John Dos Passos (1896-1970) – Scrivere per denaro è almeno altrettanto stupido che scrivere per autoesprimersi. L’anima di una generazione è il suo linguaggio.

Dos Passos

ThreeSoldiers

Il ricordo dell’opera che avrei voluto scrivere non è ancora impallidito al punto da rendermi facile il leggere l’opera che ho scritto. Né è abbastanza impallidita la memoria della primavera 1919. Ogni primavera è tempo di cambiamenti, ma allora Lenin era vivo, lo sciopero generale di Seattle era sembrato l’inizio dell’inondazione anziché l’inizio del calo della marea, gli americani a Parigi erano sbronzi di teatro e pittura e musica; Picasso avrebbe ricostruito l’occhio, Stravinskij faceva risuonare nelle nostre orecchie le steppe russe, correnti d’energia sembravano irrompere d’ogni dove mentre baldanzosi giovani emergevano dalle loro uniformi, l’America imperiale era tutta un luccichio nell’idea del nuovo Ritz, da ogni parte i paesi del mondo si protendevano affamati ed arrabbiati, pronti a tutto purché fosse nuovo e turbolento; dovunque andassi vedevi Charlie Chaplin. Il ricordo della primavera 1919 non è impallidito abbastanza da rendere appena più facile la primavera del 1932. Non che l’oggi fosse allora piu piacevole di quel che è adesso, era forse il domani che sembrava piu vasto; tutti sanno come crescere sia il processo di cogliere i germogli di domani. Molti di noi, giovanissimi in quella primavera, ci siamo fatti un giaciglio e vi abbiamo giaciuto; un bel mattino ti svegli e scopri che quel che avrebbe dovuto essere solo una molla per spingerti nella realtà è una professione, che l’organizzazione della tua vita che avrebbe dovuto servire a farti vedere di più e più chiaramente si è rivelata una sorta di paraocchi costruiti in base a uno schema predestinato: il giovane che pensava di fare il vagabondo si ritrova miope intellettuale borghese (o vagabondo, va male comunque). Va bene, sei un romanziere. E allora? Che te ne fai? Che scusa trovi per non vergognarti di te stesso? Non che vi sia una qualche ragione, suppongo, per vergognarsi del mestiere di scrittore. Un romanzo è un bene di consumo che risponde ad una determinata esigenza; la gente ha bisogno di comprare sogni ad occhi aperti come ha bisogno di comprare gelati o aspirina o gin. Qui e là hanno perfino bisogno di comprare un pizzico di intellettualismo per ravvivare i propri pensieri e qualche goccia di poesia per stimolare i propri sentimenti. Quel che basterà a farti sentire soddisfatto del tuo lavoro sarà tirar fuori il miglior prodotto possibile, soddisfare il mercato di lusso e al diavolo tutto il resto […].
Guadagnarsi da vivere vendendo sogni ad occhi aperti, sensazioni, pacchetti di stimolanti mentali, va benone, ma ritengo che pochissimi la ritengano vita adatta ad un adulto sano. Naturalmente ci puoi fare quattrini ma, anche a parte la caduta del capitalismo, il profitto tende ad essere motivo consunto, destinato sempre più ad essere soffocato dal suo stesso potere e complessità.
Scrivere per denaro è almeno altrettanto stupido che scrivere per autoesprimersi […].
E allora per che cosa scrivi? Per convincere la gente di qualcosa? Questo è predicare ed è parte del mestiere di chiunque abbia a che fare con le parole: il non ammetterlo equivale a giocare con un fucile per poi blaterare che non sapevi che era carico. Ma al di là della predica c’è qualcosa come lo scrivere per lo scrivere. Un ebanista si diverte ad incidere il legno perché è un ebanista; così ciascun tipo di lavoro ha il suo inerente vigore. L’anima di una generazione è il suo linguaggio. Uno scrittore rende duraturi taluni aspetti di questo linguaggio stampandoli. Afferra le parole e le frasi di oggi e ne fa forme per forgiare l’anima della generazione di domani. Questa è storia. Uno scrittore che scrive direttamente è architetto di storia […]. Né sarebbe necessario ripetere cose di questo genere qualora non ci avvenisse di appartenere ad un paese e ad un’epoca di così peculiare confusione allorché la sensibilità dell’uomo medio alla carta stampata è stata prima accesa dal nebuloso sentimentalismo dei professori di letteratura che sostituiscono i classici con «buoni libri moderni», e poi atrofizzata dall’abbaiare degli imbonitori delle case editrici su un qualunque piatto di spazzatura contrabbandato tra una portata e l’altra. Oggi noi scriviamo per la prima generazione americana che non è stata educata sulla Bibbia, e nulla l’ha finora sostituita in termini di disciplina letteraria.
Questi anni di confusione, quando tutto deve essere rietichettato e le parole perdono di settimana in settimana il loro significato, possono essere veleno per il lettore ma sono cibo per lo scrittore […].
Chi di noi è sopravvissuto ha visto come questi anni abbiano strappato una ad una le grandi illusioni del nostro tempo; noi dobbiamo avere a che fare con la nuda struttura della storia ora, dobbiamo farlo presto, prima che sia essa a imprimerci il suo stampo e a metterci fuori gioco.

