi monografica sul pensiero del grande filosofo italiano. Il testo presenta al proprio interno una analisi critica del nucleo essenziale della ontologia di Severino e delle sue analisi storico-filosofiche e politiche. Esiste uno scambio di lettere fra Severino e Grecchi in cui il filosofo bresciano mostra la sua netta contrarietà alla interpretazione ricevuta. Il testo, tuttavia, è segnalato nella Enciclopedia filosofica Bompiani come uno dei libri di riferimento per la interpretazione del pensiero severiniano.

Il necessario fondamento umanistico della metafisica (2005) è un breve saggio in cui, prendendo come riferimento la metafisica classica (ed in particolare le posizioni di Carmelo Vigna), l’autore critica la centralità dell’approccio logico-fenomenologico rispetto al tema della verità, ritenendo necessario anche l’approccio onto-assiologico. Per Grecchi infatti la verità consiste non solo nella descrizione corretta di come la realtà è, ma anche di come essa – la parte che può modificarsi – deve essere per conformarsi alla natura umana. Si tratta del primo confronto esplicito fra la proposta di Grecchi della metafisica umanistica e la metafisica classica di matrice aristotelico-tomista.

Filosofia e biografia (2005) è un libro-dialogo composto con uno dei maggiori filosofi italiani, Umberto Galimberti. Nel testo si ripercorre il pensiero galimbertiano nei suoi contenuti essenziali, ma si pone in essere anche una serrata analisi di molti temi filosofici, politici e sociali, in cui spesso emerge una sostanziale differenza di posizioni fra i due autori. Di particolare interesse le pagine dedicate al pensiero simbolico, all’analisi della società, ed alla interpretazione dell’opera di Emanuele Severino. Percorre il testo la tesi per cui la genesi di un pensiero filosofico deve necessariamente essere indagata, per giungere alla piena comprensione dell’opera di un autore.

Il pensiero filosofico di Umberto Galimberti (2005), con introduzione di Carmelo Vigna, è un testo monografico completo sul pensiero di questo importante filosofo contemporaneo. Si tratta di un testo in cui Grecchi, sintetizzando la complessa opera di questo autore, prende al contempo posizione non solo nei confronti della medesima, ma anche di filosofi quali Nietzsche, Heidegger, Jaspers, che nel pensiero di Galimberti costituiscono riferimento imprescindibili. Vigna, nella sua introduzione, ha definito il libro «una ricostruzione seria ed attendibile del pensiero del filosofo» in esame.

Conoscenza della felicità (2005), con introduzione di Mario Vegetti, è uno dei testi principali di Grecchi, in cui l’autore applica il proprio approccio classico umanistico alla società attuale, mostrando come essa si ponga in radicale opposizione alle possibilità di felicità. L’autore, seguendo la matrice onto-assiologica del pensiero greco, mostra che solo conoscendo che cosa è l’uomo risulta possibile conoscere cosa è la felicità. Scrive Vegetti, nel testo, che Grecchi è «pensatore a suo modo classico», per il suo «andar diritto verso il cuore dei problemi». Il libro è assunto come riferimento bibliografico, per il tema in oggetto, dalla Enciclopedia filosofica Bompiani. .

Marx e gli antichi Greci (2006) è un libro-dialogo composto con uno dei maggiori filosofi italiani, Costanzo Preve. Nel testo viene effettuata una analisi non tanto filologica, quanto ermeneutica e teoretica dei rapporti del pensiero di Marx col pensiero greco. I due autori, concordando su molti punti, colmano così in parte una lacuna della pubblicistica su questo tema, che risulta essere stato nel tempo assai poco indagato. Di particolare interesse l’analisi effettuata dai due autori di quale potrebbe essere, sulla base insieme del pensiero dei Greci e di Marx, il miglior modo di produzione sociale alternativo rispetto a quello attuale. (Invito alla lettura: Scarica alcune pagine del libro)

Vivere o morire. Dialogo sul senso dell’esistenza fra Platone e Nietzsche (2006), con introduzione di Enrico Berti, è un saggio composto ponendo in ideale dialogo Platone e Nietzsche su importanti temi filosofici, politico e morali: l’amore, la morte, la metafisica, la vita ed altro ancora. Scrive Berti, nella sua introduzione, che, come accadeva nel genere letterario antico dell’invenzione, Grecchi non nasconde lo scopo “politico” della sua opera, la quale «risulta essere innanzitutto un documento significativo di amore per la filosofia e di vitalità di quest’ultima, in un momento in cui l’epoca della filosofia sembrava conclusa».  

