Bartolomeo Bellanova – Riflessioni sul saggio di Etienne De La Boetie : “Discorso sulla servitù volontaria”

Etienne De La Boetie

Etienne De La Boetie

Riflessione di Bartolomeo Bellanova sul celebre “Discorso sulla servitù volontaria” scritto dal giovane Etienne De La Boetie probabilmente nel 1552-1553

Etienne De La Boetie nasce a Sarlat il primo novembre 1530. Si laurea in giurisprudenza all’Università di Orleans e nel 1554 ottiene la carica di consigliere al Parlamento di Bordeaux dove incontrerà poi Michel De Montaigne, anch’egli eletto nello stesso parlamento, con il quale sorge un forte legame di amicizia. Siamo nella Francia di Caterina dei Medici (reggente al trono per il piccolo Carlo IX), afflitta dalle lotte di religione tra cattolici e ugonotti, che culmina con la violenta repressione di questi ultimi. Nel 1560 viene conferito a La Boite l’incarico segreto di tentare una riconciliazione religiosa che ottiene discreti risultati. Muore il 18 agosto 1563 all’età di 33 anni dopo una fulminea malattia, tra le braccia dell’amico Montaigne, affidandogli il compito di pubblicare le sue opere. Montaigne assolve il desiderio dell’amico per le poesie e le traduzioni di Senofonte e Plutarco, ma non per le opere di carattere politico, compreso il Discorso sulla servitù volontaria. Era successo un caso di “pirateria editoriale”: il testo inedito era venuto in mano ad alcuni ugonotti che, nella loro feroce polemica contro la monarchia, non esitarono a inserire alcuni passaggi dello stesso dove si descrive lo strapotere del tiranno e la condizione miserevole dei sudditi, in un loro pamphlet anonimo fatto circolare nel 1574. Due anni più tardi il testo integrale viene pubblicato con il titolo di “Cont’un” (“Contro uno”) all’interno di una raccolta di vari scritti anti monarchici a cura del calvinista ginevrino Goulard. Da allora ad oggi in varie occasioni durante periodi rivoluzionari lo scritto di La Boetie ricompare con interpretazioni più o meno partigiane; non sfugge soprattutto all’attenzione dei primi comunisti che si rifanno all’esperienza di Babeuf, ma è il socialismo cristiano francese, quello che solitamente viene chiamato utopistico, che fa di La Boetie uno dei suoi diretti antecedenti, così come avverrà all’inizio del novecento con la lucida analisi di Landauer che ne esplora profondità ancora irrisolte.

Quello che segue è il flusso di emozioni, pensieri e poesie sgorgato in modo naturale dalla lettura e dall’attualizzazione dello scritto di La Boetie.

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Lo stato di natura dell’uomo è essere libero, viene prima di fare il bene o il male, lo precede: è la nostra condizione originaria. Siamo stati creati tutti fratelli in quanto della stessa specie, perché potessimo riconoscerci: bipedi pensanti con una testa, due occhi da cui tracima l’anima, due mani.

La natura non ha previsto il ruolo di servo, sottoposto e sottomesso: le differenze di forza e ingegno avrebbero dovuto compensarci le vite, non sopraffarci l’un l’altro con l’accanimento che nemmeno la peggior fiera può immaginare.

La lingua parlata è stata creata per aiutare la comprensione: un’unica lingua per un’unica specie. Poi secolo dopo secolo, impero dopo impero, ecco le regole, le caste, gli intoccabili, i servi della gleba, gli schiavi, le etnie. Nasce il potere, piovra che si legittima scomodando il Divino, mille tentacoli che s’allungano e circondano la vita dei semplici, la stritolano. E a ogni rivoluzione i tentacoli falciati via rinascono come Medusa.

Che evoluzione involuta! Fino ad oggi anno di disgrazia 2015 d.c. : tablet, p.c., connessione, banda larga, fame, pianto, raccapriccio, silenzio!

Siria: bambini di occhi d’ulivo, dormono la morte, silenzio!

Lampedusa: bambini di occhi di ebano galleggiano la morte, silenzio!

Dimezzati

Viviamo dimezzati dai mezzi amori
dai mezzi lavori, dai mezzi politici,
dalle mezze parole.
Abbiamo dimenticato l’altra metà
in qualche fondo di bottiglia,
in qualche tubo di scappamento,
tra due pagine incollate dagli acari
dei ricordi ancestrali.
Allora deglutiamo confetti amari
d’indifferenza, di abitudine, di solitudine,
ignavia spalmata sulle palpebre,
per non vedere.
Noi che siamo fatti per baciare la luna piena
sulle guance d’argento.
Noi con la forza di arpionare il sole
a un lenzuolo di cielo.
E poi avvolgerlo addosso e vivere,
bollore di sangue e terra vivere,
bollore di sangue e sperma, nascere.
Non avevamo padroni, noi,
generali, banchieri, sacerdoti, cerimonieri,
solo fratelli e sorelle.
Mani nelle mani a benedire ogni giorno il Creatore.
Ora ci pesa anche spostare un granello d’indignazione.
Un granello ognuno fanno sette miliardi di granelli.
Si rovescerebbe il globo superbo:
sopra il sud e giù il nord.
Cos’è questa spianata che ci contiene tutti,
ci nutre, ci allatta, ci prosciuga,
c’inonda, ci maledice ?
E’ un pianoforte a coda con sette miliardi di tasti
bianchi e di tasti neri.
Quante note diverse, quante corde intime
se suonassero insieme!
Sarebbe meno triste la nostra breve scampagnata
su questa terra.
Si potrebbe danzare sotto la pioggia dei fiori di pesco.

