«Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada». Eraclito
Questo era un poeta: distilla straordinari sensi da signifIcati ordinari e Essenze così immense
dalle specie familiari che davanti alla porta perirono e ci meravigliamo che non fummo noi ad afferrarle, prima.
È lo scopritore di immagini, è lui che, per contrasto c’investe di disperata povertà
così ignaro del suo possesso il furto non può turbarlo lui per se stesso un tesoro fuori dal tempo.
Emlly Dlcklnson, Questo era un poeta, in Emlly Dlckinson, Sarà estate e altre poesie, traduzione e cura di Plera Mattei, Via del vento edizioni, Pistoia 2004.
Emily Dickinson nasce a Amherst, Massachussetts, il 10 dicembre 1830, nella casa costruita dal nonno paterno. In quella stessa casa morirà, il 15 maggio 1886, dopo avervi trascorso la maggior parte della vita. Il fratello William Austin è nato un anno prima e due anni dopo nascerà la sorella Lavinia (Vinnie). Quando, nel ’56, Austin si sposa, il padre gli fa costruire una casa accanto alla propria. La moglie di Austin è Sue Gilbert, con la quale Emily intratteneva un’appassionata amicizia (cfr.liriche 14 e 156). Nel 1858 inizia l’amicizia di Austin e Sue con i coniugi Bowels. Emily si lega molto a loro e a un’altra amica di Sue, Kate Anton Scott. Da quell’anno la produzione poetica diventa molto fluente, e raggiunge il suo massimo nel 1862. In quello stesso anno Emily apre una fitta corrispondenza con Thomas Wentworth Higginson, giornalista e scrittore, al cui giudizio sottoporrà una serie di cento poesie che egli le sconsiglia di pubblicare. Dal 1864 si confina nella propria stanza. Rifiuta di vedere estranei,veste solo di bianco, tutta chiusa in una sua avventura interiore registrata nelle liriche e nelle lettere. Alla morte di Emily,Vinnie che ha vissuto con lei fino all’ultimo, troverà nella camera, accuratamente raccolte in fascicoli, un’enorme quantità di liriche. Delle 1770 che l’edizione critica di Thomas H. Johnson ne ha ordinate nel 1955, solo sette erano state pubblicate in vita.
In questo volume, complementare del precedente (Teatro, 2015) la dimensione del sacro, propria di Maura Del Serra […] ha preferito, senza dissimularsi, assumere il colore e il calore di una «pietas civile e culturale». Mescolarsi in modo ancora più fraterno e solidale con le ansie, le sofferenze, le paure, i sogni e le speranze di donne e uomini […] che attraverso la finzione del teatro tutti ci rappresentano nella realtà della nostra esistenza. Ma non ha affatto rinunciato a scandagliare, sulle orme di Pascal, con le ragioni della ragione e le ragioni del cuore, il mistero della vita e della morte. A perseguire l’ideale di una bellezza assoluta […]. Non dall’alto ma dall’orizzontalità cordiale della sua cattedra di “drammaturgia d’idee”, Maura Del Serra ci induce a pensare. Ci costringe, anzi, a pensare, meditare, introiettare. Ci insegna, mediante la sua parola affidata a personaggi fatti di carne e ossa e anima, a «contare i nostri giorni» […] per «arrivare alla sapienza del cuore». Traccia, per sé e per noi, un arduo eppure affascinante itinerarium mentis ad sapientiam cordis.
Dalla Introduzione di Marco Beck
Indice
Introduzione di Marco Beck
Tecnostar
Zelda pazza di gloria
Baci scritti per Milena
Voci dei Nessuno da foto segnaletiche di prigionieri ignoti
Torquato Tasso Libretto d’opera liberamente ispirato all’omonimo dramma in versi di J. W. Goethe
I 23 testi inclusi nel volume – scritti dal 1985 al 2015 – sono preceduti dall’Introduzione di Antonio Calenda e accompagnati da un’Appendice contenente le Introduzioni che comparivano nelle singole edizioni. Il prezzo di copertina del libro (864 pagine) è di Euro 35,00. I primi 100 lettori che faranno richiesta del volume direttamente all’editrice (info@petiteplaisance.it) al momento dell’uscita del libro lo riceveranno al loro recapito al prezzo speciale di Euro 28,00.
