Beniamino Biondi – La disciplina giuridica del settore cinematografico in Italia

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Beniamino Biondi

La disciplina giuridica del settore cinematografico in Italia

In copertina: Insegna e vecchio cinema comunale di Crespino (RO), Agosto 2005. Foto di Enrico Andreotti. L’insegna è caduta nel 2006.

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Risvolto di copertina

L’opera cinematografica ha duplice natura, di prodotto artistico ed economico: il film, bene unico, originale e con forti contenuti artistici; il suo processo produttivo, complessa interazione di risorse umane, finanziarie, tecniche e artistiche. Appartiene dunque sia alla categoria dei beni culturali che a quella dei prodotti dell’industria culturale: è un’opera “unica”, ma anche riproducibile, anzi concepita proprio per essere riprodotta. Il presente studio analizza la disciplina giuridica del settore in Italia, con riferimento alle disposizioni sui finanziamenti pubblici per le attività artistiche. Ben consapevole che un’analisi completa delle sue dinamiche necessita di uno sguardo interdisciplinare, l’Autore ha voluto offrire un inquadramento del panorama legislativo in materia di spettacolo, con una speciale attenzione rivolta all’ordinamento giuridico vigente, attraverso i suoi snodi storici in ambito nazionale, con riferimenti alle normative di livello regionale, provinciale, locale ed europeo.


L’Autore

Beniamino Biondi è nato e risiede ad Agrigento. Ha compiuto studi classici e si è laureato in Giurisprudenza presso l’Università di Palermo. Scrittore e saggista, si occupa di poesia e di cinema. Collabora con riviste di letteratura e critica cinematografica, cura rassegne di cinema d’autore e ed è direttore di collana per alcuni editori. Ha curato l’edizione delle poesie complete del filosofo Aldo Braibanti ed ha pubblicato numerose opere di letteratura e di saggistica critica e teorica. È membro del Sindacato Nazionale dei Critici Cinematografici.


 

Altre pubblicazioni di Beniamino Biondi


Messico! Cinema e rvoluzione

Messico. Cinema e rivoluzione

Il 19 novembre 1975 un gruppo di dodici cineasti messicani, costituitisi in Fronte di Lotta, firma e pubblica su vari organi di stampa e diffusione un Manifesto nel quale si constata che il cinema messicano è stato per vari decenni uno strumento esclusivo della classe dominante, a sostegno di un ordine iniquo e servile, responsabile operoso del colonialismo culturale mediante la fabbricazione di prodotti deteriori, alienanti e intesi a divulgare valori ideologici il cui ruolo è perpetuare tale dominio. Il Manifesto rappresenta la sintesi compiuta di un percorso solidale tra personalità disparate: cineasti rigorosi o velleitari parodisti, autori esigenti o grotteschi mattatori. Il Fronte di Lotta assurge a simbolo di un cinema rivoluzionario per l’America Latina e il Terzo Mondo, e l’esperienza consumata da questi cineasti irriconciliati col sistema non ha smesso di incidere, con le sue inquietudini sociali e le sue controversie formali, sul discusso panorama del cinema messicano odierno.


Fata Morgana. Il cinema catalano e la scuola di Barcellona

Fata Morgana. Il cinema catalano e la scuola di Barcellona

Il lavoro di Beniamino Biondi tenta una ricapitolazione critica del fenomeno della scuola di Barcellona, movimento cinematografico d’avanguardia, che, di fatto, ha rappresentato la sola autentica nouvelle vague spagnola. All’analisi delle premesse storiografiche, sia di natura estetica che ideologica, seguono i ritratti dei vari componenti del movimento, a commento delle loro opere e delle ragioni linguistico-formali che ad esse presiedono. Si è inoltre deciso di far precedere il discorso da una sintetica rassegna sul cinema degli anni ’50 e ’60, così da fornire gli strumenti per una riconduzione del fenomeno sperimentale (anche in funzione oppositiva) ai prodromi della cinematografia catalana, e di farlo seguire da un più ampio panorama sul nuovo cinema, che comprende quegli autori che della scuola di Barcellona furono compagni di strada, nella coscienza d’impegno civile del loro lavoro, come quegli autori che mai ne furono sodali e che hanno così percorso altre strade, non potendo ad ogni modo disconoscere nella libertà creativa degli anni ’60 il fondamento espressivo della loro opera. Lo studio si conclude con i cineasti che esordirono alla fine degli anni ’70, nel momento in cui l’esperienza dello sperimentalismo e della nuova libertà acquisita con la fine della dittatura si esaurirono (eccetto che per alcuni rilevantissimi casi) nel compimento di un cinema socialmente meno impegnato e linguisticamente più convenzionale.


