«Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada». Eraclito
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Fernanda Mazzoli, I nemici della città. Caccia alle streghe e potere politico: dalla cronaca di un processo di stregoneria alla storia di un modello persecutorio di successo . ISBN 978-88-7588-434-5 , 2025, pp. 272, In copertina: Scene di stregoneria è un dipinto realizzato da Salvator Rosa nel 1646 e oggi visibile alla National Gallery di Londra (particolare).
Szeged, pianura ungherese, 1728: la prolungata siccità ha messo a rischio i raccolti, la carestia incombe, si diffondono sospetti mostruosi, racconti inquietanti. Si mormora che una compagnia stregonesca organizzata di tutto punto abbia venduto la pioggia ai Turchi e prelevato i frutti della terra. Il Consiglio cittadino, impegnato in un aspro conflitto con Vienna per la salvaguardia delle autonomie locali, accredita le dicerie e imbastisce un processo che condurrà alla morte di diciotto persone, per lo più guaritori e levatrici, accusate di patto diabolico e di innumerevoli malefici. La vicenda, ricostruita a partire dalle deposizioni dei testimoni e degli imputati, si rivela paradigmatica della complessa relazione tra caccia alle streghe e potere politico, sullo sfondo della problematica modernizzazione che ha investito le società europee tra XVI e XVIII secolo. Fenomeno che ha scandito, paradossalmente, l’ingresso del nostro continente nella modernità, la caccia continua ad essere una ferita aperta, anche per avere originato un modello persecutorio efficace e pronto all’uso in contesti diversi, basato sulla demonizzazione di un nemico interno dal quale la città deve difendersi.
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La contraddizione
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Amore
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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La pace della Machado e il nobel pacificamente guerreggiante trumpiano. Le grammatiche dei padroni escono allo scoperto.
Maria Corina Machado il 10 ottobre ha ricevuto il premio nobel (volutamente in minuscolo) per la pace. Il premio era ambito da D. Trumpo, e la Machado lo ha lui dedicato. Il premio nobel è stato assegnato a un esponente della borghesia oligarchica venezuelana che nel 2002 ha tentato di rovesciare il governo Chavez. L’occidente relativista ha sicuramente seri problemi con le definizioni. La pace è un mistero tragico e doloroso, se pensato e osservato dalla prospettiva della Machado. Il mistero si inarca nell’abisso, se si considera che la vincitrice del nobel ha telefonato a B. Netanyahu per dichiarargli, ammirata, il suo sostegno per l’operazione a Gaza contro Hamas. Siamo dunque in una realtà che ha rotto gli argini con l’etica, nella quale le parole non hanno più senso e le istituzioni sono l’incarnazione in terra dei cinici interessi delle plutocrazie. Con l’inabissarsi dei principi etici e dei fondamenti della logica umana si frana verso l’Apocalisse. Il massacro genocidario di centinaia di migliaia di morti, in maggioranza donne e bambini, sono da considerarsi “pace”, per cui il premio nobel si è complimentata con Netanyahu dimentica del valore etico del premio ricevuto. Gaza fuma ancora per le macerie e per i corpi in decomposizione, eppure tutto questo è “pace”. Il Comitato nobel nominato dal parlamento norvegese per assegnare il prestigioso premio, è ormai evidente, non risponde ad alcun principio etico ma alla logica dei padroni. Fin qui nulla di nuovo, ma ciò che è assolutamente innovativo è l’ostentata negazione di ogni principio razionale dinanzi al mondo. I padroni della terra, tali si percepiscono, dinanzi alle sconfitte riaffermano di essere i padroni dell’ordine del discorso come del pianeta. Le grammatiche dei padroni escono allo scoperto e dimostrano che esse possono decretare che “la pace è guerra e che la guerra è pace”. Il mondo ci guarda, oltre il filo spinato dell’occidente vi è un pianeta in movimento. Immaginiamoci come debba apparire nell’anima e nello sguardo di un “non occidentale” il premio nobel assegnato a un’aristocratica signora venezuelana che dopo il premio, anziché farsi testimone di pace e della difesa dei più fragili, il 22 ottobre con la telefonata al primo ministro israeliano B. Netanyahu ha scelto la guerra. Assegnare il premio nobel alla Machado ha dunque un evidente significato politico, ma ancor più denota lo stato di declino, in cui versa l’occidente cinicamente abbarbicato ad un doloroso sogno di onnipotenza ormai superato dalla storia. La politica senza umanità e senza senso della storia è solo bieco calcolo incapace di comprendere la dialettica storica. In tale contesto l’occidente si isola dal mondo e rompe gli ormeggi dall’umano inaugurando un lungo periodo di tragedie evitabili nelle quali i primi a cadere saranno i più innocenti. Se si continua a battere il sentiero dell’assurdo, alla fine dovremo affrontare gli spettri che abbiamo evocato. Il premio nobel è dunque parte di un sistema di potere che crede, ancora, di avere il diritto di stabilire ciò che è vero e ciò che è falso in funzione dei giochi delle oligarchie, i popoli devono solo obbedire e applaudire, per gli oligarchi i popoli sono plebe e pertanto ai plebei si può far credere che la guerra è pace. Questa è la nostra terribile condizione, è la nostra notte di Valpurga. In un tempo tanto estremo l’irrazionalità del male non deve indurci alla disperazione, ma si deve, piuttosto testimoniare la trasparenza del bene con la parola, con la prassi e con la testimonianza solidale, è l’unico modo per vincere gli spettri che sembrano prendere il sopravvento. Testimoniare la razionalità del bene è oggi urgenza etica a cui gli uomini e le donne di buona volontà sono chiamati. Un dato è inaggirabile il premio nobel non ha credibilità alcuna, è solo uno dei tanti premi con cui il potere benedice i suoi vassalli e dichiara le sue guerre.
