Petite Plaisance Blog

Proponiamo un 25 Aprile  2023 di riflessione rammemorante con la lettura di alcune «Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana». Vogliamo farne memoria con queste loro “gocce di sole”. Memoria non è soltanto il riportare all’essere ciò che il tempo rende evanescente, ma è anche prefigurazione del futuro. L’esistenza concreta e temporale delle donne e degli uomini della resistenza non c’è più, ma rinasce come significato d’essere nella nostra memoria (nella lettura di queste lettere, veri ponti edidetici).

 

 

Proponiamo un 25 Aprile  2023

di riflessione rammemorante con la lettura di alcune

 

«Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana»

 

Sono passati ottant’anni da quando organizzarono le prime formazioni sulle montagne e nelle città occupate. Proponiamo qui una raccolta di frammenti dalle lettere (tratte dal libro: Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, Einaudi, Torino 1994) che scrissero ai loro familiari prima di essere fucilati o impiccati e lo facciamo per due ragioni. La prima è che le loro parole urtano con forza contro la superficie opaca e rassegnata e nichilista del presente, parlandoci di senso del dovere e dell’onore, di fierezza e di coraggio, di dignità e di umiltà, di passione per la libertà e per l’Italia e di speranza per il futuro. La seconda è che uno di loro, un ragazzo di 23 anni, aveva chiesto alla madre di dire allo zio di scrivere qualche cosa della sua vita, in tempi migliori. Non sappiamo se lo zio esaudì poi quell’ultimo desiderio di Alessandro Teagno, ma di sicuro sappiamo che la sua vita, la loro vita rispondeva ad un principio profondamente etico, ad un principio superiore per tenere fede al quale furono pronti a sacrificarla. Sappiamo che amarono tanto la vita da decidere di rinunciare ad essa perché potesse scorrere più libera, più limpida, più degna. Vogliamo farne memoria con queste loro “gocce di sole”.

Memoria non è soltanto il riportare all’essere ciò che il tempo rende evanescente, ma è anche prefigurazione del futuro. Quanto più individui e popoli disperdono le loro memorie, tanto più il loro futuro è indeterminatezza, vuoto, puro e semplice invecchiamento. E quanto più essi rinunciano alla speranza di realizzare i valori dell’essere, impoverendo il loro futuro nell’indeterminata ripetizione del presente, tanto più sono incapaci di custodire il loro e l’altrui passato rammemorato, e perdono memoria storica. La rammemorazione non è certamente la risurrezione. Ma si può anche dire che, tramite la memoria, il passato risorge avendo chiaro che a risorgere non è la peculiare esistenza che il tempo ha, ma il suo significato.

L’esistenza concreta e temporale delle donne e degli uomini della resistenza non c’è più, ma rinasce come significato d’essere nella nostra memoria (nella lettura di queste lettere). Ciò a cui la nostra memoria è fedele, ciò che trattiene nel nostro essere, è la trama di significati di ciò che loro sono stati e di ciò che loro hanno fatto e scritto, e le immagini in cui si articola la loro memoria valgono non in quanto immagini, ma in quanto sostegni della trama di significati di cui si sostanzia.

Certo, il passato meramente temporale di queste donne e di questi uomini è dato da fatti che non sono più, ma il loro passato rammemorato è costituito dalla traccia di significato di quei fatti che continua ad essere, conservato come spirito. Il passato rammemorato è dotato di una propria identità, la storia costitutiva della sua identità: e illumina, come tale, il paesaggio del nostro presente, indicando una possibile strada per liberarsi dalla “gabbia d’acciaio” del “puro presente” e per combattere il nichilismo moderno (sfociato nel mito della autointellegibilità dell’esperienza in quanto esperienza soltanto presente). Il puro presente, in realtà, è lo zero dell’intellegibilità, perché il presente, soltanto allargando la sua presenza a quella di un passato restituitogli da una storia (della loro e nella nostra storia), può rendersi comprensibile a se stesso.

Impariamo dunque che il senso profondo della cultura e della storia, della nostra storia, è da ricercare nella dialettica per cui il presente si comprende attraverso il nostro e l’altrui passato, e comprende il passato attraverso il proprio presente. Sempre, quindi, occorre la compresenza di «passato» e «presente», ovvero la presenza del passato mediante la memoria che vince il tempo, e, vincendolo, costituisce la soggettività della persona manifestandola creativamente in una identità.

La storia è soprattutto trama di significati universali; e per ogni essere umano è trama di significati di quel che la persona è stata, le scelte che ha compiuto, le azioni che ha messo in atto per concretizzare la propria progettualità sociale e il proprio cammino di conoscenza, come pure le azioni che non ha messo in atto per preservare la propria identità in questo cammino. La storia di chi ha cercato di vivere con profondità di senso e di valori ogni esperienza di comunicazione è costituita dalla traccia di significato di quei fatti che continuano ad essere in lui vitali, e preservati in spirito, ad illuminare il nostro presente nella progettazione di ponti verso il futuro. Noi siamo storia e siamo la nostra storia nella storia.

Le tracce di significato sono ponti, sono ciò che unisce “quel che è stato” a “quel che sarà”, perché i ponti, ancor prima di essere strutture materiali, sono strutture di pensiero che pongono in comunicazione, descrivendo la particolare funzione di uno stato relazionale. Attraverso questi ponti eidetici noi consentiamo, e ci consentiamo, un passaggio, un attraversamento, da un luogo ad un altro, dal passato al presente, dall’oggi al futuro. L’antropologia capitalistica ci riserva soltanto distopia: offre “in dono” il “presente assoluto” come una pianura senza fine, con un paesaggio assolutamente piatto, che non necessita della presenza di ponti. Per il capitalismo mondializzato l’idea stessa di ponte è un “non senso”, ma anche un pericolo, in quanto i costruttori di ponti testimoniano un grado di differenziazione dall’onnivora omologazione e di consapevolezza del­le possibili condizioni per il movimento, per l’attraversamento, per il cambiamento, per il dialogo, ed anche per il conflitto. Impariamo dunque che il senso profondo della cultura e della storia, lo dobbiamo ritrovare progettando quei ponti su cui si sedimentano tracce di significato. Ponti che ci portino ad amare e generare il bene e il bello, promuovendoli nella relazione con tutti coloro che incontriamo nell’attraversamento della quotidianità, generando ciò che davvero vale e che ci sopravvive.

Tracce di significato, perché traccia è: “segno” lasciato sul terreno della storia; “vestigio” che permette di riconoscere, ricordare, rammemorare; “testimonianza” di pienezza di valore vissuta, di progettualità impegnata comunitariamente; “orma” che rinvia al “cammino” dell’uomo nella realizzazione della propria compiuta umanità; “indizio” di eventi passati che il tempo ha reso evanescenti, ma che sono possibile porta per la prefigurazione di un futuro; “cifra” di virtualità che cercano la vita nel presente; “segnacolo” di accadimenti futuri; “impronta” della possibile dialettica di comprensibilità tra passato e presente; “abbozzo” che serva da guida; “filo conduttore” di un discorso di rilevanza umanistica; “schizzo” di un progetto di ricerca sul bene e sul bello; “metafora” della fiducia critica nella memoria storica dell’uomo.

 

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La parola è, nell’ambito dell’attività cosciente, quello che […] è assolutamente impossibile per uno solo
ed è possibile per due. Essa è l’espressione più pura della storicità essenziale della coscienza umana.

La coscienza si riflette nella parola come il sole in una piccola goccia d’acqua.
La parola sta alla coscienza come un piccolo mondo a uno grande […].
Essa è il microcosmo della coscienza umana.

L. S.. Vygotsky, Pensiero e linguaggio.

 

 

C’è ancora bisogno di queste “gocce di sole” per fugare le ombre della “città degli spettri”, che sovente incombono e contrastano – nel loro addensarsi in grumi di indifferenza individualistica – il desiderabile vissuto di una “comunità solidale” e l’effettualità di una libera individualità sociale.

Gli autori ci hanno indicato una possibile strada per liberarsi dalla “gabbia d’acciaio” del “puro presente” e per combattere il nichilismo moderno (sfociato nel mito della auto-intellegibilità dell’esperienza in quanto esperienza soltanto presente).

 

 

 

 

Antonio Fossati, Corpo Volontari Libertà.

Carissima Anna,

nel tuo cuore non deve esserci dolore ma l’orgoglio di un Patriota e anche ti prego di tenere per ricordo il mio nastrino tricolore che lo portai sempre sul cuore per dimostrarmi un vero Patriota. […] Mi trovo nelle mani dei Carnefici se mi vedessi Anna non mi riconosceresti più per lo stato che son ridotto molto magro grigio sembro tuo nonno tutto ciò non basta il peggio sarà domani sera senza un soccorso da te e dai miei genitori senza veder più nessuno quale dolore sarà per la mia mamma.

***

Renzo, Corpo Volontari Libertà.

Carissimi amici e parenti tutti,

muoio da eroe e non da vile, muoio per la mia cara Italia che ho sempre adorato, muoio e nel più estremo dei miei momenti di vita terrena grido vendetta per il mio sangue sparso così innocentemente.

***

Albino Albico, anni 24, operaio, 113a Brigata Garibaldi Baggio (Milano).

Carissimi mamma, papà, fratello sorella e compagni tutti

mi trovo senz’altro a breve distanza dall’esecuzione: mi sento però calmo e muoio sereno e con l’animo tranquillo. Contento di morire per la nostra causa: il comunismo e la nostra cara e bella Italia.

***

Raffaele Andreoni (Tarzan), anni 20, meccanico, Brigata Garibaldi 22 bis Vallombrosa (Firenze).

Cari miei,

lascio ora la mia vita così giovane solo per una mancanza che io non posso tradurla né in bene ne in male. Per la mia famiglia, per la mai Patria, dico però con serenità che ho amata l’una e l’altra con amore più di quegli uomini che oggi mi tolgono la vita.

***

Arnoldo Avanzi, anni 22, impiegato, 77a Brigata SAP Luzzara (Reggio Emilia).

Carissimi,

non piangetemi, sono morto per la mia idea, senza però far nulla di male alle cose ed agli uomini. Non odio nessuno e non serbo rancore per nessuno, ci rivedremo in cielo.

***

Achille Barilatti (Gilberto della Valle), anni 22, studente, comandante distaccamento di Montalto (Macerata).

Dita adorata,

la fine che prevedevo è arrivata. Muoio ammazzato per la mia Patria. Addio Dita non dimenticarmi mai e ricorda che tanto ti ho amata. […] Muoio da forte onestamente come ho vissuto.

***

Mario Batà, anni 26, studente, organizzatore delle prime formazioni partigiane del Maceratese.

Cari genitori,

Pensate che non sono morto, ma sono vivo, vivo nel mondo della verità. […] desidero che la mia stanza rimanga come è … io verrò spesso. Perdonatemi se ho preposto la Patria a voi.

***

Valerio Bavassano (Lelli), anni 21, elettromeccanico, 3a Brigata Garibaldi “Liguria”.

Mammina carissima,

Ho voluto seguire la mia idea e adesso mi domando se di fronte a te avevo il diritto di farlo. Perdonami, mammina, se ti cagiono questo grande dolore. Ti avevo pur detto che mi sembrava poco naturale restar vivo solo io fra tanti compagni morti.

***

Pietro Benedetti, anni 41, ebanista, militante del PCI dal 1921, commissario politico della 1a zona di Roma.

Ai miei cari figli,

Amate lo studio e il lavoro. Una vita onesta è il miglior ornamento di chi vive. Dell’amore per l’umanità fate una religione e siate sempre solleciti verso il bisogno e le sofferenze dei vostri simili. Amate la libertà e ricordate che questo bene deve essere pagato con continui sacrifici e qualche volta con la vita. Una vita in schiavitù è meglio non viverla. Amate la madrepatria, ma ricordate che la patria vera è il mondo e, ovunque vi sono vostri simili, quelli sono i vostri fratelli. Siate umili e disdegnate l’orgoglio; questa fu la religione che seguii nella vita.

Mia cara Enrichetta,

Vi sono nel mondo due modi di sentire la vita. Uno come attori, l’altro come spettatori. Io, senza volerlo, mi son trovato sempre fra gli attori. Sempre fra quelli cioè che conoscono più la parola dovere che quella diritto. Non per niente costruiamo i letti perché ci dormano su gli altri. Tutta la mia educazione, fin da ragazzo, mi portava a farmi comportare così.

***

Quinto Bevilacqua, anni 27, operaio, socialista, organizzatore del 1° Comitato Militare Regionale Piemontese.

Carissimi genitori,

Non piangete per me perché nemmeno io piango mentre vi scrivo e vado incontro alla morte con una risolutezza che non mi sarei mai creduto, […] io ho scritto anche a Marcella [la moglie] questa mia volontà. Di rimanere nell’allog­gio che occupa ora il maggior tempo possibile della sua vita, e che non vada mai in fabbrica, ma continui a lavorare in casa. […] Le avevo promesso che avrei messo, non appena si fosse trovata la stoffa, una tenda pesante alla porta della cameretta ed un copridivano della stessa stoffa – rossa – se venisse esaudito questo mio pensiero sarei molto contento tener sempre la mia casetta in ordine come se dovessi tornare da un momento all’altro.

***

Giulio Biglieri, anni 32, bibliotecario, 1° Comitato Militare Regionale Piemontese.

Carissimo Costantino,

metti da parte le mie poesie e conservale tu: non ti chiedo di farle stampare, ma fa in modo che Albertino [il nipote] ne abbia una copia dattilografata: egli mi ricorderà meglio. Straccia le poesie che non meritano senza pietà.

***

Paolo Braccini, anni 36, docente universitario, Partito d’Azione nel 1° Comitato Militare Regionale Piemontese.

Gianna, figlia mia adorata,

è la prima ed ultima lettera che ti scrivo e scrivo a te per prima, in queste ultime ore, perché so che seguito a vivere in te. Sarò fucilato all’alba per un ideale, per una fede che tu, figlia, un giorno capirai appieno. Non piangere mai per la mia mancanza, come non ho mai pianto io: il tuo Babbo non morrà mai.

***

Antonio Brancati, anni 23, studente, Comitato Militare di Grosseto.

Carissimi genitori,

sono stato condannato a morte per non essermi associato a coloro che vogliono distruggere completamente l’Italia. Vi giuro di non avere commessa nessuna colpa se non quella di aver voluto più bene di costoro all’Italia, nostra amabile e martoriata Patria.

Mario Brusa Romagnoli (Nando), anni 18, meccanico, Divisione Autonoma “Monferrato”.

Papà e Mamma,

è finita per il vostro figlio Mario, la vita è una piccolezza, il maledetto nemico mi fucila; raccogliete la mia salma e ponetela vicino a mio fratello Filippo. […] Addio. W l’Italia. Mi sono perduto alle ore 12 e alle 12 e 5 non ci sarò più per salutare la Vittoria.

***

Luigi Campegi, anni 31, operaio, comandante di una Brigata Garibaldi della Val Sesia.

Cari amici,

sono stato condannato alla pena capitale, mi raccomando non fatelo sapere ai miei genitori. Non piangete per me, vado contento con dodici miei uomini, spero di scrivervi ancora.

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Domenico Cane, anni 30, artigiano, formazioni Matteotti e gappista a Torino.

Carissima mamma adorata,

se non ho saputo vivere, mamma, so morire, sono sereno perché innocente del motivo che muoio, vai a testa alta e dì pure che il tuo bambino non ha tremato.

***

Giacomo Cappellini, anni 36, insegnante, Divisione Fiamme Verdi di Brescia.

Mia adorata Vittoria,

addio bel sogno tante volte cullato nei miei più vaghi pensieri di una vita felice. […] anche se il dolore di tale dipartita è grande, immenso, perché annulla lo scopo di un’esistenza, Vittoria adorata, sono forte e sereno. Forte, perché sono conscio di avere compiuto il mio dovere. Vittoria mia, sii forte anche tu e non lasciarti abbattere.

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Girolamo Cavestro (Mirko), anni 18, studente, già nel 1940 fonda un bollettino antifascista, organizzatore delle prime attività partigiane nella zona di Parma.

Cari compagni,

ora tocca a noi. Andiamo a raggiungere gli altri tre gloriosi compagni caduti per la salvezza e la gloria d’Italia. Voi sapete il compito che ci tocca. Io muoio, ma l’idea vivrà nel futuro, luminosa, grande e bella. […] Se vivrete, tocca a voi rifare questa povera Italia che è così bella, che ha un sole così caldo, le mamme così buone e le ragazze così care.

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Bruno Cibrario (Nebiolo), anni 21, disegnatore, 9a Brigata SAP Torino.

Sandra carissima,

non mi sarei mai immaginato di scrivere la prima lettera ad una ragazza in queste condizioni. Perché tu sei la prima ragazza che abbia detto qualcosa al mio cuore. […] Da buon garibaldino ho combattuto, da buon garibaldino saprò morire. La nostra idea trionferà ed io avrò contribuito un poco – sono forse un presuntuoso. Sii felice, è il mio grande desiderio.

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Luigi Ciol (Resistere), anni 19, caposquadra della Brigata “Iberati” Venezia.

Carissimi famigliari, […] una idea è una idea e nessuno la rompe. A morte il fascismo e viva la libertà dei popoli. […] girare attorno di qua e di là per la prigione e a dirsi che siamo condannati a morte, ma ormai è così e viva la libertà dei popoli.

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Arrigo Craveia, anni 21, salumiere, 43a divisione Alpina Autonoma Val Sangone.

Carissimi mamma e papà,

prima della fine della mia vita vi scrivo queste due righe di conforto verso di tutti, fate dirmi una Messa, e salutate tutti i parenti e amici. E se potete a portarmi a casa mi fate il piacere. Se vi giunge questo biglietto tenetelo di ricordo sono Caro figliolo Arrigo. Ciao e baci a Lina e tutti.

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Enzo Dalai, anni 23, contadino, 77a Brigata SAP Luzzara (Reggio Emilia).

Miei cari tutti e paesani muoio per un ideale di bontà ed una pace eterna.

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Cesare Dattilo (Oscar), anni 23, meccanico, militante del P.C.I., comandante della Brigata d’Assalto “Gia­como Buranello” operante in Liguria.

Cara sorella,

Del resto tutto ciò che può accadere di me nulla ha importanza. Anche se dovessero sopprimermi sono così una pedina tanto piccola che la Storia non cesserebbe di seguire il suo brillante corso. Sai, sono anche un po’ fatalista. Dunque per me ha più importanza la mia idea che la mia vita!

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Amerigo Duò, anni 21, meccanico, comandante di un distaccamento GL in Piemonte.

