Lucio Russo – Pandemia, ricerca e miopia

Lucio Russo - Pandemia

Lucio Russo

Pandemia, ricerca e miopia

 

Nel 1963 Giuseppe Saragat dette il via a una feroce campagna di stampa contro Felice Ippolito che, dirigendo il CNEN, aveva osato spendere danaro [modificato grafia per coerenza con le altre occorrenze]  pubblico nella ricerca nucleare, portando l’Italia a livelli competitivi in questo settore. L’11 agosto di quell’anno, in un articolo sul “Corriere della Sera”, Saragat si chiedeva: “Perché non aspettare che questa competitività sia realizzata da paesi che hanno quattrini da spendere?”

È ben noto che Saragat vinse su tutta la linea: Ippolito fu processato e condannato a 11 anni di carcere per reati risibili (dalla concussione per avere un giorno accompagnato il figlio a scuola con l’auto del CNEN al versamento allo stato di una grossa somma senza avere ottenuto preventivamente la prescritta autorizzazione) e la ricerca nucleare applicata italiana fu azzerata [1]. Parallelamente al processo Ippolito fu celebrato il processo contro Domenico Marotta, che aveva diretto l’Istituto Superiore di Sanità portandolo a livelli mai più raggiunti (si può darne un’idea ricordando che nel 1947 il biochimico svizzero Daniel Bovet lasciò la direzione dell’Istituto Pasteur di Parigi per venire a lavorare a Roma presso l’ISS, dove svolse le ricerche che nel 1957 gli avrebbero fruttato il premio Nobel, e nel 1948 lo raggiunse il biochimico tedesco naturalizzato britannico Ernst Boris Chain, che il premio Nobel l’aveva già ricevuto).

Non voglio qui cercare le cause profonde di quell’attacco vincente alla ricerca applicata italiana, di cui paghiamo ancora le conseguenze (l’ho fatto altrove); qui mi limito a sottolineare l’argomento che Saragat riteneva fosse condivisibile dal pubblico: perché spendere danaro per fare ricerca invece di usufruire gratis della ricerca altrui? Rinunciare alla ricerca porta un vantaggio immediato, il risparmio del danaro, e Saragat confidava che agli occhi dei suoi lettori le conseguenze del taglio degli investimenti nella ricerca (tra le quali vi sarebbero stati l’abbandono della produzione in settori di tecnologia avanzata, con la conseguente perdita di PIL e di posti di lavoro, il disastro idrogeologico,  l’abbassamento della qualità dei servizi, la perdita di peso strategico dell’Italia a livello internazionale e così via) fossero ritenute trascurabili perché non immediate: confidava cioè nella miopia del cittadino italiano medio.

Qualche giorno fa, in uno dei tanti dibattiti televisivi sulla pandemia, la conduttrice del programma ha chiesto all’esperto di turno: cosa conviene fare? Produrre in Italia vaccini su licenza di case farmaceutiche straniere o sviluppare vaccini nostri? La risposta è stata: “evidentemente conviene la scelta che porta più rapidamente al risultato, ossia produrre su licenza”. Il celebre virologo Roberto Burioni in un’altra occasione ha sostenuto che supportare finanziariamente lo sviluppo di un vaccino italiano “è una follia”. Saragat aveva evidentemente visto bene pensando che la miopia fosse un nostro carattere nazionale diffuso.