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M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Pasolini e il tempo della violenza genocidiaria. L’architrave dell’attuale indifferenza patrocinata dall’accumulo crematistico è l’edonismo massificante che erode il pensiero e la consapevolezza spingendoci nel precipizio del vuoto metafisico
L’indifferenza sostanziale al genocidio in corso in Palestina necessita di risposte e di ricerca. Anche se ci sono manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese, la passività di tanti cheassistono “indiffferenti” al ripetersi di un genocidio sono il sintomo della marcescenza occidentale. La crisi etica è palese e con essa la politica si inabissa fino ad evaporare dall’esistenza dei singoli e dei popoli. La politica è stata sostituita dal calcolo edonistico e degli interessi personali. La creatività, il pensiero e l’empatia muoiono sotto il cono d’ombra del capitalismo senza Katechon.
La Risposta che a suo tempo, nel 1963, diede Hannah Arendt ne “La banalità del male” oggi appare assai insoddisfacente. La filosofa individuò nell’assenza di pensiero critico la causa della complicità con cui uomini ordinarisi lasciarono coinvolgere nel genocidio. Uomini come Adolf Eichmann erano affetti dal “non pensiero”, in quanto il totalitarismo aveva divorato i corpi medi e assorbito ogni dimensione all’interno dello Stato-Partito. La tesi della Arendt, discutibile già a suo tempo, appare oggi impraticabile per leggere il nostro tragico presente. Il genocidio è crimine contro l’umanità e risponde a genetiche storiche che mutano nel tempo. L’indifferenza del nostro tempo non è sovrapponibile alla criminale complicità che si consumò durante il genocidio ebraico. Cercare le ragioni della normalizzazione del male, ormai percepitocome fatale, significa individuare il “male” nella sua nuova forma e metamorfosi.Il sistema procede nella sua marcia atomistica e coloro che “cadono” sono solo gli sconfitti e i perdenti. L’indifferenza del nostro tempo è il peso inerte della storia, e specialmente sostiene il sistema con i suoi crimini. Innocenza e colpa si fondono e confondono. La ragione di tale profonda “patologia strutturale” che attraversa in modo conclamato le società e gli Stati a capitalismo pienamente realizzato è stata analizzata da Pier Paolo Pasolini.
In occasione del referendum sul divorzio nel 1974, lo scrittore palesa che la vittoria non è il “segno” della crescita qualitativa degli italiani, ma la ragione della vittoria è da identificarsi, a prescindere dallo schieramento politico, nella conversione degli italiani al consumismo. Il divorzio è parte della logica dell’«usa e getta», organica all’edonismo di massa.Un principio condiviso in una cornice segnata dall’utilitarismo e dall’individualismo acefalo e che diventa un mezzo per affermare il personale narcisismo. Il diritto si trasforma in un’arma. Il capitalismo è dunque il nuovo fascismo, in quantoomologa e divide e nel contempo coltiva in ogni individuo la sudditanza al consumismo. Ne consegue la regressione del “senso sociale e della sensibilità politica”. Il narcisismo edonistico è il nuovo fascismo che ha abbandonato limiti e divieti imposti per dominare con “l’atomistica delle solitudini”:
Sia il Vaticano che il partito comunista hanno dimostrato di aver osservato male gli italiani e di non aver creduto alla loro possibilità di evolversi anche molto rapidamente, al di là di ogni calcolo possibile. Ora il Vaticano piange sul proprio errore. Il PCI, invece, finge di non averlo commesso ed esulta per l’insperato trionfo. Ma è stato proprio un vero trionfo? Io ho delle buone ragioni per dubitarne. Ormai è passato quasi un mese da quel felice 12 maggio e posso perciò permettermi di esercitare la mia critica senza temere di fare del disfattismo inopportuno. La mia opinione è che il cinquantanove per cento dei «no», non sta a dimostrare, miracolisticamente, una vittoria del laicismo, del progresso e della democrazia: niente affatto: esso sta a dimostrare invece due cose:
che i «ceti medi» sono radicalmente – direi antropologicamente – cambiati: i loro valori positivi non sono più i valori sanfedisti e clericali ma sono i valori (ancora vissuti solo esistenzialmente e non «nominati») dell’ideologia edonistica del consumo e della conseguente tolleranza modernistica di tipo americano. È stato lo stesso Potere – attraverso lo «sviluppo» della produzione di beni superflui, l’imposizione della smania del consumo, la moda, l’informazione (soprattutto, in maniera imponente, la televisione) – a creare tali valori, gettando a mare cinicamente i valori tradizionali e la Chiesa stessa, che ne era il simbolo.