Amici cari,

il mio ultimo desiderio che vi esprimo è di farvi coraggio e di non piangere; se voi mi vedeste in questo momento sembra che io vada ad uno sposalizio. Dunque, su coraggio, combattete per un’idea sola, Italia libera. Ricordate che io non muoio da delinquente ma da Patriota e io muoio per la Patria e il benessere di tutti, dunque chi si sente continui la mia lotta, la lotta per la comunità.

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Costanzo Ebat, anni 33, tenente colonnello, Banda “Napoli” operante a Roma e nel Lazio.

Mia adorata e tanto buona,

non devi piangere per me: io sono lieto e felice del mio destino e ad esso sorrido senza batter ciglio. Non ho mai avuto paura della morte come non ho mai avuto paura della vita.

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Pedro Ferreira (Pedro), anni 23, ufficiale, formazione G.L. Italia Libera Cuneo.

Carissimi [ai compagni del Partito d’Azione],

In questo poco tempo che ancora mi separa dalla morte mi sento una calma ed una lucidità di mente che mi sorprendo­no. Vedo tutto il mio passato, remoto e recente; con uno straordinario spirito analitico e critico. […] Poche ore prima di morire formulo a voi tutti appartenenti al partito cui pure io appartengo, i migliori auguri affinché possiate appor­tare alla nuova Italia di domani quelle masse di energie sane e libere, tanto necessarie per la rigenerazione del Paese.

***

Walter Fillak (Martin), anni 24, studente, militante comunista, vicecommissario politico della 3a Brigata Garibaldi “Liguria”.

Mio caro papà,

per disgraziate circostanze sono caduto prigioniero dei tedeschi. Quasi sicuramente sarò fucilato. Sono tranquillo e sereno perché pienamente consapevole d’aver fatto tutto il mio dovere d’italiano e di comunista. Ho amato sopra tutto i miei ideali, pienamente cosciente che avrei dovuto tutto dare, anche la vita; e questa mia decisa volontà fa sì che io affronti la morte con la calma dei forti. Non so che altro dire. Il mio ultimo abbraccio.

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Umberto Fogognolo (Bianchi), anni 32, ingegnere, rappresentante del PSI nel CLN di Sesto S. Giovanni.

Nadina mia,

in questi giorni ho vissuto ore febbrili ed ho giocato il tutto per tutto. La più grande carta della mia vita è stata giocata e non è più possibile tornare indietro. Per i nostri figli e per il tuo avvenire è bene che tu sia al corrente di tutto, anche perché a te io ricorro nei momenti più tragici e difficili della mia vita. Qui io ho organizzato la massa operaia verso un fine che io credo santo e giusto.

***

Bruno Frittaion (Attilio), anni 19, studente, militante comunista, Brigata Tagliamento.

Edda,

muoio, muoio senza alcun rimpianto, anzi sono orgoglioso di sacrificare la mia vita per una causa, per una giusta causa e spero che il mio sacrificio non sia vano sia di aiuto nella grande lotta. Di quella causa che fino ad oggi ho ser­vito senza nulla chiedere e sempre sperando che un giorno ogni sacrificio abbia il suo ricompenso. Per me la migliore ricompensa era quella di vedere fiorire l’idea che purtroppo poco ho servito, ma sempre fedelmente.

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Tancredi Galimberti (Duccio), anni 38, avvocato, comandante delle formazioni GL del Piemontese.

Ho agito a fin di bene e per un’idea. Per questo sono sereno e dovrete esserlo anche voi.

***

Paola Garelli (Mirka), anni 28, pettinatrice, Brigata SAP Savona.

Mimma cara,

la tua mamma se ne va pensandoti e amandoti, mia creatura adorata, sii buona, studia ed ubbidisci sempre gli zii che t’allevano, amali come fossi io. Io sono tranquilla. Tu devi dire a tutti i nostri cari parenti, nonna e gli altri, che mi perdonino il dolore che do loro. Non devi piangere né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio.

***

Giono e Ugo Genre (Gino e Ugo), anni 20 e 18, fratelli, operai, Va Divisione Alpina GL Val Pellice.

Cari genitori,

ricevete questa nostra ultima lettera prima di morire, ma non abbattetevi tanto perché, cosa volete, è il nostro destino, e da questo non si scappa. Moriremo con la testa alta. Cara mamma, cerca di farti forza perché hai ancora due figli in terra da allevare e da istruire nella giusta via e abbiamo ancora un fratello che spero ritornerà e allora saprete che cosa dirgli di noi.

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Enrico Giachino (Eric), anni 28, studente, Brigate Matteotti Piemonte.

Cari papà e mamma,

non ho la mente ferma stasera per scrivervi, ma il coraggio non mi manca e non deve, non deve mancare a voi. Sarò sempre presente fra voi e vi dovete figurare solo che io sia partito per un lungo viaggio dal quale un giorno ritorne­rò. […] Ho ancora un desiderio da esprimere: rimetti il mio pianoforte in camera mia e sopra mettici sempre il mio ritratto ed un fascio di rose.

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Eusebio Giambone (Franco), anni 40, linotipista, militante comunista, 1° Comando Militare Regionale Piemontese.

Cara Gisella,

quando leggerai queste righe il tuo papà non sarà più. Il tuo papà che ti ha tanto amata malgrado i suoi bruschi modi e la sua grossa voce che in verità non ti ha mai spaventata. Il tuo papà è stato condannato a morte per le sue idee di Giustizia e di Eguaglianza. Oggi sei troppo piccola per comprendere perfettamente queste cose, ma quando sarai più grande sarai orgogliosa di tuo padre e lo amerai ancora di più, se lo puoi, perché so già che lo ami molto. […] Per me la vita è finita, per te incomincia, la vita vale di essere vissuta quando si ha un ideale, quando si vive onestamente, quando si ha l’ambizione di essere non solo utili a se stessi ma a tutta l’Umanità.

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Alfonso Gindro (Mirk), anni 22, meccanico, GAP “Dante di Nanni”, Torino.

Mamma adorata,

sii fiera di tuo figlio che diede la vita per un giusto ideale e per una santa causa che sta combattendo e che presto splenderà alla luce di una grande vittoria. Non posso rimpiangere la mia esistenza così fulmineamente troncata per il volere di gente che non è sazia dei loro nefandi delitti. Penso a te, mamma adorata, penso al tuo straziante dolore, ma sii forte e coraggiosa avanti a tutto.

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Romolo Iacopini, anni 45, operaio, militante comunista, organizzatore di una formazione nella zona romana.

Cara madre,

ho pensato spesso in questi giorni alla mia vita, a tutta la mia vita. Forse sbaglio, ma sono convinto che la mia Patria, la mia vera Patria non possa rimproverarmi nulla. La mia vera Patria, quella per cui ho combattuto nell’altra guer­ra, quella che ora mi ha spinto ad agire contro la Patria falsificata dai fascisti, mi sarà sempre benigna come al figlio prediletto. […] Sai quanto ho amato i compagni. Quelli pronti con me ogni momento alla difesa di altri sventurati, tutti sognavano di stare sullo stesso piano senza che l’uno sorpassasse l’altro. Una società così, sarebbe stata, bella, mamma!

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Guglielmo Jervis (Willy), anni 42, ingegnere, commissario delle formazioni GL in Val Pellice.

[Parole scritte con la punta di uno spillo sulla copertina di una Bibbia ritrovata nei pressi del luogo della fucilazione]

Non piangetemi, non chiamatemi povero. Muoio per aver servito un’idea.

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Stefano Manina (Sten), anni 26, macellaio, IXa Divisione Garibaldi Langhe.

Carissima mamma, Gioacchino, Letizia, Rosa, Luigi e Elmicia cari,

il mio destino era di fare una vita felice e io non lo volli e so affrontare qualunque cosa mi sia concessa. E come pure voi dovete sapere vincere questo dolore pensando che il destino era questo e doveva andare così. Siate forti e pensate che io sia distante a lavorare come se dovessi ancora tornare.

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Irma Marchiani, anni 33, casalinga, staffetta sull’Appennino modenese, partecipa ai combattimenti di Montefiorino.

Carissimo Piero, mio adorato fratello,

ti chiedo una cosa sola: non pensarmi come una sorellina cattiva. Sono una creatura d’azione, ma il mio spirito ha bisogno di spaziare, ma sono tutti ideali alti e belli. Tu sai benissimo, caro fratello, certo sotto la mia espressione calma, quieta forse, si cela un’anima desiderosa di raggiungere qualcosa, l’immobilità non è fatta per me, se i lunghi anni trascorsi mi immobilizzarono il fisico, ma la volontà non si è mai assopita. Dio ha voluto che fossi più che mai pronta oggi.

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Attilio Martinetto, anni 23, finanziere, Gruppo di Resistenza dell’Astigiano.

Amore mio diletto,

quante volte nei momenti felici ho pensato ad un momento simile! Ricordavo proprio stasera di aver letto L’ultimo giorno di un condannato di Victor Hugo […] Tante volte basandomi su esso ho pensato al momento di morire. Quan­to ero sciocco! Solo ora lo comprendo. Sai Anna Maria cosa rimane all’ultimo di tutto? Solo quello che è santo e puro della vita. L’affetto dei genitori (in essi tua madre), l’affetto di quanti mi vollero bene e che ora avvalori sotto un’altra luce; la luce che ti proviene dall’affetto per Dio.

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Giovanni Mecca Ferroglia, anni 18, elettricista, 80a Brigata Garibaldi Canavese.

Caro amico,

spero ti ricorderai quando eravamo a scuola insieme e quando eravamo in montagna. Ora ci siamo rivisti in inferme­ria, prigionieri tutti e due. Quando ho saputo del tuo cambio sono rimasto molto contento: così almeno tu sei salvo e potrai così vendicarmi. […] Muoio contento di aver servito la mia causa fino all’ultimo. Vuol dire che quello che non faccio più io, lo faranno gli altri.

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Luigi Ernesto Monnet, anni 24, operaio, Va Divisione alpina GL Val Pellice.

Cara mia amata moglie,

mi hanno letto ieri la sentenza di morte ho riflesso a lungo e ho anche pregato e mi sono pienamente rassegnato al volere di Dio. Dio mi ha chiamato ad agire così e ho agito; adesso mi chiama alla morte e vado alla morte tranquillo come sono partito da casa.

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Domenico Moriani (Pastissu), anni 18, impiegato, IIa Divisione “F. Cascione” Imperia.

Cara nonna,

non piangere, sono condannato a morte, tu non devi farci caso, fatti coraggio. Io vado a trovare mia madre che è tanto tempo che non vedo. Quello che ho potuto fare ho fatto.

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Giuseppe Pelosi (Peppino), anni 24, studente, organizzatore delle prime formazioni nel Bresciano.

Mamma, papà, sorelline adorate,

non ho rimpianti nel lasciare questa mia vita perché coscientemente l’ho offerta per questa terra che immensamente ho amato, e anche ora offro questo mio ultimo istante per la pace nel mondo, e soprattutto per la mia diletta Patria, alla quale auguro figli più degni e un avvenire splendente.

***

Stefano Peluffo (Mario), anni 18, impiegato, militante comunista, Brigata SAP Savona.

Carissimi genitori e fratelli,

vi scrivo in questi ultimi istanti della mia vita muoio contento di aver fatto il mio dovere.

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Giuseppe Perotti, anni 48, generale, CNL Piemonte.

Renza mia adorata,

Il destino ha voluto così e il destino è imperscrutabile. Bisogna accettarlo. Io mi considero morto in guerra, perché guerra è stata la nostra. Ed in guerra la morte è un rischio comune. Non discuto se chi me la darà ha colpito giusto o meno: si muore in tanti ogni giorno e i più innocentemente; io almeno ho combattuto.

***

Pietro Pinetti (Boris), anni 20, meccanico, militante comunista, vice comandante della 175a Brigata Gari­baldi SAP Genova.

Carissima mamma,

ciò che ho fatto è dovuto al mio fermo carattere di seguire un’idea e per questo pago così la vita, come già pagarono in modo ancora più orrendo ed atroce migliaia di seguaci di Cristo la loro fede. Io ho creduto in questo sia giusto o sbagliato ed ho combattuto per questo sino alla fine, non negandolo a nessuno.

***

Umberto Ricci (Napoleone), anni 22, studente, militante comunista, 28a Brigata GAP “Mario Gordini” Ravenna.

Ai miei genitori ed amici,

un’altra cosa che mi sorprende è la mia forte costituzione fisica. Nonostante la mia malattia in corso ho resistito eroicamente. Ora mi pongono qui perché si rimargino e si sgonfiano tutte le mie ferite che ho per il corpo. Indi mi pre­senteranno al pubblico appeso ad un pezzo di corda. […] Vorrei pure che nel marmo del mio tombino fossero incluse queste parole:”Qui soltanto il corpo, non l’anima ma l’idea vive.”

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Roberto Ricotti, anni 22, meccanico, commissario politico della 124a Brigata Garibaldi SAP Milano.

Parenti cari consolatevi, muoio per una grande idea di giustizia … Il Comunismo!!

***

Francesco Rossi (Folgore), anni 27, elettrotecnico, 46a Brigata “Baratta” Val di Susa.

Cara Linuccia mia, cara mamma, fratelli, sorelle e nipoti cari,

ti dissi sempre che è meglio morire per uno scopo che starsene invegeti. […] Ho sempre voluto la felicità degli altri perché la mia credevo non avesse importanza. Fatela voi la felicità di tutti i poveri e che non soffrano più.

***

Vito Salmi (Nino), anni 19, tornitore, 142a Brigata d’Assalto Garibaldi Parma.

Carissime sorelle e zii,

ho fatto di mia spontanea volontà, perciò non dovete piangere. Un grande bacione alla nonna e fate il possibile che non sappia mai niente. Per lutto portate un garofano rosso. Ancora pochi minuti poi tutto è finito. Viva la libertà.

***

Aldo Sbriz (Leo), anni 34, falegname, militante comunista, Divisione d’Assalto Garibaldi “Natisone” Gorizia.

Pina cara, figli miei, madre e tutti i miei cari,

e tu, Giuliana mia piccola, come sei? Io l’immagino il tuo lieto visino sorridente. Aspettavo la tua nascita con gioia grandissima, ma la mia grande scontentezza sta nel fatto che la fatalità non mi ha permesso ch’io ti vedessi solo con la mia fantasia. Non ho potuto darti nemmeno un bacino sulla tua fresca guancetta. Ora io ti saluto e ti bacio cara­mente. Un giorno mi conoscerai.

***

Renzo Scognamiglio (Gualtiero), anni 23, insegnante, VIa Divisione Alpina Canavesana GL.

Mammina mia cara,

a te sola chiedo perdono ma assicurati che il tuo figliolo muore innocente e da partigiano, Ho amato tanto questa Italia martoriata e divisa ed anche se apparentemente oggi pare di no, cado per il mio Paese.

***

Remo Sottili, anni 33, vice-brigadiere, Brigata Garibaldi 22bis Vallombrosa (Firenze)

Reverendo,

in seguito direte a mia moglie che cerchi di educare i due bimbi meglio che può e che ella si faccia coraggio, che io la veglierò dall’alto dei cieli. Le dirà pure che per quanto le sarà possibile, non cerchi di fare dei bimbi dei militari o militaristi, questo ripeto se le sarà possibile, poiché non intendo darle alcuna disposizione in merito e faccia lei che sa fare bene.

***

Giuseppe Sporchia, anni 36, operaio, Brigata Matteotti Bergamo.

Mia adorata Pierina,

quale terribile momento sia per me questo non te lo posso dire; non trovo espressione per dirti! Ti lascio senza niente, in balia di chissà quali asperità: quale ingiustizia si è abbattuta sopra la nostra sorte!

***

Alessandro Teagno, anni 23, perito agronomo, inviato dal PCI clandestino in Tunisia in missione politico-militare nel Nord-Italia.

Carissimo papà,

non mi serbare rancore. Ho avuto una fede diversa dalla tua, ecco tutto. E muoio tranquillo, sorridendo, con un ideale puro.

***

Attilio Tempa, anni 22, operaio, 76a Brigata Garibaldi Valle d’Aosta.

Miei cari genitori e fratello Nino,

queste sono forse le ultime mie righe, vi prego solo di farvi coraggio, perché questo è il destino; se devo morire io forse ne salverò molti altri.

***

Giuseppe Testa, anni 19, impiegato, Partito d’Azione Roma.

Caro professore,

io, come sai, sono sempre forte come sono state forti le mie idee. Spero che il mio sacrificio valga per coloro i quali hanno lottato per le stesse idee e che un giorno possa essere il vanto e la gloria della mia famiglia, del mio Paese e degli amici miei.

***

Walter Ulanowsky (Josef), anni 20, studente, 3a Brigata Garibaldi “Liguria”.

(Nota di diario)

Sono stato scelto, prescelto per morire. Sacrifico la mia vita per l’ideale più puro, più nobile: la libertà umana. […] Ho la faccia rossa di sangue, la saliva è rossa. Sono sconvolto internamente. Vedo la morte che mi invita a seguirla. […] Mi sembra d’impazzire. A volte il cervello si calma. Perché sono qui? Perché domattina mi fucileranno? Per la libertà!

***

Ferruccio Valobra, anni 46, perito industriale, militante repubblicano, comandante di formazione autono­ma di Carmagnola (Torino).

Mie adorate Silvia e Mirella,

ed ora ritorno a voi mie dilette per rinnovarvi la preghiera di essere serene di fronte a tanta avversità. Spero che il mio sacrificio come quello dei miei compagni serva a darvi un migliore domani, in un’Italia più bella quale io e voi abbiamo sempre agognato nel più profondo del nostro animo.

***

Paolo Vasario (Diano), anni 33, medico, 105a Brigata Garibaldi Torino.

Diana cara,

la vita che doveva cominciare è terminata per me anzitempo. Ma durerà nel ricordo. Ti amo, Diana. Il tuo compagno se ne va. Se ne va dopo avere amato libertà, giustizia. […] Ma tu devi vivere. Devi vivere perché questo è il mio ultimo desiderio. Devi vivere e il mio ricordo deve essere un incitamento nella vita. Non bisogna che tu ne sfugga. Ti sarò comunque vicino, lo so e lo sento. […] Muoio in piedi. Sappilo e ricordami così. Ti amo tanto.

***

Fabrizio Vassalli (Franco Valenti), anni 35, commercialista, gruppo “ Vassalli”, Roma.

Carissimi papone e mammina,

perdonatemi il dolore che vi reco che è veramente una angoscia per me. Pensate che tanti sono morti per la Patria ed io sono uno di quelli. La mia coscienza è a posto: ho fatto tutto il mio dovere e ne sono fiero. Questo deve essere per voi vero conforto.

***

Erasmo Venusti, (Firpo), anni 22, bracciante, 12a Brigata Garibaldi Bardi (Parma).

