Daniele Orlandi – Quell’amore di Dino Buzzati

Dino Buzzati - Un amore

 

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Daniele Orlandi, Quell’amore di Dino Buzzati

 

Daniele Orlandi

Quell’amore di Dino Buzzati

 

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Taïde è, la puttana che rispuose
 al drudo suo quando disse “Ho io grazie
 grandi appo te?”: “Anzi maravigliose!” 

Dante, Inferno, XVIII, 133-135

 

Ci si può innamorare di una prostituta? Ragionavamo durante un corso illuminato del sempre caro professor Carmine Chiodo. Aula calda di corpi stipati e oltre i vetri la brina sui campi di mattine irreversibilmente perdute.
In termini di letteratura, ci dicevano – da Lesbia a Teodora[1], da Dulcinea del Toboso a Bocca di Rosa –, la risposta è affermativa. È possibile, anzi probabile, perdere la testa per una donna che, palesemente o sotto copertura, svolga la Professione. Oppure, e forse ancor di più, di una donna che non svolgendola ma guardandoci negli occhi, senza infingimenti alcuni dichiari: ebbene sì, in pensieri, parole, opere e omissioni io sono una puttana.

Un amore 02

Un amore 08

Un amore 07 A Love Affair

 

A questa antica domanda cercava di rispondere, con uno scavo interiore per l’epoca inaudito, anche Un amore. Libro coraggiosamente uscito nel 1963, anno straordinario in cui nelle patrie lettere venivano pubblicati romanzi epocali: da La cognizione del dolore di Gadda a La tregua di Primo Levi, da Lessico famigliare di Natalia Ginzburg a Una questione privata di Beppe Fenoglio. E ci fermiamo, altrimenti dovremmo aggiungere Fratelli d’Italia di Arbasino, Teorema di Pasolini o La giornata di uno scrutatore di Italo Calvino. Dovremmo disquisire sull’iconoclastia avanguardista del Gruppo ’63 e insomma, di questo ultimo anno del supposto boom economico di certo non verremmo più a capo.
Dicevamo: amare una donna imprendibile come la Fortezza Bastiani nel noto deserto di affettività. Una donna di facili costumi. Nell’Italia del Musichiere e delle prime lavatrici ma ancora nel paese della “Buon costume”. È fin troppo banale, per noi sopravvissuti al Novecento, costatare come il problema non stia nell’antinferno della promiscuità e della condivisione di lei con altri innumerevoli individui, quanto (nel caso non infrequente che la donna in questione del meretricio abbia sinanco la smaniosa indole) nella malebolgia della paura, nel panico di perderla, nell’insostenibile angoscia che da un momento all’altro possa dileguarsi, rendersi introvabile. Poiché qualcuno, prima o poi, le offrirà di più. Affitterà quella compagnia di carne e sangue a un prezzo maggiore (non migliore) lasciandoci tra le mani un amore di terra e pioggia.
Se poi, i due provenissero da incomunicabili umanità, voglio dire se lui fosse, mettiamo il caso un operaio o, peggio ancora, un intellettuale e lei una di quelle persone per cui una Mercedes SLK, una borsetta di Louis Vuitton e un ristorante blasonato contano incommensurabilmente di più di un romanzo, che so io, di Dino Buzzati, be’, in tal caso per lo sventurato amante l’approdo della sua ingestibile passione non potrebbe essere che la rinuncia o la rovina:

Intanto egli si sente precipitare sempre più giù, gli viene in mente il professore Unrath dell’Angelo azzurro. Oh come era vera quella storia […] Uno stimato professore di ginnasio degradarsi a quel punto. Oggi capisce. L’amore? È una maledizione che piomba addosso e resistere è impossibile[2].

Insomma, non serve che lei sia bella come Marlene Dietrich: un conto è saperla spregiudicata, altra storia è vederla puttana, essere osservatori partecipanti della sua inclinazione. C’è da impazzire. Perché lei, nel frattempo, è diventata simbolo vivo, quasi diremmo “logos incarnato” di un universo a te misterioso, fatto di cose che non sai, di locali proibiti, pubblicamente disprezzati ma oscuramente desiderati; ma, soprattutto, a te interdetto. Una vita che, pur a volerlo, non sapresti vivere. «Credete a chi n’ha fatto esperimento», direbbe l’Ariosto alle prese con la pazzia di Orlando, «che questo è ‘l duol che tutti gli altri passa» (dal Furioso, XXIII, 114-115).
A siffatto tormento si può forse contraporre soltanto l’analgesico di una pregressa esperienza. Ma, per sua triste fortuna, il protagonista del libro a cui si invita, l’architetto cinquantenne Antonio Dorigo, entrava in questo amore con commovente inconsapevolezza. E fu

come se quella ragazza fosse diversa dalle solite. Come se fra loro due dovessero succedere molte altre cose […] Come se ci fosse stata una predestinazione. Come quando uno, senza alcun particolare sintomo, ha la sensazione di stare per ammalarsi, ma non sa di che cosa né il motivo[3].

La squisita esattezza di queste righe. Una predestinazione, scrive l’autore e il personaggio inizia a crederci. Un po’ come la storia di quei due che «da sempre si cercavano nell’infinito dei mondi» e «all’ultimo s’erano una buona volta incontrati»[4], come racconterà, tre anni dopo, Giuseppe Berto, in un altro grande e dimenticato romanzo.
Se è così che ci s’innamora di una donna, sarà anche così che ci s’innamorerà di una prostituta.

***

Per noi bambini negli indomiti anni Ottanta, Dino Buzzati Traverso (Belluno, 1906 – Milano, 1972) era una firma in calce a qualche novella natalizia nel sussidiario di scuola elementare[5]. Con l’adolescenza venne anche il tempo di saperlo uno scrittore a tutti gli effetti e sarebbe con ogni probabilità finita lì se qualcuno tra noi non avesse commesso il fatale giovanile errore di intraprendere l’università e scoprire che razza di narratore fosse.
Uomo di molti mestieri. Giornalista di punta, grande elzevirista, del «Corriere della sera» (I misteri d’Italia, 1978), drammaturgo (Un caso clinico, 1953; Drammatica fine di un noto musicista, 1955), fumettista (Poema a fumetti, 1969; I miracoli di Val Morel, 1971), poeta (Tre colpi alla porta, 1965), critico d’arte e pittore egli stesso.

Bàrnabo delle montagne

Bàrnabo delle montagne

Attività ancelle di quella che lo ha reso celebre sia come romanziere (aveva, per dire, esordito con Bàrnabo delle montagne, 1933, seguito dalla mirabile storia del “Vento Matteo” in Il segreto del Bosco Vecchio, del 1935) sia come autore di short stories. Nel 1958, i Sessanta racconti, antologia che comprende fulminanti pezzi di bravura sull’indecifrabilità del reale come Qualcosa era successo, I sette messaggeri, Paura alla Scala, Sette piani, Il crollo della Balinverna, Il mantello, per citare soltanto i nostri prediletti, vincono il Premio Strega, distanziando di diciassette punti nientemeno che Carlo Cassola.
È qui, forse, che il cronista letterato – o letterato proprio perché cronista, con una lunga gavetta alla “nera” – dà il meglio di sé e grazie alle sue atmosfere fantastiche, a tratti oniriche ma soprattutto asfittiche e inquietanti, come di un’entità impalpabile che t’insegue o attende dietro l’angolo, va meritandosi l’appellativo di Kafka italiano che il Nostro ha tuttavia sempre fermamente rifiutato[6].
Eppure non ci piacciono le sinossi da libro di testo, i profili biografici da quarta di copertina. Un autore va letto nella sua interezza e a citarne due titoli a caso non si capisce nulla. Dunque è per necessità di sintesi se diciamo che per noi Dino Buzzati era sostanzialmente il suo capolavoro, ineliminabile riferimento e termine di paragone irrinunciabile in ogni discorso su di lui: Il deserto dei Tartari, cronaca di una guerra imminente nell’Italia in guerra per davvero, che Rizzoli pubblicava per i suoi tipi, nel funesto giugno 1940. Esattamente nel mese delle “decisioni irrevocabili” annunciate urbi et orbi da un balcone di Piazza Venezia.