Il filosofo e la politica. I consigli di Platone, e dei classici Greci, per la vita politica (2006) è una ricostruzione del pensiero filosofico-politico di Platone effettuata in un continuo confronto con le vicende della attualità. In questo libro Grecchi pone esplicitamente Platone, in maniera insieme divulgativa ed originale, come proprio pensatore di riferimento. Il filosofo ateniese infatti, a suo avviso, pur scrivendo molti secoli or sono, rimane tuttora colui che ha offerto le migliori analisi, e le migliori soluzioni, per pensare una migliore totalità sociale, ossia un ambiente comunitario adatto alla buona vita dell’uomo.

La filosofia politica di Eschilo. Il pensiero “filosofico-politico” del più grande tragediografo greco (2007) costituisce una interpretazione, in chiave appunto filosofico-politica, dell’opera di Eschilo. Lo scopo principale di questo libro è quello di “togliere” Eschilo dallo specialismo degli studi poetico-letterari, per inserirlo – come si dovrebbe fare per tutti i tragici greci – nell’ambito del pensiero filosofico-politico. Nel testo viene presa in carico l’analisi precedentemente svolta da Emanuele Severino ne Il giogo (1988), ritenendone validi molti aspetti ma giungendo, alla fine, a conclusioni opposte circa il presunto “nichilismo” di Eschilo.

Il presente della filosofia italiana (2007) è un libro in cui vengono analizzati testi di alcuni fra i più importanti filosofi italiani contemporanei pubblicati dopo il 2000. Gli autori analizzati vengono ripartiti in quattro categorie: 1) pensatori “ermeneutici-simbolici” (Sini, Vattimo, Cacciari, Natoli); 2) pensatori “scientifici-razionalisti” (Tarca, Antiseri, Giorello); 3) pensatori “marxisti-radicali” (Preve, Losurdo); 4) pensatori “metafisici-teologici” (Reale). Il testo è arricchito da due appendici e da una ampia postfazione di Costanzo Preve. In questi testi Grecchi oppone criticamente, ai vari approcci, il proprio discorso metafisico-umanistico.

Corrispondenze di metafisica umanistica (2007) è una raccolta di testi in cui sono contenuti scambi epistolari, nonché risposte di Grecchi ad introduzioni e recensioni di suoi libri. Il testo rispecchia la tendenza dell’autore a prendere sempre seriamente in carico le altrui posizioni; secondo Grecchi, infatti, di fronte a critiche intelligenti, sono solo due gli atteggiamenti filosofici possibili: o fornire argomentate risposte, o prendere atto della correttezza delle critiche e rivedere le proprie posizioni. Il tema caratterizzante il testo è dunque la “lotta amichevole” per la emersione della verità.

L’umanesimo della antica filosofia greca (2007) è un libro in cui Grecchi effettua, in sintesi, la propria interpretazione complessiva della Grecità. Partendo da Omero, e giungendo fino al pensiero ellenistico, l’autore mostra come non la natura, né il divino, né l’essere furono i temi principali del pensiero greco, bensì l’uomo, soprattutto nella sua dimensione politico-sociale. L’uomo infatti assume centralità, in vario modo, in tutti i vari filoni culturali della Grecità, dal pensiero omerico a quello presocratico, dal teatro fino all’ellenismo.

L’umanesimo di Platone (2007) è un testo monografico sul pensiero di Platone, da Grecchi in quegli anni ritenuto come il più rappresentativo della Grecità. Ponendo in essere una analisi complessiva delle diverse interpretazioni finora effettuate del pensiero platonico, Grecchi applica al medesimo il proprio paradigma ermeneutico metafisico-umanistico, cogliendo in Platone la centralità del ruolo filosofico-politico dell’uomo, ed insieme la centralità della posizione anti-crematistica, all’interno di una considerazione progettuale e della totalità sociale.