Dall’Introduzione di John Dos Passos alla edizione della Modern Library di Three Soldiers, 1932.

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Three Soldiers (1921, romanzo), tr. Lamberto Rem Picci, Il mondo fuori casa, Jandi Sapi, Roma 1944; tr. Luigi Ballerini, I tre soldati, Casini, Roma 1967.


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Ignazio Silone (1900-1978) – Il primo dovere di uno scrittore è la sincerità, ha il dovere morale di conoscere i problemi della propria epoca e di farsene un’opinione. Io sono dalla parte dell’uomo e non dell’ingranaggio.

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Il Castoro_Silone

Intervista a cura di Ferdinando Virdia

Quale è, o quale ritieni possa essere, oggi, la funzione di uno scrittore rispetto alla società e alla vita politica del nostro tempo? Ritieni che uno scrittore debba trovarsi
 «impegnato» nei limiti di un'ideologia o in quelli di una determinata politica sociale?

Il primo dovere di uno scrittore è la sincerità. E il primo dovere di una società verso i suoi artisti e scrittori è di rispettarne la sincerità. Sono pertanto lontanissimo da ogni velleità di far prevalere tra gli scrittori una mia particolare concezione delle relazioni tra letteratura e politica. Personalmente io mi sono sempre sentito «impegnato», nel senso piu rigoroso del termine: «impegnato», direi quasi nel senso che il termine ha nel gergo del Monte di Pietà o Monte dei Pegni. Ma sono assolutamente avverso a farne una norma o una misura di valore. Non credo raccomandabile indurre altri scrittori, che spontaneamente non se la sentono, ad attenersi al medesimo criterio. Ogni scrittore deve esprimersi con la sua voce: non deve parlare o cantare in falsetto. Ho sempre riprovato nel concetto d’impegno di Sartre e dei comunisti l’errore di farne una norma e un giudizio di valore. Si è visto a quali disastrose conseguenze conduce una tale aberrazione, quando tale norma diventa legge dello Stato, com’è awenuto nei paesi d’oltrecortina.

 Ritieni che uno scrittore debba prendere posizione direttamente o indirettamente sui grandi temi del mondo contemporaneo, come quelli della minaccia nucleare, della pace mondiale, della povertà, del paesi sottosviluppati, dell'espansione del comunismo, del pericolo costituito tutt'oggi da dittature di destra o di sinistra presenti o future?

Uno scrittore, come ogni altro cittadino, avrebbe il dovere morale di conoscere i problemi della propria epoca e di farsene un’opinione. Ma, ovviamente, non può essere costretto. È da sperare che lo scrittore convinto di una qualche necessità sociale,  la esprima anche in dibattiti pubblici e polemiche. È utile che lo studio e la trattazione dei temi maggiori della nostra generazione non siano lasciati ai professionisti della politica. Ma uno scrittore decade subito nel rango di propagandista appena si fa il portavoce e il propagatore di parole d’ordine elaborate da altri per questioni da lui personalmente non studiate. È un malcostume ora abbastanza diffuso che getta il ridicolo su molti appelli e dichiarazioni di intellettuali. Anche a questo riguardo, dunque, sorge il richiamo alla sincerità. Gli scrittori hanno non l’obbligo, ma il dovere morale di contribuire ad illuminare l’opinione pubblica sulle questioni da essi studiate e approfondite. Si comportano però da autentici imbecilli quegli intellettuali o artisti che firmano qualunque appello o protesta su argomenti di cui non hanno la minima nozione, obbedendo a motivi di vanità o di opportunismo. Questo malcostume purtroppo ha come risultato di gettare il discredito anche sulle iniziative più serie.