Giappone underground. Il cinema sperimentale degli anni ’60 e ’70

Giappone underground. Il cinema sperimentale degli anni '60 e '70

Dai primi maestri come Takahiko Iimura e Nobuhiko Obayashi si giunge ai sodali di Koji Wakamatsu, primo fra tutti Masao Adachi, passando per l’esperienza isolata dello scrittore Yukio Mishima, fino ai nomi dei grandissimi Toshio Matsumoto e Shkji Terayama.


Il volto della medusa. Il cinema di Nikos Koundouros 

Medusa

Nikous Koundouros è uno dei maggiori registi di un paese, la Grecia, la cui cinematografia è stata sempre, a torto, ritenuta minore. Persino la grandezza oramai acquisita di Thodoros Anghelopoulos non è riuscita a diffondere nel mondo le opere di numerosi altri cineasti dal ricco immaginario, dalle inquiete tensioni morali, da una ricerca formale inesausta e suggestiva. Nikos Koundouros, salutato come un genio dal giovane critico Francois Truffaut, è il padre del cinema greco d’autore, colui che ha reso la forma cinematografica come forma d’arte e di intervento culturale. A questo cineasta difficile e contraddittorio, noto per il suo carattere irascibile, si devono alcuni certi capolavori: O Drakos, che ha anticipato con modernità sconcertante le tematiche dell’alienazione e del cinema esistenzialista, e Vortex, prestigioso esercizio simbolico di raffinata avanguardia ed opera ancora oggi ignota e maledetta. Un regista la cui poetica della dissolvenza e del brulichio, che stratifica situazioni, destini ed idee, compone una visione totale del mondo, irrimediabilmente greca e dunque irrimediabilmente europea. L’intera cinematografia di Nikos Koundouros possiede tratti originali ed è riferimento costante per tutti i cineasti della Grecia, che a lui guardano ossequiosi come ad un “maestro”.


Prometeo in seconda persona. Il nuovo cinema greco

Prometeo

Il Nuovo Cinema Greco nasce negli stessi anni in cui in Europa e in alcuni paesi dell’America Latina sorgono quei movimenti di contestazione cinematografica e palingenesi linguistica che proprio negli anni ’60 avranno la loro consacrazione critica e in qualche modo anche il loro esaurimento, chi correggendo la polemica entro i confini del cinema di consumo, chi radicalizzando il proprio discorso ai margini del mercato. In Grecia, le ragioni del Nuovo Cinema sono molteplici e afferiscono ai differenti contesti della natura economica del cinema come processo di produzione e della sua natura estetica come processo euristico di un nuovo ordine teorico. Una tendenza all’acquisizione del concetto di Nuovo Cinema avviene nei primi anni ’60, in un momento storico assai delicato per il paese, e nel più ampio malumore sociale che condurrà a forme di lotta rivoluzionaria ben prima che nel resto dell’Europa; così i cineasti affiancano le lotte sociali ed esprimono con i mezzi della loro opera il dissenso e la rivolta.


Cherosene

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Nelle rapide annotazioni di “Cherosene” Beniamino Biondi ci offre il suo frammentario rapporto sul mondo come l’ha conosciuto nei suoi trentacinque anni di vita di siciliano impegnato culturalmente nella scrittura e nella critica. Qual è il risultato di questo Piccolo Testamento di Biondi in versi franti? Piuttosto sconsolante, parrebbe. È un mondo urbano abitato da larve al limite della sopravvivenza, fatto di periferie industriali, bidonville, bassi, interni cupi. É un inventario da cui trapela poca luce, condotto nel corso di una trentina di schegge frammentarie, anche lapidarie. Predomina il senso di un discorso, o chiacchiera, dal carattere fatico, cioè quasi più orale che scritta. L’estro formale, sempre contenuto, sottolinea quelle che sono in effetti delle microstorie di un mondo banale senza redenzione. Prevale il sentimento di un inventario del caos in tonalità saturnina o malinconica, con una presenza ricorrente della morte, anch’essa anonima.