L’umanesimo di Aristotele (2008) è un testo monografico sul pensiero di Aristotele, che sarà poi da Grecchi ripreso negli anni successivi come struttura teoretica di riferimento. Ponendo in essere una analisi complessiva delle diverse tematiche del pensiero aristotelico, Grecchi applica al medesimo il proprio paradigma ermeneutico metafisico-umanistico, cogliendo in Aristotele – così come in Platone, ma in forma differente – la centralità del ruolo filosofico-politico dell’uomo, ed insieme la centralità della posizione anti-crematistica, all’interno di una considerazione progettuale della totalità sociale.

Chi fu il primo filosofo? E dunque: cos’è la filosofia? (2008), con introduzione di Giovanni Casertano, è un libro suddiviso in due parti. Nella prima parte, prendendo come riferimento alcuni fra i principali manuali di storia della filosofia italiani, Grecchi mostra come essi spesso non definiscano l’oggetto del loro studio, ossia la filosofia, dichiarandola talvolta addirittura indefinibile. L’autore, invece, offre in questo libro la propria definizione di filosofia come caratterizzata da due contenuti imprescindibili: a) la centralità dell’uomo; b) la ricerca, il più possibile fondata ed argomentata, della verità dell’intero. Nella seconda parte l’autore esamina dieci possibilità alternative su “chi fu il primo filosofo”, giungendo a concludere che, pur all’interno del contesto comunitario della riflessione greca, il candidato più accreditato risulta essere Socrate.

Socrate. Discorso su Le Nuvole di Aristofane (2008) è una ricostruzione di fantasia, pubblicata nella collana Autentici falsi d’autore dell’editore Guida, di un discorso che avrebbe potuto essere tenuto da Socrate ad Atene l’indomani della rappresentazione della famosa commedia di Aristofane. Si tratta, come è nello stile della collana, di una ricostruzione al contempo verosimile e spiritosa, in cui Grecchi coglie l’occasione per offrire la propria interpretazione, insieme umanistica ed anticrematistica, del pensiero socratico. Tale interpretazione risulta convergente con quelle offerte, nella medesima collana, da Mario Vegetti su Platone e da Enrico Berti su Aristotele.

Occidente: radici, essenza, futuro (2009), con introduzione di Diego Fusaro, è un testo in cui l’autore analizza il concetto di Occidente e le sue tradizioni culturali costitutive, sempre in base al proprio sistema metafisico-umanistico. Analizzando le radici greche, ebraiche, cristiane, romane e moderne, ma soprattutto l’attuale contesto storico-sociale, Grecchi coglie nella prevaricazione derivante dalla smodata ricerca crematistica l’essenza dell’Occidente, ed individua per lo stesso un futuro cupo. Il testo è arricchito dal dialogo con Fusaro, alla cui introduzione Grecchi risponde in una appendice finale.

Il filosofo e la vita. I consigli di Platone, e dei classici Greci, per la buona vita (2009), è una raccolta di brevi saggi in cui l’autore, prendendo spunto da alcuni passi del pensiero platonico, e più in generale del pensiero greco classico, affronta sinteticamente alcune tematiche centrali per la vita umana (l’amore, la famiglia, la filosofia, la storia, le leggi, la democrazia, l’educazione, l’università, la mafia, la libertà, ecc.), col consueto approccio attualizzante, ovvero facendo interagire – nel rispetto del contesto storico-sociale dell’epoca in cui tale pensiero nacque – il pensiero platonico col nostro tempo. Il libro è arricchito da un lungo saggio finale di Costanzo Preve, intitolato “Luca Grecchi interprete dei filosofi classici Greci” (con risposta), in cui il filosofo torinese sintetizza le posizioni dell’autore.