che l’Italia contadina e paleoindustriale è crollata, si è disfatta, non c’è più, e al suo posto c’è un vuoto che aspetta probabilmente di essere colmato da una completa borghesizzazione, del tipo che ho accennato qui sopra (modernizzante, falsamente tollerante, americaneggiante ecc.)1.
Differenze nominali
Fascisti e antifascisti post 1968 si ritrovano eguali nell’idolatrico culto del consumo e nella pratica del solo interesse personale. Il “primitivismo di massa”con i suoi belati sempre pronti ad accogliere l’ultima novità che il mercato somministra abilmente è il risultato finale di tale regressione di massa, in cui il popolo si trasforma in suddito incapace di pensare e di desiderare un mondo altro. In tale contesto le differenze sono solo nominali. Fascisti e antifascisti sono intercambiabili, ciò ha anticipato la perfetta simmetria tra destra e sinistra. Il fascismo non è più da identificare con un sistema che aveva il suo punto di riferimento nel nazionalismo, nella Chiesa e nella borghesia con i suoi valori/disvalori. Oggi il fascismo è nel nominalismo, ovvero nella pratica di un nichilismo assoluto in cui il soggetto si obnubila nella corsa furibonda e bellicosaverso il consumo. Il capitalismo è stato il cattivo maestro che ha insegnato a ”non riconoscere l’altro”; l’altro è il competitore che potrebbe impedire l’ultimo piacere e un po’ di luce nella società dello spettacolo. L’omologazione è trasversale, e dunque il capitale è riuscito ad ottenere una massificazione impensabile a cui il “fascismo” non era giunto:
Tale salto «qualitativo» riguarda dunque sia i fascisti che gli antifascisti: si tratta infatti del passaggio di una cultura, fatta di analfabetismo (il popolo) e di umanesimo cencioso (i ceti medi) da un’organizzazione culturale arcaica, all’organizzazione moderna della «cultura di massa». La cosa, in realtà, è enorme: è un fenomeno, insisto, di «mutazione» antropologica. Soprattutto forse perché ciò ha mutato i caratteri necessari del Potere. La «cultura di massa», per esempio, non può essere una cultura ecclesiastica, moralistica e patriottica: essa è infatti direttamente legata al consumo, che ha delle sue leggi interne e una sua autosufficienza ideologica, tali da creare automaticamente un Potere che non sa più che farsene di Chiesa, Patria, Famiglia e altre ubbìe affini. L’omologazione «culturale» che ne è derivata riguarda tutti: popolo e borghesia, operai e sottoproletari. Il contesto sociale è mutato nel senso che si è estremamente unificato. La matrice che genera tutti gli italiani è ormai la stessa. Non c’è più dunque differenza apprezzabile – al di fuori di una scelta politica come schema morto da riempire gesticolando – tra un qualsiasi cittadino italiano fascista e un qualsiasi cittadino italiano antifascista. Essi sono culturalmente, psicologicamente e, quel che è più impressionante, fisicamente, interscambiabili. Nel comportamento quotidiano, mimico, somatico non c’è niente che distingua – ripeto, al di fuori di uncomizio o di un’azione politica – un fascista da un antifascista (di mezza età o giovane: i vecchi, in tal senso possono ancora esser distinti tra loro). Questo per quel che riguarda i fascisti e gli antifascisti medi. Per quel che riguarda gli estremisti, l’omologazione è ancor più radicale2.