Quale oscuro male, quale malevolo incantesimo può aver cancellato così profondamente nella memoria degli uomini l’attaccamento vitale alla propria libertà? Perché l’uomo ha rinunciato alla propria libertà? Non certo per la superiorità fisica o cerebrale di chi ha iniziato a rivendicare il potere che, mangia come noi, piange e ride come noi e non è dotato di un cervello geniale. Nemmeno possono essere solo la viltà e la codardia a ordinare questa rinuncia. Che vita sarà mai questa, sottoposta agli altrui capricci e perversioni?

Dilemma irrisolto! Per qualcuno potrebbe essere la ricerca di sicurezza e protezione che fa abdicare parte della propria libertà a favore di chi può assicurare una minima percezione di stabilità, quando invece l’instabilità è la nostra compagna inseparabile di ogni giorno.

L’assuefazione a servire ci pervade fin dalla nascita: chi non conosce lo stato originario non può rimpiangerlo, chi non ha memoria della libertà vera nei suo geni trova normale la cattività.

Sardine

Sardine a migliaia
stretti stretti boccheggiamo
nei gusci di latta,
nei cubi di cemento,
protetti, avvolti, uccisi un po’ per giorno.

Risaliamo come scimmie due metri di stelo verde e turgido.
Nuotiamo a bocca aperta nel getto fucsia del giacinto di marzo.
Beviamo le scie odorose, mangiamo i petali piovuti.

Sull’attenti immobili scacciamo i pensieri,
sull’attenti dritti sotterriamo le fantasie coi tacchi.

Dalle squame trasudiamo invidia e ansia,
trucco secco dagli occhi.
Abortisce il bulbo del giacinto di marzo.

Tutti in fila, codici a barre in fronte.
Sette miliardi siamo arrivati stipati al capolinea.

La trottola gira, clacson, strepiti, grida e urla.
Non abbiamo udito il manovratore rauco:
ultima corsa e i regali sono esauriti.

Il tiranno per comandare ha bisogno di servi sciocchi che si illudano di godere di una briciola del suo potere, altrimenti come potrebbe spadroneggiare le vite di milioni di persone? Sono i moderni vassalli, valvassini e valvassori; è la moderna piramide di trasmissione del potere che olia gli ingranaggi con le illusioni del soldo, con paccottiglia di vario genere. Sappiamo bene che siamo golosi di inutili vanità!

I dominatori sono diventati sempre più furbi e subdoli: ci illudono, sanno rabbonire, sanno farsi sentire indispensabili, finanche farsi amare, ma, prima o poi, ci stritolano con il nostro ebete consenso.

E se un giorno smettessimo di servire il tiranno, di non attribuirgli più valore, di ignorare ogni sua leccornia, ogni suo richiamo mellifluo che ci schiavizza?

Pensa se un giorno si svuotassero gli uffici, le fabbriche, le banche tutte insieme e non circolasse moneta e capitale di preda. Pensa se lo stesso giorno si cancellassero i confini delle nazioni e si potesse camminare insieme sulla terra. Cadrebbe di sicuro il gigante dai piedi d’argilla, tutte le carte in mano al potere precipiterebbero come in un enorme effetto domino.