L’umanesimo della antica filosofia cinese (2009) costituisce il primo volume di una trilogia sull’umanesimo dell’antico pensiero orientale (l’unica nel nostro paese effettuata da un solo autore). Il libro parte dalla constatazione che l’Oriente risulta essere pressoché assente dalle principali storie della filosofia occidentali. Tuttavia, in base alla definizione di filosofia fornita dall’autore, l’antico pensiero cinese risulta possedere, nei contenuti e talvolta anche nei metodi, caratteristiche tali da non poter essere considerato pregiudizialmente assente dal quadro filosofico. Non si tratta, comunque, di un manuale di storia della filosofia cinese, ma di una interpretazione umanistica dei principali contenuti costitutivi dell’antico pensiero cinese.

L’umanesimo della antica filosofia indiana (2009) costituisce il secondo volume di una trilogia sull’umanesimo dell’antico pensiero orientale. Il libro parte dalla constatazione che l’Oriente risulta essere pressoché assente dalle principali storie della filosofia occidentali. Tuttavia, in base alla definizione di filosofia fornita dall’autore, l’antico pensiero indiano risulta possedere, nei contenuti e talvolta anche nei metodi, caratteristiche tali da non poter essere considerato pregiudizialmente assente dal quadro filosofico. Non si tratta, comunque, di un manuale di storia della filosofia indiana, ma di una interpretazione umanistica dei principali contenuti costitutivi dell’antico pensiero indiano.

L’umanesimo della antica filosofia islamica (2009) costituisce il terzo volume di una trilogia sull’umanesimo dell’antico pensiero orientale. Il libro parte dalla constatazione che l’Oriente risulta essere pressoché assente dalle principali storie della filosofia occidentali. Tuttavia, in base alla definizione di filosofia fornita dall’autore, l’antico pensiero islamico risulta possedere, nei contenuti e talvolta anche nei metodi, caratteristiche tali da non poter essere considerato pregiudizialmente assente dal quadro filosofico. Non si tratta, comunque, di un manuale di storia della filosofia islamica, ma di una interpretazione umanistica dei principali contenuti costitutivi dell’antico pensiero islamico.

A partire dai filosofi antichi (2010), con introduzione di Carmelo Vigna, è un libro-dialogo composto con uno dei maggiori filosofi italiani, Enrico Berti. In questo testo viene ripercorsa l’intera storia della filosofia, apportando interpretazioni originali non soltanto – anche se soprattutto – dei principali filosofi antichi, ma anche di quelli moderni e contemporanei. Non mancano inoltre considerazioni su temi di attualità, nonché su temi di interesse generale, quali l’educazione, la scuola e la politica. Scrive Vigna, nella introduzione, che «questo testo è tra le cose più interessanti che si possano leggere oggi nel panorama della filosofia italiana».

L’umanesimo di Plotino (2010) è un libro in cui l’autore colma una distanza temporale fra il periodo classico ed il periodo ellenistico della Roma imperiale. Il testo si divide in due parti. Nella prima, in ossequio alla tesi per cui ogni pensiero filosofico deve essere inserito all’interno del proprio contesto storico-sociale (anche in quanto è all’interno del medesimo che esso spesso “deduce” le proprie categorie), l’autore realizza una analisi del modo di produzione sociale greco e di quello romano, per tracciare alcune differenze importanti fra l’epoca classica e l’epoca ellenistica. Nella seconda parte, che è la più ampia, è invece analizzato, in base alle dieci tematiche ritenute centrali, il pensiero di Plotino.

Perché non possiamo non dirci Greci (2010) è un libro in cui l’autore sintetizza, in termini divulgativi, le proprie posizioni generali sui Greci. Il testo prende spunto dalla rilettura, in controluce, del classico di Benedetto Croce intitolato Perché non possiamo non dirci cristiani, per mostrare non solo come le radici greche siano almeno altrettanto importanti di quelle cristiane per la cultura europea, ma soprattutto che una loro ripresa sarebbe fortemente auspicabile. Il testo è completato da una ampia appendice inedita che costituisce una analisi critica del pensiero ellenistico (in rapporto a quello classico) incentrata sulle opere di Epicuro e di Luciano di Samosata.