Il deserto dei Tartari 00a

Il deserto dei Tartari

Era l’epopea dell’antiepos e della solitudine, enorme metafora della vita come attesa da riempire di un nulla che si ripete di continuo. Il deserto dei Tartari, certo. La storia senza tempo del sottotenente Giovanni Drogo, aspettando un nemico che non arriva, un messaggio che non giungerà. Mai. Era il 1976 quando Giancarlo Giannini prestava la sua voce a Jacques Perrin nel film di Valerio Zurlini, in cui entrava anche un sex symbol dell’epoca come Giuliano Gemma.
Tuttavia, ci sta a cuore una considerazione. Dino Buzzati, non v’è dubbio, è stato uno scrittore famoso e premiato. Basti dire che Albert Camus, il più giovane Nobel della storia, curò l’adattamento francese di Un caso clinico (Un cas intéressant, 1955), pièce teatrale tratta dal racconto Sette piani. Ciononostante, non sapremmo stabilire se questa notorietà sia stata presto dimenticata o sproporzionata alla caratura artistica dell’uomo. Pare, in sostanza, che non sia stata goduta fino in fondo, data quasi per scontata, poco scoperta. Negli inserti culturali dei quotidiani sembra che nessuno ne parli più.
Ci domandiamo chi in una breve lista di grandi autori italiani del XX secolo metterebbe senza esitare Dino Buzzati. Noi sì, ma la critica? Quella di ieri, sicuramente no. Quella di oggi, lentamente, pare stia lavorando per colmare questa lacuna. C’è ancora molto da fare, comunque, se ancora lo ricordiamo essenzialmente per Il deserto dei Tartari. «Sono tanti», è stato scritto a ragione, «gli scrittori-cronisti-pubblicisti-redattori-inviati che faticano ad avere un peso culturale duraturo, apparendo talora “satelliti” nel nostro canone letterario»[7].
Sono temi che lasciamo volentieri agli accademici e ai buzzatiani. Qui, ci limitiamo soltanto a sottolineare come il giovane soldato in camicia nera avesse fatto i conti col Ventennio in modo del tutto privato, senza giungere alla celebrità per la via mestra del neorealismo e senza divenire “organico” alla congerie culturale dei vincitori. Questo conservatorismo all’antica gli aveva inimicato i letterati marxisti, che nel secondo dopoguerra stavano a rappresentare quasi l’intera classe degli intellettuali italiani. Fino all’accusa di reazionarismo, ovviamente[8]. Buzzati continuava, nonostante questo, a rifiutare tanto la religione dell’impegno quanto le etichette (del fantastico o del realismo magico, del surrealismo) che la critica gli affibbiava nei tentativi di catalogare la sua sfuggente poetica.

***

Ma, chiediamo ostinati: avete mai provato a mettere da parte tutto quello che sapete di Dino Buzzati, tutte le nebulose, i sentito dire e ogni reminiscenza scolastica e leggere Un amore? L’esperienza è forte, drammaticamente gradevole. Senz’altro coinvolgente. Il libro non risente dei suoi cinquantanni. Non teme le mode del presente che ragionano su “anatomie” di sentimenti e passioni. Buzzati, questo sentimento – questo ronzio continuo e inaffidabile che dice “Senti? Mento!”, lo ha dissezionato come su un tavolo autoptico, contemporaneo prima dei contemporanei.
Per incontrare di nuovo certe atmosfere bisognerà attendere il secco Una spina nel cuore di Piero Chiara (1979), l’inevitabile Eutanasia di un amore di Giorgio Saviane (1976) o sbarcare sui lidi del postumo incompiuto, ossessivo L’odore del sangue, di Goffredo Parise (1997). Stupefacente come questi titoli, ma non solo, siano debitori all’introspezione di Un amore.
In poco più di duecentocinquanta pagine, Buzzati abbraccia tutti i generi senza farsene inglobare. È un romanzo rosa senza sentimentalismi, è uno psychological novel senza lettino, è un giallo senza colpevoli, un noir senza omicidio (certe ambientazioni urbane dei primi anni Sessanta ricordano la Milano scura e alevarica di Giorgio Scerbanenco) e certamente sì, è un romanzo erotico ma senza concessioni alla pornografia.
L’opera imporrebbe almeno due passaggi. Il primo, di occhi. Il secondo – dopo aver conosciuto la nostra personalissima Laide e, come Antonio, essere strati trascinati nel gorgo di un amore torbido e fraudolento -, di stomaco. Ma, direbbe Leopardi, “del cuore in nessun modo”. Perché non c’è cuore in questa malanovella, solo sabbie mobili che tirano giù senza soccorso. La condizione di Antonio, compiaciuto del suo dolore, nuovo heautontimorumenos, è stata descritta magistralmente da Eugenio Montale:

Il tema del libro è ancora la morte, non la morte fisica bensì la morte morale, la depravazione. L’abisso chiede, reclama, un abisso sempre peggiore e non c’è alcun possibile giudice che possa decretare una sentenza […] Anche una sola lacrima di pietà avrebbe reso indecente un libro che è soltanto vero, terribilmente vero [9].

Ideato e scritto a partire dal 1959, i biografi hanno visto in S. C., donna in quel periodo frequentata da Buzzati, l’ispiratrice e la protagonista di Un amore. Del resto, scriveva l’autore nei suoi diari: «L’unica per salvarmi è scrivere. Raccontare tutto, far capire il sogno ultimo dell’uomo alla porta della vecchiaia»[10]. Chiunuque abbia avuto una minima esperienza di scrittura sa quanto ciò sia l’operazione più difficile: far capire. Scrivere di una sofferenza, da dentro la sofferenza. Quando il dolore soffoca la prospettiva, la chirurgica precisione necessaria alla narrazione. Inutile dire che Dino Buzzati ce l’ha fatta. È il momento più eccentrico, in cui la biografia dell’autore coincide meglio con l’opera, non troveremo più in tutta la sua produzione un travaso simile a Un amore.
I luoghi di tolleranza erano stati aboliti cinque anni prima da un provvedimento noto come Legge Merlin. In Italia il paravento del decoro trovava realizzazione nell’ipocrisia. Le finestre cieche delle “case chiuse” affacciavano ora in appartamenti dal cuore sotterraneo, invisibile. È subito polemica, scandalo, il “caso Buzzati”. Il biasimo della più bieca, bigotta, ma trasversale ai ceti, sessuofobia cattocomunista.
In questa Milano color antracite, città parallela di clienti e “passioni recidive”, in questi palazzoni dove ogni portineria è un casellario politico, si svolge la storia di Antonio Dorigo e della ventenne Adelaide Anfossi, detta Laide (nomen omen). L’assonanza con Taide, mitologica sgualdrina, è fin troppo evidente. Non tanto la Taide dell’Eunuco terenziano né la ruffiana dantesca quanto piuttosto la Taïs di Anatole France, che danna le virtù del monaco Pafnuzio, lo stesso che l’ha fortemente voluta santa. Ma non scomodiamo il decadentismo: Laide non diverrà mai pia, nemmeno nell’ora della maternità che giunge, forse per entrambi, come una speranza fuori tempo massimo.
Antonio incontra Laide, consuma e se ne va. Come ha fatto molte altre volte, protetto dalla discrezione della signora Ermelina e dalla tariffa che garantisce e svincola dalle emozioni. Perché Antonio non concepisce, fino ad un momento prima di vedere Laide, altro amore che quello tra madre e figlio. Ma poi ci pensa su, vuole rivederla. La rivede, infatti, e qualcosa dell’oscuro fascino di lei lo attira e respinge, finché la prima ha il soppravento sulla seconda. Antonio si lascia girare dal mulinello improvviso che la giovinetta, con maestria e scolpita indifferenza, gli ha soffiato sulla superficie piatta e organizzata della sua vita.
Si è innamorato. Di una sconosciuta totale, tranne il corpo a ventimila lire l’ora. Ed eccolo discendere i ciglioni degli inferi tra mancanza, sospetto, gelosia attiva e retroattiva e un’inutilità diffusa si spalma sopra ogni cosa a cui mette mano nella vita, se lei non c’è. Perché ormai Antonio respira solo quando la vede o sa che tra poco la rivedrà. Le sue giornate si trasformano in una pausa tra un appuntamento e l’altro. Ma sa anche che Laide non è sua né di altri; come nel capolavoro pirandelliano, la giovane escort è uno, nessuno, centomila. Sicchè la commedia delle parti si muta in una tragedia shakespeariana. Misura per misura. Fino ad offrire a Laide una sorta di stipendio mensile per non vederla scomparire, per garantirsi la sua presenza. E la donna accetta.