Il teatro di Maura Del Serra, qui riunito nella molteplice complessità del suo arco cronologico trentennale, abbraccia una pluralità di forme sceniche, ora corali ora dialogiche ora monologanti, che spaziano con incisiva e vivace profondità dall’“affresco” epocale alla fulminea microcellula drammatica e a forme singolari di teatro-danza sempre sorrette da un inventivo simbolismo di luci, colori, voci fuoriscena e suggestioni scenografiche. L’organon di questa scrittura – in versi e in prosa – fonde il nitore visionario con un senso vivace e concreto del phatos quotidiano, spesso nutrito da uno humour tipicamente affidato a personaggi “terrestri” fino al farsesco, secondo la tradizione della commedia antica. Il teatro decisamente anti-minimalista della Del Serra mostra infatti il suo grato debito creativo verso i classici della tradizione drammaturgica e poetico-letteraria europea, dai tragici e lirici greci al barocco inglese e ispanico, al decandentismo e alle avanguardie artistiche del Novecento. I suoi personaggi, a vario titolo esemplari fino all’archetipo, sono scolpiti e dominati da una solitudine “eroica” non astratta bensì coerentemente testimoniale, tormentati e salvati dalla grandezza antistorica e metastorica del loro dono “eretico” che si oppone geneticamente alla forza oppressiva del potere nelle sue varie espressioni, da quelle canoniche politico-sociali a quelle suasive dell’intelletto, fino a quelle della “sapienza senza nome” della vita. Ed è perciò sempre agonico il rapporto fra la certezza di una verità ultima e inattingibile e l’illusione soggettiva, mediante l’utopia salvifica affidata all’ardore dei protagonisti. Motore e forma privilegiata di queste compresenze è l’eros generatore e multiforme, espresso in tutte le sue pulsioni, dall’amicizia alle polarità maschili e femminili, fino ad una complessa androginia psicologica e spirituale. In questa straordinaria galleria evocativa di presenze, che spaziano dall’ellenismo alla contemporaneità al futuro, le voci interiori dell’autrice si incarnano di volta in volta, come la poesia ed ogni arte, per “sognare la verità del mondo”.
Maura Del Serra, poetessa, drammaturga, traduttrice e critico letterario, ha riunito la sua opera poetica nei volumi: L’opera del vento e Tentativi di certezza, Venezia, Marsilio, 2006 e 2010. Ha tradotto dal latino, tedesco, inglese, francese e spagnolo e ha dedicato monografie e saggi critici a numerosi scrittori italiani ed europei.
Indice
Introduzione di Antonio Calenda Nota cronologica ragionata
La fonte ardente. Due atti per Simone Weil L’albero delle parole La Fenice La Minima Andrej Rubljòv Il figlio Lo Spettro della Rosa Specchio doppio. Favola drammatica Agnodice. Commedia drammatica Guerra di sogni. Mito futuribile Stanze. Versi per la danza Trasparenze. Versi per la danza Sensi. Versi per la danza Kass Dialogo di Natura e Anima Trasumanar. L’atto di Pasolini Isole. Poema scenico Eraclito Scintilla d’Africa Specchi. Cellula drammatica La vita accanto Isadora La Torre di Iperione. Hölderlin e gli altri
Appendice
Mario Luzi: Introduzione a La fonte ardente Daniela Belliti: Introduzione a La fonte ardente Nino Sammarco: Introduzione a L’albero delle parole Mario Luzi: Introduzione a La Fenice Daniela Marcheschi: Introduzione a La Minima Ugo Ronfani: Introduzione a Andrej Rubljòv Giovanni Antonucci: Introduzione a Agnodice Giovanni Antonucci: Introduzione a Guerra di sogni Misha Van Hoecke: Nota a Stanze Ugo Ronfani: Introduzione a Isole Jacopo Manna: Introduzione a Eraclito Marco Beck: Introduzione a Scintilla d’Africa Cristina Pezzoli: Nota di regia a La vita accanto
Galleria di copertine
e … passeggiando tra i suoi libri …
Ladder of Oaths
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Scala dei giuramenti
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Tentativi di certezza
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Voce di voci
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Canti e pietre
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Scintille
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Infinito presente
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Infinite Present
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L’opera del vento
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Adagio con fuoco
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Congiunzioni
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L’età che non dà ombra
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Za solecem i nociju vosled
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Aforismi
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Elementi
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Dietro il sole e la notte
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Corale
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Sostanze
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senza niente
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Concordanze
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Meridiana
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La gloria oscura
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L’arco
Teatro
Teatro
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La vita accanto
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Guerra di sogni
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La fonte ardente
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Andrej Rubliòv
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Eraclito. Due risvegli
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Isole. Poema scenico
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Scintilla d’Africa