 Come pensi possa essere Inquadrata la tua narrativa nell'attuale situazione e nelle linee di sviluppo della letteratura italiana d'oggi? A quale altro scrittore pensi di essere Iphi vicino ed affine?

Non so come possa essere inquadrata la mia narrativa nella nostra storia letteraria contemporanea. Sinceramente non lo so e non mi preoccupa, poiché non ritengo che sia compito mio di stabilirlo. Mi pare che gli accostamenti suggeriti finora dai critici siano inconsistenti. Poiché nei miei racconti ha una cert’a parte la politica, qualcuno in un primo momento ricordò … Domenico Guerrazzi; poiché il paesaggio è rustico un altro accennò a … Renato Fucini; poiché vi figurano dei preti e vi si parla di religione, qualche altro ha tirato in ballo … Fogazzaro; infine, ma non in fine, vari hanno naturalmente scomodato Verga. Mi pare che nessuna di queste varie presunte parentele regga alla riflessione. Vediamo un po’ … i miei romanzi non sono politici, ma antipolitici; in essi è rappresentata la condizione dell’uomo nell’ingranaggio della politica contemporanea, ed è evidente che l’autore è dalla parte dell’uomo e non dell’ingranaggio. In quanto al paesaggio, esso vi è accennato appena, come proiezione dell’animo dei personaggi. Il religioso o il sacro è quello terrestre della tradizione libertaria meridionale, che non ha nulla in comune con quello intellettuale dei modernisti. E i contadini non sono incatenati nella loro tragica pena; dalle sofferenze di Fontamara, malgrado tutto, sprizza un barlume di coscienza. Mi pare sia un elemento essenziale, una «conclusione» che dà carattere a tutto quello che precede. L’oratore non è piu marxista, ma non è passato invano per il  marxismo.

 La tua crisi di militante e di dirigente comunista, il tuo distacco dal partito comunista nel lontano 1927, è stata la causa determinante del tuo «passaggio» alla letteratura, o esisteva in te, prima di quell'evento, una vocazione letteraria, sia pure insicura o repressa?

Vi è una forma di rivolta esistenziale che contiene il germe di sviluppi assai diversi, politici ideologici morali estetici. Sono le circostanze della vita, e anche gli impulsi imprevedibili dello spirito, a favorire piu tardi uno sviluppo piuttosto che un altro. Posso dunque affermare che le vicende interne del comunismo facilitarono il mio distacco dall’azione politica e la mia concentrazione nel lavoro letterario, ma il bisogno di riflettere e di raccontare lo avevo avuto da sempre. È anche fuori dubbio che il senso della vita e dell’uomo, che era all’origine di quel bisogno, contribuì non poco alla rottura con una politica che ne era la negazione. Questo non significa che, di punto in bianco, io diventassi indifferente alla politica. Rimasi antifascista quanto o piu di prima. Tutto quello che ho scritto in seguito mi pare che stia a dimostrarlo.

C'erano stati prima di Fontamara tuoi tentativi letterari, magari non portati a termine a causa di altri Impegni politici o Intellettuali? L'esigenza di raccontare si manifestò in te come una continuazione e magari come un vero e proprio Ersatz dell'azione politica, o essa non passò in primo plano come una vocazione in certo senso primaria della tua vita?

Devo dire che un certo gusto del «bello scrivere» l’avevo fin da ragazzo ed esso fu incoraggiato in senso deleterio dal genere d’insegnamento letterario che ricevetti nei collegi di preti da me frequentati. Quando mi accinsi a scrivere Fontamara la prima precauzione che dovetti prendere fu appunto di dimenticare il bello scrivere appreso in collegio. Francamente non avevo modelli letterari a cui ispirarmi. Fui sorpreso non poco, nel leggere le prime recensioni apparse dopo le edizioni in tedesco e in inglese, di trovarvi menzionati nomi di autori tedeschi inglesi e americani, a me ignoti, che, secondo i critici, mi avrebbero ispirato. Se mi è lecito menzionare un antecedente non letterario, direi che il lavoro di scrittura di Fontamara poteva ricordarmi, in qualche momento, la redazione dei rapporti interni di partito, con in più quello che nei rapporti mancava. Devo aggiungere che le osservazioni che mi sono state mosse sullo stile e la forma, non mi hanno fatto né caldo né freddo, perché mi ricordano appunto l’insegnamento ricevuto in collegio da cùi mi sono liberato. La vita è troppo breve per tornare a discutere ancora di forma e contenuto.