Ascoltiamolo, in una delle pagine più derisorie e belle della letteratura italiana:

Eppure per lui è forse l’ora decisiva della vita, ed è un inferno. Se fosse malato, se gli capitasse una digrazia, se venisse messo in carcere, parenti e amici gli porterebbero l’aiuto. In questo caso no. È proibito. Anche se è terribilmente peggio. Gettato a terra, caplestato, devastato di dentro e di fuori, abbandonato nel fango, espulso a calci dalla sala. Ciononostante non c’è pietà disponibile per lui […] Ti sei creduto di poter tornare bambino? Ci voleva altra faccia che la tua. La partita è chiusa, il conto torna. Le porte si chiudono, la solitudine, il vuoto, il deserto, i muti singhiozzi che non udrà nessuno. Eccoti in porto, stupido uomo, che ti credevi chissà cosa[11].

Antonio ha inseguito una felicità inacciuffabile perché correva sulle gambe di gazzella un’altra persona. È dannato perché, come Ulisse, ha voluto provare il folle volo, andare oltre i limiti imposti dal tempo e dalla sua natura ma soprattutto dalla sua cultura: una cultura che sta storicamente perdendo.
No, pensa Antonio, in un passo struggente del libro, «l’amore non è bastato»[12].
Infine, sarà Laide a ribellarsi alla sua stessa necessità, gridando in faccia all’uomo tu mi hai sempre trattato come una puttana. Siamo al paradosso o lei in qualche modo – il suo modo, sciatto e indolente – lo ha amato? Ecco come Un amore metteva in scena il dramma del maschio italico davanti alla libertà, sia pure grossolana e arrogante, della donna; davanti alla sua consapevolezza, alla sua autodeterminazione. Un amore, ultimo romanzo italiano prima del femminismo (e prima dei Beatles), in questo senso chiudeva davvero un’epoca.
Sappiamo che l’autore confidava a un amico l’intenzione di un finale positivo[13]. Le ultime pagine restano ambigue. Ma noi ci auguriamo di no, che lei non lo abbia mai amato perché se così non fosse vorrebbe dire che davvero ogni cosa è perduta. La tragedia, non compiendosi, si ripeterebbe per sempre.

****

Se non è in grado di replicare negli occhi il film della storia e della vita, la letteratura non serve a un bel niente. Sono passati tanti anni da quella prima lettura. Il tempo ha più volte asciugato la brina di quelle fiabesche mattine universitarie. E tanti altri ne sono passati dalla seconda, quando il sole aveva ormai bruciato ogni filo d’erba di Tor Vergata e anche noi avevamo riletto Un amore dopo aver conosciuto una Laide, specifica e qualunque. Cosa resta, alfine, per noi che lo abbiamo seguito con accorata compassione, ai limiti del cordoglio? A noi che lo abbiamo sfogliato come un album di fotografie e circostanze così dolorosamente familiari?

Nulla. Se non, forse, una spietata confessione: Antonio Dorigo, c’est moi.

DANIELE ORLANDI

 

buzzati-5

 

[1] Teodora (Costantinopoli497548) è stata un’imperatrice bizantina, moglie di Giustiniano I. La sua vita dissoluta è raccontata da Procopio di Cesarea nel libello diffamatorio Anecdota (Storia segreta).

[2] D. Buzzati, Un amore, (1963), Milano, Mondadori, 200638, p. 144.

[3] Ivi, p. 37.

[4] G. Berto, La cosa buffa, Milano, Rizzoli, 1966, p. 19.

[5] D. Buzzati, Il panettone non bastò. Scritti, racconti e fiabe natalizie, a cura di L. Viganò, Milano, Mondadori, 2004.

[6] Cfr. l’elzeviro di D. Buzzati, Le case di Kafka, in «Il corriere della sera», 31 marzo 1965, scritto direttamente a Praga, dove l’autore era stato inviato dal giornale.

[7] A. R. Daniele, Satelliti del canone letterario: la “quaestio Buzzati” e la letteratura giornalistica, in I cantieri dell’italianistica. Ricerca, didattica e organizzazione agli inizi del XXI secolo. Atti del XVII congresso dell’ADI – Associazione degli Italianisti (Roma Sapienza, 18-21 settembre 2013), a cura di B. Alfonzetti, G. Baldassarri e F. Tomasi, Roma, Adi editore, 2014, pp. 1-13.

[8] Celebre resta l’articolo di Giorgio Bocca, I rischi e i timori di un reazionario, in «Il Giorno», 21 ottobre 1971.

[9] E. Montale, «Un amore», in «Corriere della sera», 18 aprile 1963.

[10] Citato in D. Buzzati, Un amore, cit., p. XXVII.

[11] D. Buzzati, Un amore, cit., p. 240.

[12] Ivi, p. 221.

[13] Cfr., N. Giannetto, «Sono arrivato all’ultimo capitolo…»: una preziosa lettera di Dino Buzzati a Franco Mandelli a proposito di «Un amore», in «Studi buzzantiani», VI (2001).

Buzzati alpinista

Buzzati alpinista

 


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Fernando Eros Caro – In un Paese che fu creato sterminando la popolazione che già vi risiedeva, come si fa a credere che una giuria sia infallibile? Non smettete mai di sognare.

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Prigionieri dell'uomo bianco

Prigionieri dell’uomo bianco

«Il termine giusto per definire il modo in cui le scelte delle masse vengono fatte oscillare da una parte piuttosto che da un’altra è “manipolazione”. […] Dopo tutto le masse sono ingenue e credono a ciò che viene detto loro. Le loro priorità nella vita non sono fare le indagini approfondite e confrontare le cose vere. Preferiscono adagiarsi sulle argomentazioni dello stato, che dice che la legge è legge […] Poi c’è anche la tattica del “e se …”. E se la pena di morte fosse abolita, cosa accadrebbe dopo? Il sospetto nasce semplicemente dalla ignoranza delle persone! Quindi la manipolazione si limiterà a far credere falsamente che questi uomini un giorno verranno liberati. Fino a quando verrà utilizzata la tattica di istillare la paura nelle masse, si otterranno le risposte volute. […] Si può vivere, si può morire, ma nessuno dovrebbe vivere aspettando di morire».
Fernando Eros Caro

 

Non smettete mai di sognare

Non smettete mai di sognare

 

 

«La mentalità dei giurati americani sarà sempre un’incognita in un Paese che permette l’incremento dei senzatetto, l’abbandono nelle strade dei malati di mente, che sottrae il denaro all’educazione scolastica per investirlo nel prolungamento delle guerre. In un Paese che fu creato sterminando la popolazione che già vi risiedeva, come si fa a credere che una giuria sia infallibile?».

Fernando Eros Caro

 

 

 

Fernando Eros Caro

Fernando Eros Caro

FERNANDO EROS CARO CI HA LASCIATO*

Il mio fratello adottivo yaqui, Fernando Eros Caro, prigioniero da 35 anni nel braccio della morte di San Quentin, ci ha lasciato. Aveva 77 anni. Lo hanno trovato senza vita nella sua cella, il 28 gennaio. Non si sa come sia morto, al telefono il medico diceva che le sue condizioni di salute erano buone. La stranezza è che nel giro di pochi giorni è deceduto anche un altro detenuto a San Quentin. L’unica consolazione per Fernando è che adesso non dovrà più subire il degradante protocollo delle sentenze capitali. Qui una poesia che scrissi per lui nel 2007, il giorno successivo al nostro primo incontro in carcere…

***

FRATELLO NEL BRACCIO
(a mio fratello Fernando Eros Caro)

Sguardi ingabbiati
in tuguri vuoti di speranza
tombe di carne ancora sorridono
nella vergogna smarrita dell’umanità
fioriscono volti d’innocenza incompiuta.