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Agnodice
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Dialogo Natura e Anima
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Rosens ande
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Lo spettro della rosa
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La fenice
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La Minima
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L’albero delle parole
Critica
Una rara pietà
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Simone Weil: l’intelligenza della santità
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Di poesia e d’altro, III
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Di poesia e d’altro, II
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Di poesia e d’altro, I
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Crescita e costruzione. Immagini del giardino
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Le foglie della sibilla. Scritti su Margherita Guidacci
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L’uomo comune. Claudellismo e passione ascetica in Jahier
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Clemente Rebora. Lo specchio e il fuoco
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Giovanni Pascoli
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Ungaretti
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Campana
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L’immagine aperta
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Mostra bio-bibliografica su Dino Campana
Traduzioni
R. Ughetto, Poesie
R. Tagore – V. Ocampo, Non posso tradurre il mio cuore
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Tagore, Ricordi di vita
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Cicerone, Manualetto elettorale
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K. Mansfield, Poesie e prose liriche
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K. Mansfield, Tutti i racconti
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D. Barnes, Disincanto
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Victor Segalen, Odi
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Le poesie di Simone Weil
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F. Thompson, Il Segugio del Cielo
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V. Woolf, Orlando
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V. Woolf, Orlando
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V. Woolf, Orlando
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K. Mansfield, Tutti i racconti
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K. Mansfield, Tutti i racconti
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K. Mansfield. Tutti i racconti
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V. Woolf, Una stanza tutta per sé
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V. Woolf, Una stanza tutta per sé
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V. Woolf, Una stanza tutta per sé
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W. Shakespeare, Molto rumor per nulla
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W. Shakespeare, Molto rumore per nulla
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W. Shakespeare, Molto rumore per nulla
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M. Hamburger, Taccuino di un vagabondo europeo
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E. LASKER-SCHÜLER, Caro cavaliere azzurro
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Vi. Woolf, Le onde
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M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto
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G. Herbert, Corona di lode
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E. Lasker-Schuler, Ballate ebraiche e altre poesie
In copertina: Philipp Otto Runge (1777-1810), Papaveri.
«È questo nell’uomo il processo di creazione, in grado di portare il lettore a pensare come un filosofo».
J. Hersch, Storia della filosofia come stupore.
«Perché ci sia senso, occorre che ci sia un’intenzione, un movimento di libertà, orientato su un valore, su qualcosa che non è, ma che merita di essere».
J. Hersch, Rischiarare l’oscuro.
Che cosa ho imparato da Jeanne Hersch?
Che la ragione è un grande dono divino e che bisogna credere che è capace di conoscere il mondo.
Che si sono sbagliati questi, che non si fidavano della ragione, elencando da che cosa essa dipende: dalla lotta delle classi, dal libido, dalla volontà di potenza.
Che dovremmo essere consapevoli che siamo chiusi nel cerchio delle proprie sensazioni, ma non per ridurre la realtà ai sogni e alle fantasie della nostra mente.
Che la veracità testimonia la libertà e che dalla menzogna si riconosce la schiavitù.
Che l’atteggiamento giusto nei confronti della realtà è il rispetto, e allora bisogna evitare la compagnia delle persone che umiliano la realtà con il loro sarcasmo e glorificano il nulla.
Che anche se ci accusassero dell’arroganza, nella vita intellettuale bisogna seguire la regola di una stretta precisa gerarchia.
Che gli intellettuali del ventesimo secolo erano dipendenti del “baratin”, cioè della loquacità irresponsabili.
Che nella gerarchia dell’agire umano l’arte è superiore della filosofia, ma la cattiva filosofia può danneggiare l’arte.
Che esistono le verità oggettive, che vuol dire che da due definizioni contradette una è vera e altra falsa, con l’eccezione di certi casi quando la contradizione è giustificata.
Che indipendentemente dalle confessioni religiose dovremmo conservare una “fede filosofica”, cioè la fede in trascendenza, come un tratto essenziale della nostra umanità.