La filosofia della storia nella Grecia classica (2010) è il testo ermeneutico forse più originale di Grecchi. Alla cultura greca si attribuisce infatti, solitamente, la nascita dei tronchi di pressoché tutte le discipline filosofiche e scientifiche tuttora studiate nella modernità (con varie ramificazioni). Tradizionalmente, tuttavia, la filosofia della storia è ritenuta essere disciplina moderna, senza precedenti antichi. Analizzando l’opera di storici, letterati e filosofi dell’epoca preclassica e classica, l’autore mostra invece le radici antiche anche di questo campo di studi, contribuendo ad un chiarimento teoretico della disciplina stessa.

Sulla verità e sul bene (2011), con introduzione di Enrico Berti e postfazione di Costanzo Preve, è un libro-dialogo con uno dei maggiori filosofi italiani, Carmelo Vigna. In questo testo viene ripercorsa l’intera storia della filosofia, insieme agli importanti temi teoretici ed etici che danno il titolo al volume. Scrive Berti, nella introduzione, che si tratta di «una serie di discussioni oltremodo interessanti tra due filosofi che sono divisi da due diverse, anzi opposte, concezioni della metafisica, ma sono accomunati dalla considerazione per la filosofia classica e soprattutto da un grande amore per la filosofia in sé stessa».

Gli stranieri nella Grecia classica (2011) è un libro in cui l’autore, prendendo distanza dalle interpretazioni tradizionali che caratterizzano gli antichi Greci come vicini alla xenofobia, mostra che, sin dall’epoca omerica, essi furono invece aperti all’ospitalità verso gli stranieri. Preceduto da una analisi anti-ideologica delle categorie di “razza”, “etnia”, “multiculturalismo” ed altre, Grecchi rimarca come sia stato centrale, nel pensiero greco classico, il concetto di “natura umana”, il quale possiede basi teoretiche salde ed una costante presenza nella riflessione greca, che l’autore appunto caratterizza come “umanistica”.

Diritto e proprietà nella Grecia classica (2011) è un libro in cui l’autore prende in carico i temi poco indagati del diritto e della proprietà nella antica Grecia. Si tratta di temi molto importanti per comprendere il contesto storico-sociale in cui nacque la cultura greca, e che pertanto non possono essere ignorati da chi studia la filosofia di questo periodo. Il testo sviluppa inoltre un confronto con il diritto romano – che si rivela assai meno comunitario di quello greco – e con il nostro tempo, per mostrare come la cultura greca possieda, anche sul piano giuridico, contenuti che sarebbero tuttora importanti da applicare.

L’umanesimo di Omero (2012) è un libro in cui l’autore effettua una analisi teoretica ed etica del pensiero omerico, inserendo l’antico poeta nel novero del pensiero filosofico, rompendo il tradizionale isolamento nel campo letterario che da secoli caratterizza questo autore. Grecchi insiste in particolare sul carattere di educazione filosofica dei poemi omerici, mostrando come essi abbozzino temi ontologici e soprattutto assiologici poi elaborati dalla intera riflessione classica. Il testo si distingue per il continuo aggancio dei miti omerici alla contemporaneità.

L’umanesimo politico dei “Presocratici” (2012) è un libro in cui l’autore, centralizzando il carattere politico-sociale del loro pensiero, prende distanza dalle interpretazioni tradizionali che caratterizzano questi pensatori come “naturalisti”, e che li separano sia dalla poesia e dal teatro precedenti, sia dalla filosofia e dalla scienza successive. L’autore, facendo riferimento agli studi di Mondolfo, Capizzi, Bontempelli e soprattutto Preve, mostra il nesso di continuità del pensiero presocratico con l’intero pensiero greco classico. Risultano centrali, in questa trattazione, le figure di Solone e Clistene, oltre a quelle più consuete di Eraclito, Parmenide e Pitagora.

Il presente della filosofia nel mondo (2012), con postfazione di Giacomo Pezzano, è un libro in cui vengono analizzati testi di alcuni fra i maggiori filosofi contemporanei non italiani (fra gli altri Bauman, Habermas, Hobsbawm, Latouche, Nussbaum, Onfray, Zizek). Nella introduzione si rileva, come caratteristica principale della filosofia del nostro tempo, la presenza in solidarietà antitetico-polare di una corrente scientifico-razionalistica ed, al contempo, di una corrente aurorale-simbolica. Esse occupano il centro della scena escludendo dal “campo di gioco” la filosofia onto-assiologica di matrice classica, presente oramai solo in un numero limitato di studiosi.