Mi sento colpevole mille volte
per quanto non lo sia
per quanto non condivida
per quanto mi opponga in ogni modo
che ogni modo non è mai abbastanza.

Straniero in questo campo di morte
l’orizzonte chiuso di vite a perdere
gente! qui nessuno uccide o viene ucciso
soltanto burocrazia da smaltire
nell’immarcescibile banalità dell’orrore.

Ho stretto le tue mani dopo
un gelido click di manette
ci narriamo l’infinito dagli occhi
viaggiando in ogni possibile dove
passi invisibili oltre, oltre
oltre cancelli & secondini.

Un uomo a due gabbie da noi
barcolla come un grido spezzato
col suo dolore implorante dentro
gli occhiali più grandi del viso
prego lacrime nelle sue ferite.

Una bambina piange suo padre
forse per l’ultima volta
fuori di qui, al di là di questi muri
la libertà tace come un privilegio incompreso
ciascuno torna alla sua
quotidiana prigione.

ma tu, Yoeme, persona antica
tu, Saai Maso, popolo del cervo
fratello mio
tu, storia vivente
resistere da più di 500 anni
tu, davanti a me, come un’alba
non ti piegherai, non ti piegheranno
il tuo dono è il mio sogno

un saluto Yaqui da lasciare al vento
nello spirito che evade all’incubo
sul nostro abbraccio che non finisce
che non finisce
mai!

––––– Marco Cinque –––––––

(*) postato su Facebook e poi segnalato in rete.
Nella foto qui sotto Marco e Fernando insieme.

***

 

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Marco Cinque, Cha Cha (sorella di Fernando) e Farnando
nella cella delle visite del braccio della morte di San Quentin.

Saai Maso. Fratello Cervo

Saai Maso. Fratello Cervo




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Marco Cinque – FERNANDO EROS CARO CI HA LASCIATO. «Il tuo dono è il mio sogno / un saluto Yaqui da lasciare al vento».

Marco Cinque 01

«Il termine giusto per definire il modo in cui le scelte delle masse vengono fatte oscillare da una parte piuttosto che da un’altra è “manipolazione”. […] Dopo tutto le masse sono ingenue e credono a ciò che viene detto loro. Le loro priorità nella vita non sono fare le indagini approfondite e confrontare le cose vere. Preferiscono adagiarsi sulle argomentazioni dello stato, che dice che la legge è legge […] Poi c’è anche la tattica del “e se …”. E se la pena di morte fosse abolita, cosa accadrebbe dopo? Il sospetto nasce semplicemente dalla ignoranza delle persone! Quindi la manipolazione si limiterà a far credere falsamente che questi uomini un giorno verranno liberati. Fino a quando verrà utilizzata la tattica di istillare la paura nelle masse, si otterranno le risposte volute. […] Si può vivere, si può morire, ma nessuno dovrebbe vivere aspettando di morire».
Fernando Eros Caro

 

Fernando Eros Caro

Fernando Eros Caro

FERNANDO EROS CARO CI HA LASCIATO*

Il mio fratello adottivo yaqui, Fernando Eros Caro, prigioniero da 35 anni nel braccio della morte di San Quentin, ci ha lasciato. Aveva 77 anni. Lo hanno trovato senza vita nella sua cella, il 28 gennaio. Non si sa come sia morto, al telefono il medico diceva che le sue condizioni di salute erano buone. La stranezza è che nel giro di pochi giorni è deceduto anche un altro detenuto a San Quentin. L’unica consolazione per Fernando è che adesso non dovrà più subire il degradante protocollo delle sentenze capitali. Qui una poesia che scrissi per lui nel 2007, il giorno successivo al nostro primo incontro in carcere…

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FRATELLO NEL BRACCIO
(a mio fratello Fernando Eros Caro)

Sguardi ingabbiati
in tuguri vuoti di speranza
tombe di carne ancora sorridono
nella vergogna smarrita dell’umanità
fioriscono volti d’innocenza incompiuta.

Mi sento colpevole mille volte
per quanto non lo sia
per quanto non condivida
per quanto mi opponga in ogni modo
che ogni modo non è mai abbastanza.

Straniero in questo campo di morte
l’orizzonte chiuso di vite a perdere
gente! qui nessuno uccide o viene ucciso
soltanto burocrazia da smaltire
nell’immarcescibile banalità dell’orrore.

Ho stretto le tue mani dopo
un gelido click di manette
ci narriamo l’infinito dagli occhi
viaggiando in ogni possibile dove
passi invisibili oltre, oltre
oltre cancelli & secondini.

Un uomo a due gabbie da noi
barcolla come un grido spezzato
col suo dolore implorante dentro
gli occhiali più grandi del viso
prego lacrime nelle sue ferite.

Una bambina piange suo padre
forse per l’ultima volta
fuori di qui, al di là di questi muri
la libertà tace come un privilegio incompreso
ciascuno torna alla sua
quotidiana prigione.

ma tu, Yoeme, persona antica
tu, Saai Maso, popolo del cervo
fratello mio
tu, storia vivente
resistere da più di 500 anni
tu, davanti a me, come un’alba
non ti piegherai, non ti piegheranno
il tuo dono è il mio sogno

un saluto Yaqui da lasciare al vento
nello spirito che evade all’incubo
sul nostro abbraccio che non finisce
che non finisce
mai!

––––– Marco Cinque –––––––

(*) postato su Facebook e poi segnalato in rete.
Nella foto qui sotto Marco e Fernando insieme.

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Marco Cinque, Cha Cha (sorella di Fernando) e Farnando
nella cella delle visite del braccio della morte di San Quentin.


 

 

 

 

Civiltà Cannibali

Civiltà Cannibali

 

Marco Cinque, Civiltà cannibali, Edizioni Montedit, 2004.
Questo libro di Marco Cinque arriva in un momento particolare. Particolare ma preannunciato. Siamo in guerra, una guerra totale, assurda, sudicia. Ci siamo dentro tutti, armati e disarmati. Correi della catastrofe, dello sprofondamento della civiltà. E che cosa può fare un libro di poesia? I poeti possiedono le parole, ma le parole sono nude, usurate, svilite. Tuttavia, sono le parole le loro armi. Parole come pietre, come sassi, come gridi di ribellione e di speranza. Irriducibili.
La poesia non salva il mondo. Non scongiura la follia. Non ferma le guerre, gli eccidi, le mostruosità. Ma senza la poesia la tragica stupidità del mondo vincerebbe. E dunque, c’è bisogno di poesia. E c’è bisogno di poesia come questa. Le strade della poesia sono tante e tortuose e tutte hanno licenza di percorrimento. Sfuggendo alle definizioni, la poesia ci induce a prendere scorciatoie per semplificare: lirica, epica, civile (come se potesse esistere una poesia incivile). La poesia è sempre civile, intendendo per “civile” il grado di coinvolgimento, l’impegno, il mettersi in gioco, mente e cuore.
È il caso di questo libro coinvolgente, appassionante, necessario, dove le ragioni della poesia passano forse in seconda linea. L’imperativo per l’Autore è dire, è schierarsi contro ogni tipo di barbarie con la coscienza di uomo consapevole delle proprie armi e dei propri limiti. Sotto la penna vorace di Cinque scorre il mondo terribile e meraviglioso: diversi, emarginati, prigionieri in attesa della morte, bambini difficili, barboni, guerre, missili, sogni, amore, inganni e ombre rosse, tamburi e libertà, pace e stragi, e genocidi… Lui guarda col cuore e parla, scrive, suona, fotografa…
Le sue ballate sono fatte per essere dette a più voci, cantate in coro, nelle piazze. Parlano spietatamente di morte e evocano fortemente la vita, la gioia di vivere, l’innocenza, la grazia, la poesia dei bambini. Perché Marco sa che i bambini sono poeti. Non a caso i destinatari privilegiati sono proprio loro, quei bambini, che nei suoi viaggi nelle scuole Marco riesce a stupire e coinvolgere come un mago delle parole e delle meraviglie. “Da piccoli siamo tutti analfabeti e poeti. Quando diventiamo grandi impariamo a leggere e scrivere, ma spesso perdiamo la poesia”, dice Marco.
Lui, la poesia non l’ha perduta.
SignorNò

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finepenamai

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Lev Nicolaevič Tolstoj (1828-1910) – Non appena ho compreso l’essenza della ricchezza e del denaro, mi si è chiarito quanto in realtà sapevo già da molto.