Che il tempo esclude e condanna ad essere dimenticati soltanto queste opere delle nostre mani e delle nostre menti, che si rivelano inutili nella costruzione, secolo dopo secolo, del grande edificio della civiltà.
Che nella propria vita non è ammesso lasciarsi dominare dalla disperazione a causa dei nostri sbagli e peccati, perché il passato non è chiuso e riceve il suo senso dalle nostre azioni future.
Risvolto di copertina
«Non ho alcuna esitazione nell’affermare che Czesław Miłosz è uno dei più grandi poeti del nostro tempo e forse il più grande» scriveva qualche anno fa un altro poeta, Iosif Brodskij. Poi giunse, nel 1980, il premio Nobel – e molti lettori in tutto il mondo cominciarono a scoprire l’opera complessa e intensa di questo scrittore, che da anni si trovava nella paradossale condizione di essere circondato da persone che non leggevano la sua lingua, mentre i suoi libri erano proibiti a coloro che la leggevano. Nato in Lituania nel 1911, esule dalla Polonia sin dal 1951, Miłosz «ha ricevuto quella che si potrebbe definire l’educazione standard dei paesi dell’Europa orientale, che ha incluso, fra l’altro, l’esperienza del cosiddetto Olocausto, già da lui profetizzata nelle liriche della seconda metà degli Anni Trenta». E «la sua terra, dopo essere stata devastata fisicamente, gli venne sottratta e distrutta spiritualmente» (Brodskij). Questo poeta metafisico, in perpetua complicità con l’invisibile, è stato costretto dalla storia a vivere l’invisibile innanzitutto nella sua forma più letterale e più ossessiva: come ressa dei morti e delle cose scomparse. Il poeta è qui sempre il sopravvissuto, che si mormora un verso sobrio e terribile. «E il cuore non muore quando sembra che dovrebbe». Quei morti sono subito «lontani come l’imperatore Valentiniano, / come i condottieri dei Massageti, di cui non si sa nulla», eppure tendono a riapparire, seduti a un caffè familiare, e guardano il sopravvissuto, «scoppiando a ridere». Che il passato sia connesso a una devastazione totale dà alla memoria, in Miłosz, una dimensione di conquista dell’immagine sul fondo del vuoto. Per questo ogni oggetto, ogni nome, ogni albero da lui nominato hanno una tale evidenza, lacerata ed estatica. Essi si pongono tutti vicino a quella «frontiera mobile / Oltre la quale colore e suono si compiono / E sono congiunte le cose di questa terra». Quella frontiera ci separa da una terra visionaria: Blake e Swedenborg ne hanno dato notizia, e la loro voce risuona in Miłosz. Nel suo verso spesso vibrano insieme una «vastità cosmica della visione» (per lui il primo criterio della grande poesia) e la pura attenzione, insegnata da Simone Weil. Allora, sottintesi tutti i naufragi, il poeta torna a essere «uno dei tanti / Mercanti e artigiani dell’Impero del Giappone / Che componevano versi sui ciliegi in fiore, / I crisantemi e la luna piena».
Victor Hugo, Il castello di Vianden visto attraverso una ragnatela. Casa di Victor Hugo, Parigi.