Cara mamma,

in questo momento penso a tutto quello che tu mi dissi, mamma questa cosa tu non hai colpa ma tu non devi pensare che io ti odi, no questo era il mio pensiero di fare nascere una Italia libera. Sono orgoglioso di morire per la mia idea ora mi uccidono ma sono innocente.

***

Lorenzo Viale, anni 27, ingegnere, formazioni del Canavesano.

Carissimi,

di una cosa sono certo: potrete sempre camminare a testa alta perché non ho compiuto niente di disonorevole né di obbrobrioso. Ho semplicemente lottato per una causa che ho ritenuta santa: quelli che rimarranno si ricordino di me che ho combattuto per preparare la via ad una Italia libera e nuova.

***

Ignazio Vian (Azio), anni 27, insegnante, Formazioni Autonome “Mauri”, Cuneo.

(parole scritte col sangue sul muro della cella)

MEGLIO MORIRE CHE TRADIRE

***

Giovanni Battista Vighenzi (Sandro Biloni), anni 36, segretario comunale, CLN Rovato (Brescia).

Liana amatissima, mia gioia, mia vita,

vieni soltanto di tempo in tempo sulla mia tomba a portarvi uno di quei mazzettini di fiori campestri che tu sapevi così bene combinare. […] Muoio contento per essermi sacrificato per un’idea di libertà che ho sempre tanto auspicata.


M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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Fernanda Mazzoli – La storia in ostagggio. Oggi più che mai, studiare la storia e fare ricerca storica potrebbe essere atto di resistenza, non solo e non tanto ai politici da strapazzo oggi in voga, ma prima di tutto atto di resistenza all’imbarbarimento culturale e spirituale di cui la destoricizzazione è un asse portante.

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Gesù di Nazareth è stato uomo nella storia e Dio nel pensiero. Disegnando con i suoi atti, con il suo sacrificio finale, e con la consapevolezza del loro senso, la «figura stessa dell’amore», si è collocato su un piano che è oltre la storia. È stato un uomo “nella” storia, ma lo è stato in modo da collocare la sua figura “oltre” la storia, alle sorgenti di quella libertà morale da cui perennemente sgorga la storia, e da porsi quindi come “fonte di luce” per ogni epoca.

In questi giorni pasquali da più parti e in modi diversi si invita a quella riflessione che   dobrebbe essere invece quotidiana disposizione all’attenta considerazione del senso e del valore della vita; noi ci permettiamo  di offrire alle donne e agli uomini di buona volontà i contenuti di questo libro su Gesù di Nazareth, che saremmo ben lieti di poter condividere … nel volo dell’Icaro di Matisse … Chi ama vola, giubila, è libero, non sente peso, non adduce a pretesto l’impossibilità …

indicepresentazioneautoresintesi


Sommario



Alcune pagine dell’VIII capitolo


M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Fernanda Mazzoli – Storia negata memoria mutilata. Con un semplice sgarbo all’etichetta il museo polacco di Auschwitz, per celebrare la liberazione del campo cancella i liberatori, da sempre presenza ingombrante, anzi indigeribile per il corpo tronfio, autoreferenziale e dal tentacolare appetito delle democrazie sedicenti liberali.


Fernanda Mazzoli

 

Storia negata memoria mutilata

 

Oggi, con un semplice sgarbo all’etichetta il museo polacco, per celebrare la liberazione del campo cancella i liberatori, da sempre presenza ingombrante, anzi indigeribile per il corpo tronfio, autoreferenziale e dal tentacolare appetito delle democrazie sedicenti liberali.

L’operazione, tanto rozza quanto dirompente, esprime al massimo grado quella tendenza piuttosto diffusa a piegare la storia alle convenienze e alle direttive politiche del momento che finisce per annullare la storia stessa e, con essa, ogni preoccupazione di verità e di decenza.

 

 

Come è noto, la memoria tende a privilegiare la modalità selettiva, vuoi per l’ampiezza di quanto costituisce il suo oggetto di cui non è semplice registrazione, vuoi per la tendenza a rimuovere o sfocare quanto ha causato sofferenza. E così, proprio nella sua giornata ufficiale – il 27 gennaio – ha fatto i conti con un evento oltremodo fastidioso, per non dire scandaloso che ormai da anni turbava la celebrazione di una giornata altrimenti memorabile che vede l’Europa tutta ribadire il proprio rifiuto di ogni forma di persecuzione. Infatti, la Russia è stata esclusa dalla cerimonia di commemorazione organizzata dalla direzione del museo di Auschwitz, in ricordo dell’anniversario della liberazione del campo di sterminio ad opera dell’Armata Rossa. Sulle spalle dell’U.E. al traino americano pesava da tempo questo vergognoso vizio d’origine, questo incidente di percorso che offuscava il medagliere democratico ed antifascista orgogliosamente esibito, al punto che lo stesso Parlamento europeo era dovuto intervenire nel 2019 con una dichiarazione in cui nazismo e comunismo venivano equiparati, liquidando con un sol tratto di penna e qualsiasi serio dibattito storiografico e 20 milioni di Russi morti nella guerra contro il nazismo. Oggi, con un semplice sgarbo all’etichetta il museo polacco, per celebrare la liberazione del campo cancella i liberatori, da sempre presenza ingombrante, anzi indigeribile per il corpo tronfio, autoreferenziale e dal tentacolare appetito delle democrazie sedicenti liberali.

L’operazione, tanto rozza quanto dirompente, esprime al massimo grado quella tendenza piuttosto diffusa a piegare la storia alle convenienze e alle direttive politiche del momento che finisce per annullare la storia stessa e, con essa, ogni preoccupazione di verità e di decenza. E la leva su cui si appoggia la destoricizzazione sta proprio nel rapporto squilibrato tra memoria e storia, tutto spostato attualmente sull’asse della prima.[1] La Giornata della memoria che si svolge ogni anno a scuola intorno al 27 gennaio è, a tale proposito, esemplare, combinando insieme spettacolarizzazione del dolore e destoricizzazione della Shoah. Evento ormai rituale del calendario scolastico tra l’assemblea di Natale (leggi: tornei di giochi di carte e palla e consumo di cibarie) e l’assemblea di Carnevale (leggi: tornei di giochi di carte e palla e consumo di cibarie con eventuali travestimenti) cade la visione di un film giocato sul doppio registro dello straziante e del macabro, o la lettura di brani commoventi, o – sempre più raramente, vista l’età dei sopravvissuti – l’ascolto di qualche testimonianza che, per quanto significativa, resta interna per sua natura al perimetro dell’esperienza individuale. In definitiva, sempre più emozioni e sempre meno logos nell’ambito del quale anche l’emozione potrebbe trovare una indispensabile disciplina, se vuole trasformarsi in forza morale.

La crescente valorizzazione della memoria impostasi a partire dalla fine del secolo scorso sembra, per diversi storici, costituire in realtà un arretramento della storia stessa, un suo surrogato laddove è divenuto difficile servirsi di una prospettiva meramente storiografica. Ciò che risulta evidente in ambito formativo e sembra cristallizzarsi nelle due ricorrenze della Giornata della Memoria e in quella più recente del Ricordo, rappresenta in effetti la punta dell’iceberg di una tendenza ben più generale che si fonda sulla destoricizzazione sia delle vite individuali, sia delle società, ancorate su un eterno presente dove galleggiano segmenti di memorie che faticano a trovare quelle coordinate all’interno delle quali acquisire un senso compiuto.

I limiti di un approccio prevalentemente giocato sulla memoria – soggettività e frammentarietà innanzitutto – quando non risolti entro una cornice rigorosa di contestualizzazione storica, si prestano ad ogni manipolazione, di cui rimozione e negazionismo rappresentano gli esiti estremi. La ventata di cancel culture (non casualmente un vento di provenienza atlantica) che mira a fare tabula rasa del passato per minare ogni consapevolezza culturale e azzerare la storia dell’essere umano come una miserevole sequela di errori, colpe, follie, violenze con il suo nichilismo assoluto e il suo patologico rifiuto della realtà, autorizza le più fantasiose ed arbitrarie ricostruzioni, lasciando di fatto il campo aperto ad ogni strumentalizzazione ideologica e politica, sostituendo alla conoscenza storica o i pii desideri delle anime belle o il brutale colpo di spugna a mano di compiaciuti e compiacenti servitori di questa o quella istituzione, naturalmente sempre depositaria indiscussa ed autoproclamatasi dell’ultimo residuo di verità permesso. Dopo le teorie negazioniste dello sterminio nazista, ecco profilarsi, nel seno stesso di quel mondo che ama presentarsi come misura universale di libertà, democrazia e diritti umani, la rimozione del contributo fondamentale dato dall’Unione Sovietica alla liberazione dal nazifascismo, attraverso l’esclusione della Russia dalla cerimonia tenutasi il 27 gennaio ad Auschwitz.

Il quadro geopolitico in cui è maturata una tale decisione è fin troppo chiaro, meno forse le sue conseguenze. Oltre l’aspetto più generale che è quello, come si è appena accennato nei limiti del presente lavoro, di una progressiva e quasi ultimata destoricizzazione, va osservato, nello specifico, che amputare dall’Europa la Russia – la sua straordinaria cultura, la sua presenza vitale nella storia del continente – significa innanzitutto colpire a fondo l’Europa (che è poi uno degli obiettivi del conflitto in corso, per interposta Ucraina), legandola irrevocabilmente al padrone americano, in affanno un po’ ovunque.

Questa presenza, così come si manifestò nel 1945, vorrei ricordarla con le parole di Primo Levi per il quale la fine dell’inferno e la speranza della libertà presero, in quel gennaio, il volto di quattro soldati dell’Armata Rossa che, dopo la fuga dei Tedeschi da essa incalzati, entrarono nel campo dove era stato spedito in quanto ebreo e partigiano. Se memoria deve essere, che almeno non sia mutilata, a sfregio della verità storica.

Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi.

A noi parevano mirabilmente corporei e reali, sospesi (la strada era più alta del campo) sui loro enormi cavalli, fra il grigio della neve e il grigio del cielo, immobili sotto le folate di vento umido minaccioso di disgelo.

Ci pareva, e così era, che il nulla pieno di morte in cui da dieci giorni ci aggiravamo come astri spenti avesse trovato un suo centro solido, un nucleo di condensazione: i quattro messaggeri di pace, dai visi rozzi e puerili sotto i pesanti caschi di pelo.[2]

 

[1] È quanto sostiene lo storico Davide Bidussa, citato da Francesco Germinario nel suo Un mondo senza storia? La falsa utopia della società della poststoria, Asterios, Trieste 2017, che sviluppa una lunga riflessione sul rapporto storia- memoria cui faccio qui un rapido riferimento e su quello tra destoricizzazione delle vite individuali e destoricizzazione del Passato.

[2] P. Levi, La tregua, Einaudi, Torino 1989.


M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Luciano Canfora – Sumeri, Greci e … Quelle civiltà ancora vivissime … La traduzione è la forma ininterrotta attraverso cui le civiltà sopravvivono, e in realtà rivivono nelle civiltà venute dopo.

Luciano Canfora, Noi e gli antichi. Perché lo studio dei Greci e dei Romani giova all’intelligenza dei moderni

Rizzoli, 2004

 

Il vincolo che collega la nostra cultura alla lingua, alla storia, al pensiero dei greci e dei romani non va ricercato in una presunta “identità” tra gli antichi e noi. Al contrario, è opportuno, e più produttivo, sforzarsi di capire le differenze; e proprio la riflessione su questa distanza ci consentirà di conoscere il senso che il passato e la sua eredità hanno per noi. È questa la via seguita da Luciano Canfora nei saggi scritti per questo volume, incentrati su alcuni temi cruciali: il metodo degli storici antichi, il rapporto tra storiografia e verità, la visione della storia come mescolanza, come fiume “grande e lutulento” che assimila e trascina le più diverse tradizioni culturali.



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Fernanda Mazzoli – Il futuro, cento anni fa: «Scènes de la vie future», di Georges Duhamel. Dovremmo investigare il rapporto, a livello di immaginario, tra antichi miti dell’età dell’oro e promessa capitalistica del regno dell’abbondanza.



Fernanda Mazzoli

Il futuro, cento anni fa:
Scènes de la vie future, di Georges Duhamel

Dovremmo investigare il rapporto, a livello di immaginario,
tra antichi miti dell’età dell’oro e promessa capitalistica del regno dell’abbondanza


Nel 1929, in pieno proibizionismo e crisi finanziaria, il romanziere francese Georges Duhamel parte per gli Stati Uniti, spinto dall’intuizione che è là che sta incubando un nuovo modello sociale, una nuova forma di civiltà che non tarderà a conquistare il vecchio continente. Si ferma solo per alcune settimane, ma evidentemente dispone di uno sguardo profondo e sagace capace di vedere sotto la brillante superficie esibita da luoghi e persone e di un orecchio molto fine, atto a percepire, dietro il canto delle sirene che sale dalla neonata società dei consumi, la realtà brutale dell’alienazione e della disumanizzazione, pronte ad essere esportate nel mondo intero.

È questo suo intuito visionario che rende il suo resoconto di viaggio, Scènes de la vie future,1 sorprendente per attualità e prezioso per chiunque voglia leggere con lente critica il mondo in cui viviamo, quasi un secolo dopo l’esperienza americana di Duhamel. La sorpresa è anche maggiore se si considera che lo scrittore è oggi piuttosto dimenticato, relegato ad una paginetta scarsa nelle storie letterarie, vuoi come membro, accanto a Jules Romains, dell’Unanimisme,2 vuoi come esponente di un roman fleuve tenuto in gran sospetto dalla critica come retaggio ottocentesco, ciò che dimostra non tanto l’inadeguatezza di Duhamel – che in vita ricevette numerosi premi fra cui il Goncourt –, quanto il pressappochismo della critica stessa, costretta a pagare il suo tributo alle mode culturali.

 

1G. Duhamel, Scènes de la vie future, Points, Paris, 2018. I passaggi qui citati sono stati tradotti dall’autrice.

2Movimento letterario fondato agli inizi del Novecento intorno all’ Abbaye de Créteil, un falansterio artistico sul modello dell’abbazia rabelaisiana di Thélème; prende il nome dalla raccolta poetica La vie unanime di Jules Romains, secondo cui la poesia deve rendere gli uomini consapevoli della loro personalità comune, sociale che lega gli uni agli altri in un sentimento unanime.

Paradossalmente, quasi uno scherzo fatto da quel gran burlone che è il tempo, il libro che attesta il rifiuto da parte dell’autore della modernità quale si veniva disegnando negli USA e il suo radicamento nei tradizionali valori umanistici è ora diventato un testo quanto mai moderno, proprio per la sua capacità di prevedere gli sviluppi futuri di quel paradigma, sociale ma anche antropologico, che ha cambiato da cima a fondo le nostre società, fino a plasmarle nella forma che oggi conosciamo.

Degli Stati Uniti, in preda agli eccessi della civiltà industriale, il romanziere non ama quasi niente: gli ripugna il culto della velocità, dell’efficienza e del profitto, detesta l’architettura delle grandi città, rifiuta la spietata segregazione razziale, non lo convince la comodità offerta dall’automobile che, piuttosto che conquistare lo spazio, lo ha perso, denuncia nel cinema «il più potente strumento di conformismo morale, estetico e politico», percepisce dietro l’industria dell’intrattenimento l’amaro sentore di un veleno che avvilisce lo spirito, sollevandolo dallo sforzo di pensare, lo disgusta l’invadente presenza della pubblicità che finisce per deturpare gli affascinanti paesaggi del Connecticut, lo preoccupa l’interesse dell’amministrazione relativamente alle tendenze religiose e politiche dei visitatori stranieri. Lui, francese orgoglioso di quello spirito razionalistico che è una delle componenti essenziali della cultura natale, arriva a pensare che il volto della ragione potrebbe divenirgli addirittura odioso, a causa della curvatura che ha assunto in quel Paese, ovvero quella della ragione strumentale che ha assoggettato gli uomini ad un ritmo vitale in cui hanno perso il bene più prezioso: il tempo, tutto da dedicare alla produzione e all’accumulazione, salvo la parentesi prevista e consentita del divertimento che diventa, in senso pascaliano, divertissement, distrazione dalle grandi questioni dell’esistenza, quelle che consentono di attribuirle significato.

Duhamel non si limita a cogliere e a disapprovare gli aspetti più evidenti e fastidiosi di un’organizzazione sociale e di una forma di vita rispetto alle quali gli preme sottolineare la sua estraneità; non è in veste di moralista che ricusa il modello americano, anzi una delle storture che maggiormente lo inquieta è proprio il moralismo di fondo che sembra pervaderlo e che, in quel momento, trova espressione nel proibizionismo, ma che ispira anche le preoccupazioni dietetiche sul numero di calorie propinato da un pasto o l’ossessione igienista, o il divieto del fumo, o l’importuno controllo esercitato dalla burocrazia sulla vita privata dei cittadini. Senza fermarsi alla facciata più o meno folkloristica delle cose e senza incagliarsi nell’invettiva, egli afferra il nocciolo del problema, affronta l’avversario sul suo stesso terreno e lo smaschera con osservazioni fulminanti dette con un tono piano, senza pretese, nato dalla conversazione quotidiana con i suoi interlocutori, in gran parte – come non manca di precisare – ottime persone, amabili e colte. Suo bersaglio non è certo il popolo americano, ma quell’America che rappresenta l’Avvenire, un futuro già pronto all’uso su scala mondiale e decisamente allarmante.

È ai due pilastri di questa civiltà, ai suoi più conclamati motivi di vanto – la ricchezza e la libertà – che egli applica il proprio sguardo smitizzante. Quanto alla prima, la corsa al successo alla quale milioni di persone, sulla scia dei cercatori d’oro, sacrificano la propria vita gli sembra il segno perspicuo di una grande povertà che nega all’esperienza umana ogni dimensione che non sia quella materiale; d’altra parte, il sogno americano si rovescia molto spesso nell’incubo della discriminazione razziale o dell’emarginazione economica che schiaccia i perdenti.

Quanto alla libertà, essa si è capovolta in schiavitù: al suo stupefatto interlocutore, che oppone la libera Repubblica americana ad un’Europa sotto le grinfie dei regimi dittatoriali, Georges Duhamel oppone un punto di vista originale e discordante:

«Ciò che chiamate la libera America mi permette di giudicare cosa può diventare la libertà nel mondo futuro, in una società dalla quale mi immagino escluso senza troppo dispiacere. […] La dittatura politica è sicuramente odiosa e mi sembrerebbe senza dubbio intollerabile, ma, per strano che vi possa apparire, vi confesso che non occupa, nei miei timori, un posto davvero considerevole. La servitù politica è spesso violenta, grossolana, chiama e finisce per provocare la sommossa. Lo spirito della ribellione politica, fortunatamente, non è spento nel cuore dell’uomo.

