«Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada». Eraclito
N.B. Le immagini e i video sono stati reperiti nel web e quindi considerati di pubblico dominio. Qualora si ritenesse che possano violare diritti di terzi, si prega di scrivere al seguente indirizzo:
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La stele è conservata presso il Museo nazionale danese di Copenaghen.
Nell’epitaffio di Sicilo (II-I sec a.C.) alcune delle parole sulla stele sono accompagnate dalla notazione musicale; chi legge può cantare contemporaneamente.
Fernanda Mazzoli, I nemici della città. Caccia alle streghe e potere politico: dalla cronaca di un processo di stregoneria alla storia di un modello persecutorio di successo . ISBN 978-88-7588-434-5 , 2025, pp. 272, In copertina: Scene di stregoneria è un dipinto realizzato da Salvator Rosa nel 1646 e oggi visibile alla National Gallery di Londra (particolare).
Szeged, pianura ungherese, 1728: la prolungata siccità ha messo a rischio i raccolti, la carestia incombe, si diffondono sospetti mostruosi, racconti inquietanti. Si mormora che una compagnia stregonesca organizzata di tutto punto abbia venduto la pioggia ai Turchi e prelevato i frutti della terra. Il Consiglio cittadino, impegnato in un aspro conflitto con Vienna per la salvaguardia delle autonomie locali, accredita le dicerie e imbastisce un processo che condurrà alla morte di diciotto persone, per lo più guaritori e levatrici, accusate di patto diabolico e di innumerevoli malefici. La vicenda, ricostruita a partire dalle deposizioni dei testimoni e degli imputati, si rivela paradigmatica della complessa relazione tra caccia alle streghe e potere politico, sullo sfondo della problematica modernizzazione che ha investito le società europee tra XVI e XVIII secolo. Fenomeno che ha scandito, paradossalmente, l’ingresso del nostro continente nella modernità, la caccia continua ad essere una ferita aperta, anche per avere originato un modello persecutorio efficace e pronto all’uso in contesti diversi, basato sulla demonizzazione di un nemico interno dal quale la città deve difendersi.
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M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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La pace della Machado e il nobel pacificamente guerreggiante trumpiano. Le grammatiche dei padroni escono allo scoperto.
Maria Corina Machado il 10 ottobre ha ricevuto il premio nobel (volutamente in minuscolo) per la pace. Il premio era ambito da D. Trumpo, e la Machado lo ha lui dedicato. Il premio nobel è stato assegnato a un esponente della borghesia oligarchica venezuelana che nel 2002 ha tentato di rovesciare il governo Chavez. L’occidente relativista ha sicuramente seri problemi con le definizioni. La pace è un mistero tragico e doloroso, se pensato e osservato dalla prospettiva della Machado. Il mistero si inarca nell’abisso, se si considera che la vincitrice del nobel ha telefonato a B. Netanyahu per dichiarargli, ammirata, il suo sostegno per l’operazione a Gaza contro Hamas. Siamo dunque in una realtà che ha rotto gli argini con l’etica, nella quale le parole non hanno più senso e le istituzioni sono l’incarnazione in terra dei cinici interessi delle plutocrazie. Con l’inabissarsi dei principi etici e dei fondamenti della logica umana si frana verso l’Apocalisse. Il massacro genocidario di centinaia di migliaia di morti, in maggioranza donne e bambini, sono da considerarsi “pace”, per cui il premio nobel si è complimentata con Netanyahu dimentica del valore etico del premio ricevuto. Gaza fuma ancora per le macerie e per i corpi in decomposizione, eppure tutto questo è “pace”. Il Comitato nobel nominato dal parlamento norvegese per assegnare il prestigioso premio, è ormai evidente, non risponde ad alcun principio etico ma alla logica dei padroni. Fin qui nulla di nuovo, ma ciò che è assolutamente innovativo è l’ostentata negazione di ogni principio razionale dinanzi al mondo. I padroni della terra, tali si percepiscono, dinanzi alle sconfitte riaffermano di essere i padroni dell’ordine del discorso come del pianeta. Le grammatiche dei padroni escono allo scoperto e dimostrano che esse possono decretare che “la pace è guerra e che la guerra è pace”. Il mondo ci guarda, oltre il filo spinato dell’occidente vi è un pianeta in movimento. Immaginiamoci come debba apparire