Il pensiero filosofico di Enrico Berti (2013), con presentazione di Carmelo Vigna e postfazione di Enrico Berti, è un testo monografico introduttivo sul pensiero di questo importante filosofo contemporaneo, uno dei maggiori studiosi mondiali del pensiero di Aristotele. Rapportandosi a tematiche quali l’interpretazione degli antichi, la storia della filosofia, l’educazione, l’etica, la politica, la metafisica, la religione, Grecchi non si limita a descrivere il pensiero dell’autore considerato ma, come è nel suo approccio, valuta; in maniera solitamente concorde, eppure talvolta anche critica, in particolare nella opposizione fra metafisica classica e metafisica umanistica.

Il necessario fondamento umanistico del “comunismo” (2013) è un libro scritto a quattro mani con Carmine Fiorillo, in cui gli autori mostrano come la diffusa critica (marxista e non) al modo di produzione capitalistico, priva di una fondata progettualità, risulti sterile ed inefficace. Assumendo come base principalmente il pensiero greco classico (ma anche le componenti umanistiche di altri orizzonti culturali), gli autori mostrano che solo mediante una solida fondazione filosofica è possibile favorire la progettualità di un ideale modo di produzione sociale in cui vivere, che gli autori appunto definiscono – ma differenziandosi fortemente dalla tradizione marxista – “comunismo”.

Perché, nelle aule universitarie di filosofia, non si fa (quasi) più filosofia (2013) è un pamphlet in cui si mostra che le attuali modalità accademiche di insegnamento della filosofia, incentrate sullo specialismo, non ripropongono più il modello greco classico della filosofia come ricerca fondata ed argomentata della verità onto-assiologica dell’intero, che Grecchi assume invece ancora come centrale. L’autore mostra come la causa principale di questa situazione sia attribuibile ai processi socio-culturali del modo di produzione capitalistico.

La musa metafisica. Lettere su filosofia e università (2013), con Giovanni Stelli, costituisce uno scambio epistolare nato dal commento di Stelli al pamphlet Perché, nelle aule universitarie di filosofia, non si fa (quasi) più filosofia. A partire da questo tema lo scambio ha assunto una rilevanza ed una ampiezza tale, estendendosi a contenuti storici, culturali e politici, da renderne di qualche utilità la pubblicazione. In esso Grecchi anticipa alcuni temi portanti del suo testo che sarà intitolato Metafisica umanistica. La struttura sistematica della verità dell’essere, cui sta lavorando dal 2003.

Discorsi di filosofia antica (2014) è un libro che raccoglie i testi del corso di lezioni sull’uomo nella cultura greca, da Omero all’ellenismo, tenuto dall’autore alla università degli studi di Milano Bicocca nel 2013. Esso accoglie inoltre i testi di alcune conferenze sul pensiero antico svolte dall’autore nel 2013 e 2014, ed in particolare, in appendice, un saggio inedito sulla alienazione nella antica Grecia. Quest’ultimo è un tema poco indagato in quanto mancano, alla mentalità filologica – poco teoretica – tipica del mondo accademico di oggi, i necessari riferimenti testuali (i Greci non avevano nemmeno la parola “alienazione”); questo saggio tuttavia può aprire un filone di ricerca su una tematica tuttora inesplorata.

Omero tra padre e figlia (2014) è un libro-dialogo con Benedetta Grecchi, figlia di 6 anni dell’autore, sulle vicende di Odisseo narrate appunto nella Odissea di Omero. Il testo costituisce – come recita il sottotitolo – una “piccola introduzione alla filosofia”, passando attraverso i contenuti educativi dell’opera omerica già delineati dall’autore nel libro L’umanesimo di Omero. Questo dialogo tra padre e figlia mostra come la filosofia possa passare anche ai bambini evitando, da un lato, di essere ridotta a “gioco logico”, e dal lato opposto di essere presentata come “chiacchiera inconcludente”.