[…] Non appena giunti ad un certo grado di cultura e a nutrire il sentimento del loro valore e delle loro speranze, gli uomini sopportano a fatica le restrizioni imposte dal tiranno nazionale o dal dominio straniero: invece, si adattano molto bene all’altra dittatura, quella della falsa civiltà, ed è questo che mi tormenta. […] Voi siete schiavi, ve lo ripeto, dei vostri moralisti, dei vostri legislatori, dei vostri igienisti, dei vostri medici, dei vostri urbanisti e persino dei vostri estetisti. Dei vostri poliziotti, dei vostri pubblicisti che altro ancora? Siete schiavo dell’America, come il mondo intero sarà in futuro, sul vostro esempio, schiavo di se stesso».

Una schiavitù dolce e tenace che ha preso piede quasi insensibilmente ed in base a principi così ragionevoli – l’igiene, la morale, l’estetica, la protezione sociale – che opporvisi sarebbe equivalso ad opporsi a quel legittimo desiderio di sicurezza per il quale gli uomini sono disposti ad accettare una serie di limitazioni e a delegare ogni potere a specialisti tanto zelanti quanto interessati. Il cittadino non solo è preda di una burocrazia che lo sottomette a controlli, indagini, censure, ma accetta di assecondare lui stesso i suoi tormentatori, di compiere una parte del loro lavoro.

Duhamel – medico ancor prima che letterato – era rimasto sconvolto, nel porto di New Orleans, dalla pratica di sottoporre i nuovi arrivati ad una sbrigativa cerimonia di controllo sanitario che gli aveva fatto intravvedere (e con quanta preveggenza possiamo oggi giudicare con cognizione di causa!) una possibile pericolosa deriva salutista delle moderne società, anche in questo caso intuendo una questione di fondo che i recenti avvenimenti pandemici hanno posto all’ordine del giorno. Al suo anfitrione, molto orgoglioso degli innegabili progressi scientifici conseguiti pure nel campo della profilassi, lo scrittore-medico fa notare che, anche qualora si possedesse, contro ogni infezione contagiosa, un vaccino da somministrarsi obbligatoriamente, si soffrirebbe non più delle malattie, ma degli obblighi imposti dalle leggi, si soffrirebbe di salute. L’obbligo alla salute come dovere civico regolamentato dallo Stato che si incarica paternamente di difendere il cittadino contro se stesso allo scopo di salvaguardare per la patria la sua condizione fisica (come rivendica l’interlocutore del romanziere, Mister Pitkin) è materia di riflessione non banale e che apre una finestra non proprio limpida su implicazioni di bruciante attualità. Infatti, l’autore si chiede se dopo avere proibito a qualcuno di bere e poi di fumare, non si passerà a metterlo nell’impossibilità di «procreare una miserabile progenie», eventualmente scoprendo e ponendo in opera dei «procedimenti di fecondazione perfettamente razionali e controllati», attraverso un istituto scientifico in grado di consegnare materia seminale «selezionata». Il medico francese si diverte provocatoriamente ad elencare i diversi tipi da proporre alle signore in cerca di un bebé su misura: il businessman innanzitutto, poi il boxeur, lo sportivo, l’intellettuale … Insomma, qualche settimana negli USA sul finire degli anni Venti del Novecento (ed una decina di anni prima dell’avvio degli esperimenti nazisti di eugenetica) era bastata al nostro per comprendere quale direzione avrebbe imboccato, in nome del progresso e del miglioramento dell’uomo, la civiltà occidentale presa in ostaggio dal primato dell’economia e della tecnica. Non a caso, Mister Pitkin, che non è uno scienziato pazzo od un politico all’inseguimento di ricette elettorali vincenti, ma una persona posata e ragionevole, un cittadino esemplare del “migliore dei mondi possibili” prende al volo l’idea suggerita sarcasticamente dal suo ospite e comincia a fare dei conti e ad abbozzare uno schizzo relativo alla parte meccanica della faccenda … Il dominio della macchina, il suo progressivo sostituirsi all’uomo, non sembrano a Duhamel premessa di un affrancamento di quest’ultimo dalla fatica del lavoro, quanto, piuttosto, negazione delle sue qualità sostanziali, di ciò che lo rende tale. La macchina che pretende di liberarlo dallo sforzo, rischia in realtà di liberarlo da tutto, vivere compreso.

È alla luce di tale minaccia che lo scrittore, con un altro scarto rispetto alle idee correnti, matura, al termine del suo sofferto soggiorno, l’opinione che questa civiltà non rappresenti affatto il prolungamento, per quanto peculiare, di quella europea, ma piuttosto una rottura. È, questo, sicuramente un giudizio storico alquanto sommario ed opinabile che non tiene in debito conto indubbi motivi di continuità anche culturale, ma che ha il pregio di sottolineare la radicale distanza che Georges Duhamel intende stabilire tra i valori in cui si riconosce – fondati sull’umanesimo – e quelli giunti a maturazione sulle sponde dell’Atlantico. Pur presago della resa imminente al modello americano che per lui riveste i tratti di una vera distopia, la fedeltà a quei valori gli sembra la sola possibilità di salvare un patrimonio spirituale e di cultura che, malgrado i suoi tanti errori, ha arricchito l’intera umanità.

Quasi cento anni più tardi e di fronte all’avvenuta conquista a tappe più o meno forzate di buona parte del globo da parte dell’American way of life, la risposta del romanziere francese ci può apparire superata od inadeguata per affrontare l’attuale fase. Resta che di fronte all’affermazione del transumanesimo come ingrediente ideologico di punta del capitalismo più innovativo, dinamico ed aggressivo, il radicamento in una plurimillenaria tradizione culturale di ampio respiro, e che ha in se stessa gli strumenti per ripensarsi, risulta a mio parere imprescindibile.

Un manifesto che pubblicizza la vendita di biglietti per vaporetti verso la corsa all’oro in California
“Un nuovo superbo clipper in partenza per San Francisco”, pubblicità per il viaggio in California pubblicata a New York negli anni 1850

Così come imprescindibile è un’altra domanda, alla quale Duhamel risponde in modo leggermente spiazzante, come nel suo stile, offrendo al lettore uno spunto interessante, ma sicuramente bisognoso di approfondimento: da dove nasce tanta capacità di penetrazione, da dove trae la sua forza e il suo successo questo sistema che, mentre sembra esaltare le potenzialità individuali, in realtà le annichilisce? La sua capacità di seduzione riposerebbe sulla sua semplicità, o meglio facilità: «Incanta le persone semplici e delizia i bambini». Risposta tutta giocata sul piano di una psicologia elementare e che non può certo accontentare chi cerca la rotellina capace di fare deragliare un meccanismo apparentemente ben rodato.

Riprendendo l’osservazione dello scrittore (tralasciando pertanto l’enorme investimento economico e militare che ha sostenuto la diffusione del modello culturale statunitense), una via feconda da percorrere potrebbe essere quella di investigare il rapporto, a livello di immaginario, tra antichi miti dell’età dell’oro e promessa capitalistica del regno dell’abbondanza.

Fernanda Mazzoli

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Salvatore Bravo – La critica all’economicismo non può essere disgiunta dalla chiarezza sulla natura umana. Solo in tal modo appare nella sua tragica realtà la violenza della crematistica, che recide i sentieri tra il passato e il presente occultando il pensiero dei “divergenti”.

Salvatore Bravo

La critica all’economicismo non può essere disgiunta dalla chiarezza sulla natura umana.
Solo in tal modo appare nella sua tragica realtà la violenza della crematistica,
che recide i sentieri tra il passato e il presente occultando il pensiero dei “divergenti”.

Rimettere in circolo le idee di pensatori che non solo hanno pensato l’opposizione al capitale,
ma l’hanno vissuta: per esempio F. Saverio Merlino

 

 

La natura umana è una. I bisogni diventano disuguali quando si allontanano dalla natura, e diventano fittizii. Il bisogno del ricco è di strapotere come il bisogno del potente è di straricchire. Questi bisogni, che consistono non nella conservazione e nel perfezionamento del proprio essere, ma nell’oppressione e nella soppressione dell’essere e de’ bisogni altrui, sono contro natura. I bisogni veri e progressivi degli uomini lungi dall’essere in conflitto fra loro, armonizzano e si esaltano, per così dire, nell’associazione.

F.S. Merlino

 

Economisti organici

In un’epoca mediocre, in cui la mediocrazia ideologica è divenuta il fondamento del capitalismo nella sua fase distruttiva dell’essere umano e del suo ambiente, è necessario comprendere il nostro tempo storico per poter deviare dal realismo ideologico con cui i trombettieri del capitale dichiarano l’impossibilità di ogni alternativa. Il realismo ideologico deve appellarsi alla scienza neutra ed oggettiva organica al capitale: l’economia. In assenza di fondamento metafisico il capitalismo per giustificarsi deve appellarsi all’economia con un movimento di autofecondazione di se stesso che è stato ed è il suo trionfo, ma prepara anche il suo dissolvimento. L’autoreferenzialità del capitale lo rende totalitario, lo costituisce come il nuovo totalitarismo che con i suoi postulati impera e sussume. Le contraddizioni e le tragedie del capitale sono rimosse dagli atei devoti che officiano le loro sacre lezioni di economia. L’autoreferenzialità spinge le contraddizioni verso intensità sempre più estreme, gli stessi sudditi possono non concettualizzarle, ma le vivono quotidianamente. L’acuirsi delle ingiustizie sociali ed internazionali non potrà che favorire il passaggio dalla cupa rassegnazione alla formazione di un’opposizione politicamente organizzata e plurale. In questo contesto è possibile trarre energia plastica dagli autori che nel passato hanno denunciato la deriva ideologica del capitale con i suoi abili occultamenti. Il capitale ha lasciato cadere su di loro la mannaia del tempo, sono stati espunti dalla storia del pensiero e ostracizzati. L’opposizione prima a tale stato di cose è rimettere in circolo il pensiero fecondo e vero di pensatori che non solo hanno pensato l’opposizione al capitale, ma l’hanno vissuta. In un’epoca di mediocrità strutturale voluta le testimonianze di coloro che hanno deviato il percorso dal conformismo dimostra al nostro presente che l’opposizione radicale è sempre una potenzialità dell’umano che si può esplicare e rinnovare nel presente. Francesco Saverio Merlino[1] è stato anarchico e socialista libertario nei suoi scritti denuncia la verità prima del sistema ideologico del capitale: l’economia e gli economisti sono gli intellettuali organici al sistema per eccellenza. Gli economisti si fanno promotori di soluzioni alle contraddizioni del capitale con “ricette” che rispondono agli interessi dei capitalisti. Il lavoro è descritto come attività di produzione finalizzata al consumo, non risponde alla soddisfazione dei bisogni materiali e della persona, ma è attività meccanica disumanizzata. La disumanizzazione del lavoro si completa con la gerarchia padronale. I lavoratori sono corpi in attività che non pensano, devono obbedire alla mente che appartiene al padrone e ai suoi sgherri. La divisione ideologica delle funzioni di un essere umano è riprodotta nella gerarchia sociale per rendere indiscutibile e naturale la verticalizzazione dell’ordine sociale:

 

“Gli economisti hanno falsato i concetti del lavoro, della rimunerazione e della consumazione. Per essi lavoro è la servitù del proletario che presta l’opera sua, spesso vende la sua esistenza, per una mercede che procura a lui il necessario affinché egli procuri al capitalista e necessario e surperfluo. Per noi lavoro è ogni attività utile alla società e che apre l’adito, come tale, alla soddisfazione de’ bisogni[2]”.

 

In questa ricostruzione ideologica dell’ordine sociale gli economisti risolvono le crisi a cui periodicamente il capitalismo va incontro con proposte che soddisfano i padroni del capitale e dei mezzi di produzione: il taglio dei salari dei lavoratori. Il potere resta indiscusso e indiscutibile e, allora, come oggi, la crisi è pagata dai lavoratori:

 

Gli economisti dal canto loro non se ne stanno con le mani alla cintola: ma studiano, indagano e dànno responsi. La crisi è l’effetto della concorrenza straniera: no, dell’eccesso di produzione: neppur di questo, ma dell’elevatezza de’ salari. Sicuro, se gli operai del paese non fossero così ingordi da pretendere una paga superiore a quella de’ coolies cinesi e degli schiavi africani, quale capitalista al mondo penserebbe di sospendere la produzione? Il capitalista — gli economisti proclamano ad alta voce — è ben nel suo dritto di non voler sapere di produzione, se egli non tocca il suo ordinario profitto: spetta all’operaio a metter senno e contentarsi, per paura di peggio, di lavorare a stomaco digiuno, come se si dovesse prendere la santa comunione[3]”.

 

La metafora dello Stato padronale

Francesco Saverio Merlino usa una breve metafora per smascherare la favola dello Stato super partes. Lo Stato è parte in causa nella logica del dominio e della sussunzione, è schierato con i più forti, perché è l’agile strumento istituzionale con cui i più forti dominano mascherandosi e facendo appello ad una uguaglianza giuridica e quindi solo formale. Lo Stato nell’immaginario letterario e politico di Severino è uno scimmione, non è umano, assomiglia all’essere umano, ma in realtà agisce bestialmente e secondo la legge della giungla: approfitta e divora la fatica dei più deboli. Li turlupina al punto che l’unico modo che i sussunti hanno per difendere ciò che hanno guadagnato è disertare dalla giustizia del scimmione:

 “C’erano due gatti, che convennero di uscire a foraggiare insieme e di dividersi la preda in parti uguali. Presero ciascuno un pezzo di formaggio; ma il pezzo d’uno era più grosso di quello dell’altro. Si recarono dallo Scimione, che era giudice; il quale per eguagliare le parti, cominciò a morsicare prima il pezzo più grosso, che presto divenne più piccino, poi l’altro, poi di nuovo il primo. I gatti videro la mala parata, s’adocchiarono e, raccolto quel che restava, andarono a goderselo in pace. I due gatti sono gli operai manuali, intellettuali ed altrimenti distinti d’oggi. I due pezzi di formaggio sono i prodotti del loro lavoro associato, co’ quali devono soddisfare i loro bisogni. — Lo Scimione è il Governo con quel che segue. La morale della favola tiratela voi[4]”.

Per poter resistere e trasformare in prassi la consapevolezza che i sudditi hanno appreso dalla realtà storica è necessario ricongiungere ciò che il capitale ha separato: la natura umana. Senza rifondazione metafisica il capitale non può essere abbattuto. Se la natura umana è una, il capitale per ipostatizzarsi interviene per dividerla e immettere fratture, in tal modo nella lotta che pervade ogni strato sociale e ogni relazione umana si disperde la possibilità del sovvertimento di un ordine innaturale che nega la comune natura umana:

“Anche qui lo scienziato ed il manovale sono eguali: ambedue vivono ad un dipresso la stessa vita. La natura umana è una. I bisogni diventano disuguali quando si allontanano dalla natura, e diventano fittizii. Il bisogno del ricco è di strapotere come il bisogno del potente è di straricchire. Questi bisogni, che consistono non nella conservazione e nel perfezionamento del proprio essere, ma nell’oppressione e nella soppressione dell’essere e de’ bisogni altrui, sono contro natura. I bisogni veri e progressivi degli uomini lungi dall’essere in conflitto fra loro, armonizzano e si esaltano, per così dire, nell’associazione[5]”.

 

Associazionismo e natura umana

La soluzione è l’associazionismo con cui l’essere umano si riappropria della sua natura comunitaria ed esce dalle relazioni di dominio e violenza. L’alienazione non è eterna, ma essa può essere trascesa con un movimento storico che abbia la chiarezza dell’obiettivo finale: l’economia per l’essere umano e non contro gli umani:

“L’uomo, che lavora per sé, produce quello che gli bisogna e consuma quello che produce. Egli trova la misura al suo lavoro nei suoi bisogni, e trova la misura de’ suoi bisogni nella sua capacità e forza di lavorare. Egli non sacrifica la sua salute in un lavoro eccessivo, né trascura per ingordigia di ricchezze la coltura della sua mente. Solo costretto per fame, l’uomo lavora eccessivamente a prezzo della vita, per soddisfare non i suoi, ma gli altrui bisogni[6]”.

 

Associazionismo e pieno possesso dei mezzi di produzione ribaltano l’innaturale ordine del capitale. La critica all’economicismo non può essere disgiunta dalla chiarezza sulla natura umana. Solo in tal modo appare nella sua tragica realtà la violenza della crematistica che, per eternizzarsi, cerca di occupare lo spazio e il tempo di ogni essere umano occultando la sua violenza.

Per ricominciare a pensare in modo libero può essere proficuo riallacciare i sentieri interrotti tra il passato e il presente che il capitale ha “ideologicamente” reciso.

Salvatore Bravo

[1] Francesco Saverio Merlino (Napoli, 15 settembre 1856– Roma, 30 giugno 1930) 

[2] Francesco Saverio Merlino, Manualetto di scienza economica, Vasai editore, Firenze, 1888, pag. 10.

[3] Ibidem, pag. 49.

[4] Ibidem, pag. 11.

[5] Ibidem, pag. 10.

[6] Ibidem, pag. 10.



M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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Annie Lacroix-Riz – C’è un contesto storico che spiega perché la Russia è stata messa all’angolo. Questa guerra, per quanto deplorevole, è stata annunciata molto tempo fa, e le voci ragionevoli di militari, diplomatici e accademici in Occidente, che non hanno accesso a nessun grande organo di “informazione” privato o statale, sono categoriche sulle responsabilità esclusive e di lunga data degli Stati Uniti nello scoppio del conflitto che hanno reso inevitabile.

L’histoire contemporaine toujours sous influence

Annie Lacroix-Riz, docente di storia contemporanea all’Università di Parigi VII-Denis Diderot, ha scritto diversi libri sulle due guerre mondiali e la dominazione politica ed economica. Guarda con attenzione la situazione in Ucraina ponendola in relazione alla storia dell’imperialismo di inizio XX secolo e la sua continuazione. Quello che ci viene raccontato troppo spesso dai media non ci permette di capire il conflitto, quindi di cercare una soluzione per la pace. In questa intervista, ci viene offerto uno sguardo retrospettivo utile per comprendere gli eventi e la storia recente della regione.

 

Intervista a Annie Lacroix-Riz

C’è un contesto storico che spiega perché la Russia è stata messa all’angolo

Questa guerra, per quanto deplorevole, è stata annunciata molto tempo fa, e le voci ragionevoli di militari, diplomatici e accademici in Occidente, che non hanno accesso a nessun grande organo di “informazione” privato o statale, sono categoriche sulle responsabilità esclusive e di lunga data degli Stati Uniti nello scoppio del conflitto che hanno reso inevitabile.