 I tuoi romanzi rlspecchlano, sia pure In una loro particolare prospettiva fantastica, lirica e autobiografica, una certa realtà italiana, la realtà regionale di un mondo contadino che per la prima volta nella storia letteraria Italiana uno scrittore tratta immedesimandosi in esso e immedesimando in esso una sua visione storica ed ideologica e la sua polemica contro la società. Ritieni che quel mondo e quella società siano oggi diverse dall'epoca della tua esperienza giovanile e del tuoi primi libri? Possono essi continuare ad ispirare la tua opera di narratore?

La condizione sociale dei contadini meridionali è in una fase di rapida trasformazione, come, d’altronde, la società italiana in genere. Sono naturalmente soddisfatto di avere contribuito in modo particolare all’espropriazione del Fucino. Vari giornali la chiamarono la «Rivoluzione di Fontamara». Non direi però che la nuova situazione sia quella del Regno di Dio sulla terra. Anche se uno scrittore si applica a rappresentare la sorte di un ceto sociale che poi si trasforma, non si può dire che la sua visione della vita si esaurisca. Non vi sono riforme che possano modificare sostanzialmente il carattere problematico dell’essere umano, il contrasto dell’individuo col collettivo, della società con lo Stato, lo squilibrio tra la ricerca della felicità e il dolore. È giusto lottare per il benessere, ma non c’è da illudersi che esso risolva tutto: risolverà i problemi della miseria e sarà molto. Le incognite più essenzialmente umane risulteranno esasperate. Nel mio libro Uscita di sicurezza, mi occupo largamente di questo. Ma per me non è un tema nuovo, è solo un aspetto dell’unico tema di cui mi sia sempre occupato, la condizione dell’uomo nella società. Mancherei di rispetto verso me stesso se, per cupidigia di successo, mi mettessi anch’io a scrivere d’incesto e prostituzione, secondo la moda. La moda non m’interessa, che, se moda, passerà.

L’intervista è pubblicata in: Ferdinando Virdia, Silone, Il Castoro, Mensile diretto da  Franco Mollia, n. 6, La Nuova Italia, Giugno 1967, pp. 1-6.


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Robert Musil (1880-1942) – Ogni grande libro spira amore per i destini dei singoli individui che non si adattano alle forme che la collettività vuol loro imporre. Abbiamo troppo poco intelletto nelle cose dell’anima.

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Das hilflose europa

Non abbiamo troppo intelletto e troppo poca anima,
ma troppo poco intelletto nelle cose dell'anima.

Robert Musil,
Das hilflose Europa, München 1922.

L'uomo senza qualità

«Come ci si può immaginare che l’uomo avrà ancora un’anima quand’abbia imparato a capirla e a trattarla perfettamente sotto l’aspetto biologico e psicologico?
[…] La conoscenza è un atteggiamento, una passione. Un atteggiamento illecito, in fondo; perché come la dipsomania, l’erotismo e la violenza, anche la smania di sapere foggia un carattere che non è equilibrato.
Non è vero che il ricercatore insegue la verità, è la verità che insegue il ricercatore. Egli la subisce. Il vero è vero, e il fatto è reale senza curarsi di lui; egli ne ha soltanto la passione, è un dipsomane della realtà, e questo foggia il suo carattere, e non gliene importa un fico che dalla sua scoperta venga fuori qualcosa di completo, di umano, di perfetto o di checchessia. È una creatura piena di contraddizioni, passiva, e tuttavia straordinariamente energica […]

Non esiste una sola idea importante di cui la stupidità non abbia saputo servirsi; essa è pronta e versatile e può indossare tutti i vestiti della verità. La verità invece ha un abito solo e una sola strada, ed è sempre in svantaggio […]

Ogni grande libro spira amore per i destini dei singoli individui che non si adattano alle forme che la collettività vuol loro imporre […] Estrai il senso di tutte le opere poetiche e ne ricaverai una smentita interminabile […] di tutte le norme, le regole e i principi vigenti sui quali posa la società che ama tali poesie! Per di più una poesia col suo mistero trafigge da parte a parte il senso del mondo, attaccato a migliaia di parole triviali, e ne fa un pallone che se ne vola via. Se questo, com’è costume, si chiama bellezza, allora la bellezza dovrebb’essere uno sconvolgimento mille volte più crudele e spietato di qualunque rivoluzione politica […]».