 È in effetti molto facile vedere cosa si guadagna, almeno in teoria, con scelte di questo tipo, ma quello che si perde è solo un po’ meno evidente e al contempo ancora più importante. Naturalmente è importante, durante un’emergenza, attivarsi per ottenere in tempi rapidi e in quantità sufficiente vaccini già esistenti. Occorre tuttavia anche tenere presente che finanziare simultaneamente la ricerca, soprattutto in un campo chiaramente applicativo come quello dello sviluppo dei vaccini, ha ricadute sia dirette che indirette sul mantenimento e lo sviluppo di competenze scientifico-tecnologiche di alto livello nel paese: un bene che non è facile far fruttare nel prossimo sondaggio elettorale, ma che inciderà senza dubbio sulla qualità della vita dei prossimi decenni. La scelta sostenuta dagli esperti di cui sopra, peraltro, esclude implicitamente la possibilità di seguire le due strade in parallelo, e ha come conseguenza la rinuncia probabilmente definitiva a competenze oggi miracolosamente ancora presenti in Italia in un campo di importanza strategica. Fortunatamente, grazie all’ingresso di capitale pubblico nella Reithera (nell’ambito delle cui competenze è stato sviluppato il vaccino contro Ebola), deciso dal secondo governo Conte, avremo un vaccino italiano, che probabilmente entrerà in produzione il prossimo autunno, ma se ne parla pochissimo, probabilmente perché l’autunno è un futuro troppo remoto per interessare l’italiano medio. In realtà, nei prossimi due mesi, potremo fare ben poco, oltre a limitare i contatti e usare le dosi di vaccino che le multinazionali farmaceutiche decideranno, bontà loro, di inviarci; presumibilmente la bella stagione porterà un forte ridimensionamento della pandemia, ed è quindi proprio durante il prossimo autunno che si deciderà se vinceremo o perderemo questa guerra. Nonostante ciò, si preferisce additare al pubblico ludibrio chi è sospettato di “sovranismo vaccinale”. Una politica attenta all’autonomia vaccinale è attuata non solo da potenze grandi come gli Usa, la Russia e la Cina e medio-piccole come il Regno Unito, ma perfino da Cuba; essa, tuttavia, è considerata disdicevole, da gran parte della stampa e da esponenti di spicco del mondo scientifico, per l’Italia e anche per l’UE.

Molti sono convinti che l’Italia sia un paese troppo piccolo e debole per avere una propria politica scientifica: dovremmo al più contribuire alla ricerca europea. Purtroppo l’attuale emergenza provocata dalla pandemia ha mostrato con chiarezza il livello di efficacia della ricerca applicata finanziata dall’Unione Europea. Singoli paesi europei hanno dato contributi importanti ai vaccini (i tedeschi hanno collaborato nella realizzazione del vaccino Pfizer e gli svedesi a quello Astrazeneca), ma l’Unione non ha saputo far di meglio che centralizzare gli acquisti con contratti palesemente scritti dai legali delle ditte fornitrici a loro vantaggio [2] e sottoscritti da funzionari europei per motivi sui quali avrebbe senso approfondire.

Tornando alla miopia, non ne abbiamo il monopolio, ma siamo certamente ben piazzati per aspirare a uno dei primi posti. Sono molti i casi in cui, dovendo compiere una scelta di portata strategica, non solo si decide di far prevalere gli effetti di breve periodo su quelli a medio-lungo termine, ma questi ultimi non sono neppure presi in considerazione nel dibattito pubblico.

Ricordiamo, ad esempio, l’obiettivo, sbandierato in continuazione, di colmare il divario con gli altri paesi sviluppati nel numero di laureati. Naturalmente la scarsità di nostri laureati è un problema serio se lo si vede come un indice del numero insufficiente di persone professionalmente preparate rispetto ai bisogni della società. La miopia porta invece a confondere il mezzo con il fine, perseguendo l’obiettivo di aumentare il numero dei diplomi di laurea indipendentemente dalla realtà certificata da quei documenti. I governi hanno infatti deciso di stimolare le università ad aumentare la propria produzione di diplomi legando i finanziamenti al numero di lauree sfornate e penalizzando gli atenei con un più alto numero di abbandoni. I rettori hanno conseguentemente “convinto” il personale docente a evitare il più possibile le bocciature, garantendo una laurea quasi a chiunque pagasse le tasse universitarie. Si è così raggiunto un duplice risultato: si è realizzato un piccolo incremento dei laureati, ma abbassandone in modo drastico la preparazione: poiché il secondo effetto sarà percepibile in modo drammatico nei prossimi decenni, mentre l’incremento dei laureati, per quanto insufficiente, si vede subito nelle statistiche, ai miopi sta bene così.