«Questo libro fu scritto a Parigi nel 1951-1952, cioè in un periodo in cui gli intellettuali francesi, nella loro maggioranza, risentivano la dipendenza del loro Paese dall’aiuto americano e riponevano le loro speranze in un mondo nuovo all’Est, governato da un leader di incomparabile saggezza e virtù – Stalin». Così Miłosz, con delicato sarcasmo, ha descritto, nella premessa all’edizione italiana, la situazione in cui nacque e apparve per la prima volta La mente prigioniera (1953). Ma al lettore spetta di riconoscere che cosa è questo libro oggi: il libro che una volta per tutte, prima che il dissenso russo potesse manifestarsi, prima di Solženicyn, di Sinjavskij, di Zinov’ev, disse ciò che di essenziale vi è da dire sul sovietismo – e in particolare su quel colossale fenomeno di viltà dello spirito e cronico asservimento che ha contrassegnato il rapporto di milioni di intellettuali con il sovietismo stesso. A differenza di tanti dissidenti russi, Miłosz parla con una terribile pacatezza: troppo cupa è la vicenda che ha vissuto perché la sua voce possa alterarsi. Ed è la voce, lo si sente a ogni pagina, di un grande scrittore, di un abitante di quella vecchia, civilissima Europa dei popoli baltici, che furono «calpestati dall’elefante della Storia» senza che l’Occidente quasi se ne accorgesse. Questo libro non è un saggio, non è un racconto, non è un libro di memorie: è la dimostrazione inconfutabile, trasparente, di che cosa voglia dire nella vita di ogni giorno, per un numero sterminato di persone, l’obbedienza al Metodo, nome che qui designa il marxismo-leninismo, quella singolare dottrina che è «in grado di trasmettere per via organica una ‘visione del mondo’», come le pillole di Murti-Bing immaginate dal genio visionario di Witkiewics. Se fosse una qualsiasi posizione filosofica, tale dottrina sarebbe di una pochezza difficilmente uguagliabile. Ma esso è ben di più: un grandioso artificio che riesce davvero a «cambiare la vita»: il Metodo, una volta che stringe un mondo con le «tenaglie della dialettica», permette a chiunque di sorridere con superiore indulgenza di fronte a qualsiasi pensiero, invita dolcemente a sorvegliare e denunciare gli altri, insegna inebrianti misture di vero e di falso, concede la gioia di sentirsi al centro della corrente della storia e offre strumenti maneggevoli per far fuori i propri nemici. Alle devastazioni che il Metodo provoca nei singoli, alle prodigiose trasformazioni che esso produce nelle loro vite è dedicata la seconda parte del libro di Miłosz: qui egli traccia una sequenza di profili esemplari, carichi di intensità romanzesca – e costringe ogni lettore a percepire che cosa sia stata, in tutti i suoi passaggi, la sorte crudele di chi ha visto susseguirsi, sulla propria terra, il furioso orrore dei nazisti e la vischiosa oppressione dei sovietici. La rivolta di Varsavia, con i nazisti che uccidono e i sovietici che osservano compiaciuti dall’altra sponda della Vistola, è in certo modo l’esperienza simbolica di tutto il nostro secolo. Miłosz, che a essa è dolorosamente sopravvissuto, ha saputo trasmetterla in queste pagine a noi, eternamente sprovveduti occidentali, lasciando parlare i fatti e le fisionomie, come solo un poeta può fare.
Nei primi anni Ottanta, appena insignito del Nobel, Czesław Miłosz fu chiamato dall’Università di Harvard a presentare, in sei lezioni, le sue idee sulla poesia. E della poesia decise di privilegiare la funzione ai suoi occhi più importante, vale a dire la miracolosa capacità di offrire una testimonianza sull’epoca a cui appartiene: «non ho dubbi» afferma «che i posteri ci leggeranno nel tentativo di comprendere che cosa è stato il Novecento, proprio come noi apprendiamo molto sull’Ottocento grazie alle poesie di Rimbaud e alle prose di Flaubert». Ma quale testimonianza del Novecento offre la poesia? Il «tono minore», il dubbio, l’amarezza, la cupezza che paiono contraddistinguerla derivano, certo, dalla fragilità «di tutto ciò che chiamiamo civiltà o cultura», dal presagio che quanto ci circonda «non è più garantito», e potrebbe scomparire. Resta nondimeno una via di salvezza: guardando al secolo dalla prospettiva di un’«altra Europa» ed eleggendo a guide Oscar Milosz e Simone Weil, Miłosz ci introduce infatti a una diversa concezione della poesia, quella che ne fa un «inseguimento appassionato del Reale» – giacché solo nel mai appagato desiderio di mimesi, nella fedeltà al particolare, nel «senso della gerarchia» delle cose sta «la possibilità di sopravvivere a periodi poco propizi».