Tolstoj Lev 26

 

 

Che fare, dunque

logo Fazi

 

«Non appena ho compreso l’essenza della ricchezza e del denaro, mi si è chiarito quanto in realtà sapevo già da molto, la verità che dai tempi più remoti hanno consegnato agli uomini Buddha, Isaia, Lao Tze, Socrate, e con particolare chiarezza e indiscutibilità Gesù Cristo e il suo predecessore, Giovanni Battista».

Lev Nicolaevič Tolstoj

 

«Primo: non mentire mai a se stessi,
per quanto il mio percorso esistenziale possa essere lontano
dalla via indicatami dalla ragione.

 

Secondo: rinunciare alla consapevolezza dei propri meriti e peculiarità
e riconoscere la propria fallacia.

 

Terzo: adempiere con il lavoro
all’obbligo inconfutabile del nostro vivere,
senza vergognsrsi di alcun tipo di attività svolta».

 

Lev Nicolaevič Tolstoj, Che fare dunque? Legge, archetipo e mito, traduzione di Flavia Sigona, Fazi, Roma, pp. 246, 2017.

 

 


Risvolto di copertina
Dopo essere stato a lungo a contatto con i contadini poverissimi e oppressi della campagna russa, sulla soglia dei sessant’anni Tolstoj scopre la terribile miseria metropolitana degli operai e dei senzatetto della città in cui vive d’inverno, Mosca, agli inizi del suo processo di industrializzazione. Ogni giorno, verso il tramonto, esce dalla sua bellissima villa in mezzo a un parco non lontano dal Cremlino e vaga per le strade per indagare come si vive nei quartieri popolari. Di fronte a un’umanità disperata e derelitta che si difende come può dalla fame e dal freddo, Tolstoj sente la sua ricchezza come una colpa. Non solo ha ereditato un enorme patrimonio, ma ora, dopo il successo di Guerra e pace e Anna Karenina, ogni anno guadagna un’ingente somma con i suoi libri che vengono venduti al prezzo medio-alto di diciassette rubli, denaro che proviene dalle tasche di piccolo-borghesi e studenti squattrinati. Gli capita addirittura di portare a casa qualche ragazzino indigente raccattato per strada, provocando l’ira della moglie e dei suoi figli maschi (le figlie gli sono più vicine e comprendono meglio il suo travaglio interiore). E mentre riflette su «Che fare?» si impegna in una raccolta di fondi presso i suoi amici facoltosi e si dedica allo studio dell’Economia politica, leggendo attentamente La ricchezza delle nazioni di Adam Smith. La scintilla di intelligenza divina che Tolstoj è, anche applicata all’economia, produce risultati meravigliosi.Che fare, dunque? è ancora oggi un libro di grandissima attualità, sia quando parla di problemi morali o analizza le enormi diseguaglianze sociali, sia quando si occupa della vera natura della moneta e dei meccanismi dell’economia di mercato, ma soprattutto quando insiste sulla necessità imprescindibile di una rinascita spirituale dell’Occidente e dell’Oriente.

 

Sfoglia il libro


Lev Nikolàevič Tolstòj (1828-1910) – Tutti i grandi cambiamenti cominciano e si compiono nel pensiero
Lev Tolstoj (1828-1910) – L’elevazione del lavoro a virtù è altrettanto assurda come l’innalzamento del nutrirsi dell’uomo a dignità e a virtù. nella nostra società falsamente ordinata, esso è per lo più un mezzo che uccide la sensibilità morale …
Lev Tolstoj – Che cos’è l’arte: L’arte incomincia là, dove incomincia l’appena appena
Lev Nikolàevič Tolstòj (1828-1910) – In una società dove esiste, sotto qualunque forma, lo sfruttamento o la violenza, il denaro non può assolutamente rappresentare il lavoro. La semplicità è la principale condizione della bellezza morale.
Lev Nikolàevič Tolstòj (1828-1910) – Ogni uomo reca in sé, in germe, tutte le qualità umane, e talvolta ne manifesta alcune, talvolta altre, e spesso non è affatto simile a sé, pur restando sempre unico e sempre se stesso.

 


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Costanza Fiorillo – La vera uguaglianza è la libertà di essere diversi. Il contrario di differente non è uguale, ma indifferente. Questo bisogna ricordare nel «Giorno della memoria».

Indifferenza

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Un disegno di Helga Weissova, una bambina morta a Tarezin.


Io penso che ciascuno è diverso e ha diritto di esserlo.
Togliere di libertà è un’azione crudele.
Ogni uomo ha diritto di scegliere la propria religione,
il luogo in cui vivere e la persona che vuole amare.
Anch’io sono differente, come lo sono tutti i miei amici.
Il contrario di differente
non è uguale, ma indifferente.
È quello che è successo durante la persecuzione degli ebrei,
e allora indifferenti sono stati tanti uomini.
La loro indifferenza ha permesso che quella mostruosità avvenisse.
Io credo che la vera uguaglianza sia la libertà di essere diversi.

Costanza Fiorillo,

Quinta elementare, Scuola elementare di Valdibrana, Pistoia.

27 gennaio 2017


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Albert Camus (1913-1960) – Ciò che conta è essere veri. Ogni volta che si cede alle proprie vanità, ogni volta che si pensa e si vive “per apparire”, si tradisce.

«La bellezza non fa rivoluzioni.
Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno della bellezza».
A. Camus, Homme révolté

camus-taccuini

Fra poco altre cose, e gli uomini, torneranno ad afferrarmi. Ma lasciatemi ritagliare questo minuto dalla stoffa del tempo, come altri lascerebbero un fiore fra le pagine per racchiudervi una passeggiata in cui li ha sfiorati l’amore. […]. Il libro si apre su una pagina amata. […] Posso dire […] che ciò che conta è essere umani, semplici. E invece no: ciò che conta è essere veri […]. Prendo coscienza delle potenzialità di cui sono responsabile. Ogni minuto della vita ha in sé un valore miracoloso e un volto eternamente giovane. [Gennaio 1936]

***

La vita è difficile da vivere. Non si riesce sempre ad adeguare le proprie azioni alla propria visione del mondo. […] Il mio sforzo consisterà nel portare al limite estremo questa presenza di me stesso a me stesso, nel conservarla davanti a tutti gli aspetti della mia vita – anche a costo di quella solitudine che, ora lo so, mi è tanto difficile da sopportare. Non cedere, tutto sta lì. Non consentire. Non tradire. […] Ogni volta che si cede alle proprie vanità, ogni volta che si pensa e si vive “per apparire”, si tradisce. E ogni volta è sempre la gran disgrazia di voler apparire che mi ha rimpicciolito dinanzi al vero. […] Veramente forte è colui che appare esclusivamente quando è necessario. [Febbraio 1937]

Albert Camus, Taccuini


Albert Camus (1913-1960) – Ogni autentica creazione è in realtà un regalo per il futuro.
Albert Camus (1913-1960) – Il teatro è un luogo di verità: è per me esattamente il più alto dei generi letterari e in ogni caso il più universale.
Albert Camus (1913-1960) – Invece di uccidere e morire per diventare quello che “non” siamo, dovremo vivere e lasciare vivere per creare quello che realmente siamo.
Albert Camus (1913-1960) – Perché un pensiero cambi il mondo, bisogna prima che cambi la vita di colui che l’esprime. Che cambi in esempio.