“Il lavoro rende liberi” – “Arbeit macht frei” sta scritto col ferro e col sangue di milioni d’innocenti sulla lugubre entrata di Auschwitz , che dal 1943 fu anche campo di lavoro, non solo di sterminio. Umorismo mortuario, fradicio e nero. Ma chi ci ha inculcato che contestare questa verità è una bestemmia? Sono gli stessi tiranni che necessitano di milioni di flessibili strumenti di produzione e di consumo per tramandare il loro potere. I Dominatori sono riusciti a realizzare un incantesimo perfetto nella nostra società: sono passati dall’arma della repressione a quella della collaborazione entusiastica. Fin dalla scuola veniamo formati per realizzarci attraverso il lavoro che diventa fine per realizzare false libertà. E’ più facile dominare con le rose piuttosto che coi manganelli! Così lo sciame s’adegua nei comportamenti e negli stili di vita per far crescere le ricchezze dei potenti, sorridendo anche. Il tempo non lavorato va ridotto al minimo, è inutile, è tempo perso! E allora tutti nella centrifuga a cercare un lavoro, a mantenere un lavoro, a sopravvivere a un lavoro. Che utopia meravigliosa: essere padroni del nostro tempo, prezioso, leggero che si potrebbe donare liberamente agli altri o contemplare da solo come dentro a una limonaia fiorita, in silenzio assoluto. E’ il tempo dell’amore che dimentica l’ansia da prestazione da catena di montaggio, il tempo dell’affettività sapiente. Ma nella stanza di controllo dei nostri destini sanno che non ci possono far oziare troppo a lungo.  L’ozio diventerebbe non tanto padre dei vizi, ma padre dei dubbi. Chi ha troppo tempo per pensare si fa domande inopportune e può costituire un cattivo esempio per la truppa che deve produrre a testa bassa. Anche nel Terzo Reich se non eri produttivo eri inutile. Dove ha fallito Hitler sta vincendo il capitale finanziario senza baffetti e occhi esaltati, ma con il nostro pieno aiuto tacito e beota.

Cinquanta centesimi

Cinquanta centesimi al pezzo è la paga.
Cantine, gabbie, puzzo di gatti in amore, coriandolo a mestoli, ciotole di riso scotto e una distesa ordinata di macchine per cucire.
Aghi fini trivellano il cotone, mille punti, mille punture di cavallette, non c’è sosta nel ronzio uniforme, non c’è riposo sotto ai neon.
Madre e figlia in batteria si sfuggono gli occhi, sguardi a terra sui pedali consunti ad evitar domande senza risposte.
La madre sfiorata da un passato a pelo d’acqua ferma di una risaia, col destino misero, su una terra stabile da millenni.
La figlia elettrizzata da luminarie, draghi portentosi di luci e grattacieli lontani, grattasogni vicini che sembrano raggiungibili.
Poi entrambe dentro a quelle mura straniere insieme alle altre, in fila, tacere e produrre.
Solo venti euro la tovaglia color panna, coi cuori panna e i nodi d’amore panna e dodici degni tovaglioli. A centinaia, uguali, replicanti, accatastate in cento negozi uguali e replicanti in altrettanti anonimi centri commerciali dalla parte giusta del mondo.
Il padrone spia dal retro bottega l’assalto al regalo natalizio e benedice il mercato e l’ordine costituito, i droni, i dittatori da operetta e quelli da macello, gli spioni, le trivelle e i bordelli, i generali e i colonnelli, i nuovi miliardari e gli utili zimbelli, tutti insieme a zittire, sopire e annullare le voci stonate nella parte sbagliata del mondo.
“Mamma, mamma è un vero affare a soli venti euro!. C’è scritto made in Vietnam, cosa vuol dire?”
E la donna arrossita: “zitta, zitta è la peggior bestemmia che tuo padre mastica ogni giorno, è il suo incubo, l’inferno delle sue notti, da quando hanno chiuso la fabbrica e l’hanno riaperta laggiù! Per questo Natale, solo tovaglioli di carta con la stella cometa”.

Con i secoli, oltre ad aver perso il significato profondo di libertà, abbiamo associato il concetto stesso di libertà alla lotta per il dominio. Ma perché la libertà non può essere pensata e vissuta se non con riferimento al dominio, come se non esistesse alternativa a un potere che viene soppiantato da un altro? Troppo spesso “rivoluzione” è diventato sinonimo di tradimento, di nuova oppressione, quante illusioni di nuove società violentate nella storia del novecento da nuova oppressione.

Fucilatemi

Paziente attendo il mio turno.
Fucilatemi sul fianco sinistro,
il costato dell’indignazione,
dei sì, sì, no, no.

Ci sono venuti a prendere a uno a uno
gli aguzzini albini e senza volto.
Ci sono venuti a prendere mentre
sbriciolavo il colore delle pupille tue
nelle mie.

A un becero che bolliva bava d’intolleranza
abbiamo crivellato il cuore
con una scarica di parole calibro poetico,
colpa gravissima !

A un banchiere che leccava franchi svizzeri
abbiamo sciolto il portafoglio imbottito
con soffi di fantasia a novanta gradi
colpa imperdonabile!

Fucilatemi sul fianco destro,
il costato della passione,
del lenzuolo pelle di pesca
che ci avvolge sotto la luna.

L’ho vista ieri sera,
aveva i baffi di Salvador Dalì,
ci guardava corrucciata e faceta
e tu inspiravi il mio calore
a ogni respiro.

Se vorranno fucilarmi di schiena
digli che vuoi vedere ancora
i miei occhi accesi di luce.

La questione non è tanto far scoppiare la rivolta, ma prima riflettere sul non senso dell’attuale condizione di cattività : la libertà politica non si conquista senza una vera e profonda liberazione interiore.