Sangue nudo. Il cinema terminale di Hisayasu Sato

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Hisayasu Sato sin dai suoi esordi negli anni ’80 ha esplorato le proprie visioni e ossessioni coniugando nella sua opera la sottocultura porno all’avanguardia. I suoi lavori (50 film in meno di dieci anni) affrontano i temi del vuoto e dell’alienazione sociale attraverso la violenza e il fanatismo dei suoi antieroi. Un panorama delirante di maniaci stupratori che vivono in oscuri seminterrati o in cisterne vuote, di scolarette paranoiche separate dal mondo reale, di burattini animati dal desiderio folle di una cieca tecnologia. In una cornice di estremo concettualismo, Hisayasu Sato descrive uno scenario terminale: feticismo, perversione, nevrosi, omosessualità, voyeurismo, suicidio. Ma il lavoro del cineasta giapponese pone soprattutto le questioni radicali del senso della riduzione letterale delle immagini e dei limiti della rappresentazione, annunciando in qualche modo la morte del cinema e la sua frenetica decomposizione attraverso un processo (talora contorto e doloroso) di metaforizzazione per eccesso di realtà. Il senso del suo lavoro è affidato alle parole dello stesso Hisayasu Sato: “Voglio fare un film che faccia impazzire gli spettatori, che li spinga a commettere un omicidio”.


Giganti e giocattoli. Il cinema di Yasuzo Musumura

Giganti

Nella storia del cinema giapponese Yasuzô Masumura è colui il quale ha compreso quei processi di frantumazione soggettiva e di polverizzazione sociale sorti nella gioventù postbellica, e li ha trasferiti in immagini facendo uso di un’estetica che ha tenuto in conto tanto il rigore delle strutture formali quanto le concezioni moderniste dei nuovi bisogni culturali. Di ciò si rese conto Oshima che in un suo famoso saggio del 1958 dal titolo “Si sta forse aprendo una breccia?” definisce Masumura come il cineasta “che possiede una più profonda coscienza sociale” rifiutando l’immobilismo ereditario del Giappone. Contro il senso della rassegnazione e l’enfasi tipicamente melodrammatica del vecchio cinema, Masumura rovescia i principi del neorealismo – che pure sono a fondamento del suo percorso – per una rappresentazione esasperata e irriflessiva della gioventù all’interno di un immaginario individualistico e liberatorio. Siamo di fronte al primo manifesto coscientemente strutturato del Nuovo Cinema Giapponese in cui la rappresentazione della realtà sensibile rifiuta l’individuo come puro spirito sovrasensibile per portarlo a processo in termini di relazione sociale.


Corpi della metafora. Paradigmi (post)moderni

Corpi della metafora. Paradigmi (post)moderni

Il silenzio, l’erotismo, il corpo, la metropoli, gli oggetti e le cose: sono questi alcuni dei temi che Beniamino Biondi, intellettuale siciliano, indaga con singolare acume e impronta polemica in questi brevi lavori. Il tracciato dei riferimenti culturali – autentiche ossessioni, come li designa l’autore è composto e differenziato, muovendo dal marxismo eterodosso all’irrazionalismo francese, dalle poetiche dell’assurdo alla teologia radicale, dall’indagine sull’architettura postmoderna (cui sono dedicati il saggio più esteso e un capitolo su Gibellina come “società estetica”) alla semiologia. Lo stile è ossimorico e oscuro, il procedimento frammentario e irregolare, procurando una lettura che pone l’itinerario del libro nel solco di una suggestiva inquietudine esistenziale.


Oratorio per nastro magnetico

Oratorio per nastro magnetico


 

manifesto

Manifesto


 

Teatro minimo

Teatro minimo


 

cariocinesi

Cariocinesi


 

Telegrafi

Telegrafi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ed altre ancora

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Marcello Vigli – Recensione al libro di Mauro Magini «Il mio amico Platone».