In un’altra occasione abbiamo qui ricordato come l’obiettivo miope di aumentare gli indici bibliometrici dei ricercatori italiani usandoli come criterio privilegiato di valutazione abbia sì raggiunto il suo scopo, creando però una generazione di ricercatori specializzati soprattutto nella ricerca degli innumerevoli espedienti utili per aumentare le citazioni.

La scelta di agevolare pensionamenti a costo di avere una previdenza sociale insostenibile per la nostra demografia; la scelta di legiferare ad hoc in risposta a recenti eventi di cronaca, a costo di rendere logicamente carenti (se non incoerenti) i nostri codici; la scelta di condonare gli illeciti per fare immediatamente cassa incoraggiando allo stesso tempo gli illeciti futuri, la scelta di insistere in un modello di sviluppo ecologicamente non sostenibile, sono alcuni dei tanti altri esempi dello stesso fenomeno. Prima di risolvere i problemi, bisognerebbe vederli. Purtroppo, in presenza di una forte miopia diffusa e particolarmente concentrata nella classe dirigente, perfino questo umile obiettivo preliminare sembra molto difficile da raggiungere.

Lucio Russo

[1] In seguito, da Presidente della Repubblica, Saragat concesse la grazia a Ippolito.

[2] In particolare i contratti prevedono che le ditte fornitrici si impegnino non a fornire i vaccini entro una data prevista, ma solo ad adoperarsi per cercare di farlo. I funzionari dell’UE avevano capito che era meglio che i cittadini europei non leggessero i contratti, che avevano cercato di secretare.

***

Articolo già pubblicato in «Anticitera. Lontano dai luoghi comuni», 2-3-2021.


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M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Copertine e schede editoriali (271-280) – Salvatore A. Bravo, Marco Penzo, Claudio Lucchini, Massimo Mungai, Gabriella Putignano, Giacomo Degli Esposti, Matteo Caffiero, Luca Grecchi, Alessandro Monchietto, Giacomo Pezzano, Lorenzo Dorato, Antonio Fiocco, Alessandro Monchietto, Staffan Nihlén, Gabriella Putignano.

271-280

271
Salvatore Antonio Bravo, L’epoca del PILinguaggio. ISBN 978-88-7588-191-7, 2017, pp. 96, formato 130×200 mm., Euro 12 – Collana “Divergenze” [59]. In copertina: Kumi Yamashita, Light and Shadow.

272
Marco Penzo, Attimi. ISBN 978-88-7588-189-4, 2017, pp. 80, formato 130×200 mm., Euro 10. In copertina: Marco Sallese, Venature, foto a Bagno Vignoni (Siena), 2016.

273
AA. VV., Quale progettualità. L’uomo è un essere progettuale. Grecchi, Sulla progettualità – A. Monchietto, Quale progettualità? A partire da alcune considerazioni di L. Grecchi – C. Lucchini, La progettualità comunista tra utopia concreta e necessità di funzionamento quotidiano – A. Fiocco, Difendere in tutti i modi la progettualità – A. Pallassini, Note marginali per la progettazione di un comunismo della finitezza a partire da Spinoza – L. Grecchi, Perché la progettualità – C. Lucchini, Annotazioni sulla progettabilità del bene etico-sociale e sulla determinatezza materiale-naturale dell’uomo – L. Dorato, La progettualità come necessaria riflessione sui destini collettivi e sociali – G. Pezzano, Commento all’articolo di L. Grecchi “Sulla progettualità” e Commento all’articolo di L. Grecchi “Perché la progettualità?” – L. Grecchi, Nel merito dei commenti di Giacomo Pezzano – G. Pezzano, Il vero punto filosofico da scavare è che cosa si voglia intendere con “progettualità” – L. Grecchi, Una prima conclusione sulla progettualità. ISBN 978-88-7588-187-0, 2017, pp. 176, formato 140×210 mm., Euro 15 – Collana “Il giogo” [74]. In copertina: Wassily Kandinsky, Shallow-Deep, 1930.