L’osteria

Hai il viso spazioso per affettare meglio la tramontana e una folta lana di barba bianca che arrotonda la tua saggezza.

 Le tue pupille dilatate annaspano dentro a un bicchiere di rosso alla ricerca dell’isola che non c’è e le tue parole di lambrusco sciolgono presto la cortina di fritto che ci divideva, seduti da parti opposte al tuo tavolo preferito.

 E allora mi porti con le tue mani callose dentro a cento battaglie combattute con la generosità muta delle tue spalle larghe. Ogni volta ti battevano le tempie a inseguire la rivoluzione come la sottana delle tua donna nei campi di girasole e ogni volta non la raggiungevi, la rivoluzione, e mentre giacevi con lei sotto agli steli possenti ridevi e piangevi per quel dolore subdolo che lievitava.

 Poi ti ritrovavi con i soliti tre compari ingrigiti a ipnotizzare la delusione dentro alle spire ipnotiche di qualche sigaretta.

Ma avevi davanti a te un prato verde a perdicuore e attendevi la prossima sottana coi primi tremori delle dita ingiallite di tabacco.

 Ora in questo confessionale pagano ti liberi delle illusioni tue e dei peccati diabolici di tanti finti compagni che ti hanno assalito i sonni e io insieme a te, padre mai visto prima ma intimamente mio, mi sento marziano su una terra violata. Nei crateri dell’indifferenza, della protervia, dell’eccesso e della meschinità scaviamo a mani nude cercando un senso, inseguiti dalle campane a morto della resa.

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Le poesie fanno parte della raccolta A perdicuore versi scomposti e liberati, Arte&Muse Editore, ottobre 2015 – www.artemuse.it

Marco Penzo – Alle origini del concetto di “comunismo”