Nuovo fascismo
Il nuovo fascismo è nel senso di penuria introiettato, per cui si è sempre alla ricerca dell’ultimo piacere e dell’accumulo crematistico. Si è presi da un automatismo belligerante, in cui conta solo il proprio desiderio, mentre “il mondo applaude ai nuovi vincenti”. Si aderisce ad un’ideologia in modo aprioristico e si ripete un modello nell’azione del tutto privo di ogni senso, e pertanto non resta che la violenza. L’architrave dell’ipotesi di Pasolini è l’edonismo che erode il pensiero e la consapevolezza e in tale vuoto metafisico generalizzato le differenze sono solo scenografia a cui non corrisponde nulla. Il nuovo fascismo che ha causato la mutazione antropologica è il nuovo capitalismo post 1968 con il suo edonismo massificante. La grammatica emotiva conseguente è l’incapacità acquisita di indignarsi dinanzi al male:
Dunque il fascismo non è più il fascismo tradizionale. Che cos’è, allora?I giovani dei campi fascisti, i giovani delle SAM, i giovani che sequestrano persone e mettono bombe sui treni, si chiamano e vengono chiamati «fascisti»: ma si tratta di una definizione puramente nominalistica. Infatti essi sono in tutto e per tutto identici all’enorme maggioranza dei loro coetanei. Culturalmente, psicologicamente, somaticamente – ripeto – non c’è niente che li distingua. Li distingue solo una «decisione» astratta e aprioristica che, per essere conosciuta, deve essere detta. Si può parlare casualmente per ore con un giovane fascista dinamitardo e non accorgersi che è un fascista. Mentre solo fino a dieci anni fa bastava non dico una parola, ma uno sguardo, per distinguerlo e riconoscerlo. Il contesto culturale da cui questi fascisti vengono fuori è enormemente diverso da quello tradizionale. Questi dieci anni di storia italiana che hanno portato gli italiani a votare «no» al referendum, hanno prodotto – attraverso lo stesso meccanismo profondo – questi nuovi fascisti la cui cultura è identica a quella di coloro che hanno votato «no» al referendum. Essi sono del resto poche centinaia o migliaia: e, se il governo e la polizia l’avessero voluto, essi sarebbero scomparsi totalmente dalla scena già dal 1969. Il fascismo delle stragi è dunque un fascismo nominale, senza un’ideologia propria (perché vanificata dalla qualità di vita reale vissuta da quei fascisti), e, inoltre, artificiale: esso è cioè voluto da quel Potere, che dopo aver liquidato, sempre pragmaticamente, il fascismo tradizionale e la Chiesa (il clerico-fascismo che era effettivamente una realtà culturale italiana) ha poi deciso di mantenere in vita delle forze da opporre – secondo una strategia mafiosa e da Commissariato di Pubblica Sicurezza – all’eversione comunista. I veri responsabili delle stragi di Milano e di Brescia non sono i giovani mostri che hanno messo le bombe, né i loro sinistri mandanti e finanziatori3.
Se il nuovo fascismo (capitalismo) prevarrà, sarà un fascismo assolutamente nuovo per il quale non abbiamo mappe e bussole per decoficarlo, o meglio non possiamo usare le categorie del passato per comprenderlo. La resistenza è sempre possibile, ma è necessario ridisegnare le mappe e rafforzare il carattere per poter porre in atto la resistenza al nuovo fascismo:
Se il loro fascismo dovesse prevalere, sarebbe il fascismo di Spinola, non quello di Caetano: cioè sarebbe un fascismo ancora peggiore di quello tradizionale, ma non sarebbe più precisamente fascismo. Sarebbe qualcosa che già in realtà viviamo, e che i fascisti vivono in modo esasperato e mostruoso: ma non senza ragione4.
Il fascismo pienamente realizzato è il grande successo del capitalismo. Per la prima volta siamo innanzi ad una omologazione totale nei gusti, nei gesti, nel linguaggio e nei corpi. Con tale tragedia bisogna confrontarsi per defatalizzare la storia. La natura umana non la si può cancellare, essa resta anche se inespressa, da questo dato bisogna partire per uscire dal dramma dell’indifferenza. Il nuovo fascismo ottunde la mente e i corpi, ma la natura etica e razionale dell’essere umano è la speranza onto-assiologica della rinascita.