274
Claudio Lucchini, L’etica umana tra natura e storia. Sulla possibilità di un universalismo radicalmente democratizzante.
ISBN 978-88-7588-185-6, 2017, pp. 96, formato 140×210 mm., Euro 13 – Collana “Il giogo” [75]. In copertina: Vincent van Gogh, I mangiatori di patate, 1885. Museo Van Gogh di Amsterdam.

275
Staffan Nihlén, La prudenza del segno. ISBN 978-88-7588-183-2, 2017, pp. 40, formato 163×223 mm., Euro 5, Collana “Egeria [19]. In copertina: Staffan Nihlén, Senza titolo, 2016.

276
Massimo Mungai, Ombreggiature. Poesie. Racconti brevi. ISBN 978-88-7588-181-8, 2017, pp. 64, formato 140×210 mm., Euro 10. In copertina: Christian Rohlfs, Conversazione tra clown, 1912.

277
Giorgio Penzo – Marco Penzo, Stanley Kubrick. ISBN 978-88-7588-179-5, 2017, pp. 96 formato 140×210 mm., Euro 13.
In copertina: Stanley Kubrick

278

Gabriella Putignano (a cura di), Cantautorato & Filosofia. Un (In)Canto possibile. Contributi di: Stefano Daniele, Corrado De Benedittis, Gianluca Gatti, Federico Limongelli, Francesco Malizia, Raffaele Pellegrino, Giacomo Pisani, Gabriella Putignano. ISBN 978-88-7588-175-7, 2017, pp. 160, formato 140×210 mm., Euro 12 – Collana “Il giogo” [77].

279
Alessandro Pallassini, Finitezza e Sostanza. Sulla fondazione della libertà politica nella metafisica di Spinoza.
ISBN 978-88-7588-172-6, 2017, pp. 288, formato 140×210 mm., Euro 25 – Collana “Il giogo” [78]. In copertina: Sigillo di Baruch Spinoza, che riporta come emblema, oltre alle sue iniziali, una rosa selvatica e il motto in latino “caute”.

280
Gian Giacomo Degli Esposti, Matteo Caffiero (a cura di), Passeggiando per Pistoia. L’essenziale è invisibile agli occhi. Postfazione di Cristiano Vannucchi. ISBN 978-88-7588-168-9, 2017, pp. 136, formato 170×240 mm., Euro 12.

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Byung-Chul Han – L’anestesia permanente nella società palliativa derealizza il mondo. Il ‘like’ conduce allo smantellamento della realtà. Solo la vita che vive, che è capace di provare dolore riesce a pensare. All’intelligenza artificiale manca proprio questa vita del pensiero, che non è calcolo né artificiale intelligenza.

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«[…] La società palliativa è una società del mi piace, che cade vittima della mania di voler piacere. […] Il like è l’emblema, il vero e proprio analgesico della contemporaneità» (p. 8).

«La nuova formula di dominio recita: Sii felice. […] Nel regime neoliberista, anche il potere assume una forma positiva. Diventa smart. […] Il potere smart opera in chiave seduttiva e permissiva […]» (pp. 16-17).

«Il virus fa breccia nella zona di benessere palliativa e la trasforma in una quarantena in cui la vita s’irrigidisce diventando mera sopravvivenza. […] La società della sopravvivenza perde del tutto il senso della buona vita» (p. 22).

«L’anestesia permanente nella società palliativa derealizza il mondo. Anche la digitalizzazione riduce sempre più la resistenza e fa gradualmente sparire l’interlocutore recalcitrante, ciò che è contro, il controcorpo. Il protrarsi del like conduce a un’insensibilità, allo smantellamento della realtà. La digitalizzazione è anestesia.