Robert Musil, L’uomo senza qualità, Torino, Einaudi, 1967, trad. di Anita Rho, Vol. I, pp. 248, 66 e 425.


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Albert Camus (1913-1960) – Il teatro è un luogo di verità: è per me esattamente il più alto dei generi letterari e in ogni caso il più universale.

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«Come? Perché faccio del teatro? Ebbene, me lo sono domandato spesso. E la sola risposta che abbia potuto darmi sino ad ora le sembrerà di una banalità scoraggiante: semplicemente perché una scena di teatro è uno dei luoghi del mondo in cui sono felice. Noti del resto che questa riflessione è meno banale di quanto sembri. La felicità, oggi, è un’attività originale. […] Sono ragioni d’uomo ma ho anche ragioni d’artista, vale a dire più misteriose. E innanzitutto trovo che il teatro è un luogo di verità. Generalmente si dice, è vero, che è il luogo dell’illusione. Non lo creda affatto. Sarebbe piuttosto la società a viver d’illusione e lei incontrerà sicuramente meno istrioni sulla scena che in città. Prenda in ogni caso uno di questi attori non professionisti che figurano nei nostri saloni, nelle nostre amministrazioni o, più semplicemente, nelle nostre sale di ripetizione generale. Lo metta su questa scena, esattamente in questo posto, scarichi su di lui 4000 watts di luce, e la commedia allora non durerà più, lo vedrà in un certo senso tutto nudo, nella luce della verità. Sì, le luci della scena sono spietate e tutte le truccature del mondo non impediranno mai che l’uomo, o la donna, che cammina o parla su questi sessanta metri quadrati si confessi a modo suo e declini, nonostante i travestimenti e i costumi, la sua vera identità. E degli esseri che ho a lungo e ben conosciuto nella vita, cosi come sembrano essere, sono assolutamente sicuro che li conoscerei veramente a fondo solo se mi facessero la cortesia di voler ripetere e recitare con me i personaggi di un altro secolo e di un’altra natura. Qualche volta mi si dice: «Come concilia nella sua vita il teatro e la letteratura?» In fede mia, ho fatto molti mestieri, per necessità o per gusto, e si deve pur pensare che sono riuscito a conciliarli con la letteratura, dato che sono rimasto uno scrittore. Ho persino l’impressione che cesserei di scrivere, se a un certo punto accettassi di essere unicamente uno scrittore. Per quanto riguarda il teatro, la conciliazione è automatica giacché il teatro è per me esattamente il più alto dei generi letterari e in ogni caso il più universale».

Albert Camus, «Gros pian», alla televisione, 12 maggio 1959.

 

 


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Jean Cocteau (1889-1963) – «Lettera agli americani». Americani, ciò che io vi raccomando non ha niente a che vedere con i soldi. Non si compra. È la ricompensa per coloro che non temono le scomodità. Ci impegna di fronte a noi stessi. È il nutrimento dell’anima.

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Americani,
Il successo è per voi obbligatorio.
Voi rifiutate di aspettare e di fare aspettare.
Voi che volete vivere il minuto presente, succubi della riuscita e del successo.
Non dimenticate che il ritmo del mondo è dato dal fatto che respira come voi.

 

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Jean Cocteau, Lettera agli americani, Archinto, 2003.


Dal risvolto di copertina

Sull’aereo che lo riporta in Francia, dopo venti giorni – «o vent’anni?» – trascorsi a New York, il turista Jean Cocteau si concede un gesto intellettuale avventuroso in una forma letteraria defilata: accosta l’occhio alla lente della città punta di diamante dell’America e getta uno sguardo critico sul popolo destinato a guidare il mondo. È il 1949. Cocteau vede l’alba di un difficile e diseguale confronto tra il Vecchio e il Nuovo mondo, che solo oggi sembra lasciar affiorare qualche dubbio e nuove prospettive. «Qual è l’incubo della vostra città che dorme in piedi, vi chiedo? La bomba atomica.» «Non sarete salvati né dalle armi né dalla fortuna. Sarete salvati dalla minoranza di coloro che pensano.» «Dappertutto in America una minoranza palpita e si trova prigioniera di una libertà fittizia.» In cielo, tra viaggiatori sonnacchiosi, Jean Cocteau scrive di getto «agli americani» e si trasforma in profeta, perché in lui scorre «il sangue di un poeta».