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Viola Papetti – «Animali quasi umani», testi drammatici nel segno di un simbolico espressionismo.

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Djuna Barnes

Animali quasi umani. Short Plays.
Testo originale a fronte.
Traduzione, cura e postfazione di Silvia Masotti.
Introduzione di Maura Del Serra, con uno scritto di Carmelo Rifici.
Disegni [14] e nota di accompagnamento di Cristina Gardumi.
Appendice iconografica dedicata a D. Barnes.
n copertina: Cristina Gardumi, Devil in the details, 2012
indicepresentazioneautoresintesi

 

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Djuna Barnes


«Animali quasi umani è il titolo degli Short Plays della mai dimenticata Djiuna Barnes […]. Un breve scritto di Carmelo Rifici dà il nome di “espresionismo simbolico” al gusto acerbo di questi brevi testi drammatici […]» [Leggi tutta la recensione nel PDF allegato qui sotto].

La recensione di Viola Papetti è stata pubblicata su “il manifesto”, Alias, dell’8 settembre 2013.

 

Viola Papetti,
Animali quasi umani,
testi drammatici nel segno di un simbolico espressionismo


Alcuni libri di Viola Papetti

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Viola Papetti

 

Arlecchino a Londra. La pantomima inglese 1700-1728. Studi e testi

Arlecchino a Londra. La pantomima inglese 1700-1728. Studi e testi

 

La commedia da Shakespeare a Sheridan

La commedia da Shakespeare a Sheridan

 

Le forme del teatro

Le forme del teatro

 

 

Lettere senza risposta

Lettere senza risposta

 

Il neoclassicismo

Il neoclassicismo

 

Gli straccali di Manganelli

Gli straccali di Manganelli

 

John Gay o dell'eroicomico

John Gay o dell’eroicomico


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Antonio Prete – Leggere è far respirare, insieme, l’immaginazione e il pensiero, è custodia dell’interiorità, è un ascolto silenzioso, è fare esperienza del tempo, contro la dissipazione, la distrazione, la spettacolarizzazione.

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«La lettura è un ascolto silenzioso. […] Leggere è legare lettere tra di loro, e allo stesso tempo trasformare la frase in immagine, in paesaggio, in situazione […] tutto vive dinanzi a noi mentre leggiamo. Un mondo accade. […] Leggere è fare esperienza del tempo, della sua estensione: mentre leggiamo, il tempo sembra perdere la sua prima amara qualità, che è quella di essere irreversibile, e infatti quel che è scomparso riappare, quel che più non c’è torna a vivere, e persino ciò che non è ancora accaduto, e ciò che non può mai accadere, ha una presenza, una sua vita. Quel tempo finito può essere attraversato, ci si può soffermare in una stagione, indugiare in una giornata. O in un istante. […] Si può attraversare lo spazio. La lontananza, quando leggiamo, non è schiacciata nella superficie visiva di uno schermo, dando l’illusione del qui e ora, come spesso accade con le tecniche visive della comunicazione, ma è attraversata nella sua profondità: è una lontananza che percorriamo, riempiamo di paesaggi, di oggetti, di figure. E questo perché nella lettura colui che legge non è uno spettatore, ma un soggetto attivo. Il lettore collabora con il farsi della scrittura, la scrittura vive del lettore, con il lettore, dentro i lettori. Gli antichi esegeti medievali dicevano che «la scrittura cresce con i lettori» (scriptura cum legentibus crescit). E questo accade anche quando, invece di fare scorrere le pagine con la mano, tocchiamo con una falange la superficie di un display e seguiamo con gli occhi lo scorrere di un e-book. Le forme del libro possono cambiare, anche smaterializzarsi, farsi elettroniche, fugaci, fragili, vitree, luminose, ma in questo cambiamento di forme il lettore sa che la sostanza interiore dell’ atto che è proprio della lettura non cambia: non cambia il rapporto con la risonanza interiore di quel che leggiamo. Possono tuttavia modificarsi i tempi e i modi e le forme del nostro indugiare su una pagina o su una frase, come cambia il modo di sottolineare, scrivere al margine, annotare. E questa sparizione o anche solo attenuazione è certo amara se osservata dal punto di vista della lettura intesa come collaborazione attiva al divenire di un testo. Dal rotolo di papiro al codice in pergamena alla stampa con caratteri mobili su fogli cartacei, la forma-libro ha intrattenuto con il lettore un rapporto per dir così d’equilibrio: due presenze in dialogo. Per dire di questo dialogo la miniatura prima e poi la pittura hanno molte volte raffigurato lettrici e lettori. O mostrato situazioni in cui la lettura è accadimento e sorgente di nuove azioni. […] La parola letta dà corpo e tremore al desiderio. La poesia, la narrazione, ospitano lungo il tempo e in tutte le lingue lettori e scene di letture, dischiudono da una lettura un’altra lettura, e costruiscono personaggi libreschi, nati da libri e trasformati in libro, primo tra questi don Chisciotte: e alla ricerca di un’idea o di una figura o di un’azione amate in un libro questi personaggi si avventurano nel labirinto della vita. […] E una lettrice, Ludmilla, è personaggio attivo e presenza che muove la macchina narrativa nel più metaletterario dei romanzi di Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore.

Leggere è far respirare, insieme, l’immaginazione e il pensiero. Esercizio più che mai necessario nella nostra epoca: contro la dissipazione e la distrazione. Contro la spettacolarizzazione. Il tempo del leggere è custodia dell’interiorità. O anche, persino, riscoperta della propria interiorità. Agostino racconta nelle Confessioni che quando con altri amici andava a trovare Ambrogio, era colpito dal fatto che costui se ne stesse in silenzio a leggere e non si interrompesse all’arrivo delle visite: a quel silenzio erano invitati anche gli astanti, poiché la lettura, esercizio interiore, era prima e oltre la conversazione, prima e oltre l’incontro.

Proust vedeva nel libro lo strumento offerto al lettore per scorgere quel che forse senza il libro costui non avrebbe potuto scorgere in se stesso. E andava più oltre: “In realtà, ogni lettore, quando legge, è soltanto il lettore di se stesso”, si dice in una pagina del Tempo ritrovato. Ma Barthes, il proustiano Barthes, conclude Critica e verità, del 1966, opponendo al tono assertivo e dichiarativo della critica sovrapposto alla “verità” dell’opera il rapporto di “desiderio” che è proprio del lettore: “Leggere è desiderare l’opera, è voler essere l’opera, è rifiutarsi di replicare l’opera al di fuori di ogni altra parola che non sia quella dell’opera stessa”».

Antonio Prete, Il cielo nascosto. Grammatica dell’interiorità, Bollati Boringhieri, 2016, pp. 148-151.

***

 Immagine in evidenza: Antonio Fontanesi, Solitudine, 1875, Musei Civici, Reggio Emilia.