nell’anima e nello sguardo di un “non occidentale” il premio nobel assegnato a un’aristocratica signora venezuelana che dopo il premio, anziché farsi testimone di pace e della difesa dei più fragili, il 22 ottobre con la telefonata al primo ministro israeliano B. Netanyahu ha scelto la guerra. Assegnare il premio nobel alla Machado ha dunque un evidente significato politico, ma ancor più denota lo stato di declino, in cui versa l’occidente cinicamente abbarbicato ad un doloroso sogno di onnipotenza ormai superato dalla storia. La politica senza umanità e senza senso della storia è solo bieco calcolo incapace di comprendere la dialettica storica. In tale contesto l’occidente si isola dal mondo e rompe gli ormeggi dall’umano inaugurando un lungo periodo di tragedie evitabili nelle quali i primi a cadere saranno i più innocenti. Se si continua a battere il sentiero dell’assurdo, alla fine dovremo affrontare gli spettri che abbiamo evocato. Il premio nobel è dunque parte di un sistema di potere che crede, ancora, di avere il diritto di stabilire ciò che è vero e ciò che è falso in funzione dei giochi delle oligarchie, i popoli devono solo obbedire e applaudire, per gli oligarchi i popoli sono plebe e pertanto ai plebei si può far credere che la guerra è pace. Questa è la nostra terribile condizione, è la nostra notte di Valpurga. In un tempo tanto estremo l’irrazionalità del male non deve indurci alla disperazione, ma si deve, piuttosto testimoniare la trasparenza del bene con la parola, con la prassi e con la testimonianza solidale, è l’unico modo per vincere gli spettri che sembrano prendere il sopravvento. Testimoniare la razionalità del bene è oggi urgenza etica a cui gli uomini e le donne di buona volontà sono chiamati. Un dato è inaggirabile il premio nobel non ha credibilità alcuna, è solo uno dei tanti premi con cui il potere benedice i suoi vassalli e dichiara le sue guerre.
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Uno strumento critico per affrontare il viaggio nell’affascinante scoperta del vasto continente della letteratura e della filosofia: il libro di Giorgio Riolo, La via del classico.
Sono stato molto contento di accogliere, nella collana che dirigo, La via del classico di Giorgio Riolo, per due motivi, uno personale e l’altro culturale. Il motivo personale è la riconoscenza all’amico Giorgio, per essere stato, ormai una trentina di anni fa, una delle prime persone, nella sua qualità di responsabile della Libera Università Popolare di Milano, ad affidarmi un corso di lezioni (insieme a Mario Vegetti), quando pure ancora non avevo pubblicato nulla. Riolo ha infatti coordinato per molto tempo questa importante associazione culturale, collegata al Punto Rosso, che nel capoluogo lombardo, principalmente tra la fine del secolo scorso e l’inizio dell’attuale, è stato un riferimento notevole per la riflessione teorica comunista.
Il motivo culturale è, tuttavia, più rilevante rispetto a quello personale. La via del classico costituisce infatti una raccolta rielaborata di molte sue lezioni sulla letteratura, tenute soprattutto alla Biblioteca comunale di Bollate, dotata di un elevato valore orientativo. Il libro rappresenta in effetti un omaggio, in un’epoca in cui i classici sono sempre meno letti, alla grande tradizione umanistica, che Riolo interpreta nella maniera a mio avviso migliore, ovvero come dotata non solo di valore “estetico”, ma anche di valore sociale, politico, in senso ampio filosofico. L’umanesimo, per l’autore, il cui approccio condivido, è sempre infatti anticrematistico (crematistica essendo ogni modalità economico-sociale caratterizzata dal fine della massima acquisizione di beni materiali, chremata in greco antico, quale è il modo di produzione capitalistico). L’umanesimo, almeno quello europeo, cui Riolo in questo libro maggiormente si ispira, è anticrematistico sin dalla sua matrice greca originaria, ponendosi come fine la buona vita degli esseri umani nel rispetto del cosmo naturale. Il fine della crematistica è invece opposto, ossia il denaro, per ottenere il quale tutto il resto, dunque esseri umani e cosmo naturale, non sono altro che strumenti, con i risultati che sono davanti agli occhi di tutti ogni giorno – quando i media capitalistici, almeno, ci consentono di vederli –, in termini di devastazione ambientale, guerre di occupazione, povertà diffusa ed altro ancora.
