Jean Cocteau (1889-1963) – «Lettera agli americani». Americani, ciò che io vi raccomando non ha niente a che vedere con i soldi. Non si compra. È la ricompensa per coloro che non temono le scomodità. Ci impegna di fronte a noi stessi. È il nutrimento dell’anima.

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Americani,
Il successo è per voi obbligatorio.
Voi rifiutate di aspettare e di fare aspettare.
Voi che volete vivere il minuto presente, succubi della riuscita e del successo.
Non dimenticate che il ritmo del mondo è dato dal fatto che respira come voi.

 

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Jean Cocteau, Lettera agli americani, Archinto, 2003.


Dal risvolto di copertina

Sull’aereo che lo riporta in Francia, dopo venti giorni – «o vent’anni?» – trascorsi a New York, il turista Jean Cocteau si concede un gesto intellettuale avventuroso in una forma letteraria defilata: accosta l’occhio alla lente della città punta di diamante dell’America e getta uno sguardo critico sul popolo destinato a guidare il mondo. È il 1949. Cocteau vede l’alba di un difficile e diseguale confronto tra il Vecchio e il Nuovo mondo, che solo oggi sembra lasciar affiorare qualche dubbio e nuove prospettive. «Qual è l’incubo della vostra città che dorme in piedi, vi chiedo? La bomba atomica.» «Non sarete salvati né dalle armi né dalla fortuna. Sarete salvati dalla minoranza di coloro che pensano.» «Dappertutto in America una minoranza palpita e si trova prigioniera di una libertà fittizia.» In cielo, tra viaggiatori sonnacchiosi, Jean Cocteau scrive di getto «agli americani» e si trasforma in profeta, perché in lui scorre «il sangue di un poeta».


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«Americani,

[…] il successo è per voi obbligatorio (p. 6) […] Voi rifiutate di aspettare e di fare aspettare (p. 8) […] Di contunuo, da voi, ci si trova di fronte all’audacia e al timore dell’audacia (p. 11) […] Voi avete il comfort. Vi manca il lusso. […] Il lusso che io raccomando non ha niente a che vedere con i soldi. Non si compra. È la ricompensa per coloro che non temono le scomodità. Ci impegna di fronte a noi stessi. È il nutrimento dell’anima. (p. 16) […] Voi che volete vivere il minuto presente, succubi della riuscita e del successo (è. 30) […] Non dimenticate che il ritmo del mondo è dato dal fatto che respira come voi […] Siamo vittime di un’epoca in cui i polmoni si svuotano. Il mondo espira. Non pensa più, dissipa. (p. 31) […] È molto pericoloso volere l’ordine e non mettere in atto una sorta di disordine in cui l’anima se la sbrogli invece di inaridire tra linee morte. (p. 37) […] Qui in Francia il suddetto disordine mi permette di affronate qualunque cosa in un fim […] se qualcosa cade nel dominio dell’impossibile […] io ne parlo ai miei collaboratori. Ognuno di loro cerca di rendere possibile l’impossibile. (p. 38) […] Mi è difficile prendere sul serio le preoccupazioni dei dittatori e di tutte le persone che vagheggiano la gloria (p. 44) […] Mi rivolgo sempre a quelli che cercano disperatamente di essere liberi e che devono, come me, aspettarsi lo schiaffo, al punto di chiedersi, quando ricevono dei complimenti, se non si sono resi colpevoli di qualche errore (p. 47)».

 

Jean Cocteau ritratto da Amedeo Modigliani nel 1916. Modigliani,_Amedeo_(1884-1920)_-_Ritratto_di_Jean_Cocteau_(1889-1963)_-_1916

 


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Günter Anders (1902-1992) – L’Apprendista stregone è invidiabile perché fa ancora il tentativo di fermare ciò che ha provocato o che è sul punto di provocare. Oggi viviamo in una foresta di manici di scopa che diventa sempre più fitta

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Illustrazione di Ferdinand Barth dall'edizione di Der Zauberlehrling di Goethe del 1882

Illustrazione di Ferdinand Barth dall’edizione di Der Zauberlehrling di Goethe del 1882.