* * * *

Nei media, si ha l’impressione che la guerra in Ucraina sia scaturita dal nulla. Cosa può dirci del suo contesto storico?

Prima di tutto, gli elementi storici sono quasi assenti da quella che è difficile definire una “analisi” della situazione. Tuttavia, ci sono due aspetti importanti da prendere in considerazione negli eventi attuali. In primo luogo, c’è una situazione generale, cioè l’aggressione della Nato contro la Russia. In secondo luogo, c’è una sorta di ossessione contro la Russia – e anche contro la Cina. Questa ossessione non è nuova, quindi permette di relativizzare l’attuale frenesia anti-Putin. L’essenza della presunta “analisi occidentale” è che Putin sia un pazzo paranoico e (o) un nuovo Hitler. Ma l’odio per la Russia e il fatto di non sopportare che la Russia eserciti un ruolo mondiale è riconducibile all’imperialismo statunitense.

 

Come si spiega questa ossessione?

È un’ossessione caratteristica di un imperialismo dominante che è stato egemone per quasi tutto il XX secolo. Questo imperialismo non vuole perdere la propria egemonia, che però sta perdendo. In effetti, oggi non siamo più nella stessa situazione degli anni ‘50, quando gli Stati Uniti rappresentavano il 50% della produzione mondiale. La Cina si sta avvicinando alla posizione di primo produttore del mondo, e questo non piace agli Stati Uniti. Negli ultimi anni abbiamo raggiunto un momento particolarmente acuto del confronto, segnato da una serie di aggressioni sconcertanti.

Anche la Russia viene presa di mira. Si ha l’impressione che ci sia ancora una sorta di rancore contro i bolscevichi, ma è importante rendersi conto che questa russofobia dell’imperialismo statunitense è iniziata in epoca zarista ed è continuata in seguito, anche dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Gli impegni presi dagli Stati Uniti di non avanzare militarmente nella zona ex sovietica sono stati tutti violati. Dal 1991 al febbraio 2022, siamo così arrivati a un momento in cui la prospettiva per la Russia di vedere la Nato alle sue porte e di un’Ucraina nuclearizzata è divenuta una realtà immediata.

 

Qual è il posto dell’Ucraina nel confronto fra potenze imperialiste?

L’Ucraina è inseparabile dalla storia della Russia fin dall’alto Medioevo. La Russia con tutte le sue ricchezze naturali è una caverna di Alì Babà e l’Ucraina è stata il suo gioiello più grande: è una fonte straordinaria di carbone, ferro e tante altre risorse minerali, oltre che un formidabile deposito di grano e altri cereali. Cosa che ha attratto a lungo i desideri di molti.

Se ci atteniamo al periodo imperialista (dal 1880), possiamo dire che è stata la Germania a essere inizialmente interessata all’Ucraina. Prima della guerra del 1914, il Reich tedesco decise di controllare l’impero russo assicurandosi il controllo delle sue “marche” più sviluppate, l’Ucraina e gli Stati baltici. Durante il conflitto, la Germania trasformò questi Stati e l’Ucraina in una roccaforte militare, la base per il suo assalto all’Impero russo. Durante la Prima guerra mondiale, mentre la Germania fallì sul fronte occidentale già nel 1917, lo stesso non si può dire del fronte orientale, che dominò fino alla sua sconfitta. E anche se, dal gennaio 1918, la Russia da poco sovietica era sottoposta a ulteriori aggressioni da parte di tutte le altre potenze imperialiste (14 paesi la invasero senza dichiarazione di guerra), Berlino riuscì a imporle, nel marzo 1918, il trattato di Brest-Litovsk, che ne confiscò l’Ucraina. La sconfitta della Germania alla fine della Prima guerra mondiale non è valsa a restituirla, vista la guerra condotta sul suo suolo dagli “Alleati”, sostenuti da tutti gli elementi antibolscevichi, russi e ucraini.

 

L’Ucraina ha poi goduto di un breve periodo di indipendenza…

Dal 1918 al 1920, ci fu effettivamente un breve periodo di “indipendenza” folcloristica, sullo sfondo dell’aggressione delle armate bianche (pogromiste) di Denikin, e del pogromista Petliura, ufficialmente “indipendentista” e alleato della Polonia (che mirava a tutta l’Ucraina occidentale). L’Ucraina rimase l’obiettivo del Reich, che aveva preso il sopravvento sull’impero austriaco, poi gli “austro-ungarici” degli Asburgo, possessori della Galizia orientale, nell’ovest dell’Ucraina, dopo la spartizione della Polonia. Questa tutela germanica fornì una base preziosa per l’indebolimento della Russia e dello slavismo ortodosso, dal tempo degli Asburgo, con l’uniatismo come strumento principale, guidato dal Vaticano.

 

Che ruolo ha avuto il Vaticano?

L’uniatismo cattolico, supporto ideologico della conquista germanica, aveva sedotto una parte della popolazione ucraina occidentale, grazie al suo aspetto formale molto vicino all’ortodossia. Questo strumento di conquista austriaco fu ripreso dalla Germania in epoca imperialista: il Vaticano, capendo che non poteva più contare sul moribondo impero cattolico, si sottomise definitivamente al potente Reich protestante all’inizio del XX secolo, anche in Ucraina.

Nel periodo tra le due guerre, l’Ucraina giocò quindi un ruolo decisivo nell’alleanza tra la Germania e il Vaticano, al quale Berlino affidò lo spionaggio militare attraverso i chierici uniati. Possiamo vedere come fu organizzato allora il tentativo di conquistare l’Ucraina, consacrato dalla firma del Concordato del Reich del luglio 1933. Uno dei suoi due articoli segreti stabiliva che la Germania e il Vaticano si sarebbero alleati nella presa dell’Ucraina, che era uno dei principali obiettivi di guerra della Germania, sia nella Prima guerra mondiale che nella Seconda. L’assalto militare, l’occupazione e lo sfruttamento economico sarebbero spettati alla Germania, la “ricristianizzazione” cattolica al Vaticano.

 

Anche gli Stati Uniti erano interessati…

L’Ucraina è una questione importante in sé, ma è anche la porta d’accesso al Caucaso ricco di petrolio. Gli Stati Uniti si sono uniti all’imperialismo tedesco per entrare in Russia e specialmente in Ucraina dopo la fine della Prima guerra mondiale. Nel 1930, tutti gli imperialismi sognavano di abbuffarsi nella ricca Ucraina. Nel mio libro Aux origines du carcan européen, ho mostrato come Roman Dmovski, uomo politico polacco di estrema destra, aveva analizzato perfettamente la “questione ucraina” nel 1930. Scrisse che i grandi imperialismi volevano tutti mangiarsi l’Ucraina, con in testa i due più febbrilmente impegnati nel compito: il tedesco e l’americano. Diceva anche che se l’Ucraina fosse strappata dalla Russia, questa sarebbe diventata un paese puramente “consumatore”, costretta a comprare i suoi prodotti industriali altrove. Non avrebbe mai potuto sostenere una tale perdita, aggiungeva.

 

Non ha funzionato, l’Ucraina è rimasta nell’Unione Sovietica. Ma c’era ancora il nazionalismo ucraino, giusto?

Il nazionalismo ucraino è stato prima tedesco e poi statunitense (o meglio entrambi), perché non aveva una reale capacità di indipendenza: il Reich lo ha finanziato prima del 1914, e da allora non ha mai smesso. Infatti, coloro che sostenevano di volere l’Ucraina “indipendente” (Bandera più di alcuni dei suoi, che non pretendevano nemmeno di rivendicarla “immediatamente”) appartenevano tutti all’uniatismo, che nel periodo tra le due guerre, e per tutta la Seconda guerra mondiale, fu confuso con il nazismo.

È difficile non fare il collegamento con i movimenti che troviamo oggi: il battaglione Azov, Pravy Sektor, ecc., sono gli eredi diretti e rivendicati del movimento autonomista ucraino del periodo tra le due guerre, che vide la creazione, già nel 1929, del movimento banderista. Chiamata “Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini” (OUN), fu interamente finanziata dal Reich di Weimar e poi di Hitler (dopo che l’“autonomismo” era stato sovvenzionato dal Reich guglielmino).

 

Come si è sviluppato questo movimento?

Il movimento di Stepan Bandera, ora “eroe nazionale” ufficiale dell’Ucraina statale, e al quale il battaglione Azov e altri raggruppamenti filonazisti rendono costantemente omaggio, si diffuse a partire dal 1929 nell’Ucraina polacca e slovacca. Non era presente nell’Ucraina sovietica e ortodossa. I “banderisti”, come altre correnti del “nazionalismo ucraino”, erano anti-ebraici, anti-russi e anche violentemente anti-polacchi. Hanno anche attaccato radicalmente gli ucraini non autonomisti e gli ucraini che erano rimasti vicini alla Russia.

Queste bande di ausiliari della polizia tedesca, dal 1939 nella Polonia occupata, poi dal 22 giugno 1941 nell’URSS occupata, formarono un “esercito [cosiddetto] insurrezionale”, l’UPA. Questi 150-200.000 criminali di guerra massacrarono indiscriminatamente centinaia di migliaia di loro “nemici”: ebrei, ucraini fedeli al regime sovietico, russi e polacchi, che odiavano come gli altri. Per prendere solo l’esempio dei polacchi, tra 70.000 e 100.000 civili furono uccisi dalle milizie banderiste durante la guerra. L’argomento propagandistico in voga secondo cui lo Stato polacco ha accolto calorosamente gli ucraini “vicini” sentimentalmente è, alla luce di questa lunga storia criminale (che inizia prima della guerra), assurdo.

Nel 1944, quando l’Unione Sovietica riprese il controllo di tutta l’Ucraina, compresa Lvov (in luglio), 120.000 di questi criminali di guerra fuggirono in Germania. Gli Stati Uniti li hanno usati quando sono arrivati nella primavera del 1945.

Un libro sull’argomento, Hitler’s Shadow, è stato pubblicato da due storici americani ed è disponibile online in inglese. È tanto più interessante perché i suoi due autori sono storici approvati dal Dipartimento di Stato, con il quale lavorano ufficialmente sulla storia dello sterminio degli ebrei: Richard Breitman e Norman J.W. Goda. Mostravano come gli americani, appena arrivati in Germania nella primavera del 1945, avevano rintracciato tutti i criminali di guerra, tedeschi e non. Una parte dei banderisti rimase in Germania, nelle zone occidentali, soprattutto nella zona americana, con un grande raggruppamento a Monaco. Un altro è stato accolto a braccia aperte negli Stati Uniti, tramite la Cia, in barba alle leggi sull’immigrazione, e un altro ancora è rimasto nell’Ucraina occidentale.

Quest’ultimo gruppo, forte di decine di migliaia di persone, ha condotto una guerra inespicabile contro l’Unione Sovietica: tra l’estate del 1944 e l’inizio degli anni ‘50, ha assassinato 35.000 funzionari civili e militari, con il sostegno finanziario tedesco e americano, in particolare dal 1947-48. Un eccellente storico tedesco-polacco che ha avuto grossi problemi di censura dopo la “rivoluzione arancione” del 2004, Grzegorz Rossolinski-Liebe, ha dimostrato che il banderismo rimane un inestinguibile terreno di coltura filonazista: i molti eredi di Bandera nutrono un odio uguale per polacchi, russi, ebrei e ucraini che non sono fascisti. Inutile dire che questo ricercatore ha avuto grossi problemi di censura dalla “rivoluzione arancione” del 2004, e ancora di più nell’era di Maidan, soprattutto perché la sua tesi studiava come, dal 1943, i banderisti avevano creato una propria leggenda di “resistenza ai nazisti” tanto quanto ai rossi che agli ebrei. Una leggenda che è stata molto utile per l’inclusione nella lista dei gruppi “democratici” sostenuti da Washington.

 

Quali sono state le conseguenze di questa collusione?

Tra i criminali di guerra accolti calorosamente negli Stati Uniti, gli intellettuali contavano molto. Dal 1948, sono stati reclutati in gran numero dalle università americane, quella dell’Ivy League in testa, tra cui Harvard e Columbia. Nei “centri di ricerca sulla Russia” che sono proliferati dal 1946-1947, hanno partecipato, insieme ai loro prestigiosi colleghi americani, a una frenetica guerra ideologica contro la Russia. Fu in questo contesto che si diffuse la leggenda del “l’Holodomor”, i cui eventi hanno poi segnato le tappe decisive della conquista dell’Ucraina. Questa “ricerca” e questo “insegnamento”, impiegati per più di 70 anni, e diffusi in massa, con l’aiuto dei grandi media, nel corso dei decenni nell’Europa americana, hanno letteralmente “imputridito” la conoscenza “occidentale” della storia dell’Ucraina (e, più in generale, dell’URSS).

I sostenitori politici di Euromaidan, avatar delle innumerevoli “rivoluzioni arancioni” degli ultimi vent’anni, hanno formato la spina dorsale del 2014, alleandosi con gli oligarchi che, dal 1991, avevano monopolizzato tutta la ricchezza dell’Ucraina. Va notato che questo tipo di saccheggio non è proprio della Russia di Putin; può essere osservato in quasi tutti i paesi usciti dall’Unione Sovietica. In Ucraina, gli oligarchi hanno fatto affidamento su questi elementi banderisti. Lo Stato ucraino di Poroshenko e dei suoi successori dal 2014 si appoggia apertamente su questi movimenti nazisti che gli Stati Uniti hanno pasciuto al loro seno, senza tregua dal 1944-1945.

Gli Stati Uniti avevano infatti un programma esplicito, codificato nel giugno 1948 nel quadro della Cia, per liquidare puramente e semplicemente non solo la zona di influenza sovietica ma lo stesso Stato sovietico. Fu sotto l’amministrazione democratica che venne messa in atto la politica del “rollback” [annullamento] per schiacciare il comunismo dovunque si fosse stabilito (e per impedire che si stabilisse ovunque nella zona d’influenza americana). Come tutta una serie di lavori storici hanno dimostrato, compresi lavori di ricercatori americani con forti legami con l’apparato statale e robusti sentimenti antisovietici, questo programma è stato sicuramente attuato con la Cia fin dalla sua nascita, nel luglio 1947.

Possiamo cogliere tutta la portata del programma nel testo del febbraio 1952 di Armand Bérard, diplomatico francese distaccato a Bonn, che cito per esteso in Aux origines du Carcan européen. Bérard profetizzava che la Russia, così indebolita dalla guerra di logoramento tedesca condotta contro di lei dal 1941 al 1945 (27-30 milioni di morti, l’URSS europea devastata) avrebbe capitolato sotto i colpi degli Stati Uniti e della Germania di Adenauer, ufficialmente perdonata per i suoi crimini e riarmata fino ai denti: Mosca avrebbe finito per cedere tutta l’Europa centrale e orientale, che costituiva la sua “zona d’influenza” e che era stata oggetto “dei cambiamenti fondamentali, in particolare di natura democratica, che, dal 1940, hanno avuto luogo nell’Europa orientale”, nelle parole di questo diplomatico molto “occidentale”. E la data del 1940 si riferisce alla sovietizzazione degli Stati baltici e di parti della Romania e della Polonia, gli uni più fascisti degli altri.

 

Ma ci sono voluti alcuni anni.

Dopo il 1945, questo tipo di progetto ha richiesto tempo, poiché il governo sovietico era meno indifferente al proprio popolo e ai popoli circostanti di quanto la storia della propaganda “occidentale” sostenga. Ma è stato portato avanti con notevole continuità e con enormi risorse finanziarie. L’intera popolazione fu presa di mira, ma un’attenzione particolare fu dedicata alle élite statali e intellettuali del paese, che, come priorità, dovevano essere distaccate dallo Stato sovietico. Lo sforzo è accelerato considerevolmente dopo la vittoria degli Stati Uniti nel 1989, e con maggiore efficienza, mentre la Russia attraversava un decennio di completa decadenza. Bisogna ricordare che sotto Eltsin, le potenze straniere, in primo luogo gli Stati Uniti, hanno governato il paese, l’economia venduta all’asta è crollata, la popolazione diminuita dello 0,5% all’anno (drammaticamente in Siberia e nell’Estremo Oriente), e l’aspettativa di vita della popolazione russa era scesa drasticamente nel 1994 (di quasi dieci anni per gli uomini).

Durante questi anni, il lavoro delle termiti tedesco-americane che Breitman e Goda hanno descritto per gli anni 1945-1990 (perché i tedeschi erano strettamente coinvolti) si è ovviamente intensificato. È vero che il National Endowment for Democracy (NED), caro a Patricia Nuland, un’eminenza delle amministrazioni Bush e poi di tutti i suoi successori democratici, Biden compreso, ha appena cancellato dal proprio sito i suoi dossier sul finanziamento, che fino ad allora erano stati pubblici, almeno in parte, della secessione dell’Ucraina, e poi del suo inserimento nell’apparato di aggressione alla Russia. Ma il sito del Dipartimento di Stato non ha censurato l’ammissione del 13 dicembre 2013 del sottosegretario Nuland, la signora delle opere buone di Maidan, così presente a Kiev nel febbraio 2014, davanti al Congresso: lì ha dichiarato con orgoglio che dalla caduta dell’URSS (1991), “gli Stati Uniti” hanno “investito più di 5 miliardi di dollari per assistere l’Ucraina”. Lo scopo era certamente quello di assicurarsi una presa definitiva sulla miniera d’oro agricola e industriale ucraina, obiettivo finale di questa lunga crociata. Ma era anche per portare l’Ucraina nella Nato, di cui quasi tutti i paesi dell’ex zona di influenza sovietica e molte delle ex repubbliche sovietiche sono già membri. Questo è stato riconosciuto da molti anni. È stato chiaramente riaffermato dalla “carta di partenariato strategico Stati Uniti-Ucraina firmata il 10 novembre 2021 dal segretario di Stato americano Antony Blinken e dal ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba”: questa è la dicitura orgogliosamente esibita dal Parlamento europeo di Strasburgo nella sua “Risoluzione del 16 dicembre 2021 sulla situazione alla frontiera ucraina e nei territori occupati dell’Ucraina occupati dalla Russia”.

Da quel momento in poi, Mosca doveva essere portata a cinque minuti dalle bombe atomiche che erano state conservate nei paesi membri della Nato fin dalle origini del Patto atlantico (in alcuni casi fin dai primi anni ‘50). C’era da esacerbare il contenzioso delle miserie inflitte dall’Ucraina di Maidan alle popolazioni del Donbass, in chiara violazione degli accordi di Minsk. La propaganda occidentale ha taciuto dal 2014 al febbraio 2022 su queste miserie e su questa violazione degli accordi di cui Parigi e Berlino erano “garanti”.