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«Americani,

[…] il successo è per voi obbligatorio (p. 6) […] Voi rifiutate di aspettare e di fare aspettare (p. 8) […] Di contunuo, da voi, ci si trova di fronte all’audacia e al timore dell’audacia (p. 11) […] Voi avete il comfort. Vi manca il lusso. […] Il lusso che io raccomando non ha niente a che vedere con i soldi. Non si compra. È la ricompensa per coloro che non temono le scomodità. Ci impegna di fronte a noi stessi. È il nutrimento dell’anima. (p. 16) […] Voi che volete vivere il minuto presente, succubi della riuscita e del successo (è. 30) […] Non dimenticate che il ritmo del mondo è dato dal fatto che respira come voi […] Siamo vittime di un’epoca in cui i polmoni si svuotano. Il mondo espira. Non pensa più, dissipa. (p. 31) […] È molto pericoloso volere l’ordine e non mettere in atto una sorta di disordine in cui l’anima se la sbrogli invece di inaridire tra linee morte. (p. 37) […] Qui in Francia il suddetto disordine mi permette di affronate qualunque cosa in un fim […] se qualcosa cade nel dominio dell’impossibile […] io ne parlo ai miei collaboratori. Ognuno di loro cerca di rendere possibile l’impossibile. (p. 38) […] Mi è difficile prendere sul serio le preoccupazioni dei dittatori e di tutte le persone che vagheggiano la gloria (p. 44) […] Mi rivolgo sempre a quelli che cercano disperatamente di essere liberi e che devono, come me, aspettarsi lo schiaffo, al punto di chiedersi, quando ricevono dei complimenti, se non si sono resi colpevoli di qualche errore (p. 47)».

 

Jean Cocteau ritratto da Amedeo Modigliani nel 1916. Modigliani,_Amedeo_(1884-1920)_-_Ritratto_di_Jean_Cocteau_(1889-1963)_-_1916

 


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Domenico Segna – L’assurdo e la felicità: Albert Camus.

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A. Camus, La peste

A. Camus, La peste.

«[...] solo nei libri come La peste di Camus regalatomi da una donna avara, [...] si trova scritto in modo nitido, che il bacillo della pestilenza, il suo essere il male può restare addormentato per anni tra i mobili del salotto buono e la biancheria racchiusa in un armadio. Pazientemente aspetta anno dopo anno per poi improvvisamente svegliare i suoi schifosi topi aizzandoli contro uomini e donne che vivono in una città felice. Solo una continua resistenza può per qualche tempo salvarli: il tempo farà la sua parte».

 

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Cosa avrei potuto dire, o fare, a quale Dio avrei potuto rivolgere l’esclamazione di una donna: “È così difficile vivere!”. Quella donna rimaneva in silenzio per ore ed ore davanti alla finestra della sua stretta cucina. Trascorreva pomeriggi interi facendo a maglia, un unica preoccupazione le corrugava di tanto in tanto la fronte: assicurarmi una vita felice. Quella donna era mia madre. Vivevamo la luce distillata dalle tende, rammendava losanghe di sogni, uncinetti di rimpianti. Giù in strada il corteo delle ore lento marciava, inesorabile avanzava, nel crepitio del giorno mostrava la sua inconsistenza. Procedeva sino a che c’era chiaro, sino a che il sole iniziava il suo viaggio notturno: era un esercito ben addestrato che dilagava abbattendo difese, proverbi, ansie. La guardavo mentre sferruzzava calze di lana. Aveva freddo mia madre. Tutti avevano freddo. – Chi ha tempo, non aspetti tempo! –  era il suo detto. Se di buon umore cantava. Erano canzoni di prima della guerra. A volte le chiedevo “A cosa pensi?”, “A niente” rispondeva. Ed era vero. In fondo credere in Dio la domenica pomeriggio è un atto di coraggio. Lei lo possedeva, io no. Con gli occhi, però, bevevo il distillato puro della notte. Un tram interrompeva, turbandolo per qualche attimo, il silenzio. Poi esso riprendeva come una fatica di Sisifo.Un nuovo tram sarebbe passato e la fatica di ricomporre il silenzio sarebbe ripresa.
Avevo poco più di sedici anni quando morì mio padre, … [Continua a leggere]

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Domenico Segna, Libro, Pendrago, 2007Domenico Segna, Libro, Pendragon, 2007

 

«C’è, qua dentro, qualcosa di lucido e riflettente, che si insinua a interferire, ma non a sovrapporsi, nel testo; come un mosaico disteso sul pavimento, su cui si può camminare ma con il rispetto della suggestione e senza mai distogliere lo sguardo; con l’impressione, che è un brivido, di vederci riflettere il proprio volto e forse anche un frammento della propria vita» (dalla Nota di Roberto Roversi).