1 P.P. Pasolini, sul «Corriere della sera» (10 giugno 1974) e in Scritti Corsari. Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia. 2Ibidem. 3Ibidem. 4Ibidem.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Il problema Gesù: il Gesù storico e il Cristo della fede
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Parte seconda
Dal Medioevo all’età moderna
Capitolo I – Dante, Machiavelli, Shakespeare, Goethe
Dante, La Divina Commedia
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Niccolò Machiavelli, Il principe
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William Shakespeare
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W. Shakespeare, Amleto, Re Lear
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W. Shakespeare, Giulio Cesare, Il mercante di Venezia
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W. Shakespeare, Macbeth, La tempesta
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W. Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate,
Saggio di Laura Cantelmo
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Johann Wolfgang Goethe, Faust
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Capitolo II – Il Settecento e l’Illuminismo
Jean-Jacques Rousseau, Discorso sulle scienze e sulle arti, Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini, Fantasticherie di un passeggiatore solitario
Bibliografia minima –
Parte terza
La grande stagione del romanzo realistico
Capitolo I – I francesi
Honoré de Balzac
Premessa
Vita e opere
Balzac, Illusioni perdute, Splendori e miserie delle cortigiane
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Balzac, Eugénie Grandet
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Balzac, Papà Goriot
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Stendhal, Il rosso e il nero
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Capitolo II – I russi
Nikolaj V. Gogol’, Racconti di Pietroburgo
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Fëdor M. Dostoevskij
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Dostoevskij, Delitto e castigo
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Dostoevskij, L’idiota
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Dostoevskij, I demoni
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Dostoevskij, I fratelli Karamazov
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Lev N. Tolstoj
Tolstoj, Tre morti, I cosacchi, Dopo il ballo
Tolstoj, Padrone e lavorante
Tolstoj, La cedola falsa
Tolstoj, La morte di Ivan Ilic
Tolstoj, Il divino e l’umano
Tolstoj, Padre Sergio
Tolstoj, La sonata a Kreuzer
Tolstoj, Hadzi Murat
Tolstoj, Guerra e pace
Tolstoj, Anna Karenina
Tolstoj, Resurrezione
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Anton P. Cechov
Cechov, Racconti
(La steppa, La signora col cagnolino, Reparto N. 6)
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Capitolo III – Thomas Mann
Thomas Mann, I Buddenbrook
Thomas Mann, Tonio Kröger
Thomas Mann, La morte a Venezia
Thomas Mann, Tristano
Thomas Mann, Disordine e dolore precoce
Thomas Mann, La montagna incantata
Thomas Mann, Doctor Faustus
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Capitolo IV – L’Ottocento italiano
Alessandro Manzoni, I promessi sposi
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Giovanni Verga, Novelle
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Parte quarta
La grande letteratura italiana del secondo dopoguerra
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il gattopardo
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Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia
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Primo Levi, Se questo è un uomo, I sommersi e i salvati
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Italo Calvino, La giornata di uno scrutatore
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Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli
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Cesare Pavese, La luna e i falò
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Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, Una questione privata
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Francesco Jovine, Le terre del Sacramento
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Ignazio Silone, Uscita di sicurezza
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Leonardo Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, Il contesto,
Todo modo, Gli zii di Sicilia, Il mare colore del vino
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Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari e Lettere luterane
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don Lorenzo Milani, Lettera a una professoressa
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Marguerite Yourcenar
Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano
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La storia
Edward H. Carr, Sei lezioni sulla storia
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Marc Bloch, Apologia della storia o mestiere di storico
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AA.VV. Lettere di condannati a morte della Resistenza europea
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Massimo M. Salvadori, Storia d’Italia.
Il cammino tormentato di una nazione. 1861-2016
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Il pensiero critico
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Estetica
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– La catarsi nella vita e nella letteratura: Lev Tolstoj
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Ernst Bloch, Il principio speranza
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Frantz Fanon, I dannati della terra
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Indice dei nomi
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Equilibrio e civiltà nello spirito di M. Zambrano. L’etica dell’amicizia e del dono non solo un ideale, ma è una pratica che stabilisce il cammino verso cui orientarsi. A noi tutti spetta il lavoro dello spirito, affinché l’Aurora di M. Zambrano risorga e la “nascita” possa sostituire la morte. Ogni nascita è un ponte verso la vita, ogni nascita reca con sé la dimensione del dono
La parola civiltà deriva da civitas, ovverossia la città. Il luogo dove vivono le buone relazioni è la città nella quale le idee si sviluppano parallelamente alle buone relazioni. Anche il conflitto rientra nelle buone relazioni, se esso non è mortifero, ma è fecondo scontro dialettico. La civitas è luogo urbano e simbolico della civiltà. Le buone relazioni presuppongono la stabilità e la valutazione etica. La stabilità è data dal reciproco riconoscimento della comune umanità sempre mediata dalla consapevolezza delle differenze, mentre la valutazione etica è la condizione che pone la geometria delle buone relazioni; è lo spazio ideale all’interno delle quali esse devono essere fondate. Si pensi alla sfera di Parmenide metafora dell’essere. Ogni punto della superficie è equidistante dal centro. La sfera è il simbolo della civitas-polis, l’uguaglianza senza stabilità e reciprocità è solo vuoto ciarlare. La sfera è indivisibile, come la civitas, se in essa subentra la divisione non è più tale, ma è semplice giustapposizione di individui. L’etica dell’amicizia e del dono non è, dunque, solo un ideale, ma è una pratica che stabilisce il cammino verso cui orientarsi. La madre è archetipo del dono e della mediazione della legge, mentre il padre è la legge che pone il limite entro cui è necessario disporsi. La civiltà necessita della complementarietà dei due archetipi, i quali sono incarnati in figure reali, il padre e la madre, o in figure simboliche e istituzionali. L’equilibrio fonda la possibilità della civiltà. Già Empedocle affermava che solo l’equilibrio tra forze contrastanti consente la vita.