Per entrare, in ogni caso, per quanto in maniera sintetica, nel merito del libro, l’autore lo presenta, con molta modestia, come caratterizzato dall’obiettivo di porsi come utile strumento per i lettori, ovvero come un “primo bagaglio per affrontare il viaggio all’affascinante scoperta del vasto continente letteratura” (p. 9). Riolo afferma anche, a mio avviso con ragione, che il testo evita in maniera consapevole due estremi assai presenti nella pubblicistica letteraria odierna, ossia da un lato lo specialismo erudito, dall’altro la banalizzazione eccessiva. Il libro, nel suo intento di portare acqua alla riflessione politico-culturale, naviga benissimo tra questi Scilla e Cariddi, rimanendovi equidistante, in un itinerario che pure si snoda, a partire da Omero, fino a Frantz Fanon, passando per la tragedia e la filosofia greca, la cultura latina, la Bibbia e i Vangeli, e ancora Dante, Machiavelli, Shakespeare, Goethe, Rousseau, Balzac, Stendhal, la letteratura russa, Mann, Manzoni, Leopardi, Verga, nonché i grandi autori italiani del dopoguerra.
Nella sua introduzione, l’autore sostiene, tra le altre cose, che “cultura è come si sta al mondo” (p. 11), ossia un sapere che aiuta a realizzare nella maniera migliore la propria umanità. Nei miei rapporti pluriennali con Riolo, non frequenti ma rimasti intatti nel tempo, ho potuto constatare sempre, appunto, questa postura umana di disponibilità e correttezza, che emerge in modo nitido anche dalle pagine di questo libro. Per tale motivo sono lieto che proprio Petite Plaisance sia stata il “luogo editoriale” da lui prescelto per il presente volume, il quale sintetizza fatiche di anni, essendo il coronamento di una lunga attività didattica, per quanto non condotta nei contesti consueti (ossia Licei ed Università). Conoscendo Riolo – persona dotata di interessi culturali vastissimi, come dimostra, a mero titolo esemplificativo, l’ottimo volume scritto con Massimiliano Lepratti Un mondo di mondi. L’avventura umana dalla scoperta dell’agricoltura alle crisi globali contemporanee (Asterios, 2021) –, questo libro non sarà per lui un punto di arrivo, ma di partenza per ulteriori riflessioni, le quali auspico non mancheranno, per la passione, nonché per la lucidità, con cui riesce ad analizzare la socialità umana ed insieme, come in questo caso, i grandi capolavori della letteratura mondiale.
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L’immaginario e il Simbolico. Commentario di Proclo all’Alcibiade primo
«La ricerca muove l’occhio dell’anima
verso l’alto e lo esercita alla visione della verità».
Proclo, Commentario all’Alcibiade primo di Platone, 236, 1.
Dai commentari al Timeo di Platone
«Con quale intenzione Dio, dopo una inerzia di durata infinita, penserà di creare? Perché pensa che è meglio? Ma prima, o lo ignorava, o lo sapeva. Dire che lo ignorava è assurdo; ma se lo sapeva, perché non ha cominciato prima?».
Proclo, Commentario al Timeo, 115 e.
Stele funeraria di Proclo
Πρόκλος ἐγὼ γενόμην Λύκιος γένος, ὃν Συριανὸς
ἐνθάδ’ ἀμοιβὸν ἑῆς θρέψε διδασκαλίης.
ξυνὸς δ᾽ ἀμφοτέρων ὅδε σώματα δέξατο τύμβος·
αἴθε δὲ καὶ ψυχὰς χῶρος ἕεις λελάχοι
«Io, Proclo, fui Licio di stirpe, e Siriano mi formò qui per succedergli nell’insegnamento. Questa tomba comune accolse il corpo d’entrambi; oh, se un solo luogo ricevesse anche le anime!».
Si può accedere ad ogni singola pagina pubblicata aprendo il file word
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