 


 

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Domenico Segna, Estetica della pace in Simon Weil,
in I. Malaguti (a cura di), Filosofia e pace, ed. Fara, 2000.


Domenico Segna, Le chiese scomparseDomenico Segna, Le chiese scomparse, con-fine edizioni, 2014.

Una raccolta che ci riporta indietro nel tempo, quella di Domenico Segna. Le chiese scomparse è infatti un viaggio a ritroso, razionale e sentimentale, alla ricerca di un tempo perduto di ricordi privati, famigliari, già fluiti nel tessuto di un’esperienza comune. Anche nello stile, che accoglie esperienze moderniste e surrealiste, l’autore sembra guardarsi alle spalle, a quel Novecento da cui proviene e a cui questi testi rendono esplicito omaggio, tra letteratura e vita. Al lettore non resta che avventurarsi tra questi versi, misteriosi e squillanti, avvertire il sentimento del sacro che li anima e che anima il loro autore, sospeso tra una parola catartica, quasi profetica, e una dimensione seriosamente giocosa, pienamente surrealista. Una poesia che scaturisce dal silenzio, questa, che ci fa abbandonare “i cortili dell’istante” verso la conquista d’una terra di “eremite abbondanze”.

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György Lukács (1885-1971)  –  «Thomas Mann e la tragedia dell’arte moderna». Il momento puramente soggettivo, l’estraniarsi da ogni collettività, il disprezzare ogni comunità annulla ogni vincolo con la società e nell’opera stessa: autodissoluzione dell’arte in seguito a quella lontananza dalla vita ch’essa si pone per principio.

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«Adrian Leverkühn [il protagonista del romanzo di Thomas Mann dal titolo titolo Doktor Faustus, iniziato nel 1943 e pubblicato nel 1947] sa con assoluta precisione quale sia la situazione storica della musica (dell’arte, dello spirito in genere) nel suo tempo. Egli non soltanto lo sa precisamente, non solo riflette in costante tensione su tutto ciò, ma tutti i suoi problemi stilistici nascono da questa tensione: l’epoca attuale è per ogni verso sfavorevole all’arte, alla musica – e com’è possibile ciò nonostante, in quest’epoca, creare una musica di livello artistico veramente alto, senza uscirne, senza romperla in modo risoluto e attivo con questo tempo? […] Quello che Thomas Mann ottiene nel configurare il processo creativo di Adrian Leverkühn, nella rappresentazione della genesi, della struttura e della influenza delle sue opere, raggiunge un livello altissimo, unico in tutta la letteratura universale. Fino ad ora le tragedie della vita di artisti erano state rappresentate quasi esclusivamente dal punto di vista del rapporto e del conflitto fra l’artista e la vita, fra l’arte e la realtà; e così pure essenzialmente era stato fatto dal giovane Thomas Mann. Qui tuttavia, dove il problema centrale verte e già trabocca nell’opera, la rappresentazione si deve estendere anche alla genesi e alla struttura di questa stessa opera e deve portare ad espressione artistica e formale l’insolubile, tragica problematica dell’arte moderna attorno a quelle stesse opere. […] [Continua a leggere]

György Lukács, Thomas Mann, Berlin, Aufbau Verlag, 1953; tr. it. Di Giorgio Dolfini, Thomas Mann e la tragedia dell’arte moderna, Milano, Feltrinelli, 1971, pp. 76, 77, 78-79).

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Thomas Mann e la tragedia dell’arte moderna

 

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Prima edizione europea, 1947.


 

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Paul Klee (1879-1940) – L’artista non deve né essere utile né dettare delle regole: deve solo trasmettere, veicolare in alto, portare più in su.

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Senecio, 1922.