Disarmonie
L’occidente ha rotto ogni equilibrio, l’archetipo della madre trova il suo senso nella tensione feconda col padre. Ancora una volta la cultura classica ci svela e rivela la verità: il polemos eracliteo è armonia degli opposti. L’armonia dinamica consente il fiorire della vita e delle vite nell’equilibrio tra gli opposti. La relazione tra gli opposti pone il senso e il significato. L’occidente a tutto questo ha rinunciato. Il logos, relazione dialogica, in cui i dialoganti attraversano gli spazi che li divide per ritrovarsi nella verità è già civitas-civiltà. Non a caso dialoghi socratici con una sola eccezione sono sempre ambientati nella città. L’occidente muore nell’efferatezza, perché ha rinunciato alla civitas, al logos e alla relazione dialettica tra gli archetipi. Non è un evento indeterminato, ma la rinuncia alla civiltà è l’effetto finale del momentaneo trionfo del capitalismo. Quest’ultimo deve trasformare ogni creatura in un essere consumante e in carriera. Esso ha sollevato con successo l’atomistica delle solitudini e governa mediante l’illimitata conflittualità. Tutto è odio e tutto è indifferenza verso l’umano. In questo clima di guerra e di solitudine competitiva l’efferatezza delle relazioni non meraviglia. I generi si guardano con sospetto e la perpetua campagna di denigrazione del maschile non può che favorire con la solitudine generale. L’occidente si frammenta e si disperde nella guerra di tutti contro tutti. Le nuove generazioni sono nutrite col cattivo cibo del desiderio che rende indifferenti al bisogno altrui e insegna ad ascoltare solo il proprio immediato desiderio; differirlo e pensarlo è considerato “il male”. I padri e le madri non ci sono. Il senso dell’uno e dell’altro è nella relazione tra le differenze. La rottura dell’equilibrio ha comportato il tramonto di entrambe le figure. Non resta che il mercato, il quale è diventato “il cattivo maestro” di tutti, poiché assimila nell’illimitato, in quanto si nutre dei desideri indotti e deforma la natura razionale ed etica dell’essere umano. La civiltà declina e all’orizzonte non si profila una nuova civitas, ma il “niente” nel presente appare con la sua incomparabile efferatezza. L’Occidente è, di conseguenza, sterile, produce guerre e non vita. La vita biologica e le nascite spirituali sono fortemente osteggiate, in quanto sono il consumo e la logica della morte a governare.
Coscienza e viscere in Maria Zambrano
Dove non vi è equilibrio e stabilità come i classici ci hanno insegnato regna la negazione. Tutto questo non è un destino, ma una contingenza storica. Innumerevoli sono i percorsi della prassi, uno dei fondamentali è riconnettere la “coscienza al viscere”, ovvero alla vita sentita come Maria Zambrano nel suo esilio filosofico e politico ci ha indicato.Bisogna ricongiungere interiormente e nelle relazioni ciò che la civiltà del globish ha diviso per innalzare gli altari della competizione-dominio in cui tutto muore e nulla nasce:
«E la terra le servirà da appoggio, da spazio illimitato. Ma la superficie, il piano, non le basta, alla vita già dotata di un corpo, per assimilato che questo sia alla pianura, alla desolazione della semplice superficie. Essa ritorna nella cavità della grotta iniziale protetta dalla luce e da qualsiasi elemento che non sia lei, torna alla terra, alla terra come tale, al viscere terrestre. In seguito, il corpo vivo otterrà di recare in sé questo viscere. E la grandezza delle viscere, la loro molteplicità, la loro ricchezza, il loro rigore, anche, contrassegneranno la scala della vita, la scala in cui l’essere vivente mostra già il suo viso. Al sembiante dell’essere vivo fa riscontro l’oscurità delle viscere; al sembiante, fattosi chiaro, del mammifero, e al suo luminoso volto, corrisponde il viscere vivo, tesoro che ormai la caverna terrestre non avrà più il privilegio di contenere. Viscere, ha la terra, in cui la luce è custodita scintillante, indelebile. La luce formata di acqua e di fuoco, di aria e di sale. Il sale della terra che assorbe e fissa la luce».1