Tra l’inverno del 1955 e la primavera del 1956 Czesław Miłosz dà corpo alla sua originale concezione della poesia in una vera e propria sfida letteraria: un grande poema che, eludendo le cornici di genere e arricchendosi di elementi prosaici o colloquiali, mescolando citazioni eterogenee, imitazioni letterarie, valutazioni critiche ed enunciati filosofici, delinea un vasto affresco storico-culturale del Novecento polacco, tassello imprescindibile della storia europea. Un affresco che si compone di quattro parti, evocative di altrettanti scenari: il mondo della belle époque nella Cracovia di inizio secolo; la vita politica e artistica di Varsavia tra le due guerre, con ampie digressioni sui poeti del tempo; le devastazioni della seconda guerra mondiale e gli orrori dell’occupazione nazista, con la rivendicazione di una poesia capace di giudizio etico; la Natura e in particolare l’ambiente degli Stati Uniti, in cui Miłosz, dopo aver contemplato l’abisso in cui sono precipitate le culture europee, individua la dimensione ideale per trovare serenità ed equilibrio, senza peraltro sottrarsi al dovere di condividere con i fratelli polacchi le questioni cruciali del XX secolo. Il Trattato poetico ha la forza espressiva di un grande romanzo storico, l’intonazione nostalgica di un poema sul tempo perduto, il suono straziante di un requiem in morte di un’epoca, l’accento pacato di una meditazione sulla storia, sull’arte, sulla coscienza individuale. E anche le Note dell’Autore che chiudono il volume si rivelano una splendida creazione letteraria: un mosaico di schizzi e ritratti in miniatura che, come per magia, ricreano il mondo di una ormai lontana Europa.
«Voi, fanciulle, i bei doni delle Muse dal seno di viola cercate e la lira armoniosa che accompagna il canto. A me il corpo un tempo tenero ormai la vecchiaia ha colpito, i capelli da neri sono diventati bianchi, il mio animo si è fatto pesante, non reggono le ginocchia che prima danzavano leggere come quelle dei cerbiatti. Spesso cedo al lamento. Ma cosa si può fare? L’essere umano non può sfuggire la vecchiaia. Un tempo Titono, raccontano, Aurora braccia di rosa per amore lo trasportò con sé ai confini del mondo quando era bello e giovane. Ma anche lui raggiunse col tempo la grigia vecchiaia, pur avendo una sposa immortale».
Saffo, Liber chronicarum, 1493, di Hartmann Schedel (Norimberga 1440-1514).
Nella filologia moderna, i frammenti di Saffo sono spesso editi con quelli di Alceo. Hanno segnato una svolta le edizioni di E. Lobel e D.-L. Page, Poetarum Lesbionun Fragmenta, Oxford 1955, e di Carlo Gallavotti. Saffo e Alceo, Napoli 1957. Vale come riferimento quella di Eva-Maria Voigt. Sappho et Alcaeus, Amsterdam 1971. Un commento importante è quello del tedesco Max Treu, Sappho, Monaco 1954.
Busto di Saffo conservato nei Musei capitolini a Roma
Testa di Saffo, copia romana da originale di età ellenistica, da Smirne, Museo archeologico di Istanbul.
La scultura “Saffo abbandonata” è stata realizzata nel 1857 da Giovanni Duprè, (1817-1882).
Alceo e Saffo, Vaso attico di figure rosse, ca. 480 a.C.
Ritratto di Saffo, Palazzo Massimo alle Terme, Roma. Foto di Paolo Monti, 1969.
Saffo, da Veterum illustrius philosophorum etc. imagines (1685) di Giovanni Pietro Bellori (1613-1696).
Saffo, seduta, legge re amiche-studentesse che la circondano, Vaso attico (hydrie o kalpis) di Vari, opera del gruppo di Polygnotos, 440-430 a.C. circa, Museo Archeologico Nazionale di Atene, n. 1260.
Che cos’è la vita se, piena di preoccupazioni, non abbiamo il tempo di fermarci e sostare? […] Nessun tempo per vedere, quando si attraversano i boschi dove gli scoiattoli nascondono le noci nell’erba. Nessun tempo per vedere, in pieno giorno fiumi pieni di stelle, come i cieli di notte. […] È una vita povera questa, se piena di preoccupazioni non abbiamo il tempo di fermarci e sostare.
in una società disumana e soffocante come la nostra.
Si impazzisce perché si ha l’impressione che il mondo
non sappia che farsene dell’anima
né delle sue facoltà più importanti,
come ad esempio l’immaginazione».
Margherita Guidacci, Lettera a Mladen Machiedo, 15 giugno 1970, in Id., Lettere di Margherita Guidacci a Mladen Machiedo, a cura di Sara Lombardi, Firenze University Press, 2015.