Risvolto di copertina
Dentro di noi custodiamo un cielo nascosto, uno spazio-tempo altrettanto abissale dell'universo che ci sovrasta. Come è accaduto alla volta stellata, gli interni d'anima hanno attratto cosmografi fin dall'antichità: filosofi, scrittori, teologi e poeti hanno scrutato, contemplato, decifrato, versato in parole «fantasticanti e conoscitive» ogni transito di pensieri, ogni orbita di passioni, ogni ellissi del desiderio. Si è via via affinata una lingua per dire la mobilità dell'io e il teatro degli affetti, e si è scoperto nelle profondità della mente il punto di maggiore consonanza con il ritmo vivente del mondo. Questa pienezza di raffigurazione e il suo stesso oggetto - la vita interiore, concentrata nelle proprie fantasmagorie, ma anche persa in lontananze e silenzi siderali - rischiano oggi di smarrirsi, vittime dello spossessamento di sé indotto dalla seduzione della vicinanza virtuale e dal frastuono della comunicazione. In controtendenza rispetto ai tempi, Antonio Prete compie qui un prezioso gesto di restituzione. Mette la sua maestria di comparatista al servizio di una materia sconfinata, prelevandovi con levità figure tematiche e passaggi salienti, da Agostino a Joyce, da Montaigne a Proust a Calvino, e cedendo spesso il passo agli amatissimi Leopardi e Baudelaire. Sono tutti loro, insieme con gli artisti che nell'autoritratto hanno sfidato l'irrappresentabile, a costruire idealmente una «grammatica dell'interiorità», dove troviamo declinate le eterne forme del sentire, amorose o meditative, gioiose o dolenti, stupefatte o rammemoranti. Senza attingere a quel lessico, non potremmo neppure riconoscere ciò che ci accade dentro

 

 



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Salvatore Bravo – Aldo Capitini e la omnicrazia. L’apertura è sentire la compresenza dell’altro, sentire la propria vita fluire nell’altro, lasciarlo essere, amarlo per quello che è, liberarlo dalla paura del potere, della mercificazione.

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Il potere di tutti

La censura agisce con l’espulsione dall’orizzonte dialogico di autori disfunzionali rispetto alle logiche di potere sempre più escludenti. Non sono solo le persone ad essere espulse, rese invisibili, ridotte a merce e come tali vendute in quanto forza lavoro a basso prezzo nell’occidente, ma anche gli autori che fungono da rottura critica per il sistema vigente.
Aldo Capitini è tra gli autori scomparsi, resi invisibili dal ‘panorama culturale’ mediatico e chiassoso. L’occidente dei leaders, del potere consegnato agli uomini ed alle donne forti al comando, che chiamano con la solita fascinazione delle parole, responsabilità politica, trasparenza, efficienza della decisione. La realtà immanente ci parla invece di infeudamento del potere: leaders, longa manus dei poteri finanziari e il popolo divenuto materiale inerte nelle mani di improbabili demiurghi che in nome di interessi lobbistici sono divenuti gli esattori dei diritti sociali. Il decremento dei diritti sociali obnubilato dalla concessione dei diritti individuali. Questi ultimi divengono operativi per coloro che ne possono usufruire materialmente, per i restanti il diritto individuale è solo potenziale senza atto.
Aldo Capitini, scomparso nel 1968, contrapponeva al sistema del potere di pochi, del partito, dei molti contro le minoranze un’altra visione, un’altra prospettiva del potere. Per Capitini il potere che si struttura secondo forme escludenti, o che si autolegittima mediante l’uso della forza è ancora natura nella natura, ‘il pesce grande mangia il pesce piccolo’; affinché l’essere umano possa divenire umano deve spezzare tale meccanicismo per sostituire ad esso l’apertura. Essa è umanizzazione dei rapporti, infinita inclusione nell’amore. L’apertura è sentire la compresenza dell’altro, sentire la propria vita fluire nell’altro, lasciarlo essere, amarlo per quello che è, liberarlo dalla paura del potere, della mercificazione perché possa fiorire nelle sue potenzialità. Aristotele affermava che l’uomo dev’essere come un albero, deve fiorire, vi dev’essere il passaggio dalla potenza all’atto. Per Capitini solo l’apertura riporta gli uomini all’incontro con il ‘tu’, nell’empatia, nello scambio, la meraviglia che stimola la crescita nell’incontro. La compresenza dell’altro, è uno dei capisaldi del pensiero di Capitini: compresenza significa sguardo che incontra l’alterità e non lo distoglie, significa parola che si fa dialogo e non termina, perché l’apertura è infinita e sospende ogni forma di naturalizzazione del sistema. Il potere si naturalizza non solo nella sua intrasformabilità ideologica, ma specialmente – fa notare Capitini – nella sua pratica violenta ed escludente, nel suo omologarsi alle forze della natura. Bisogna rompere il meccanicismo dell’azione con l’apertura e la compresenza dell’altro perché la vita diventi il centro del fare politica. La Resurrezione, secondo Capitini, era il simbolo della vittoria sulla morte ovvero la chiusura della natura quale modello di adesione acritico del potere. Oggi nel sistema del selfie e delle mercificazioni, assistiamo all’operazione di trasformare l’apertura mediatica, tutto è fluido e pubblico per essere fonte di guadagno, l’altro è sempre un mezzo, ci si intristisce in una chiusura senza feritoie, se tutto passa e pare permesso, resta celata la persona, che è invisibile mentre tutto sembra controllato dallo sguardo del nuovo potere disciplinare, del nuovo Panopticon. La persona non dev’esserci, perché dove c’è l’umano c’è il tu che nel logos dell’incontro è una variabile che può scomporre i poteri. Il tu è censurato, alienato dalle logiche permissiviste che, in cambio del tutto lecito, vogliono l’abbandono della speranza, dell’uscire fuori da sé per entrare in una nuova vita. Alla chiusura attuale, di questi anni, una cortina di cemento sembra il nostro futuro, si contrappone l’apertura, la compresenza che divengono omnicrazia .. [Leggi tutto nel PDF]

Salvatore Bravo


Aldo Capitini e la omnicrazia

 


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Nell’agosto 1968, due mesi prima dell’operazione chirurgica che ne provocherà la morte il 19 ottobre, Capitini affida allo scritto autobiografico Attraverso due terzi del secolo la sintetica ricostruzione del suo percorso esistenziale, intellettuale e politico. Tra la primavera e l’estate dello stesso anno ha tentato una sintesi del suo pensiero politico nello scritto Omnicrazia: il potere di tutti, riproponendosi di lavorarci ulteriormente dopo l’operazione; non potrà farlo, ma lascerà un testo tutt’altro che incompiuto che è il risultato di un’esperienza quasi quarantennale di elaborazione teorica e di organizzazione politica, dall’antifascismo «liberalsocialista» degli anni trenta agli esperimenti di democrazia dal basso nell’immediato dopoguerra, alla decostruzione dell’ideologia cattolica, alla «rivoluzione nonviolenta» negli anni cinquanta, alla teorizzazione della «compresenza», della democrazia diretta e dell’«omnicrazia» negli anni sessanta.

I temi di Capitini, rimossi e deformati già nell’immediato dopoguerra, sono oggi attuali, da conoscere, da studiare e da sviluppare. Sono da riprendere le sue ricerche sulla «complessità» della realtà, sulla «compresenza» delle molte dimensioni del reale (il presente e il passato, la vita e la morte) in ogni singola esistenza; i suoi esperimenti di «nuova socialità» per una società di massimo socialismo e massima libertà, oltre le derive stataliste-staliniste e le imposture liberal-proprietarie; la sua puntuale polemica anticattolica per liberare la dimensione spirituale-mentale dai poteri confessionali; la sua prospettiva del «potere di tutti» come orientamento politico per il presente, contro i poteri oligarchici, politici, economici e culturali.


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Pubblicati nel 1937 presso l’editore Laterza per interessamento di Benedetto Croce, gli Elementi di un’esperienza religiosa di Capitini sfuggirono alla censura fascista per un fatto assai significativo: essendo per il regime la religione naturalmente conservatrice – e certo tale era la religione cattolica -, nulla v’era da temere da un libro che parlasse di religione. Il libro di Capitini esprimeva, invece, una visione del mondo radicalmente antifascista. Partendo da una persuasione liberamente religiosa, né cattolica né cristiana, Capitini affermava i valori della nonviolenza, della nonmenzogna, della responsabilità, del “farsi centro” in un momento storico che vedeva il trionfo della violenza e dell’assenza di scrupoli.

Gli Elementi, prima opera filosofica di Capitini, sono il punto di partenza ideale per studiare la complessa filosofia di uno dei teorici più rigorosi e profondi della nonviolenza.