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Rappresentando per Marx comunismo la realizzazione di una società nella quale vale l’affermazione «a ognuno secondo i suoi bisogni»,[1] questo presupposto ci può portare a riflettere più dettagliatamente al pensiero comunista ai tempi a noi remoti dei Greci e dei Romani e in generale di quel mondo che definiamo antico: convenzionalmente il mondo antico si conclude con la deposizione di Romolo Augustolo e la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.), e, seguendo il Musti,[2] con la chiusura della Scuola di Atene (529 d.C.), che segna effettivamente la fine della grande storia del mondo greco antico, già debilitato dal 146 a.C., anno della distruzione di Corinto e fondazione della provincia di Acaia da parte dei Romani.[3] Ricordiamo però la storia greca manualistica si chiude in genere con la battaglia di Azio e la morte di Marco Antonio e Cleopatra nel 30 a.C.[4] Sta di fatto che un ordine “stabile” successivo alla fine dell’Impero Romano d’Occidente non si ha fino alla caduta dei Longobardi e la vittoria decisiva di Carlo Magno tra il 774 e il 776 d.C., che riporta in auge il concetto di Impero Romano, subentrando come figura legittima del potere imperiale (vedi la sua incoronazione a imperatore nell’800 d.C.) e come naturale successore dei Romani, e ufficiale avviatore di una nuova fase: ecco il Medioevo, quello che era nato con l’arrivo di popoli come Ostrogoti, Visigoti e Longobardi, ma che ha trovato autentica legittimazione e realizzazione con l’ascesa di Carlo Magno, guida dei Franchi.[5]
Ma, tornando al concetto di comunismo, forse dobbiamo riprendere i passi proprio dal mondo greco e così proprio dalla grande scuola di Atene, il pantheon della filosofia antica.
Pensando a Raffaello e alla sua opera della Scuola di Atene, ci ricordiamo dell’enumerarsi di figure storiche che hanno fondato il pensiero filosofico antico, con al centro della scena i due padri della filosofia antica (senza dimenticare il padre putativo, l’Ungaretti per gli ermetici, il Baudelaire per i simbolisti, del pensiero razionale greco, cioè Socrate): Platone e Aristotele.
Proprio questi due avrebbero creato “involontariamente” quella divisione che ben espresse l’ottimo Coleridge tra “platonici” e “aristotelici”, come ricorda ad esempio Pugliese Carratelli [6]: e mai come altri questi due pionieri del pensiero sono stati alla base del futuro pensiero di Marx, a mio dire uno degli ultimi grandi allievi di questi pensatori.
Bisogna però sottolineare che la concezione di comunismo nasce ben prima dell’evoluzione del pensiero della Trinità della filosofia greca Socrate-Platone-Aristotele.
Se vogliamo guardare molto lontano, Pettinato ci chiarisce che nell’arcaico periodo assiro sotto il regno di Ur III, fondato da Ur-Nammu e poi riformato da Shulgi si venne ad organizzare una società con principi che si possono definire comunisti (2100 a.C).[7]
Sta di fatto che nel mondo greco, e più precisamente nel VI secolo a.C., si fa risalire la prima e singolare esperienza del mondo classico: Pentatlo, uomo di Cnido che, trascinandosi nell’onda della colonizzazione greca dell’Italia, in particolare di Sicilia e Magna Grecia, tentò l’impresa di conquistare Lilibeo e Erice e sostenne Selinunte contro Segesta in una lotta che lo vide morire per mano degli Elimi, abitanti la Sicilia occidentale. I seguaci di Pentatlo in quest’avventura colonizzatrice si rifugiarono nelle isole Eolie e, probabilmente sulla base dei principi della loro guida, stabilirono una società di stampo comunista, dove Lipari era l’epicentro, mentre Stromboli, Vulcano e Salina le zone agricole. Seguendo il Musti[8] possiamo riassumere come fossero organizzate le terre, secondo una gestione di proprietà comuni o che venivano rese private limitatamente nel tempo: ogni 20 anni doveva avvenire una redistribuzione delle terre.
L’esperienza di Lipari non è però un caso così singolare: è lo stesso Musti[9] a sottolineare l’influenza dorica nella gestione “comunista” delle terre…
A proposito, viene da pensare a come i Dori in Laconia gestivano le terre, dividendole in parti uguali per la coltivazione e mantenendo il pascolo comune, sempre con la preoccupazione di gestire l’uguaglianza tra le genti “pari” e si ricorda come a Sparta si evitava l’uso di materiali preziosi come l’oro per la coniazione di monete, il tutto per scacciare quella sorta di ὓβρις tanto temuta dai Greci. Questo riporta Plutarco su Licurgo, lo storico legislatore spartano: «Licurgo si preoccupò di dividere le proprietà in modo che ogni sentore di irregolarità e di non eguaglianza potesse essere rimosso […]. Fece ritirare tutte le monete in oro e argento e impose l’uso delle sole monete di ferro. Di conseguenza a un peso e una massa grandi diede un valore insignificante, cosicché per 10 mine fosse necessario un largo ripostiglio in casa, e un giogo di buoi per trasportarle. Quando le monete ebbero corso, molti tipi di iniquità furono cacciati da Sparta».[10]
Questo concetto di moderazione, di limite, è fondamentale nel mondo antico: “in medio stat virtus” è il motto per eccellenza del mondo antico, e l’Etica Nicomachea di Aristotele il testo per eccellenza della ricerca dell’ἀρετή nella medietas. E grande fautore di questa moderatio fu il filosofo del numero, quel Pitagora che tanti conoscono per le formule matematiche, ma che forse non conoscono sotto l’ambito politico-sociale: per lui il numero è armonia, equilibrio, essenziale metro di valutazione della verità (in questo Platone, soprattutto quello più vecchio, si rifarà al pensiero pitagorico…). Il numero è il simbolo dell’ordine, quindi la società deve essere ordinata secondo questo metodo di armonizzazione. La società ideale è comunitaria, una società composta da “amici”: l’amicizia è fondamentale per una società di uguali e il “comunismo” diventa la filosofia della πόλις della Magna Grecia per eccellenza, Crotone, dove l’élite pitagorica assumeva forme certamente non prettamente o propriamente democratiche, ma comunque aristocratiche nel loro significato più nobile.[11]