Parliamoci chiaro. Ciò che Goethe* ha messo in poesia come un qualcosa che provoca terrore, come un evento di eccezione, degno di una ballata avventurosa, questo qualcosa a noi capita ininterrottamente, a noi accade senza tregua, per quanto si possa ancora parlare di «accadere». Parlare di «accadere», infatti, ha senso solo se ciò che accade si stacca come un fatto eccezionale dallo sfondo di una innocua e regolare quotidianità. Ma, oggigiorno, non è questo il caso. Ciò che rende il nostro tempo avventuroso è, al contrario, il fatto che lo straordinario, invece di dare nell’occhio, è proprio la regola; che i «manici di scopa» divenuti autonomi, cioè gli apparati (sia in senso amministrativo che in senso fisico-tecnico), come le centrali elettriche, i missili atomici, gli apparecchi spaziali e i grandi impianti industriali necessari per la loro produzione, formano tutti insieme il nostro mondo quotidiano. Milioni di persone vivono del fatto che la produzione di questi apparecchi è divenuta autonoma; l’economia d’interi continenti crollerebbe se la loro fabbricazione improvvisamente venisse a cessare: tutte queste cose oggi non sono eccezioni né sensazioni che si possano cantare a mo’ di ballata, come l’avvenimento sensazionale cantato da Goethe.

E allo stesso modo fa parte delle regole della quotidianità che non pensiamo neppure a ribellarci contro ciò che i nostri «spiriti» fanno e pretendono da noi. Al contrario vediamo nell’autonoma, ovvero automatica efficacia di ciò che abbiamo prodotto che agli occhi di Goethe era parso ancora qualcosa di terrorizzante qualcosa di normale, anzi, persino qualcosa che ci rallegra: cioè la garanzia che anche la nostra esistenza personale continuerà a funzionare in modo piano, e che il peso della responsabilità personale (che sentiamo già come qualcosa di antiquato, come una moda di avantieri) ci verrà tolto una volta per sempre.

Oltre a ciò, infine, c’è il fatto che i nostri «spiriti» hanno la mania di diffondersi e di moltiplicarsi; che essi, cioè, non solo restano indipendenti da noi, così come già erano subito dopo la loro «nascita», ma diventano sempre più indipendenti; e al contrario rendono noi, per l’accumularsi del loro potere e della loro indipendenza, sempre più dipendenti. Goethe, allorché continuò a far lavorare un robot tagliato in due metà come un doppio robot, aveva già in vista una tale accumulazione. Noi sappiamo, oggi, che gli apparati sono sempre spinti dalla tendenza a collegarsi gli uni con gli altri e unificarsi in «rete» (come si dice in elettrotecnica). E ciò vale anche per ciò che riguarda le reti, dato che anch’esse s’intrecciano di nuovo in reti di odine superiore, senza riguardo per ciò che in tal modo potrebbero provocarci. In breve: mentre in Goethe entra in scena un unico e solitario manico di scopa, divenuto autonomo in modo straordinario (e poi una coppia di manici di scopa), oggi viviamo in una foresta di manici di scopa che diventa sempre più fitta. E visto che non esiste alcuna possibilità di tagliare questo bosco o di scappare da esso, questo è il nostro mondo.

Tempi felici erano dunque quelli in cui, come Goethe, si poteva rappresentare un robot come un orripilante caso a sé e non come il quotidiano modus operandi del mondo; e nei quali ancora si aveva la possibilità di trattare un tale evento in forma di poesia, il che oggi (nel senso del detto di Adorno sulla poesia dopo Auschwitz) sarebbe già problematico, forse persino disdicevole. Tempi felici, nei quali ci si poteva permettere, senza rischiare di essere scherniti come ingenui e non realistici, di creare la figura di un maestro, cioè di un uomo che padroneggiava l’antidoto e al quale bastava aprire le labbra per rendere ancora possibile lo happy ending. Tempi felici davvero! Paragonato a noi, uomini d’oggi, persino l’Apprendista stregone, nonostante la situazione calamitosa in cui si era messo da sé, e nonostante l’acuta disperazione con la quale grida aiuto, è ancora una figura invidiabile.