Civiltà è nel sentire la presenza dell’altro, il quale nella sua sacralità ci riconnette con la vita consentendo la comunicazione tra il sentire delle viscere e il pensare. Il taglio sanguinoso tra il sentire e il pensare produce individui che hanno sostituito il logos con il calcolo dell’immediato e con l’abbaglio dei risultati da ottenere subito in termini di piacere, denaro e potere. In questo contesto uccidere è un’azione banale, è un mezzo tra i tanti, tanto più che la vita non è più un valore sacrale, ma è anch’essa assoggettata al desiderio. L’Occidente ha perso l’Aurora, ancora una volta le parola della filosofia poetante di Maria Zambrano sono preziose per riorientarci tra le macerie del presente. L’Aurora è il pensiero che emerge dall’equilibrio tra il femminile e il maschile, l’Aurora è la condizione chiaroscurale del sentire nella quale è possibile la nascita del “nuovo”:
«L’Aurora, che ha risvegliato il germe – preesistente ma quasi normalmente assopito – dell’illimitato e dell’ardente, ci appare come un limite, un confine che ci arresta e ci chiama in modo ineludibile. È un sogno, un luogo dove i semplici sentire, con il loro naturale fantasticare, sembrano sul punto di essere soppressi […]. L’apparizione dell’Aurora unifica i sentire trasformandoli in senso, reca il senso. […] In nome di quale ragione occulta, sconosciuta, l’Aurora appare e scompare? Appare così, senza ragione, si mostra all’improvviso, oscillando tra la purezza massima della ragione e il suo apparente opposto […]. Improvvisamente qualcosa che sembrerebbe naturale si manifesta come una rivelazione: il fatto che abbia colore. […] Ci sembra allora inevitabile che l’Aurora apra il senso, l’orizzonte e la luce di ogni giorno […], che la luce debba anch’essa farsi ogni giorno di nuovo, perché la vita, a sua volta, ogni giorno si faccia; perché l’essere e la vita uniti non muoiano una volta per sempre, come se fossero stati creati […] una volta sola e per sempre qui, dove siamo: se l’eternità ci si offrisse fin dal principio, se questo principio non fosse una gloriosa, impensabile rivelazione. Se il pensiero non dovesse alimentarsi respirando, anche solo per lievi istanti, l’eternità; un inconfondibile tremore, e quell’inconcepibile fiore che a volta è l’Aurora […]. È lei, l’Aurora, che fugge nell’istante in cui viene percepita, che si nega ad avere un corpo, che annuncia, tremando, questo sì, un mondo altro, in cui i sensi si trovano in un tempo proprio […]; poiché il tempo ci appare come il primo datore dell’essere, e non come il suo rivale. […] Il vuoto in cui la bellezza appare, sarà a sua volta proprio esso a manifestarsi? Essere, essere in altro modo, o essere in verità, o oltre la verità, o oltre l’essere; vuoto e bellezza annunciano qualcosa che non si perde ma che non si dà. E lei è, così immaginiamo, l’unica tra tutti gli dèi e le parole che un tempo furono come dèi; lei è, ci sembra, la sola ad aver conservato quella condizione. Lei, l’Aurora».2
A noi tutti spetta il lavoro dello spirito, affinché l’Aurora risorga e la “nascita” possa sostituire la morte. Ogni nascita è un ponte verso la vita e le vite, ogni nascita reca con sé la dimensione del dono. L’alternativa al comunismo deve fondarsi sulla Metafisica della vita e dell’intero. Se ciò non accadrà il futuro non sarà che la fosca ripetizione del passato da cui dobbiamo congedarci già nel presente. Il compito è grande, ma il percorso è necessario.
1 M. Zambrano, I Beati, a cura di Carlo Ferrucci, SE Edizioni, Milano 2010.
2 M. Zambrano, Dell’Aurora, Marietti, 2020, pp. 27-29
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
N.B. Le immagini e i video sono stati reperiti nel web e quindi considerati di pubblico dominio. Qualora si ritenesse che possano violare diritti di terzi, si prega di scrivere al seguente indirizzo:
Da una guerra all’altra nel diario di un viaggiatore. Criminalizzare la guerra, ogni guerra, è il primo – seppur fragile ma comunque indispensabile – passo per camminare insieme su sentieri di pace.