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È certo impegnativo chiamare Platone garante dell’onestà di fondo del proprio cammino esistenziale, ma l’autore non ha esitato a sceglierlo testimone delle sue riflessioni sul dispiegarsi della sua vita nella società e della esperienza religiosa che l’ha caratterizzata. Da questa, lascia intendere, ha maturato il suo modo d’intendere la religione e la sua idea di Chiesa che, in verità, costituiscono il tema che l’autore viene svolgendo nelle cento pagine del suo libro Il mio amico Platone.* Le brevi e sommarie note autobiografiche che le aprono sono di fatto solo una premessa per contestualizzare le pagine della seconda parte del libro nelle quali esplicita la sua professione di fede.
Le prime coprono, invece, quarant’anni di storia raccontati attraverso l’intreccio fra religione e politica. Le tensioni e gli scontri provocati nella società italiana dall’approvazione delle leggi che introducevano il divorzio e l’aborto sono rivissute attraverso le valutazioni dell’autore, che le giudicava da cristiano rispettoso, però, delle esigenze legislative proprie di un regime democratico. Nella stessa prospettiva si svolgono quelle che l’autore definisce Considerazioni varie sui grandi temi e problemi che hanno caratterizzato l’avvento del nuovo millennio nella dimensione ormai planetaria del processo storico. In particolare riflette sul ruolo e la funzione delle tre religioni monoteistiche con l’apporto del loro patrimonio di fanatismo nel confronto/scontro, fra terrorismo e pacifismo, che caratterizza il processo di trasformazione degli assetti sociali e politici che in quegli anni investe soprattutto il medio oriente.
Lo guida una chiara consapevolezza della differenza fra fondamentalismo e religione e, di conseguenza, fra tolleranza e fanatismo che gli consente, da un lato, di orientarsi fra i diversi islamismi e i diversi cristianesimi e, dall’altro, di poter negare la definizione dei conflitti fra religioni come “scontro di civiltà”.
Non trascura, però, di far memoria delle sue riflessioni sul dipanarsi della “storia” nella società italiana e nella comunità ecclesiale in ideale confronto con Veltroni, Mancuso, Panikkar e Küng, per giungere poi ad esporre la sua visione “teologica” del mondo, pur dichiarando di non essere teologo di professione.
Una visione, dichiara con particolare determinazione, maturata a partire dalla condivisione in una dimensione comunitaria del “nuovo” promosso dal Concilio. Frequente è il riferimento all’importanza da lui annessa alla sua frequentazione della Comunità di San Paolo.
Ad essa attribuisce la funzione di avergli consentito di liberarsi definitivamente dalla corazza religiosa che gli induceva sensi di colpa per il cammino compiuto per giungere ad una lettura moderna e razionale delle Verità contenute nei testi biblici che non ho più abbandonato e che mi ha dato la possibilità di credere in modo diverso: un modo conciliabile con la razionalità scientifica, di cui è imbevuta la nostra epoca.
Alla presentazione di questo modo l’autore s’impegna nella seconda parte del suo libro con il titolo Liberazione e fede. Essa, in verità, ne costituisce la vera ragion d’essere come rivela l’intento dichiarato, nella sua breve introduzione, di contribuire alla maturazione di fratelli nella fede e di chi fede non ha.
Muove dalla ricognizione della figura di Gesù e della sua costruzione nella storia, ispirata alla documentata indagine storica condotta da Giuseppe Barbaglio, configurando la religione nella quale oggi i cristiani si riconoscono. Sui valori da essa promossi si costruisce quella solidarietà fra diversi che può rendere vivibile la convivenza planetaria e quel rapporto con la Legge che permette di conciliare obbedienza e tolleranza simboleggiato dal racconto evangelico dell’incontro di Gesù con l’adultera, che gli presentano chiedendone la condanna. Più impegnativa l’accettazione dell’immaginario di riferimento della fede, fatto di misteri e di miracoli, che esige approfondimento esegetico delle “sacre scritture” come strumento indispensabile nonostante i suoi limiti.
Riflette poi sull’integrarsi della esperienza di fede individuale, che diventa nel processo storico religione, cioè cristianesimo, con tutto quello che esso ha prodotto come teologia e come chiesa e che l’autore sente l’esigenza di confrontarlo con altre religioni, l’islamismo e l’induismo, e con il superamento della stessa dimensione religiosa.
Le conclusioni che ne trae lo inducono a interrogarsi sulla fede nella quale si riconoscono quelli che intendono richiamarsi alla figura di Gesù.
Le pagine in cui propone la risposta costituiscono la fine del suo percorso e si configurano come una vera e propria professione di fede.

(*) M. Magini Il mio amico Platone. Riflessioni su società, religione, vita Petite plaisance, Pistoia, 2015, pp.123

Roma, 8 febbraio 2016

Marcello Vigli


Alcune pubblicazioni di Marcello Vigli

 

Contaminazioni

Marcello Vigli, Contaminazioni. Un percorso di laicità fuori dai templi delle ideologie e delle religioni, Edizioni Dedalo, pp. 304, 2006.


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Marcello Vigli, con Raffaele La Porta, Corrado Mauceri, Antonio Santoni Rugiu, Angelo Semeraro, Scuola pubblica. Scuola privata, La Nuova Italia, 1998.


Coltivare speranza

Marcello Vigli, con Mario Campli, Coltivare speranza. Una Chiesa altra per un altro mondo possibile, Edizioni Tracce, 2009.



 

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