La lunga congiuntura storica e gli sviluppi dal 1989, seriamente aggravati dal 2014, hanno messo all’angolo la Russia. Tutti gli osservatori ragionevoli sottolineano che ha lanciato la guerra contro l’Ucraina il 24 febbraio 2022, spinta ai suoi limiti estremi. Questo passo ricorda quello fatto dall’Unione Sovietica alla fine del 1939.

 

Che cosa intende con questo?

Questo è un elemento essenziale. Alla fine del 1939, l’Unione Sovietica fece un sincero tentativo di negoziare con la Finlandia, presentata negli archivi storici e militari come un puro e semplice alleato della Germania nazista. Dal 1935, la Germania aveva installato una serie di campi d’aviazione militare in Finlandia, che erano basi d’attacco dell’URSS cedute de facto alla Germania, e che furono effettivamente utilizzate durante la guerra per l’aggressione tedesca contro l’URSS. Per settimane, Mosca ha discusso invano con la Finlandia, che una volta era stata parte dell’Impero russo ma che era diventata un paese chiave del “cordone sanitario” antibolscevico nel 1918-1919. I sovietici chiesero alla Finlandia di scambiare parte del suo territorio per creare una forte zona cuscinetto difensiva intorno a Leningrado con un territorio (sovietico) più vasto. Le trattative fallirono, sotto la pressione della Germania e di tutti i paesi “democratici” che, come dichiarò all’epoca un diplomatico fascista italiano, sognavano una generale “Santa Alleanza” contro i sovietici.

L’URSS invase la Finlandia il 30 novembre 1939. Ha dovuto affrontare una propaganda del tipo di quella diffusa ora e delle sanzioni (compresa l’espulsione dalla Società delle Nazioni, ottenuta all’unanimità il 14 dicembre). Si trattava solo del mostro sovietico contro la povera piccola Finlandia, e il Vaticano del filo-nazista Pio XII era sbilanciato come il Papa attuale sui “fiumi di sangue” ucraini. La “guerra d’inverno”, in un paese chiave del “cordone sanitario” dove la popolazione era stata “scaldata” contro il comunismo e l’URSS per oltre vent’anni, fu terribile.

Dolorosamente, l’Armata Rossa ha infine sconfitto la Finlandia. E il 12 marzo 1940, l’accordo raggiunto diede a Helsinki ciò che Mosca aveva già offerto nel 1939, né più né meno, e senza dubbio protesse Leningrado dall’invasione. È significativo che l’attuale campagna di propaganda vilipenda il lungo periodo di neutralità che la Finlandia del dopoguerra ha osservato, dopo che la Finlandia filonazista era passata, come previsto, in guerra dalla parte della Germania.

 

Quindi questo le ricorda l’attuale situazione in Ucraina?

Sì, se ci si attiene ai fatti storici e non ci si limita a dire che siamo di fronte a un mostro squilibrato. Leggo oggi in petizioni o giornali di riferimento che “Putin” sta incendiando un’Europa finora calma e pacifica. Ma non abbiamo sentito questi intellettuali, reclutati in massa dalla grande stampa e scatenati contro il “nuovo Hitler”, protestare e manifestare contro le centinaia di migliaia di morti causati dai bombardamenti americani ed “europei” in Iraq, Libia, Afghanistan e Siria. Le stesse persone che maledicono “Putin” hanno trovato eccellenti i 78 giorni di bombardamenti contro Belgrado e il “nuovo Hitler” Milosevic. Il paragone, va notato, è stato applicato a tutti i “nemici” che l’Occidente si è creato da quando Nasser nazionalizzò il canale di Suez.

Né ricordo la forte indignazione di questi nuovi antinazisti per i 500.000 bambini morti in Iraq per mancanza di cibo e cure mediche come conseguenza immediata del blocco anglo-americano, bambini il cui sacrificio “valeva la pena” secondo l’ex segretario di Stato democratico Madeleine Albright, recentemente scomparsa. Cos’è questo sistematico doppio standard, applicato anche alle popolazioni martirizzate del Donbass, che Putin è accusato di aver strumentalizzato per otto anni contro la tanto simpatica Ucraina?

Questa guerra, per quanto deplorevole, è stata annunciata molto tempo fa, e le voci ragionevoli di militari, diplomatici e accademici in Occidente, che non hanno accesso a nessun grande organo di “informazione” privato o statale, sono categoriche sulle responsabilità esclusive e di lunga data degli Stati Uniti nello scoppio del conflitto che hanno reso inevitabile.

 

Come si svilupperanno le cose?

Non faccio commenti sul futuro, perché gli storici non dovrebbero fare previsioni, soprattutto data l’informazione, esecrabile, attualmente disponibile. Ma mi sento in diritto di affermare che gli Stati Uniti sono la potenza imperialista le cui guerre di aggressione hanno, dalla fine della Seconda guerra mondiale, accumulato milioni di morti. Raccomando il libro tradotto di William Blum, un ex funzionario della Cia (sono i migliori analisti), che ha stabilito una rigorosa cronologia dei crimini degli Stati Uniti contro una serie di stati cosiddetti “canaglia”.

La Russia non è sempre stata vista come tale da “l’Occidente”, dai tempi della “Grande alleanza” e dello “zio Joe” (Josif Stalin). Fino agli ultimi decenni di propaganda unilaterale “occidentale” sulla liberazione dell’Europa attraverso il solo sbarco americano nel giugno 1944, era ampiamente riconosciuto che solo l’Armata Rossa aveva sconfitto la Wehrmacht, e a quale prezzo! Secondo stime recenti, gli Stati Uniti hanno subito meno di 300.000 morti totali nella Seconda guerra mondiale sui fronti di Pacifico ed Europa, tutti morti militari. Ho ricordato prima il mostruoso bilancio di morti di parte sovietica: dieci milioni di vittime militari, da 17 a 20 milioni le vittime civili.

Finora la Russia, sovietica o no, non ha seminato rovine in guerre straniere. È stata oggetto di aggressioni ininterrotte da parte delle grandi potenze imperialiste dal gennaio 1918. Non lo dico perché sono una sostenitrice di Putin. Tutti i documenti d’archivio vanno in questa direzione, i diplomatici e i militari occidentali sono i primi a saperlo e ad ammetterlo nella loro corrispondenza non destinata alla pubblicazione. Questo è il tipo di documentazione che ho scavato per più di cinquant’anni. Non faccio, attraverso il mio lavoro e nel giudicare l’attuale congiuntura, che il mio mestiere di storico.


Saggio già pubblicato su sinistra in rete del 9 aprile 2022.


L’histoire contemporaine toujours sous influence, LE TEMPS DES CERISES, 2012

En 2004, dans un pamphlet intitulé ‘L’histoire contemporaine sous influence’, Annie Lacroix-Riz s’inquiétait d’une certaine dérive de la recherche historique depuis les années 1980. Le climat idéologique s’est alourdi avec la généralisation d’un certain révisionnisme historique pour lequel toute révolution serait liberticide. Ces nouveaux dogmes conduisent aussi à censurer où à mettre à l’index les travaux des historiens qui continuent à penser hors des sentiers battus. Depuis, de « réforme » de l’université en nouvelles lois sur les archives, la situation s’est aggravée. S’est banalisée l’histoire d’entreprise, l’histoire de connivence, qui fait l’impasse sur les épisodes les moins glorieux de la vie des entreprises ou de leurs dirigeants. En témoigne l’affaire Louis Renault qui a défrayé la chronique au début de cette année : afin d’obtenir la réhabilitation de leur ancêtre, les héritiers Renault et certains « historiens » avec eux ont réécrit sa biographie. Dans un contexte ou le statut de fonctionnaire est menacé, dans quelles conditions la recherche historique peut-elle être indépendante des pressions financières ?


M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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Mario Liverani – Paradiso e dintorni. Il paesaggio rurale dell’antico Oriente. “Torre di Babele” come metafora per la città e “Giardino dell’Eden” come metafora per la campagna. città orientale caratterizzata dai “luoghi del potere”. Città ellenistica (con i suoi elementi di derivazione greca) che dà spazio ai “luoghi della cittadinanza”.

Mario Liverani

La ‘Torre di Babele’ come metafora per la città e il ‘Giardino dell’Eden’ come metafora per la campagna. Entrambi erano caratterizzati da un elemento di crisi e di collasso: la torre di Babele era rimasta incompiuta e abbandonata, il giardino dell’Eden era stato chiuso all’uomo, costretto a migrare verso ambienti meno ospitali.

La città orientale era caratterizzata dai “luoghi del potere”, mentre quella ellenistica (con i suoi elementi di derivazione greca) diede altrettanto spazio ai “luoghi della cittadinanza” – le caratteristiche urbanistiche riflettendo quelle socio-politiche. Per “luoghi del potere” s’intendono le strutture difensive (mura e porte urbiche), gli edifici palatini, i palazzi, ma anche gli arsenali, le stalle, gli opifici militari), gli edifici templari (moltiplicati dalla struttura politeistica, ma culminanti nel tempio del dio cittadino), mentre a certe esigenze già presenti (specie lo scambio sia locale sia a distanza) vengono dedicati dei “non-luoghi” di funzionalità secondaria o intermittente: la porta urbica, lo spazio antistante al tempio, la via regia che attraversa la città. I “luoghi della cittadinanza” sono quelli dedicati alle riunioni politico-amministrative, allo scambio, allo svago: il foro (o agorà), i porticati che spesso lo circondano, il mercato, il teatro, le terme (o più banalmente i bagni pubblici). Per riprendere una distinzione resa celebra dal Guicciardini, al Palazzo si aggiunge e si contrappone la Piazza.

 


Negli anni Trenta del secolo scorso, il grande Marc Bloch concepì un nuovo paradigma di ricerca storica, nel quale riservò un ruolo privilegiato alla ricostruzione del paesaggio agrario. Questa scelta strategica – indicativa delle concezioni storiche tipiche della scuola delle Anna/es – si rivelò saggia, ed ebbe successo: sia perché bilanciava il peso della città con quello delle campagne, sia perché ottimamente si adattava a sottolineare gli elementi della “lunga durata” contro le strettoie della “storia evenemenziale”. Al seguito di Bloch, lo studio del paesaggio agrario è diventato un ovvio ed importante punto di partenza per la comprensione di ogni ambito storico quale scenario degli avvenimenti politici e delle tendenze socio-economiche, ma anche quale esito fisico di quegli avvenimenti e di quelle tendenze (in Italia si segnalò l’opera di Emilio Sereni). Il paesaggio, modificato dall’uomo attraverso il tempo, costituisce di per sé una fonte e uno strumento per la corretta valutazione della struttura sociale. L’organizzazione dello spazio regionale (comprendente sia gli insediamenti sia le campagne) è una sorta di immagine, impressa nel terreno, del modo di produzione e della struttura sociale che l’hanno prodotta.
Questo approccio è stato efficace nella storia medievale e moderna, non solo per una maggiore consapevolezza e un avanzamento metodologico, ma anche per una maggiore disponibilità e diversificazione di dati: registri catastali e archivi notarili, immagini iconografiche e gli stessi resti fisici dell’ antico paesaggio ancora a vista. Per la storia antica (e segnatamente per quella antico-orientale) il compito si è rivelato più difficile. A parte un’evidente arretratezza metodologica, connessa alla priorità assegnata all’edizione dei testi e alla competenza filologica, problemi aggiuntivi derivano dalla scarsità documentaria: i testi catastali sono limitati a poche zone e periodi, e i paesaggi antichi giacciono sepolti sotto la continua sedimentazione delle piane alluvionali, oppure distrutti da successivi interventi umani.
In alcune zone, tuttavia, l’archeologia ha contribuito a ricostruire le linee generali dello sfruttamento agricolo. E questo vale non solo per la Grecia classica o per l’Italia romana o per l’Europa preistorica e protostorica, ma anche per alcune parti del Vicino Oriente antico (pp. 6-7).

L’attuale copertura vegetale del Vicino Oriente è ben diversa da quella originaria, che possiamo non solo postulare ma concretamente ricostruire sulla base dei dati paleobotanici. Per condizioni “originarie” intendiamo qui quelle presenti all’inizio del Neolitico, prescindendo sia da quelle più remote, i cui mutamenti dipendono da fattori extra-umani, sia anche da quelle del Paleolitico la cui economia di sussistenza poteva praticarsi senza interventi di modifica ambientale, tuttalpiù con qualche modesto intervento di disboscamento mediante fuoco. È il passaggio dall’economia di caccia e raccolta a quella di produzione di cibo (agricoltura e allevamento) che rende funzionali e anzi necessari interventi sull’ambiente: ampliamento delle radure coltivabili e dunque disboscamento più sistematico, regolarizzazione dei corsi d’acqua, definizione di unità produttive (campi) mediante delimitazione ed anche recinzione, delineamento (per effetto di utilizzo ripetitivo) di percorsi per la transumanza (tratturi), per arrivare, a partire dal Bronzo Antico, a più incisivi interventi come i terrazzamenti collinari e le reti di canali a bonificare le zone paludose (p. 13).

Come ho già avuto occasione di suggerire (Mario Liverani, Power and Citizenship, in Peter Clark (ed.), Cities in World History, Ubuversity Press, Oxford 2013), la città orientale era caratterizzata dai “luoghi del potere”, mentre quella ellenistica (con i suoi elementi di derivazione greca) diede altrettanto spazio ai “luoghi della cittadinanza” – le caratteristiche urbanistiche riflettendo quelle socio-politiche. Per “luoghi del potere” s’intendono le strutture difensive (mura e porte urbiche), gli edifici palatini Ci palazzi, ma anche gli arsenali, le stalle, gli opifici militari), gli edifici templari (moltiplicati dalla struttura politeistica, ma culminanti nel tempio del dio cittadino), mentre a certe esigenze già presenti (specie lo scambio sia locale sia a distanza) vengono dedicati dei “non-luoghi” di funzionalità secondaria o intermittente: la porta urbica, lo spazio antistante al tempio, la via regia che attraversa la città. I “luoghi della cittadinanza” sono quelli dedicati alle riunioni politico-amministrative, allo scambio, allo svago: il foro (o agorà), i porticati che spesso lo circondano, il mercato, il teatro, le terme (o più banalmente i bagni pubblici). Per riprendere una distinzione resa celebra dal Guicciardini, al Palazzo si aggiunge e si contrappone la Piazza. Non ci sono piazze nella città antico-orientale, solo vie di ogni ordine e grado, dalla grande “via regia” fino ai dedali di oscure viuzze; al sole risplendente ma accaldante si preferisce l’ombra. Magari il re preferisce il sole, per motivi simbolici, ma va in giro seduto sul baldacchino e protetto dal grande ombrello, mentre i portatori (se solo potessero) preferirebbero l’ombra (p. 124).

Mario Liverani, Paradiso e dintorni. Il paesaggio rurale dell’antico Oriente, Gius. Laterza & Figli Bari 2018.,


Quarta di copertina
La nostra civiltà comincia il suo viaggio in uno spazio mitico. Un ‘giardino dell’Eden’ in cui l’uomo trovava soddisfatte tutte le sue necessità. Per secoli studiosi e ricercatori si sono interrogati sulla realtà storica di questo paesaggio primigenio. Oggi finalmente è possibile rispondere alla domanda: ma com’era fatto questo paradiso?

Quando l’Europa iniziò la sua esplorazione del Vicino Oriente, le notizie riguardanti quest’area erano sommarie e spesso facevano riferimento a un passato leggendario e mitico. In particolare, due miti ne avevano simboleggiato il paesaggio: la ‘Torre di Babele’ come metafora per la città e il ‘Giardino dell’Eden’ come metafora per la campagna. Entrambi erano caratterizzati da un elemento di crisi e di collasso: la torre di Babele era rimasta incompiuta e abbandonata, il giardino dell’Eden era stato chiuso all’uomo, costretto a migrare verso ambienti meno ospitali. Invece di città, i primi viaggiatori nel Vicino Oriente trovarono rovine, e invece di giardini trovarono il deserto. Col progredire dell’indagine storica e archeologica, le informazioni sulle antiche città (da Ninive a Babilonia) crebbero, mentre le informazioni sulle campagne rimasero scarse e quasi nulle. La storia orientale antica divenne una questione di re e dinastie, di città e palazzi, di scribi e artigiani e mercanti. Si sapeva che la stragrande maggioranza della popolazione antica era costituita da contadini e pastori, ma la ricostruzione della loro vita e del loro ambiente venne a lungo esclusa dal quadro. Oggi le condizioni sono cambiate. Possiamo provare, per la prima volta, a dare un volto al ‘giardino dell’Eden’, a quel paesaggio in cui è germinata alcuni millenni fa la nostra civiltà.

Indice del volume



Mappa del mondo babilonese, ca 500 a.C.


M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.

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FRanco Toscani – Marx non cessa di lodare la duttilità, l’iniziativa storica, la capacità di sacrificio, la novità e la grandezza dell’azione storica della Comune, per quanto destinata a essere sopraffatta.

Franco Toscani- Comune di Parigi

Jules Vallès

L’insorto.

Introduzione, traduzione e cura di Fernanda Mazzoli.

ISBN 978-88-7588-207-5, 2019, pp. 320, Euro 27.

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Peter Watkins – La Comune di Parigi è sempre stata seriamente emarginata dal sistema educativo francese. Le questioni che i comunardi affrontarono erano molto simili a quelle con cui dobbiamo confrontarci oggi.

Peter Watkins La comune di Parigi01

«La Comune di Parigi è sempre stata seriamente emarginata dal sistema educativo francese, nonostante – o forse perché – è un evento chiave nella storia della classe operaia europea, e quando ci siamo incontrati la maggior parte del cast ha ammesso di conoscere poco o nulla sull’argomento ed è stato molto importante che le persone si siano coinvolte direttamente nella nostra ricerca sulla Comune di Parigi, acquisendo così un processo esperienziale nell’analisi di quegli aspetti dell’attuale sistema francese che stanno fallendo nella loro responsabilità di fornire ai cittadini un processo veramente democratico e partecipativo. Migliaia di Comunardi morirono per i loro ideali nel 1871. Speriamo che prima di vedere la fine del film capirete perché, e quanto le questioni che affrontarono siano molto simili a quelle con cui dobbiamo confrontarci oggi».

Peter Watkins

 

La Commune (Paris, 1871) è un film storico-drammatico del 2000 diretto da Peter Watkins sulla Comune di Parigi. Come rievocazione storica in stile documentaristico, il film ha ricevuto molti consensi dalla critica, per i suoi temi politici e per la regia di Watkins. La Comune (Parigi, 1871) è stata girata in soli 13 giorni in una fabbrica abbandonata alla periferia di Parigi.