Arrivato in Argentina qualche anno dopo la “guerra sporca” (“sucia” in spagnolo) ho visto gli effetti della dittatura militare degli anni Settanta e Ottanta del Novecento. Ricordo le timide dimostrazioni nella città di Cordoba per fare memoria degli scomparsi a causa del terrorismo di Stato. Si chiamavano in Argentina “desaparecidos”: i loro nomi e le loro foto erano esibite dalle madri e dalle nonne nella Piazza di Maggio nella capitale Buenos Aires.
Questa non sarebbe stata che l’avvisaglia di quello che mi aspettava in Liberia, proprio l’anno seguente dalla partenza dall’Argentina. Inviato in Liberia ho ascoltato, visto e toccato la parte conclusiva della guerra civile in questo Paese: una guerra durata, con alcuni intervalli, per quindici anni.
Sono solito dire che quando gli occhi sono stati feriti da una guerra rimane loro ancora molto poco da vedere. Da quella lacerazione, ne sono testimone, non si guarirà mai più.
A dire il vero anche in Costa d’Avorio, il mio primo e indimenticabile soggiorno in Africa occidentale, erano affiorati i sintomi di ciò che avrebbe prodotto il primo colpo di Stato militare: anticipo di una crisi post-elettorale che sarebbe sfociata in una – fomentata – guerra civile che porterà il Paese ad essere diviso in due.
Di questa crisi ebbi modo di toccare gli effetti con le conseguenze subite dai rifugiati che, a decine, approdarono nel Niger, dove nel frattempo mi trovavo da circa un anno. Madri, padri, bambini che avevano perso tutto e che cercavano di ripartire nell’allora accogliente sabbia e polvere del Paese, in quegli anni modello di stabilità. Ancora lei, la guerra, nei suoi più evidenti, drammatici e spesso inosservati effetti (globalizzazione dell’indifferenza). La sofferenza silenziosa di chi deve di nuovo ricominciare a credere nella vita e negli altri, malgrado le ambiguità del così detto mondo umanitario. Troppo spesso rifugiati, ma senza un vero rifugio.
Il Sahel – fascia convenzionale di territorio che cinge l’Africa dall’Oceano Atlantico al Mar Rosso – è diventato, nella sua zona centrale, uno degli epicentri del terrorismo ‘islamista’ globale. La distruzione della Libia ad opera dell’intervento della Nato, con l’assassinio di Mu’ammar Gheddafi nel 2011, ha contribuito in modo forse determinante a creare una guerra che, ormai da anni, insanguina questa porzione del Continente.
Migliaia di morti, contadini e dunque invisibili, per lo più, assieme a giovani militari spesso mandati allo sbaraglio da capi militari che hanno preso il potere. Naturalmente questi ultimi preferiscono il fresco degli uffici e i redditi dei vari ministeri che hanno abusivamente occupato alla durezza del “fronte”. Questa è appunto l’altra guerra convissuta con la gente terrorizzata, sfollata, perduta e, troppo spesso abbandonata e venduta nelle geopolitiche del momento.
Poi si torna al Nord, in Occidente e allora la guerra è lontana, vicina, accanto e, soprattutto, dentro. Non se n’era mai andata, lei. Esportata, fabbricata, venduta, commercializzata e soprattutto voluta e subita ad un tempo.
Nell’Europa del Nord dove ancora lei, la Nato, continua una guerra per procura e di sudditanza al maggiore Stato terrorista dell’ultima porzione di storia, gli Stati Uniti dall’autoproclamato destino manifesto.
Dall’altra sponda del Mediterraneo lo Stato di Israele che, ormai da anni, organizza un laboratorio armato di controllo, esclusione, espulsione ed eliminazione che poco ha da invidiare alla politica nazista di cui, eppure, il popolo ebraico è stato una delle tragiche vittime.
La guerra nella testa, nel cuore e nell’immaginario che scorre dai fabbricanti d’armi, ai politici collusi e ai religiosi ammutoliti, non fosse per la triste ovazione di cui ha beneficiato la prima ministra del Paese nel recente Meeting di Rimini.
Poi riappare dall’oblio la dichiarazione di Kuala Lumpur, capitale della Malesia e crocevia di culture, religioni e lingue. Nel mese di dicembre del 2005, venti anni or sono, ci fu chi ebbe la saggia follia di scrivere che le guerre, che uccidono persone innocenti, sono criminali. E aggiunge che uccidere in guerra è altrettanto criminale che uccidere in tempo di pace.
Criminalizzare la guerra, ogni guerra, è il primo – seppur fragile ma comunque indispensabile – passo per camminare insieme su sentieri di pace.
Mauro Armanino, Casarza Ligure, agosto 2025
Salvador Dalì, Il Volto della Guerra (El Rostro de la Guerra, Le visage de la guerre)
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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