Gli ἄριστοι sono nel mondo greco i “migliori”, coloro che hanno le competenze e le conoscenze per gestire la res publica: è ispirandoci a tali concezioni che arriviamo a Platone, che non solo è il massimo teorico del mondo antico sotto l’ambito politico, ma è in lui che il concetto di λόγος assume le sfumature più complete, da parola a dialogo, da ragionamento a numero. L’armonia delle idee, dei numeri porta a una concezione in cui l’uomo deve ricercare la felicità, e felicità per Platone è sapere: il mito della caverna riportato nella Repubblica[12] è l’esempio non solo gnoseologico della scoperta del Bene, ma anche uno dei primi manifesti politici sul compito dell’uomo, che nella sua pienezza è filosofo, amante della σοφία.
Tutti hanno la potenzialità di arrivare al Bene, ma molti di essi necessitano di una spinta, hanno bisogno della “discesa” al mondo della δόξα del filosofo, che rischia di essere disprezzato o ucciso dagli uomini[13], ma che fa del “comunismo della Verità” il suo scopo di vita. Il mito della caverna è grande perché dà la dimostrazione essenziale del valore non solo gnoseologico, ma anche e in un certo senso soprattutto morale del cammino del filosofo sganciato dalla δόξα.
Ed è per questo che mi permetto di definire Platone il “filosofo della libertà” del mondo antico, così come Marx lo è per il mondo contemporaneo.
Tornando a teorici di società con principi comunisti, Aristotele nella Politica parla di Falea di Calcedone, vissuto nell’età della sofistica, il quale voleva dividere in parti uguali i possedimenti per dare la maggior giustizia possibile;[14] così anche di Ippodamo di Mileto, famoso organizzatore della città e del Pireo basandosi sulla geometria pitagorica di cui fu grande sostenitore, il quale divise la società in 3 parti (soldati, artigiani, contadini) così come il territorio (comune, privato, sacro), seguendo il fatto che il 3 era il numero perfetto per i Pitagorici, tutto per ritrovare quell’armonia comunista di stampo pitagorico di cui abbiamo già parlato.[15]
E’ Aristotele a riportare le differenti teorie “comuniste” del mondo greco, ma mentre Falea e Ippodamo danno un senso tecnico più vicino alla realtà, per Aristotele il nostro Platone ha cogitato una società irrealizzabile[16]: si tratta del primo vero esempio di Utopia, nome dell’opera poi scritta da Thomas More e pubblicata nel 1516.[17]
Ma in cosa consiste questa società che per prima ha dato l’idea sì di utopia, ma anche l’idea di un mondo migliore? In Platone c’è il desiderio, la pretesa di portare un mondo ideale sulla Terra: in questo senso è un filosofo idealista, che vede nelle Idee dell’Iperuranio delle formule perfette che devono riportare la verità.
Una simile posizione non poteva essere apprezzata da un filosofo liberale come Karl Popper, il quale vide appunto in Platone (e in un certo senso, per ovvie ragioni, Socrate), ma anche in Hegel e Marx, gli ideologi del “totalitarismo”[18]: questa visione limita notevolmente la profondità del pensiero platonico e l’ambizione sociale di Hegel e Marx, che (e soprattutto il secondo), contrariamente a quanto possa pensare Popper, hanno cercato di dare un senso alla società umana intera. Per Hegel la storia si concludeva nel presente, “giustificando” il potere prussiano, mentre per Marx la storia è un processo da analizzare per cogitare una società più ugualitaria, in cui appunto il comunismo è il termine “ultimo”, il tipo di società dove ognuno ha la potenzialità di arrivare al Bene (volendo riprendere Platone) secondo, in fondo, quel principio successivo di Gramsci secondo il quale «tutti gli uomini sono “filosofi”».[19]
E in questo senso, ritornando a Platone, criticato da certa scuola marxista di essere antidemocratico,[20] contro cioè gli interessi dei più poveri e deboli, si può leggere una corretta visione platonica della società, che pure Aristotele ammette rifarsi alla democrazia oltre che all’oligarchia[21], o, meglio, all’aristocrazia di stampo pitagorico. Platone divide in 3 parti (vedi Ippodamo) la società: filosofi-guide, guerrieri, lavoratori. E’ una sorta di democrazia a piramide, dove per guidare uno stato-πόλις bisogna avere le competenze (ecco l’allievo di Socrate) e chi meglio di chi ha voluto affrontare l’uscita dalla caverna e salire al Sole, al Bene, può guidare la πόλις… E’ però lo stesso Platone ad intendere la potenzialità di ogni individuo ad arrivare all’Idea del Bene, l’ἀλήθεια per eccellenza: ritorna ancora fondamentale il mito della caverna, forse il più complesso di Platone.
Accusare Platone di antidemocrazia è fuorviante e sbagliato. Per sostenere questa posizione si può riportare la critica di Platone al possedimento smisurato della proprietà privata, che a maggior ragione i filosofi devono lasciar stare, perché contrastante con quel principio di medietas essenziale nel mondo greco e romano.
Il limite: ecco il comandamento dell’uomo antico. Platone fa valere più degli altri questo principio, che poi Aristotele esemplificherà benissimo nella differenza tra economia e crematistica, l’amministrazione della casa contro l’abuso di ricchezze,[22] e nell’affermazione di uomo come animale politico, cioè sociale.[23]
Per Platone non c’è spazio per il profitto, soprattutto nel Platone delle Leggi[24], e, se c’è, tale deve essere incamerato dallo Stato per l’amministrazione saggia e a favore del bene comune.
