Arnold Schönberg – Compito della teoria è risvegliare l’amore per il passato e aprire lo sguardo verso il futuro

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«L’impulso più nobile, quello della conoscenza, ci impone il dovere della ricerca; e una erronea dottrina che sia frutto di una onesta ricerca sta sempre più in alto della sicurezza contemplativa di chi la rinnega, perché crede di sapere senza aver cercato di persona. È addirittura nostro dovere meditare continuamente sulle cause misteriose di ogni risultato artistico, senza mai stancarci di cominciare da principio, sempre osservando e sempre cercando un nostro ordine […].
Uno dei compiti più nobili della teoria è di risvegliare l’amore per il passato e di aprire, nello stesso tempo, lo sguardo verso il futuro: in tal modo essa può essere storica, stabilendo legami tra ciò che è stato, ciò che è e ciò che presumibilmente sarà. Lo storico può svolgere un compito fecondo quando presenta non delle date ma una concezione della storia, e quando non si limita ad enumerare, ma si adopera a leggere nel passato il futuro. […]
Abbiamo il diritto e l’obbligo di dubitare, ma farsi indipendenti dall’istinto è difficile quanto pericoloso, perché accanto alle cose giuste e sbagliate, accanto alle esperienze e alle osservazioni dei nostri padri, accanto a ciò che noi dobbiamo alla loro e alla nostra tradizione, abbiamo forse nell’istinto una capacità in divenire, che è la conoscenza del futuro; e forse ne possediamo anche altre, di cui l’uomo acquisterà un giorno coscienza, e che oggi può al massimo presentire e intravedere senza poterle però mettere in azione».

Arnold Schönberg, Manuale di armonia, Il Saggiatore, 1980.

Marina Ivanovna Cvetaeva (1892-1941) – Tutto ciò che amo lo amo di un unico amore

Marina Ivanovna Cvetaeva (1892-1941)

«Non faccio alcuna differenza tra un libro e una persona,
un tramonto, un quadro.
Tutto ciò che amo lo amo di un unico amore»

(M. I. Cvetaeva, Il paese dell’anima: lettere, 1909-1925,
a cura di Serena Vitale, Adelphi, 1989²
).

«Tutto il mio scrivere
è un continuo prestare orecchio»

(M. I. Cvetaeva, Un poeta a proposito della critica,
in Il poeta e il tempo, a cura di Serena Vitale, Adelphi, 1984³
).

 

Henri Matisse (1869-1954)

Henry Matisse, La lettrice in bianco e giallo,1919

Henry Matisse, La lettrice in bianco e giallo,1919

«Nel campo dell’arte, il creatore autentico non è solo un essere particolarmente dotato, è un uomo che ha saputo ordinare in vista del loro fine un insieme di attività, delle quali l’opera d’arte è il risultato finale».

[Henri Matisse,Occorre guardare tutta la vita con gli occhi di un bambino, in Tracce, febbraio 2011]

Carmine Fiorillo – Crisi è decisione vitale, giudizio totale

Il Pensatore

The Thinker, Musee RodinA. Rodin, Il pensatore.