 


Louise Michel (1830-1905) – Non voglio difendermi e non voglio essere difesa, appartengo completamente alla rivoluzione sociale e mi dichiaro responsabile delle mie azioni. Viva la Comune di Parigi.

Louise Michel 01

F. Roy, libraire-éditeur,  (p. titre-490).
 

 


 

«Non voglio difendermi e non voglio essere difesa,
appartengo completamente alla rivoluzione sociale
e mi dichiaro responsabile delle mie azioni […].
Bisogna escludermi dalla società, siete stati incaricati di farlo, bene!
L’accusa ha ragione.
Sembra che ogni cuore che batte per la libertà
ha solo il diritto ad un pezzo di piombo,
ebbene pretendo la mia parte!».

 

***
*

Louise Michel, Dichiarazione rivolta al tribunale durante il processo contro i comunardi che la giudicava perché era stata arrestata sulle barricate di Parigi della Comune del 1871. Le sue parole ispirarono Victor Hugo nel suo poema Viro Major .


 


 

 

La barricata di Piazza Blanche difesa dalle Donne comunarde.

Franco Toscani – Karl Marx e il significato della “Comune” di Parigi. La “Comune” sarà celebrata per sempre come la gloriosa messaggera di una nuova società. La sua testimonianza, il suo patrimonio e la sua eredità risiedono essenzialmente nella «sovrabbondanza di umanità dalla parte degli oppressi».

Karl Marx e la Comune di Parigi

 

Karl Marx, Die Klassenkämpfe in Frankreich: 1848 bis 1850

Die Klassenkämpfe in Frankreich: 1848 bis 1850 è una raccolta di articoli pubblicati nel 1850 da Karl Marx (1818-1883) sulla «Neue Rheinische Zeitung» e poi riuniti in volume da Friedrich Engels (Berlin, der Expedition des Vorwärts, 1895). 
La traduzione italiana, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, uscì a Milano nel 1896 dalle edizioni della Critica sociale e venne ripubblicata più volte (nel 1902, 1922,  1925 e poi nel dopoguerra).

Franco Toscani

 Karl Marx
e il significato della Comune di Parigi

 

 

I.
Marx e il significato essenziale della Comune di Parigi
come “governo del popolo per il popolo”.
‘Paris, arbeitend, denkend, kämpfend, blutend…’

Se le rivoluzioni sono per Marx “le locomotive della storia” (“Die Revolutionen sind die Lokomotiven der Geschichte”),[1] quella della Comune parigina del 1871 fu per lui la locomotiva più trainante e fondamentale, una vera e propria stella polare del suo pensiero e della sua attività politica come dirigente della Prima internazionale dei lavoratori. In vari scritti e occasioni Marx non cessa di lodare la duttilità, l’iniziativa storica, la capacità di sacrificio, la novità e la grandezza dell’azione storica della Comune, per quanto destinata a essere sopraffatta dalla reazione borghese.

Com’era sua consuetudine, per scrivere (fra il maggio e il giugno 1871) ciò che nel merito rimane il suo testo principale, Der Bürgerkrieg in Frankreich. Adresse des Generalrats der Internationalen Arbeiterassoziation (La guerra civile in Francia. Indirizzo del Consiglio generale dell’Associazione internazionale dei lavoratori), egli si documentò con grande accuratezza sull’esperienza rivoluzionaria francese (su cui scrisse pure due abbozzi preparatori), lavorò su materiali forniti da giornali francesi, inglesi e tedeschi, esaminò sia pubblicazioni che sostenevano la Comune sia quelle che si opponevano ad essa, utilizzò pure lettere e racconti orali di non pochi partecipanti all’esperienza della Comune e reduci dalla Francia (tra cui Léo Frankel, Eugène Varlin, Auguste Serraillier, Paul Lafargue, Yelisaveta Tomanovskaya, Pyotr Lavrov), si avvalse dei risultati cui era giunto nei suoi studi precedenti sulle lotte di classe in Francia (come Der Achtzehnte Brumaire des Louis-Napoleon, 1851-1852).[2]

Dal 18 marzo al 28 maggio 1871 resistette e operò alacremente, in condizioni di terribili avversità, la “gloriosa rivoluzione operaia” (die ruhmvolle Arbeiterrevolution, cfr. MEOC XXII, 287) della Comune, messa in atto da chi cercò di prendere in mano il proprio destino e seppe giungere sino all’estremo sacrificio di sé nella lotta per la salvezza nazionale (la Pariser Kommune era infatti agli occhi di Marx, giustamente, die wahrhaft nationale Regierung, il vero governo nazionale, cfr. MEOC, XXII, 303) e per una nuova, migliore società.

Analizzando con grande cuore, intelligenza e passione questa esperienza rivoluzionaria, Marx ritiene che il proletariato parigino, nel momento della disfatta e dei tradimenti delle classi dominanti, abbia deciso di padroneggiare il proprio destino assumendo “la direzione degli affari pubblici” (die Leitung der öffentlichen Angelegenheiten), prendendo “il potere di governo” (die Regierungsgewalt); tale presa di potere non avvenne impadronendosi semplicemente della macchina statale-militare-burocratica già data e usandola per i propri fini, ma cercando di spezzarla (come l’autore del Capitale scrive anche in una lettera a Ludwig Kugelmann del 12 aprile 1871) in quanto strumento di dominio di classe (Klassenherrschaft) e di asservimento sociale (cfr. MEOC XXII, 293-294 e 770, n. 429).

Riflettendo sullo stato borghese caratterizzato da un potere esecutivo centralizzato, il pensatore tedesco interpreta la sollevazione parigina come una rivoluzione contro il carattere essenzialmente repressivo del potere statale e capace di proporre, in nuce, un modello alternativo di potere e di istituzione municipale e statale.

La neue Kommune, per Marx, “rompe il moderno potere dello stato” (die moderne Staatsmacht bricht) proprio nel suo tentativo caparbio di porre termine alla perpetuazione (Verewigung) dell’asservimento sociale (gesellschaftliche Knetschaft. Cfr. MEOC XXII, 298, 300).

Pur assediata e in mezzo a mille inenarrabili difficoltà, la Comune voleva essere infatti e, per il breve tempo che le fu concesso, riuscì effettivamente ad essere il “governo della classe lavoratrice” (Regierung der Arbeiterklasse), “un governo del popolo per il popolo” (eine Regierung des Volks durch das Volk), capace di porre fine alla separazione fra stato e società, al dispotismo del potere.

Essa fu un nobile e grandioso tentativo di ripensare radicalmente la stessa nozione di potere politico o (leggiamo nel primo abbozzo de La guerra civile in Francia) “la riassunzione da parte del popolo per il popolo della sua vita sociale. Non è stata una rivoluzione per trasferirlo da una frazione delle classi dominanti all’altra, ma una rivoluzione per abbattere questa stessa orribile macchina della dominazione di classe” ( cfr. MEOC XXII, 299, 304, 486).

Nel primo abbozzo Marx così riassume il senso essenziale della rivoluzione parigina: “E’ il popolo che agisce per sé stesso da sé stesso” (MEOC XXII, 463).

Essa sorse come “la rivolta di una città provata dalla guerra e umiliata dalla sconfitta”[3] e divenne un “mezzo organizzato d’azione”, un “mezzo razionale” per condurre la lotta delle classi “nel modo più razionale ed umano” (cfr. MEOC XXII, 490), per rendere il potere al servizio della società e non più contro o sopra di essa.

E’ pure rimarchevole il fatto, ben documentato, che nel periodo dell’esperienza rivoluzionaria comunarda vi fu più ordine e sicurezza per le strade, diminuirono drasticamente gli assassinii, i furti, le aggressioni: “Non più cadaveri sui tavoli dell’obitorio, non più insicurezza nelle vie. Parigi non era mai stata così tranquilla. Al posto delle cocottes, le eroiche donne di Parigi! Una Parigi virile, inflessibile, che combatte, che lavora, che pensa! Una Parigi piena di magnanimità! Di fronte al cannibalismo dei suoi nemici, metteva i suoi prigionieri solamente in condizioni di non nuocere!” (MEOC, 507).

Continua Marx nel primo abbozzo: “Soltanto i proletari, infiammati da un nuovo compito sociale da portare a termine per tutta la società, il compito di sbarazzarsi di tutte le classi e del dominio di classe, erano gli uomini che potevano distruggere lo strumento di quella dominazione di classe – lo Stato, il potere governativo centralizzato ed organizzato, che pretendeva di essere il signore anziché il servo della società”(MEOC XXII, 487).

Nel primo abbozzo, Marx sottolinea la semplice e cristallina grandezza della Comune in questo modo: “La Comune – il riassorbimento del potere dello Stato da parte della società, in quanto sue forze vitali invece che in quanto forze che la controllano e la assoggettano, da parte delle stesse masse popolari, che formano la loro stessa forza al posto della forza organizzata per reprimerle – la forma politica della loro emancipazione sociale al posto della forza artificiale della società esercitata dai loro nemici per opprimerle (la loro stessa forza che viene loro opposta ed organizzata contro di loro). Questa forma era semplice come tutte le grandi cose” (MEOC XXII, 488).

Secondo Marx, la forma politica inaugurata dalla Comune (“la forma politica dell’emancipazione sociale, della liberazione del lavoro”, “la forma comunale di organizzazione politica”) assume un valore che va ben oltre i confini pur importanti della capitale francese; il modello parigino è esemplare, indicativo e regolativo per tutta la Francia, valido sia per tutti i grandi centri industriali del paese sia per i più piccoli villaggi di campagna: “Tutta la Francia organizzata in Comuni che lavorano per sé e si governano da sé, l’esercito permanente sostituito dalle milizie popolari, l’esercito dei parassiti dello Stato destituito, la gerarchia clericale rimpiazzata dall’insegnante pubblico, i giudici di Stato trasformati in organismi comunali, il suffragio per la rappresentanza nazionale non più una questione d’intrallazzi per un governo onnipotente, ma l’espressione deliberata di comuni organizzate, le funzioni dello Stato ridotte a poche funzioni per scopi generali nazionali” (cfr. MEOC XXII, 490-491).

L’unità nazionale e politica va garantita e organizzata attraverso la costituzione comunale e il contributo delle iniziative locali. La struttura del potere e dello stato va ricostituita e rifondata per assecondare e favorire il libero movimento e sviluppo della società.

Mettendo in discussione lo stato borghese, la Commune de Paris voleva contrastare e superare der rein unterdrückende Charakter der Staatsmacht (“il carattere puramente repressivo del potere dello stato”) e la Knechtung (asservimento) del lavoro al capitale, per trasformare il lavoro in un “lavoro libero e associato (freie und assoziierte Arbeit)” e restituire il suo libero movimento (freie Bewegung) alla società (cfr. MEOC, XXII, 294-295, 298, 300).

Essa – intesa come “la forma politica finalmente scoperta” (die endlich entdeckte politische Form) della “emancipazione economica del lavoro” (ökonomische Befreiung der Arbeit. Cfr. MEOC XXII, 299) – mirava concretamente a una rifondazione dei poteri istituzionali e statali su salde basi popolari e libertarie.

Marx prende in esame accuratamente le principali misure assunte durante il periodo di governo della Comune, come l’elettività, responsabilità e revocabilità – in qualunque momento – di tutti i funzionari pubblici e rappresentanti politici (legati a un mandat impératif dei loro elettori e remunerati con livelli salariali pari a quelli degli operai), l’abolizione dei privilegi economici previsti per il servizio pubblico, il controllo operaio della produzione (con l’attribuzione ai lavoratori delle fabbriche abbandonate o dismesse), la soppressione dell’esercito permanente e la sua sostituzione col popolo in armi, la separazione fra stato e chiesa, il carattere laico, popolare, gratuito, libero e aperto a tutti dell’istruzione, etc. .

Marx elenca minuziosamente, entrando nei dettagli, le ordinanze, i decreti, i provvedimenti di tipo economico-finanziario presi dalla Comune assediata (operante sotto gli occhi dei vincitori prussiani da una parte e dell’esercito francese agli ordini di Thiers dall’altra, con Bismarck e Thiers di fatto alleati e concordi nel tentativo di stroncarla) a favore delle classi popolari e nella direzione di una maggiore giustizia sociale; in particolare, l’autore di Das Kapital sottolinea il valore del decreto del 16 aprile 1871 (pubblicato sul “Journal officiel de la République française” il 17 aprile 1871 e ritenuto da Engels il più importante dell’intera esperienza rivoluzionaria comunarda), che sanciva la consegna alle cooperative operaie delle officine e delle manifatture che erano state chiuse o per la fuga dei capitalisti o per una sospensione da essi decisa del lavoro; tale decreto avviava la trasformazione effettiva in senso socialista della produzione (cfr. MEOC XXII, 304, 773, n. 454).

La Comune aveva anche cominciato a valorizzare concretamente la soggettività, il protagonismo e la dignità delle donne. In Der Bürgerkrieg in Frankreich Marx rileva con sollievo, letizia e calore che nella Parigi comunarda “sono ricomparse le vere donne di Parigi (die wirklichen Weiber von Paris) – eroiche, nobili e leali, come le donne dell’antichità (wie die Weiber des Altertums). Una Parigi che lavorava, pensava, lottava, dava il proprio sangue – quasi dimentica, nel suo portare in grembo una società nuova, dei cannibali alle sue porte -, radiosa nell’entusiasmo della sua storica iniziativa! (Paris, arbeitend, denkend, kämpfend, blutend, über seiner Vorberaitung einer neuen Gesellschaft fast vergessend der Kannibalen vor seinen Toren, strahlend in der Begeisterung seiner geschichtlichen Initiative!)” (MEOC XXII, 307). Perciò i comunardi furono concretamente – senza alcuna retorica – degli eroi e la loro testimonianza resta unica.

Quest’immagine vitale della Parigi comunarda, simbolica di un nuovo mondo (neue Welt) che stava sorgendo è da Marx duramente contrapposta a quella del vecchio mondo (alte Welt) marcio e decadente di Versailles: “La Parigi del signor Thiers (…) la Parigi ricca, capitalista, dorata, oziosa (…) si accalcava a Versailles, saint Denis, Rueil e Saint Germain con i suoi lacchè, i suoi furfanti, con la sua bohême di letterati e le sue cocottes (…), considerava la guerra civile come un gradevole diversivo, guardando lo svolgimento della battaglia attraverso i binocoli, contando i colpi di cannone, e giurando sul proprio onore e su quello delle sue prostitute che lo spettacolo (das Schauspiel) era allestito assai meglio di quello solito della Porte Saint Martin” (MEOC XXII, 308).

Accadde così che i francesi controrivoluzionari e i prussiani militaristi, cioè vinti e vincitori agirono di concerto per soffocare nel sangue la sollevazione del popolo parigino, alleati nell’organizzazione degli orrori (Schandtaten) e delle infamie (Niedertrachten), nello sterminio (Ausrottung) e nella carneficina (Blutbad) della Parigi rivoluzionaria (cfr. MEOC XXII, 313-314). Marx è durissimo anche nei confronti della Prussia bismarckiana, definita uno sgherro (Bravo), più precisamente uno sgherro codardo (feiger Bravo) e mercenario (gemieteter Bravo. Cfr. MEOC XXII, 319).

 

 

 

II.
Marx, l’ ‘esistenza operante’ e la lotta valorosa della Comune di Parigi

 

Ciò che importa maggiormente è comunque l’ “esistenza operante (arbeitendes Dasein)” della Comune nella direzione del superamento della vecchia società borghese (Bourgeoisgesellschaft): “Quale che sia il merito di ciascuna delle misure adottate dalla Comune, la sua misura più grande era la sua organizzazione, improvvisata col nemico straniero che premeva a una porta, e il nemico di classe dall’altra, dando prova con la propria vita della propria vitalità, confermando le sue tesi con la sua azione” (cfr. MEOC XXII, 304, 489).

La Comune non inseguì astratti ideali, ma cercò tenacemente e coraggiosamente di liberare gli elementi di una nuova società (neue Gesellschaft) dalla vecchia società borghese putrescente. La Pariser Kommune non pretendeva di poter agire secondo l’infallibilità (Unfehlbarkeit), come tutti i governi di vecchio stampo, ma operava nella totale trasparenza e pubblicità dei suoi atti e decreti, senza nascondere tutte le sue manchevolezze (Unvollkommenheiten); anche per questo essa aveva cominciato ad avviare una meravigliosa trasformazione (wunderbare Verwandlung. Cfr. MEOC XXII, 306) nella pratica del potere e nella concezione stessa del potere, inteso non come dominio, ma come servizio e poter-essere nella direzione di una vita degna e di una società più giusta e libera.

In generale, contro ogni tipo di centralizzazione dispotica e arbitraria, il vecchio sistema di potere centralistico avrebbe dovuto essere sostituito dall’ “autogoverno dei produttori” (Selbstregierung der Produzenten) e l’autorità avrebbe dovuto essere intesa come un servizio alla società, non come potere repressivo o dominio su di essa; al posto di una investitura gerarchica del potere, il suffragio universale doveva servire al popolo costituito in comuni.

Intenzione della Comune era di restituire “al corpo sociale tutte le forze fino allora assorbite dallo Stato parassita che si nutre della società e ne ostacola il libero movimento. Con questo solo atto avrebbe dato inizio alla rigenerazione della Francia (die Wiedergeburt Frankreichs)” (cfr. MEOC XII, 297-298).

Il contrario della Comune è lo stato borghese repressivo, il quale non è che l’apparenza spettrale dello stato concepito nella sua separazione dalla società. L’intenzione di Marx è dunque, nel riferimento concreto all’esperienza della Comune, quella di esaltare il “libero movimento” della società, la sua liberazione dalle catene e dai privilegi economico-politici esistenti, la relativa autonomia della società, sempre repressa, fino ad allora, dallo Stato parassita e vampiro che si nutre di tutte le forze sociali.

Ciò è rimarchevole e particolarmente degno di nota in riferimento a quel che saranno nel XX secolo il totalitarismo comunista bolscevico, i regimi repressivi del Partito unico identificato con lo Stato, la vera e propria idolatria del Partito-Stato, che non ha nulla a che fare, evidentemente, con l’originaria proposta marxiana.

L’esistenza e la Costituzione della Comune implicano “la libertà municipale locale (die lokale Selbstregierung)”, l’esautoramento della monarchia (la quale in Europa è “il normale ingombro e l’indispensabile copertura del dominio di classe (Klassenherrschaft)”) e la fondazione delle istituzioni repubblicane su basi autenticamente democratiche (cfr. MEOC XXII, 299). La sua è una forma politica “espansiva”, come “governo della classe operaia” che pone fine al dominio borghese e all’asservimento sociale, operando in totale trasparenza e pubblicità.