Se di comunismo dei beni si può parlare con Platone, quindi sotto un ambito prettamente economico, questo non si può propriamente dire nell’ambito sociale nel suo senso più esteso: tema centrale, soprattutto del mondo greco, è la schiavitù, e difatti lo schiavo per Aristotele, ad esempio, è pari a «un oggetto che respira»[25] (più tardi Varrone avrebbe utilizzato la formula «strumento che parla»[26]). Saranno gli Stoici, soprattutto quelli vicini all’ambiente romano, a rivalutare la figura dello schiavo. In particolare Seneca ed Epitteto dettero il via a un maggiore rispetto per questa classe sottomessa. Ma fu il pensiero e l’azione di Blossio di Cuma, maestro e sostenitore di Tiberio Gracco,[27] a risaltare questo atteggiamento impegnato a favore dei più disagiati: esaltò gli schiavi e si schierò dalla loro parte nella rivolta di Aristonico avvenuta nella seconda metà del II secolo a.C., il quale attirò a sé, più o meno legittimamente, più o meno onestamente, il favore degli schiavi nella lotta contro l’imperialismo schiavistico romano e nella sognata fondazione di Eliopoli, la Città del Sole che richiama verosimilmente all’Isola del Sole di Giambulo[28] e che potrebbe essere stata formulata grazie proprio alle teorie democratiche di Blossio.[29]
La Città del Sole[30] è anche il titolo dell’opera di Tommaso Campanella del 1602 che probabilmente si rifece, oltre che a Platone, anche a una simile vicenda.
Accanto a questa pretesa di giustizia sociale ante litteram, si affiancava in grandi intellettuali dell’epoca tardo-repubblicana la critica all’avidità di denaro (Sallustio[31]), ma anche un rivisitazione della condizione dello schiavo (soprattutto tramite gli storici Agatarchide di Cnido e Posidonio di Rodi[32]).
Sotto Roma lo schiavo poteva affrancarsi dal padrone e diventare liberto (cosa che non accadeva nel mondo greco): ecco quindi emergere i grandi Stoici del periodo imperiale romano, cioè Seneca, maestro di Nerone e sognatore, come prima Platone, di una società dove doveva regnare la giustizia, ed Epitteto, appunto liberto.
Pensiero affine a quello stoico era il pensiero cinico, al quale il fondatore delle Stoà, Zenone di Cizio, si ispirò per portare avanti i suoi precetti. Per i cinici, contrariamente alla visione del Greco classico, il lavoro, soprattutto manuale, era un valore: gli schiavi potevano avere dignità umana come i liberi. Ecco in quale ambiente culturale si sviluppò la manumissio dello schiavo, la sua emancipazione: il II e il I secolo a.C. furono appunto anche i periodi dove emersero le famose rivolte servili, due in Sicilia, e una, l’ultima, la più famosa e clamorosa (praticamente contemporanea alla guerra mitridatica, dove ci furono elementi servili sotto la guida di Mitridate…[33]), con Spartaco, il Trace che tra il 73 e il 71 a.C. ha scombussolato le file dell’esercito romano. Sempre con Spartaco, particolarità che ci collega agli Spartani e a Licurgo, si evitò l’uso di materiali come oro e argento a favore di bronzo e ferro[34]: in questo caso non c’era l’interesse per la coniazione di monete, ma vi era l’obbiettivo pratico di costruire armi per difendersi dai Romani (senza poi escludere una “superiorità morale” riportata da Urbainczyk[35]).
Anche nell’organizzazione della banda di Spartaco c’era un certo comunismo tra schiavi ribelli: l’intento era respingere l’imperialismo romano a favore della libertà comune.
Il comunismo non fu un elemento così fortuito, ma non era sviluppato al pensiero socialista di tipo “scientifico” marxiano: non si può parlare propriamente di rivoluzione in questo senso nel mondo antico, anche se, per concludere con Spartaco, ci furono delle avvisaglie di questa, tanto che lo stesso Marx nello scrivere a Engels, il caro amico, non nascondeva il fascino che scaturiva da Spartaco, risultando una delle figure più grandiose del mondo antico.[36]
D’altro canto, il comunismo assunse nel passato delle connotazioni particolari anche in ambito religioso: rimanendo soprattutto nell’ambito monoteistico, Giuseppe Flavio ci dice che gli Esseni (della cui comunità faceva probabilmente parte anche Gesù di Nazareth) erano un popolo che viveva in confraternite comunitarie dove vigeva la proprietà collettiva;[37] così i primi Cristiani, seguendo i precetti dei Padri della Chiesa, dovevano condividere i beni e disprezzare le ricchezze superflue:[38] non è un caso che dalla divisione del pane (corpo di Cristo) deriva il termine tanto caro ai sinistrorsi “compagno”…
Ma più di ogni altro fu Marcione che portò avanti quello che Mazzarino definisce «comunismo della carità»,[39] promuovendo uno stile di vita molto radicale sotto l’ambito dell’astinenza alimentare e libero dal matrimonio, a causa del quale secondo Marcione era vietato ricevere battesimo; comunque non c’era una pura e severa divisione tra battezzati e catecumeni durante le cerimonie, cosa che accadeva invece nel rituale del cattolicesimo primordiale.
Mazdak, figura importante del mondo persiano vissuta tra il V e il VI secolo d.C., portò avanti teorie in campo religioso, ma soprattutto in ambito sociale, dove si prevedeva la comunione dei beni per evitare cupidigia e inimicizia nella comunità.[40]
Come conclusione si può affermare che il comunismo fu presente sin dal mondo antico, ma naturalmente non nella formula marxiana: ovviamente Marx è un uomo della storia contemporanea, un filosofo che però fece del pensiero antico della Trinità greca Socrate-Platone-Aristotele un punto di riferimento fondamentale. In particolare Platone fu il vero riferimento ideologico del filosofo di Treviri, ma anche l’Ateniese non fu un innovatore ex-novo del comunismo, o più propriamente della comunione di beni: gli esempi soprariportati ci danno l’idea dello sviluppo di un pensiero, di un’azione che aveva origini precedenti alla nascita di Platone, così come società o ideologie di stampo comunista si ebbero successivamente avvicinandoci al Medioevo… Sarà con Marx che ci sarà la svolta decisiva, ma siamo in una società guidata dal capitale, che porta alla reificazione e all’alienazione dell’uomo: è il filosofo tedesco a svelare l’inganno del capitale e a lanciare contro di esso l’accusa definitiva.