Nell’epoca post-fattuale, con le fake news o i deep fake nasce un’apatia nei confronti della realtà, anzi un’anestesia della realtà. Solo un doloroso shock di realtà riuscirebbe a strapparci da questa situazione» (pp. 44-45).

«Senza dolore non è possibile alcuna conoscenza capace di rompere radicalmente col passato. Anche l’esperienza nel senso enfatico del termine presuppone la negatività del dolore. È un doloroso processo di trasformazione. Contiene una fase di patimento o sopportazione. In questo si distingue dall’evento, che non conduce ad alcun cambio di stato poiché diverte invece di trasformare. Solo il dolore produce un reale cambiamento. Nella società palliativa si perpetua l’Uguale. Andiamo da tutte le parti senza fare esperienza. Prendiamo atto di tutto senza approdare alla conoscenza. Le informazioni non portano né a esperire, né a conoscere. Manca loro la negatività della trasformazione. La negatività del dolore è costitutiva del pensiero. È il dolore a distinguere il pensiero dal calcolo e dall’intelligenza artificiale. Intelligenza significa scegliere tra (inter-legere). È la capacità di distinguere. Per cui non abbandona ciò che esiste già. Non è in grado di creare il completamente Altro. In ciò si differenza dallo spirito. Il dolore approfondisce il pensiero. Non esiste un calcolo profondo. In cosa consiste la profondità del pensiero? Al contrario del calcolo, il pensiero crea uno sguardo diversissimo sul mondo, proprio un altro mondo. Solo la vita che vive, che è capace di provare dolore riesce a pensare. All’intelligenza artificiale manca proprio questa vita. […] L’intelligenza artificiale è solo uno strumento di calcolo. È forse capace d’imparare, anche di deep learning, ma è incapace di fare esperienza. Solo il dolore trasforma l’intelligenza nello spirito» (pp. 53-54).

Byung-Chul Han, La società senza dolore. Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite, Einaudi, Torino 2021.


Quarta di copertina

Il mondo contemporaneo è terrorizzato dalla sofferenza. La paura del dolore è cosí pervasiva e diffusa da spingerci a rinunciare persino alla libertà pur di non doverlo affrontare. Il rischio, secondo Han, è chiuderci in una rassicurante finta sicurezza che si trasforma in una gabbia, perché è solo attraverso il dolore che ci si apre al mondo. E l’attuale pandemia, argomenta il filosofo tedesco-coreano, con la cautela di cui ha ammantato le nostre vite, è sintomo di una condizione che la precede: il rifiuto collettivo della nostra fragilità. Una rimozione che dobbiamo imparare a superare. Attingendo ai grandi del pensiero del Novecento, Han ci costringe, con questo saggio cristallino e tagliente come una scheggia di vetro, a mettere in discussione le nostre certezze. E nel farlo ci consegna nuovi e piú efficaci strumenti per leggere la realtà e la società che ci circondano.


Byung-Chul Han, nato a Seul, è considerato uno dei più interessanti filosofi contemporanei. Già docente di Filosofia e Teoria dei Media presso la Staatliche Hochschule für Gastaltung di Karlsruhe, insegna ora Filosofia e Cultural Studies alla Universität der Künste di Berlino, ed è autore di saggi sulla globalizzazione e l’ipercultura. Per nottetempo ha pubblicato La società della stanchezza (2012), Eros in agonia (2013) La società della trasparenza (2014), Nello sciame. Visioni del digitale (2015), Psicopolitica. Il neoliberismo e le nuove tecniche del potere (2016) e L’espulsione dell’altro (2017).


Byung-Chul Han – La levigatezza è il segno distintivo del nostro tempo. Non è necessaria alcuna riflessione o pensiero. Essa resta coscientemente infantile, banale, svuotata di qualsiasi profondità. Nessuna interiorità si nasconde dietro la sua superficie levigata. Giova dismettere vesti levigate accogliendo l’invito di Rilke: «Tu devi cambiare la tua vita».

M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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