Mirando all’ “espropriazione degli espropriatori” (quella Enteignung der Enteigner di cui Marx aveva già parlato in Das Kapital), la Comune intendeva realizzare l’emancipazione dei lavoratori, incentivare la produzione cooperativa secondo un piano comune (gemeinsamer Plan), porre fine alla moderna schiavitù del lavoro salariato e ridare un nuovo senso, una nuova dignità alla parola lavoro e ai lavoratori, considerando la terra e il capitale come “semplici strumenti di un lavoro libero e associato” (cfr. MEOC XXII, 300).

Rappresentando tutti gli elementi sani della società francese, come governo operaio e popolare, “audace campione dell’emancipazione del lavoro (der kühne Vorkämpfer der Befreiung der Arbeit)”, la Comune era il “vero governo nazionale” e aveva un forte carattere internazionale, aveva “annesso alla Francia gli operai di tutto il mondo” (cfr. MEOC XXII, 303-304), aveva cominciato a realizzare l’internazionalismo proletario, la solidarietà internazionale dei lavoratori, nominando ad esempio ministro del lavoro il tedesco Léo Frankel; essa era pienamente consapevole di iniziare una nuova era storica, ma non le fu concesso tempo.

Sapendo che la causa dei lavoratori è dovunque la stessa e che il nemico è dovunque lo stesso, la Comune fu così anche una grande e genuina espressione della solidarietà e dell’internazionalismo proletario e popolare contro ogni miope nazionalismo, contro ogni tipo di imperialismo militaristico e guerrafondaio.

Marx coglie con grande lucidità questo aspetto – ripreso con forza qualche decennio dopo da Rosa Luxemburg – e sembra quasi ammonire/presagire circa le immani sventure e i macelli umani preparati dai nazionalismi e dall’imperialismo che si manifesteranno anche e soprattutto nelle guerre mondiali del ventesimo secolo: “Lo sciovinismo della borghesia è soltanto la suprema vanità che dà una copertura nazionale a tutte le sue pretese. E’ un mezzo, grazie agli eserciti permanenti, per perpetuare lotte internazionali, per sottomettere in ogni paese i produttori scagliandoli contro i loro fratelli di ogni altro paese, un mezzo per ostacolare la collaborazione internazionale delle classi operaie, prima condizione della loro emancipazione” (MEOC XXII, 502).

L’anti-imperialismo, l’anti-militarismo, l’anti-nazionalismo e l’internazionalismo della Comune furono dimostrati concretamente il 16 maggio 1871 dall’abbattimento, tramite un decreto del 12 aprile, della colonna Vendôme, simbolo del militarismo (das kolossale Symbol des Kriegsruhms) e dei bourgeois chauvins (borghesi sciovinisti) francesi, eretta a Parigi tra il 1806 e il 1810 per celebrare le vittorie militari di Napoleone; per la precisione, il décret del 12 aprile decideva la demolizione della colonne Vendôme in quanto “monumento di barbarie, simbolo di forza bruta e di falsa gloria, affermazione del militarismo, negazione del diritto internazionale” (cfr. MEOC XXII, 304, 475, 503, 772, n. 451).

Quanto la Comune aveva messo in moto era troppo, era insopportabile, ” ‘impossibile’ comunismo” (‘unmöglicher’ Kommunismus) agli occhi delle sanguisughe e dei vampiri del proletariato, della camarilla reazionaria e dei suoi pennivendoli, del vecchio mondo borghese e aristocratico attaccato ai propri immensi privilegi, ricchezze e poteri, vizi e lussi, roso dalla rabbia e dal desiderio di vendetta alla vista della bandiera rossa (die rote Fahne…das Symbol der Republik der Arbeit) sventolante sull’Hôtel de Ville; la Comune stava dimostrando infatti la realizzabilità del ” ‘possibile’ comunismo” (‘möglicher’ Kommunismus. Cfr. MEOC XXII, 300-301).

Nessuno si aspettava miracoli (Wunder) dalla Comune, che portò avanti la rivoluzione in condizioni di enormi difficoltà, né essa aveva “utopie belle e pronte da introdurre par décret du peuple“; piuttosto, “nella piena coscienza della sua missione storica” (im vollen Bewuβtsein ihrer geschichtlichen Sendung), essa agiva con tenacia ed “eroica risoluzione” (Heldenentschluβ), senza alcuna inutile violenza e senza ferocia, con “modestia, coscienza ed efficienza”, con “moderazione” (βigung), “umanità” (Menschlichkeit) e “magnanimità” (Hochherzigkeit), come seppe dimostrare ad esempio Flourens (cfr. MEOC XXII, 291, 300-301, 315, 534).

L’unico vero errore della Comune fu, a parere di Marx, quello di non marciare immediatamente su Versailles, all’inizio ancora indifesa, per arginare le manovre di Thiers e dei Rurali (i “Ruraux”), per impedire la riorganizzazione della controrivoluzione, degli sciacalli ” ‘Ordungsmänner’, die Reaktionäre von Paris” (cfr. MEOC XXII, 289).

 

III.
La Comune di Parigi gravida di futuro e messaggera d’una nuova società

Il tono di Marx è giustamente commosso e pieno di indignazione, tutto il suo scritto è lucidissimo e, insieme, pervaso da una forte tonalità etico-politica che anche noi facciamo nostra ancor oggi, anzi, più che mai oggi, in questi nostri tempi così disincantati, grigi e fiacchi dal punto di vista della solidarietà e della tensione etico-politica.

Con l’eccezione dei più incalliti reazionari e dei ricchi capitalisti, perfino la grande maggioranza della classe media (bottegai, commercianti, artigiani) riconobbe la capacità di gestione sociale della Comune, che seppe impostare una efficace politica di alleanze fra il proletariato e i settori intermedi della società parigina e, ad esempio, con la “Loi sur les échéances” (un decreto del 17 aprile 1871 pubblicato sul “Journal officiel de la République française”), “stabilì che tutti i debiti fossero rateizzati in tre anni senza interessi, alleviando così la situazione della piccola borghesia e svantaggiando i creditori, i grandi capitalisti” (cfr. MEOC XXII, 301, 771, n. 440).

Nel primo abbozzo de La guerra civile in Francia Marx scrive a questo proposito: “Per la prima volta nella storia, la piccola e media borghesia si è apertamente stretta intorno alla Rivoluzione degli operai, e l’ha proclamata come il solo strumento della propria salvezza e di quella della Francia! Forma con loro la grande massa della Guardia nazionale, siede con loro nella Comune, e per loro media nell’Union républicaine! (…)

Di fronte ai disastri collezionati dalla Francia in questa guerra, alla sua crisi da collasso nazionale ed alla sua rovina finanziaria, questa classe media sente che non la classe corrotta di coloro che vogliono essere gli schiavisti della Francia, ma soltanto le virili aspirazioni ed il potere erculeo della classe operaia possono portarla in salvo!

Sente che solo la classe operaia può emanciparla dal dominio dei preti, convertire la scienza da strumento del dominio di classe in una forza popolare, trasformare gli stessi uomini di scienza da manutengoli del pregiudizio di classe, da parassiti dello Stato a caccia di posizioni, e da alleati del capitale, in liberi funzionari del pensiero! La scienza può interpretare la sua parte autentica solo nella Repubblica del Lavoro” (MEOC XXII, 496-497).

Praticando il realismo rivoluzionario, la Comune aveva cominciato a cercare alleanze pure nel mondo contadino, proclamando ad alta voce – in un appello del 10 aprile 1871 dei “lavoratori di Parigi” (“Les travailleurs de Paris”) “aux travailleurs des campagnes” – che la sua vittoria era “la sola speranza” anche dei contadini francesi (cfr. MEOC XXII, 302, 772, n. 445).

Con la sua politica saggia e lungimirante di alleanze già operante nelle prime settimane di vita della Comune attraverso le prime misure prese, era facile prevedere un effetto contagio e una larga diffusione anche nelle campagne e in tutto il paese del consenso popolare all’operato dei comunardi. Perciò la maggiore preoccupazione dei controrivoluzionari e della canaglia reazionaria capeggiata da Thiers fu quella di isolare la Parigi comunarda dal resto del paese, “in modo da bloccare la diffusione della peste bovina” (cfr. MEOC XXII, 303).

Nel secondo abbozzo de La guerra civile in Francia, Marx è giustamente durissimo nel sintetizzare il reale significato della reazione (Reaktion) di Versailles, della Paris des Verfalls (Parigi del declino): “Alla Parigi che combatte, che lavora, che pensa, elettrizzata dall’entusiasmo dell’iniziativa storica, piena di eroica realtà, la nuova società nel suo travaglio, si oppone a Versailles la vecchia società, un mondo di antiquate simulazioni e di menzogne accumulate. (…) Non c’è niente di reale in loro al di fuori della loro comune cospirazione contro la vita, il loro egoismo dettato dall’interesse di classe, il loro desiderio di nutrirsi della carcassa della società francese, i loro comuni interessi di schiavisti, il loro odio verso il presente, e la loro guerra contro Parigi” (MEOC XXII, 544).

Nelle ultime pagine di Der Bürgerkrieg in Frankreich Marx si sofferma con grande commozione, indignazione e amarezza – che avvertiamo pienamente anche noi oggi nel riferire e riflettere su quanto allora avvenne – sugli accordi fra Thiers e Bismarck (nemici nella guerra tra Francia e Prussia nel 1870, ma alleati nello stroncare l’esperienza rivoluzionaria comunarda del 1871) per pianificare la repressione e la carneficina della Comune, ossia l’ “indicibile infamia del 1871. L’eroismo sino al sacrificio di sé (der selbstopfernde Heldenmut) con cui la popolazione di Parigi – uomini, donne e ragazzi – ha combattuto per otto giorni dopo l’entrata dei versagliesi riflette tanto la grandezza della loro causa (die Gröβe ihrer Sache), quanto le azioni infernali della soldatesca riflettono lo spirito innato di questa civiltà di cui essi sono i vendicatori mercenari. Una civiltà gloriosa, invero, il cui grande problema è come riuscire a sbarazzarsi dei mucchi di cadaveri che ha prodotto, dopo la fine della battaglia!” (MEOC XXII, 314).

In tutto il suo scritto Marx non risparmia disprezzo e sarcasmo, ampiamente giustificati, nei confronti di quella che chiama la feccia (Bande), la Reaktion, i vari Thiers, Favre, Desmarets, Vinoy, Galliffet, etc., ossia i principali infami esponenti degli sterminatori della Comune, coloro che hanno posto fine all’esperienza e alla vita della “serena Parigi lavoratrice” (das heitere Arbeiter-Paris der Kommune, cfr. MEOC XXII, 315), che aveva osato combattere ogni Klassenherrschaft (dominio di classe), ogni statalismo repressivo e dispotico, per tendere alla rigenerazione (Wiedergeburt) dell’intera Francia.

Questa Pariser Kommune, in mezzo ai misfatti e ai tradimenti delle classi dominanti (herrschende Klassen), fu agli occhi di queste ultime una vera Sphinx (sfinge) capace di tormentare l’angusto Bourgeoisverstand (intelletto borghese); essa fu die proletarische Revolution, l’avvio del governo dell’Arbeiterklasse, la cui opera fu interrotta tragicamente dalle “prodezze cannibalesche dei banditi di Versailles” (kannibalische Taten der Versailler Banditen. Cfr. MEOC XXII, 291, 293).

In Der Bürgerkrieg in Frankreich sferzante e costante è il sarcasmo di Marx sull’ipocrisia e sul conformismo borghesi, sulla Zivilisation und Gerechtigkeit der Bourgeoisordnung (civiltà e giustizia dell’ordine borghese), il cui vero volto – essendo una “civiltà nefasta” (schmäliche Zivilisation) fondata sull’ “asservimento del lavoro” (Knechtung der Arbeit) – si mostra, specialmente nel momento delle violenze e del massacro finali, sotto l’aspetto di “aperta barbarie e vendetta senza legge” (unverhüllte Wildheit und gesetzlose Rache. Cfr. MEOC XXII, 314-315).

Nella brutale repressione della Comune, di quella che fu un’autentica rivoluzione proletaria, la società borghese mostrò il suo volto più rivoltante e rivelatore, il suo spirito di vendetta e la sua ferocia di classe: “La sua guerra contro Parigi non è nient’altro che una pusillanime chouannerie sotto la protezione delle baionette prussiane. E’ una spregevole cospirazione per assassinare la Francia, per salvaguardare i privilegi, i monopoli ed il lusso delle classi degenerate, svigorite e putrefatte che l’hanno trascinata in un abisso dal quale può essere salvata solo dalla mano erculea di una vera rivoluzione sociale” (Primo abbozzo, in MEOC XXII, 449).

La conclusione di Der Bürgerkrieg in Frankreich è amara: “La cospirazione della classe dominante per abbattere la Rivoluzione mediante una guerra civile portata avanti sotto il patrocinio dell’invasore straniero (…) è culminata nella carneficina di Parigi. Bismarck gongola (schaut) di fronte alle rovine di Parigi, (…) di fronte ai cadaveri del proletariato di Parigi” (MEOC XXII, 318).

Da parte di Marx l’interpretazione degli avvenimenti parigini del 1871 è cruda e realistica, non lascia spazio a edulcorazioni e a facili consolazioni. La sconfitta della Comune è un fatto, la tragedia immensa, ma, nonostante quest’esito così indubbio e doloroso, la Comune – questo evento straordinario – è incontestabilmente esistita, anzi annuncia la rovina futura della Bourgeoisgesellschaft e il prossimo avvento d’una nuova società.

La sveglia è stata comunque data a tutti i popoli europei e al proletariato internazionale; l’ “eroico sacrificio di sé” (seine heroische Selbstopferung, cfr. MEOC XXII, 315) dei comunardi non è avvenuto invano, per chi sappia trarre un insegnamento da quanto accaduto: un nuovo mondo è possibile.

Si tratta ora, per Marx e per l’Internazionale, di proseguire la lotta; non vi sono per lui dubbi su chi alla fine vincerà, se “i pochi sfruttatori o l’immensa maggioranza lavoratrice” (cfr. MEOC, XXII, 319).

Il messaggio della Comune resta dunque un grande e permanente messaggio di solidarietà internazionale del proletariato e dei popoli nella lotta per l’emancipazione sociale, per giungere – attraverso lunghe e difficili lotte e tutte le contraddizioni della storia – alla Befreiung, a una nuova società senza dominio di classe e a una “repubblica sociale” (come leggiamo nel primo abbozzo, cfr. MEOC XXII, 497).

Così Marx conclude – con parole che, mutatis mutandis, ancor oggi rimangono per noi valide e stimolanti – l’Indirizzo del Consiglio generale dell’Associazione internazionale dei lavoratori, Der Bürgerkrieg in Frankreich: “La Parigi operaia, con la sua Comune, sarà celebrata per sempre come la gloriosa messaggera di una nuova società. I suoi martiri hanno per urna il grande cuore della classe operaia (Das Paris der Arbeiter, mit seiner Kommune, wird ewig gefeiert werden als der ruhmvolle Vorbote einer neuen Gesellschaft. Seine Märtyrer sind eingeschreint in dem groβen Herzen der Arbeiterklasse). I suoi sterminatori, la storia li ha già inchiodati a quella gogna eterna, dalla quale non riusciranno a riscattarli tutte le preghiere dei loro preti” (MEOC XXII, 320).

La sua testimonianza, il suo patrimonio e la sua eredità risiedono essenzialmente nella “sovrabbondanza di umanità dalla parte degli oppressi” (MEOC XXII, 537).

Per quanto feroci, nessuna carneficina e nessuna repressione potranno cancellare il fatto incontestabile che la Comune parigina è stata (come leggiamo nel secondo abbozzo de La guerra civile in Francia) una “rivoluzionaria rivendicazione del futuro (…). La Comune di Parigi può cadere, ma la Rivoluzione sociale a cui ha dato inizio trionferà. Il suo luogo di nascita è ovunque” (MEOC XXII, 546-547).

La lotta di classe (Klassenkampf) sempre risorgerà dal suo terreno sorgivo che è la stessa società moderna. Come ha rilevato giustamente Lelio Basso, il saggio marxiano sulla Comune non ha soltanto “un valore di elogio funebre per la posterità”.[4]

Noi oggi non abbiamo e non possiamo avere alcuna certezza di “trionfo”, né possiamo rivendicare in alcun modo il futuro, ma indubbiamente la testimonianza luminosa della Comune, “gravida di un mondo nuovo” (cfr. il primo abbozzo di Der Bürgerkrieg in Frankreich, MEOC XXII, 481), non cessa ancora di risplendere per noi e di indicarci il difficile cammino della civiltà planetaria, pure nell’epoca per tanti aspetti tenebrosa e rischiosa dell’attuale cosiddetta “globalizzazione”.

Franco Toscani

Piacenza, autunno 2017


[1] Cfr. K. Marx, Die Klassenkämpfe in Frankreich (1850), trad. it. di P. Togliatti, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, in K. Marx-F. Engels, Opere complete, vol. X, a cura di A. Aiello, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 121.

[2]Nelle pagine seguenti faremo riferimento alla seguente edizione italiana in cui sono compresi (insieme ad altri scritti) sia Der Bürgerkrieg in Frankreich (La guerra civile in Francia, 1871, pp. 275-321) sia i due abbozzi preparatori sopra citati (pp. 433-518, 519-558): K. Marx-F. Engels, Opere complete, vol. XXII (d’ora in poi cit. con la sigla MEOC XXII), trad. it. di S. Bracaletti, V. Morfino, M. Vanzulli, F. Vidoni, a cura di M. Vanzulli, La Città del Sole-Editori Riuniti, Napoli 2008. Per i vent’anni della Comune, nel 1991 Engels curò una rilevante edizione tedesca in cui, oltre a Der Bürgerkrieg in Frankreich, pubblicò i due abbozzi preparatori, assieme al primo e al secondo Indirizzo del Consiglio generale dell’Internazionale sulla guerra franco-prussiana del 1870. Si tenga presente pure una pregevole edizione italiana degli scritti marxiani sul tema: K. Marx, Scritti sulla Comune di Parigi, a cura di P. Flores d’Arcais, Samonà e Savelli, Roma 1971.

[3] L. Basso, Socialismo e rivoluzione, Feltrinelli, Milano 1980, p. 195. In questo libro di Lelio Basso le pagine 192-197 sono dedicate in modo esplicito e assai stimolante all’interpretazione marxiana della Comune.

[4] L. Basso, Socialismo e rivoluzione, Feltrinelli, Milano 1980, p. 193.


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M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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