 

Marco Penzo

Marco Penzo – nato a Sinalunga (SI) nel 1988, diplomato presso il Liceo Classico “F. Petrarca” di Arezzo e laureato presso la facoltà di “Lettere e Filosofia” dell’Università “Alma Mater Studiorum” di Bologna, si dedica con passione alla scrittura passando da poesia a saggistica.

Note

[1] K. Marx-F. Engels, Opere scelte, Editori Riuniti, Roma, 19692, p. 962. Questa citazione viene dalla Critica del programma di Gotha (1875). Cf. Atti degli Apostoli (At. 4, 35).

[2] Cf. D. Musti, Storia Greca, Laterza, Bari, 20063, pp. 849-850.

[3] Cf. E. Ciccotti, Storia Greca, Vallecchi, Firenze, 1922.

[4] Cf. G. Giannelli, Trattato di storia greca, Tumminelli, Roma, 19675.

[5] Per lo studio del passaggio al Medioevo cf. H. Pirenne, Mahomet et Charlemagne, PUF, Paris, 1937. Il testo è fondamentale perché spiega come l’economia europea fu “bloccata” dall’espansionismo islamico del VII secolo e come ci fu il successivo emergere di Carlo Magno, elementi che segnarono per l’autore definitivamente il passaggio dal mondo antico a quello medioevale.

[6] Cf. Platone, Discorsi sull’amicizia e sull’amore, introduzione di G. Pugliese Carratelli, a cura di E. Totti, Opportunity Book, Milano, 1995, p. 7.

[7] Cf. G. Pettinato, I Sumeri, Rusconi, Milano, 1994, pp. 283-289.

[8] Cf. D. Musti, op. cit., p. 193.

[9] Cf. Ibidem, p. 194.

[10] Plu. Lyc. 9.

[11] Come osservazione sul pensiero politico-sociale di Pitagora cf. C. Fiorillo-L. Grecchi, Il necessario fondamento umanistico del “comunismo”, Editrice Petite Plaisance, Pistoia, 2013, pp. 22-25.

[12] Cf. Pl. R. 514 a-517 a.

[13] Cf. Ibidem 517 a.

[14] Cf. Arist. Pol. II, 7, 1266 a-b.

[15] Cf. Ibidem II, 8, 1267 b.

[16] Cf. Ibidem II 1-6, 1260 b-1266 a.

[17] Cf. T. More, Utopia, Penguin, London, 2012.

[18] Cf. K. Popper, The Open Society and Its Enemies, Routledge, London, 1945.

[19] A. Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino, 2007, vol. II, p. 1375.

[20] Sull’argomento cf. C. Fiorillo-L. Grecchi, op. cit., pp. 25-26.

[21] Cf. Arist. Pol. II, 6, 1266 a.

[22] Cf. Ibidem I, 9, 1256 b-1258 a.

[23] Cf. Ibidem I, 2, 1253 a.

[24] Cf. Pl. Lg. 741 E.

[25] Arist. E.N. VIII, 13, 1161 b.

[26] Varr. R. R. I, 17, 1.

[27] Cf. Plu. T. G. 20, 7.

[28] Cf. D. S. II, 55, 1-2.

[29] Su Blossio cf. D. R. Dudley, Blossius of Cumae, “Journal of Roman Studies”, 31 (1941), pp. 94-99.

[30] Cf. T. Campanella, La Città del Sole, Arnoldo Mondadori, Milano, 1991.

[31] Cf. Sall. Cat. XI.

[32] Cf. K. Meister, La storiografia greca, Laterza, Bari, 20078, pp. 179-183, 198-204.

[33] Cf. Plu. Sull. 18, 8-10.

[34] Cf. App. B. C. I, 117, 547.

[35] Cf. T. Urbainczyk, Spartacus, Bristol Classical Press, London, 2004, p. 64.

[36] Cf. K. Marx-F. Engels, Opere XLI Lettere Gennaio 1860-Settembre 1864, Editori Riuniti, Roma, 1973, p. 176.

[37] Cf. J. B. J. II, 122.

[38] In merito cf. C. Fiorillo-L. Grecchi, op. cit., pp. 35-56.

[39] S. Mazzarino, Trattato di Storia Romana – L’Impero Romano, Tumminelli, Roma, 1956, p. 202.

[40] Cf. C. Fiorillo-L. Grecchi, op. cit., p. 18 nota 18.

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