Prigione
Se il muro fosse di pietra e non d’aria, se attraverso il muro non si toccassero gli alberi, se le alte sbarre d’ombra che ti rigano l’anima fossero l’ombra di vere sbarre a cui potersi aggrappare, se ricordassi lo scatto d’una porta che si chiude alle tue spalle e il tintinnìo delle chiavi alla cintura del carceriere che si allontana: quale sollievo ne avresti nell’orrore! Perché ciò che si chiude può tornare ad aprirsi, la rocca più imponente può essere distrutta. Ma dove sei non è porta, e nessuna porta s’aprirà. E non è muro: nessun muro sarà abbattuto. Le sbarre d’ombra sono le vere sbarre, non saranno divelte. Tu confini con l’aria, tocchi gli alberi, cogli i fiori, sei libera, e sei tu stessa la tua prigione che cammina.
Chi ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in questi vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è un pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo ...
Eritrea
Non qui, su questo sacro suolo di Eritre, dove siete venuti per riscrivere i libri che per impulso vostro non avreste mai scritto, e che ora il fuoco vi ha sottratto; non qui, dove in un tempo lontano io rivelai la prima volta la sapienza che vi era contenuta; né a Samo o Delfi o Cuma (più vicina a voi) da cui li trasse senza intenderli il vostro re superbo; né in alcuno dei luoghi che, come specchi successivi, mandarono lampi arcani, voi troverete mai quel che cercate. Troverete forse un mormorio trasognato di vecchi che storpiano parole già storpiate dai loro padri: e di quello farete i vostri nuovi libri, per illudere il popolo e voi stessi. Ma se uno ha veramente a cuore la sapienza, non la ricerchi in questi vani giri, come di chi volesse raccogliere le foglie cadute da una pianta e già disperse dal vento, sperando di rimetterle sul ramo. La sapienza è un pianta che rinasce solo dalla radice, una e molteplice. Chi vuol vederla frondeggiare alla luce discenda nel profondo, là dove opera il dio, segua il germoglio nel suo cammino verticale e avrà del retto desiderio il retto adempimento: dovunque egli sia non gli occorre altro viaggio.
M. Guidacci, Sibille. Seguito da Come ho scritto “Sibille”, a cura di Ilaria Rabatti, Petite plaisance, Pistoia 2018, p. 20.
I quaderni di Malte Laurids Brigge, Garzanti, 2014
«Oh, ma con i versi si fa ben poco, quando li si scrive troppo presto. Bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita e meglio una lunga vita, e poi, proprio alla fine, forse si riuscirebbe poi a scrivere dieci righe che fossero buone. Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienze. Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino. Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e a separazioni che si videro venire da lungi, a giorni d’infanzia che sono ancora inesplicati, ai genitori che eravamo costretti a mortificare quando ci porgevano una gioia e non la capivamo (era una gioia per altri), a malattie dell’infanzia che cominciavano in modo così strano con tante trasformazioni così profonde e gravi, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare, a mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto ciò. Si devono avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra, di grida di partorienti, e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate. E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso».
Rainer Maria Rilke, The Notebooks of Malte Laurids Brigge [1910], I quaderni di Malte Laurids Brigge, Garzanti, 2014
Per tutto il tempo in cui rimasi in compagnia delle Sibille, le sentii sempre come delle presenze oggettive; erano per me delle persone reali, in carne ed ossa. Naturalmente, sono completamente disposta ad ammettere che esse non erano che delle proiezioni del mio inconscio. […] Come poeta, poco m’importa di obbedire a impulsi razionali o irrazionali – e meno che mai di compilarne un catalogo – purché essi siano vitali e si traducano in un’opera. È il poiein, il fare che interessa al poeta e non il sottile scandaglio sul come o il perché del poiein. Razionale o irrazionale, ciò che l’aiuta ad ottenere un risultato è sempre il benvenuto. Se l’inconscio mi ha aiutata a scrivere le Sibille, io gli sono grata: ha dimostrato di possedere immaginazione, memoria e passione. Spero bene che vorrà darmene altre prove in futuro. Che lo faccia lui o la parte razionale del mio essere, certamente non sarà in ogni caso nelle forme già sperimentate: se contassi sul loro ripetersi, mi sbaglierei totalmente. Gli esseri umani, e soprattutto gli artisti, possono sempre riservare nuove sorprese.
In questo senso, ancora oggi, mi apro fiduciosa al futuro.