Crisi viene dalla parola greca – eminentemente polisemica – krísis,[1]  la cui radice è collegata al verbo kríno, anch’esso ricco di molteplici significati.[2]
È ben vero che crisi, anche in greco antico, connota un significativo e improvviso cambiamento, in senso favorevole o sfavorevole, che avviene nel decorso di una malattia. Individua altresì un accesso improvviso, un fenomeno violento, per lo più di breve durata (crisi isterica, crisi nervosa, crisi di pianto; anche: crisi di rigetto). In senso figurato, con riferimento alla singola persona, si dice appunto essere in crisi, di chi viva un momento difficile (crisi di coscienza, crisi spirituale, crisi religiosa, crisi adolescenziale, crisi matrimoniale); con riferimento alla vita di una collettività (crisi sociale), il turbamento vasto e profondo di una società (si pensi, tra gli altri, a testo di Huizinga La crisi della civiltà). L’espressione crisi economica è ormai diventata nell’uso corrente semplicemente crisi. Si parla anche di crisi parlamentare, crisi ministeriale, crisi politica, crisi costituzionale, crisi istituzionale, crisi sindacale, crisi energetica, crisi ecologica, crisi culturale. È parola davvero inflazionata.
Domandiamoci perché nel tempo si è andata perdendo la consapevolezza del senso originario più pregnante di crisi, come decisione e giudizio, come «decisione vitale» e «giudizio totale»? Forse proprio perché la filosofia, come la poesia,[3] vorrebbe essere ridotta alla stregua di mera «comunicazione», una «informazione» come un’altra. Preferiamo, anche per la parola crisi, tornare alle radici e rifarci a Eschilo,[4]  a Sofocle,[5] a Platone: kríno tò aletés te kaì me,[6] a Omero,[7] a Senofonte .[8]
A chi le domandava se oggi si può parlare di “poesia in crisi” e di “poesia della crisi”, una delle più profonde voci poetiche del Novecento, M. Guidacci, rispondeva: «Per me ogni clausola determinativa aggiunta al nome “poesia” è fortemente riduttiva. Bisognerebbe accostare questi due termini: poesia e crisi; facendo sentire che è solo un accostamento nel tempo (con innegabili rispecchiamenti), ma non una fusione, la poesia resta crisi. A meno che non si ricorra, anche questa volta, al senso greco, crisi=decisione, giudizio; nel qual caso l’idea di poesia-crisi mi piace moltissimo: la poesia è una decisione vitale e un giudizio totale, tridimensionale sull’universo, poiché costituisce essa stessa un accrescimento di tutto ciò che esiste» (in: “Riscontri”, n. 3, luglio-settembre 1980, pp. 117-119).
Chi si pone delle domande e si interroga sui criteri di valore della filosofia e della poesia (momento valutativo della critica) oggi  è fatto oggetto di scherno. Crisi della filosofia? Crisi della poesia? Meglio parlare di cedimento catastrofico, a partire dagli intellettuali. Per la filosofia come per la poesia continua ad essere valido lo Stirb und Werde, il «muori e diventa» goetiano. Crisi è per me decisione, giudizio: la filosofia è decisione vitale, giudizio totale.

Carmine Fiorillo

Note

1  forza distintiva, separazione; scelta; elezione; giudizio, decisione, sentenza; esito, risoluzione, evento, riuscita.
2  distinguo, scevero, secerno, separo; scelgo, preferisco;  decido, giudico; fo entrare in fase decisiva o critica; stimo, penso, credo, giudico, dichiaro.
poíesis è l’arte poetica, la poesia, come ci dice Platone (Gorgia 502); poiéo significa: fo, fabbrico, costruisco, lavoro, fo con arte, compongo, scrivo in versi. In latino i versi erano chiamati carmina e la parola carmen è assimilabile al sanscrito karma. La radice sanscrita kri, da cui viene karma, si ritrova nel verbo latino creare e ha lo stesso significato del verbo greco poiéin, cioé fare, lavoro in cui si racchiude ad un tempo l’umano e l’arte, e da cui deriva poíhsis, poesia, un “fare” operoso che è conoscenza di sé e del mondo, canto “cultuale” che è una ri-creazione del cosmo.
4  «Nel giudizio degli Dei»; Eschilo, Agamennone 1288]; k. aftonon olbon [preferisco una felicità che non desta invidia; Eschilo, Agamennone 471].
5  «Quando si tratta di scegliere fra uomini giusti e virtuosi»; Sofocle, Filottete 1050].
6 «Distinguo il vero e ciò che non è tale»; Platone, Teeteto 150.
7 «Sceverare al soffio dei venti il grano e la pula»; Omero, Iliade 5, 501.
8«Distinguere i buoni dai cattivi»; Senofonte, Memorabilia 3, 1, 9.

Mario Brunello – «Silenzio», Il Mulino, 2014. «Più penso al silenzio e più la musica mi parla»

Mario Brunello

Mario Brunello

«Silenzio, parola controtempo: il silenzio sta fuori del tempo, fuori dal suo gioco, fuori dal sopravvenire del tempo. Il controtempo viene a sorprendere il tempo nella sua inerzia, che lo spinge verso un’unica direzione. Il silenzio prende controtempo il tempo. In musica il controtempo si prende lo spazio cosiddetto “debole” della battuta, ma è lo spazio che dà la libertà all’esecuzione, che dà la libertà di un “rubato”, sia con il suono sia con il silenzio.
Anche nella scansione del tempo data dal ticchettio dell’orologio, il silenzio è in controtempo, e se la scansione è lenta il silenzio che intercorre può essere infinito. Il battere del tempo riporta alla realtà, il silenzio controtempo lascia spazio al sogno.