Discorsi sul bene (2015) è un libro che raccoglie i testi del corso di lezioni sul Bene tenuto dall’autore alla università degli studi di Milano Bicocca nel 2014. In appendice sono aggiunte una intervista filosofica e due relazioni su temi etico-politici. Il testo si rivela importante in quanto, all’interno di un approccio aristotelico – in cui in sostanza il Bene è il fine verso cui ogni ente, per natura, tende –, Grecchi indica nel rispetto e nella cura dell’uomo (e del cosmo: gli elementi portanti del suo Umanesimo) i contenuti fondamentali del Bene.

Discorsi sulla morte (2015) è un libro che raccoglie i testi del corso di lezioni tenuto dall’autore alla università degli studi di Milano Bicocca nel 2015. L’autore, delineando le principali concezioni della morte presenti nella storia della filosofia, con particolare riferimento agli antichi Greci ed a Giacomo Leopardi, mostra come la rimozione di questo tema costituisca una delle principali concause di alcune psicopatologie del nostro tempo.

L’umanesimo della cultura medievale (2016) è un libro che raccoglie i contenuti umanistici del pensiero medievale. Rispetto alle interpretazioni tradizionali, ancora caratterizzate da una descrizione del Medioevo come età oscura, questo testo mostra il carattere umanistico in particolare della Scolastica aristotelica. Rispetto ai consueti autori di riferimento, ossia Agostino e Tommaso, particolare importanza è attribuita in questo volume a due autori del XIII secolo, Sigieri di Brabante e Boezio di Dacia (solitamente poco considerati), nonché alle ripetute condanne ecclesiastico-accademiche dell’aristotelismo che ebbero il loro punto culminante nel 1277.

L’umanesimo della cultura rinascimentale (2016) è un libro che critica la tradizionale interpretazione umanistica del pensiero rinascimentale del XIV e XV secolo. Rispetto, infatti, alla vulgata comune, che ritiene centrale in questo periodo la riscoperta filologica ed ermeneutica dei testi di Platone e di altri autori antichi, Grecchi reputa centrale la filocrematistica, e dunque la rottura – operata da modalità sociali sempre più privatistiche e mercificate, cui la cultura dell’epoca si adeguò – del legame sociale comunitario proprio dell’epoca medievale. Il Rinascimento costituì dunque, a suo avviso, la prima apertura culturale verso la modernità capitalistica.

In preparazione:

Umanesimo ed antiumanesimo nella filosofia moderna (e contemporanea);

L’umanesimo greco-classico di Spinoza;

Il sistema filosofico di Aristotele;

Metafisica umanistica. La struttura sistematica della verità dell’essere.

 

 

 

 


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Simone Weil (1909-1943) – La nozione di valore è al centro della filosofia.

Simone Weil 019
Premiers écrits philosophiques

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«La nozione di valore è al centro della filosofia.
Ogni riflessione che verta sulla nozione di valore, su una gerarchia di valori, è filosofica; ogni sforzo di pensiero attinente a un oggetto altro dal valore è, se lo si esamina da presso, estraneo alla filosofia».

Simone Weil, Oeuvres, Edition établie sous la direction de Florence de Lussy, Quarto, Gallimard, Paris, 1999, p. 121.


Simone Weil (1909-1943) – Silenzi che educano l’intelligenza
Simone Weil, «Oppressione e libertà», Orthotes Editrice, 2015
Simone Weill (1909-1943) – Trovare uomini che amino la verità
Simone Weil (1909-1943) – Il desiderio di luce produce luce: un tesoro che nulla al mondo ci può sottrarre.
Simone Weil (1909-1943) – Un regime inumano, lungi dal forgiare esseri capaci di edificare una società umana, modella a sua immagine tutti coloro che gli sono sottomessi.
Simone Weil (1909-1943) – Dove il pensiero non ha posto, non ne hanno né la giustizia né la prudenza. Le nostre idee di limite, di misura, di equilibrio, che dovrebbero determinare la condotta di vita, ormai hanno solo un impiego servile nella tecnica. Noi siamo geometri soltanto davanti alla materia. I Greci furono geometri innanzitutto nell’apprendimento della virtù.
Simone Weil (1909-1943) – L’amicizia non ammette di essere disgiunta dalla realtà, non più che il bello. È puro quel che è sottratto alla forza.

 


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