Margherita Guidacci
Cominciando dalla fine
di Ilaria Rabatti
L’incontro con un libro racchiude sempre una storia. Ripubblicare oggi Sibille, dopo trent’anni dalla loro prima uscita in volume presso Garzanti nel 1989, è per me come chiudere un cerchio. Alle Sibille sono infatti profondamente legata perché quelle poesie – le ultime pubblicate dalla poetessa ancora in vita – sono state anche le prime che ho letto di Margherita Guidacci. Ho conosciuto infatti la sua poesia cominciando dalla fine, risalendo solo successivamente alla sorgente limpida della sua prima raccolta, La sabbia e l’Angelo, accorgendomi così, man mano che andavo avanti nella lettura, di quanto quella voce, profonda e potente nella sua apparente semplicità, dentro le parole mi parlasse.
Alla fine dei miei studi universitari a Firenze, nel 1996, io non sapevo nulla di Margherita Guidacci. Sapevo solo che quello era il titolo della mia tesi di laurea in letteratura italiana moderna e contemporanea, assegnatomi da Maura Del Serra dopo la bocciatura della mia prima scelta, Alda Merini, per cui nutrivo allora una specie d’incantata venerazione. Ricordo che dopo il colloquio con la mia professoressa, uscii dal dipartimento di italianistica un po’ disorientata, con in testa il nome di Margherita a caratteri cubitali, il suo volto sconosciuto e il buio immenso intorno. Tuffarsi subito nella lettura, pensavo, mi avrebbe aiutato a fare luce ed allora, ingenuamente, mi venne l’immediato impulso di avviarmi dritta e veloce in libreria. Allora, ripeto, ingenuamente, pensavo che la letteratura fosse custodita anche nelle librerie. Andai alla Marzocco in via Martelli, che, proprio davanti al mio liceo, era stata il luogo magico di tante scoperte bellissime, sicura di trovarvi quello che cercavo. Restai malissimo quando mi resi conto che sugli scaffali di Guidacci non c’era proprio nulla. Per fortuna da Marzocco vi lavorava Carlo Manzini, un fine e introverso libraio, che aveva conosciuto bene Margherita (così mi raccontò lui stesso) e che, proprio in virtù di quell’antica amicizia e, forse, del mio sguardo smarrito, mi prese in simpatia, e si dette un gran daffare per aiutarmi. Successe, come sempre succede, l’imprevedibile, ma per me fu un “segno”. Manzini, cercando bene in un angolo poco accessibile del negozio riuscì a scovare una copia “dimenticata” dell’unico libro di Margherita ancora in commercio, Il buio e lo splendore, appunto. Ho letto d’un fiato quelle pagine, senza neanche aspettare di arrivare a casa, appoggiata ad uno scaffale della libreria, cominciando, senza saperlo, tra apprendistato e iniziazione, uno dei viaggi più importanti della mia vita. Rubando a Paolo Nori un’immagine bellissima, potrei dire infatti che in quel momento, se fossi stata attenta, avrei sentito il rumore degli scambi del treno della mia vita che si spostavano, che portavano tutto in un’altra direzione.
Da allora non ho più dimenticato quella lettura che mi ha fatto scoprire la bellezza e la paura di lasciarsi andare, permettendo alla vita di farsi strada. E tutto quello che ho fatto e letto dopo, misteriosamente, s’è incamminato in quella direzione, illuminandola. Non ho dimenticato neppure quella libreria – diventata, ahimè, oggi un lussuoso negozio di prelibatezze gastronomiche – e quell’amico libraio sempre vivi e fantastici nel ricordo.
Ricongiunta in un anello di tempo e di nostalgia (1989-2019), affido dunque la voce “rivelata” delle Sibille a nuovi lettori, immaginando che, nonostante il rumore di fondo che abita i nostri giorni, essa conservi ancora intatta la forza di farsi ascoltare, ognuno ritrovandovi dentro, insieme al respiro, anche solo una piccolissima scheggia del proprio itinerario di libertà.
Se io ti bacio non è solo la tua bocca il tuo ombelico il tuo grembo che io bacio Io bacio anche le tue domande e i tuoi deisideri io bacio il tuo meditare i tuoi dubbi e il tuo animo
e il tuo amore per me e la tua libertà da me il tuo piede che è venuto fin qui e poi riparte ti bacio come tu sei e come sarai domani e poi e quando il mio tempo sarà finito
Erich Fried
Dal titolo di una poesia di Paul Fleming 1609-1640, per Elizabeth.
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