 

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Il silenzio, per prendere in controtempo il tempo, si presenta in ogni momento del giorno, ma il succedersi frettoloso degli eventi lo pone in ombra.
Scrivo la parola “silenzio” per metterlo in controtempo, per ascoltarlo, come questo libro che è più da ascoltare che da leggere. Nel silenzio.
Lo stesso silenzio, che assomiglia di più alla “cura” con cui si preparava l’ascolto di un trentatré giri, un LP, su un giradischi. Non so quanti lo ricordano. Provo a ripassare mentalmente i passaggi e i gesti di quell’ascoltare privilegiato, la possibilità di ascoltare la musica in casa, preceduta da un rituale in un certo senso silenzioso. Dedicarsi a una sola cosa, senza preoccuparsi del tempo richiesto.
Senza pretendere che quell’atto abbia più di un risultato, nessun collegamento a link, playlist, siti senza luogo nel mondo o condivisioni di “mi piace” con sconosciuti.
L’ascoltare è da molto tempo ormai collegato al vedere o, peggio, al fare; l’ascoltare è strettamente collegato a un’altra azione.
Il vinile prevedeva prima di tutto un tempo per una scelta, ponderata, molto spesso premeditata e pregustata, in quanto si era consapevoli del tempo e della quantità di azioni che l’ascolto del disco metteva in moto. Era previsto anche uno spazio fisico ben preciso in casa, una specie di rifugio musicale dove, oltre alla postazione di ascolto, c’era anche il posto fisso per il giradischi e per stivare i dischi. Ora lo spazio musicale è trasportabile facilmente, ricreabile direttamente intorno o dentro le nostre orecchie, e la scelta passa attraverso un touch screen dalle infinite possibilità di collegamenti. Era prevista anche la cura dell’oggetto, la pulizia dei solchi entro i quali magicamente la musica veniva scritta e letta poi dalla puntina, delicatissima estremità di un ancora più delicato braccio. Con gesto lento e calibrato bisognava accompagnare il braccio del giradischi a posarsi sul vinile in movimento e soprattutto c’era, una volta messo in pista, l’invito implicito a non assentarsi ma ad aspettare la fine del disco e perciò stare ad ascoltare. Prendersi volutamente uno spazio e un tempo per ascoltare.
Tra ciò che mi ha spinto a scrivere sul silenzio vi è proprio il ricordo di questi gesti. Il silenzio è un tema talmente sconfinato e profondo: il mio sguardo è certo parziale, ma privilegiato. È quello di chi il silenzio lo usa e vive quotidianamente come materia prima. Circoscritto nell’ambito musicale, mi è sembrato un tema di grande stimolo.
Prendermi cura del silenzio che incontro ogni giorno nella musica che faccio, cercare di descriverlo e comprenderlo, mi ha riportato ai gesti e alla considerazione necessari all’ ascolto di un vinile, come ricordato sopra. Ho immaginato di offrire un momento di “ascolto” più che una lettura. Una serie di riflessioni “lente” che, come la musica, hanno bisogno di tempo.
Il libro è suddiviso in quattro movimenti, da “ascoltare” come una Sonata: il primo movimento in forma sonata nella sua tipica struttura di esposizione, sviluppo, ripresa e coda, il secondo in forma di Lied, il terzo uno Scherzo, e un Finale con Tema e Variazioni.
Come dire “il silenzio non si legge, si ascolta”».

 

Mario Brunello, Silenzio, Il Mulino, 2014: Premessa, pp. 7-11.

 

 

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Recensioni:

Oliviero La Stella, Il suono del silenzio

 

Eric Jarosinski – Per cambiare la realtà serve molto più che un “mi piace”

Eric Jarosinski

«Per quanto riguarda la Rete non credo che Internet cambierà la realtà. Sono stato un attivista, ho usato il telefono, le mailing list, gli sms, i primi social media per pubblicizzare sit in, manifestazioni. Sono però persuaso che senza un rapporto vis-à-vis non riuscirai mai a convincere una persona a partecipare ad una manifestazione. Se viene meno questo rapporto in presenza, puoi raccogliere molti “mi piace” o il tuo tweet potrà essere rilanciarto, ma nessuno si impegnerà in prima persona. Tra i miei follower ci sono giornalisti impegnati, attivisti, tecnici critici dei media, ma questa comunità dei senza più comunità rimane relegata alla Rete. Per cambiare la realtà serve molto più che un “mi piace”».

Eric Jarosinski, il manifesto del 27-10-2015, p. 8.

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