«Consentitemi di far riferimento a un’immagine, l’immagine di un albero. L’artista è assorbito da un mondo così complesso […]. Vorrei paragonare questo sistema variabile e ramificato, questa conoscenza delle cose della natura e della vita alle radici dell’albero.
Dalle radici la linfa risale fino all’artista, lo invade e gli inonda gli occhi. Così l’artista diventa come il tronco dell’albero.
Investito e mosso dal potere di questo flusso di linfa, l’artista guarda in avanti e lascia correre la propria immaginazione.
Come vediamo i rami dell’albero protendersi in ogni direzione sia nel tempo che nello spazio, così succede nel processo creativo.
Nessuno chiederebbe mai a un albero di forgiare e di modellare i rami lungo le linee
delle radici.
Così come fa il tronco, l’artista deve solo tenere insieme tutto ciò che viene dalle parti più basse, che proviene dalle radici, per poi veicolarlo in alto, portarlo più in su.
Non deve né essere utile né dettare delle regole: deve solo trasmettere».

Paul Klee, Paul Klee on Modern Art, Faber, London, 1966, p. 13.

P. Klee, Albero in giardino, 1929

P. Klee, Albero in giardino, 1929


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Lev Nikolàevič Tolstòj (1828-1910) – Ogni uomo reca in sé, in germe, tutte le qualità umane, e talvolta ne manifesta alcune, talvolta altre, e spesso non è affatto simile a sé, pur restando sempre unico e sempre se stesso.

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Tolstoj, ritratto da Ivan Nikolaevic Kramskoj nel 1873

Tolstoj, ritratto da Ivan Nikolaevic Kramskoj nel 1873.

«Una delle superstizioni più frequenti e diffuse è che ogni uomo abbia solo certe qualità definite, che ci sia l’uomo buono, cattivo, intelligente, stupido, energico, apatico, eccetera. Ma gli uomini non sono così. Possiamo dire di un uomo che è più spesso buono che cattivo, più spesso intelligente che stupido, più spesso energico che apatico, e viceversa; ma non sarebbe la verità se dicessimo di un uomo che è buono e intelligente, e di un altro che è cattivo, o stupido. E invece è sempre così che distinguiamo le persone. Ed è sbagliato.

Gli uomini sono come i fiumi: l’acqua è in tutti uguale e ovunque la stessa, ma ogni fiume è ora stretto, ora rapido, ora ampio, ora tranquillo, ora limpido, ora torbido, ora tiepido. Così anche gli uomini.

Ogni uomo reca in sé, in germe, tutte le qualità umane, e talvolta ne manifesta alcune, talvolta altre, e spesso non è affatto simile a sé, pur restando sempre unico e sempre se stesso».

Lev Nikolàevič Tolstòj, Resurrezione, Garzanti, 1999, p. 204.

Freccia rossa Risurrezione – Liber Liber 

    


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Luis Sepúlveda – La lettura possiede l’antidoto contro il terribile veleno della vecchiaia.

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Il vecchio che leggeva

Antonio José Bolívar non sa scrivere, ma ha imparato a leggere compitando lentamente, e leggere è diventato il più grande piacere della sua vita perché leggendo immagina, e immaginando, egli vive, perché la lettura «possiede l’antidoto contro il terribile veleno della vecchiaia». Quei romanzi gli parlano d’amore «con parole così belle che gli fanno [dimenticare] la barbarie umana».

Luis Sepúlveda, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, Guanda, pp. 138, 2001.


 

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Luis Sepúlveda

Antonio José Bolívar vive ai margini della foresta amazzonica equadoriana. Ha con sé i ricordi di un’esperienza – finita male – di colono bianco, la fotografia sbiadita della moglie e alcuni romanzi d’amore che legge e rilegge in solitudine. Ma il suo patrimonio è una sapienza speciale che gli viene dall’aver vissuto dentro la grande foresta, insieme agli indios shuar: un accordo intimo con i ritmi e i segreti della natura che i gringos, capaci soltanto di sfruttare e distruggere quel mondo, non sapranno mai capire. Solo un uomo come lui potrà dunque adempiere al compito ingrato di inseguire e uccidere il tigrillo, il felino che, accecato dal dolore per l’inutile sterminio dei suoi cuccioli, si aggira minaccioso a vendicarsi sull’uomo. Questa è la storia del loro incontro, di un’epica caccia tesa al continuo confronto fra la vita e la morte. Ma soprattutto è un canto d’amore dedicato all’ultimo luogo in cui la terra preserva intatta la sua verginità.


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