Ma che cosa significa qui «nonostante»? Infatti, al contrario, egli è invidiabile proprio perché, a differenza degli uomini d’oggi, percepisce con i propri occhi il pericolo da lui stesso evocato; perché ancora capisce che esiste un motivo di disperazione; e perché, per tale motivo, fa ancora il tentativo di fermare ciò che ha provocato o che è sul punto di provocare. Confrontata con la nostra situazione attuale, quella dell’Apprendista stregone di Goethe era una semplice calamità; un episodio eccitante.

Günter Anders, L’uomo è antiquato, Bollati Boringhieri, 1992, pp. 374-376.


* L’apprendista stregone (in tedesco Der Zauberlehrling) è una ballata composta nel 1797 da Wolfgang Goethe, ispirata a un episodio del Φιλοψευδής (Philopseudḗs, ovvero “l’amante del falso”) di Luciano di Samosata. Cfr. «Luciano di Samosata e l’apprendista stregone». Nelle Philopseudes, dello scrittore satirico greco Luciano di Samosata, si narra, infatti, di Eucrate, giovane apprendista del mago Pancrate, desideroso di carpire i segreti del suo maestro. Trovatosi un giorno da solo, il ragazzo sperimenta un sortilegio che aveva visto fare allo stregone che, grazie ad alcune parole magiche, riusciva ad animare un pestello ed inviarlo ad attingere acqua con un’anfora. L’incantesimo riesce e il pestello svolge il suo compito, ma Eucrate, ignorando la formula necessaria per riportare l’oggetto allo stato iniziale, non è in grado di fermarlo, per cui esso continua imperterrito a prendere l’acqua e a versarla dentro la casa del mago. A questo punto il giovane tenta di risolvere il problema tagliando il pestello con un’accetta, ma ottiene come unico risultato la formazione di due “gemelli”, di dimensioni più piccole, che si muovono ancora più velocemente. Solo il ritorno del mago porrà fine a quella situazione incresciosa ed anche all’apprendistato di Eucrate. La storia fu ripresa nel 1797 da Wolfgang Goethe, che la trasformò in una ballata di 14 strofe dal titolo Der Zauberlehrling dove, rispetto all’originale, il pestello era sostituito da una scopa, che doveva riempire d’acqua la vasca situata nella casa del mago ed il finale non specificava la sorte toccata all’apprendista. Giusto un secolo dopo, il francese Paul Dukas (1865-1935), ispirandosi a Goethe, compose L’apprendista stregone. La composizione ebbe subito successo e la sua notorietà proseguì negli anni successivi, raggiungendo la consacrazione definitiva quando fu utilizzata da Walt Disney, che affidò a Topolino il ruolo dell’apprendista, in uno degli episodi più riusciti del cartone animato “Fantasia”.

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      Günter Anders, L’Apprendista stregone invidiabile

 


PAUL DUKAS (1865-1935) “L’Apprenti sorcier” – YouTube


Cernicchiaro Alessio – Günther Anders. La Cassandra della filosofia. Dall’uomo senza mondo al mondo senza uomo. Prefazione di Giacomo Pezzano

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Alessio Cernicchiaro,

Günther Anders. La Cassandra della filosofia.
Dall’uomo senza mondo al mondo senza uomo
.
Prefazione di Giacomo Pezzano: Anders e noi.
ISBN 978-88-7588-132-0, 2014, pp. 400, formato 140×210 mm., Euro 25
Collana “Il giogo” [59]. In copertina: Günther Anders ottantenne, 1982.


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