 

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Luis Buñuel (1900-1983) – Bisogna incominciare a perdere la memoria, anche solo a pezzi e bocconi, per rendersi conto che è proprio questa memoria a fare la nostra vita. Una vita senza memoria non sarebbe una vita, così come un’intelligenza senza possibilità di esprimersi non sarebbe un’intelligenza. La nostra memoria è la nostra coerenza, la ragione, l’azione, il sentimento. Senza di lei, siamo niente.

Luis Buñuel 01
dei miei sospiri estremi, edizione se, milano, 1991

Dei miei sospiri estremi

«Negli ultimi dieci anni di vita, mia madre perse a poco a poco la memoria. Quando andavo a trovarla, a Saragozza, dove abitava con i miei fratelli, ci capitava di darle una rivista che lei sfogliava minuziosamente dalla prima all’ultima pagina. Dopo di che gliela riprendevamo per dargliene un’altra, che in realtà era la stessa. Ricominciava a sfogliarla con la medesima cura.
Arrivò a non riconoscere più i figli, a non sapere più chi eravamo, chi era. Entravo, la baciavo, passavo un po’ di tempo con lei – la salute fisica restava intatta, era anzi piuttosto agile per la sua età – poi uscivo, rientravo subito dopo, e mi accoglieva con lo stesso sorriso, mi pregava di accomodarmi, come se mi vedesse per la prima volta. Del resto, non ricordava neanche più il nome.
In collegio, a Saragozza, ero in grado di recitare a memoria l’elenco dei re visigoti spagnoli, superfici e popolazioni di tutti gli stati europei, e molte altre futilità. Questo genere di memoria meccanica è generalmente disprezzato nei collegi. In Spagna questo tipo di allievo si chiama memorion. Ed io, memorion com’ero, ero bersagliato da sarcasmi per quelle esibizioni mediocri.
A mano a mano, col passar degli anni, questa memoria un tempo così disdegnata ci diventa preziosa nella vita. I ricordi si accumulano a nostra insaputa e un giorno, all’improvviso, cerchiamo inutilmente il nome di un amico, di un parente. Lo abbiamo dimenticato. Può capitarci di diventare furiosi, alla vana ricerca di una parola che conoscevamo, che abbiamo sulla punta della lingua, e che si ostina a non ritornare.
Con questa dimenticanza, e le altre che non tarderanno a farsi avanti, incominciamo a capire e ad ammettere l’importanza della memoria. L’amnesia – di cui, per quanto mi riguarda, ho incominciato a soffrire verso i settant’anni – inizia con i nomi propri e i ricordi più vicini: dove ho messo l’accendino, cinque minuti fa? Cosa volevo dire avventurandomi in questa frase? È l’amnesia anterograda, cui segue quella antero-retrograda che si riferisce agli avvenimenti degli ultimi mesi, degli ultimi anni: come si chiamava il mio albergo, quando sono andato a Madrid, nel maggio 1980? E il titolo di quel libro che mi ha tanto interessato, sei mesi fa? Non ricordo più, cerco a lungo, invano. E finalmente arriva l’amnesia retrograda che può cancellare una vita intera, com’è accaduto a mia madre.
Quanto a me, non ho ancora subito i colpi di questa terza forma di amnesia. Del mio passato remoto, dell’infanzia, della giovinezza, serbo ancora ricordi molteplici e precisi, così come una gran quantità di volti e di nomi. Se mi capita di dimenticarne uno, non mi preoccupo troppo. So che tornerà improvvisamente, per uno dei molti capricci dell’incoscio, che lavora instancabile nell’ombra.
In compenso mi capita di avvertire una grande preoccupazione, angoscia direi, quando non riesco a ricordare un avvenimento recente, che ho vissuto, oppure il nome di una persona incontrata negli ultimi mesi, e perfino di una cosa. D’un tratto la mia personalità si sgretola, si sfascia. Non mi riesce di pensare ad altro, eppure tutti i miei sforzi, le mie ire sono inutili. Che sia l’inizio di una scomparsa totale? Sensazione tremenda, dover usare una metafora per dire “tavolo”. E oltre ogni limite, l’angoscia peggiore: esser vivo, ma non riconoscere più, non sapere chi sei.
Bisogna incominciare a perdere la memoria, anche solo a pezzi e bocconi, per rendersi conto che è proprio questa memoria a fare la nostra vita. Una vita senza memoria non sarebbe una vita, così come un’intelligenza senza possibilità di esprimersi non sarebbe un’intelligenza. La nostra memoria è la nostra coerenza, la ragione, l’azione, il sentimento. Senza di lei, siamo niente.
Ho immaginato spesso d’inserire in un film una scena con un uomo che cerchi di raccontare una storia a un amico. Ma dimentica una parola su quattro, parole generalmente molto semplici, come “automobile”, “via”, “poliziotto”.Farfuglia, esita, gesticola, cerca degli equivalenti patetici, fino a quando l’amico irritatissimo lo schiaffeggia e se ne va. Mi capita anche, per difendermi ridendo dalle crisi di panico, di raccontare l’aneddoto del tizio che va da uno psichiatra e lamenta disturbi della memoria, lacune. Lo psichiatra gli fa un paio di domande formali, poi gli dice:
“E allora? Queste lacune?”.
“Quali lacune?” risponde l’altro.
Indispensabile e onnipotente, la memoria è anche fragile e minacciata. Minacciata non solo dalla dimenticanza, sua vecchia nemica, ma anche dai ricordi fasulli che la sommergono, e l’invadono ogni giorno di più. Un esempio: ho raccontato per anni agli amici (e in questo libro lo cito) il matrimonio di Paul Nizam, brillante intellettuale marxista degli anni Trenta. Rivedevo chiaramente la chiesa di Saint-Germain-des-Prés, il pubblico di cui facevo parte, l’altare, il prete, Jean-Paul Sartre testimone dello sposo. Un giorno, l’anno scorso, mi dissi improvvisamente: ma è impossibile! Paul Nizam, marzista convinto, e sua moglie che apparteneva a una famiglia di agnostici, non si sarebbero mai sposati in chiesa! Una cosa assolutamente impensabile. Avevo quindi trasformato un ricordo? Si trattava di un ricordo inventato? Di una confessione? Ho rivestito di un ambiente familiare, chiesastico una scena soltanto orecchiata? Non lo so, non sono mai riuscito capire.
La memoria è perennemente invasa dall’immaginazione e dalle fantasticherie, e poiché esiste una tentazione di credere nella realtà dell’immaginario, finiamo col fare delle nostre menzogne verità. Il che del resto ha un’importanza molto relativa, dato che sono anch’esse cose vissute, e personali.
In questo libro semibiografico, nel quale mi capiterà di perdermi come in un romanzo picaresco, di abbandonarmi al fascino irresistibile del racconto inaspettato, forse, malgrado la mia vigilanza, continuerà a sussistere qualche ricordo fasullo. Ma la cosa ha veramente poca importanza, ripeto. Sono fatto dei miei errori e dei miei dubbi, come delle mie certezze. Non essendo uno storico, non mi sono aiutato con appunti né libri e il ritratto proposto è comunque il mio, con tutte le mie affermazioni, esitazioni, lacune, con le mie verità e le mie bugie, in una parola: la mia memoria».


Luis Buñuel, Dei miei sospiri estremi, SE, Milano, 1991, traduzione di Dianela Selvatico Estense.


Dei miei sospiri estremi copia

Luis Buñuel Portolés nacque a Calanda (vicino Saragozza, in Aragona) il 22 febbraio 1900  e ci lasciò il 29 luglio 1983 a Città del Messico. Scrisse questo libro già ottantenne con il suo fido sceneggiatore Jean-Claude Carrière. Il titolo originale è: Mon derniere soupir. Il libro fu pubblicato nel 1982 da Edition Robert Laffont, S.A. di Parigi e tradotto in Italia, a Milano, da SE nel 1991. La mia copia è la prima edizione (dubito che ce ne sia stata una seconda). Sono 280 pp. e costava la bella cifra di 38.000 lire. In copertina c’è il particolare di un quadro del 1904 di Dalì (La persistenza della memoria), la IV di copertina è realizzata con una fotografia di Man Ray che ritrae il regista nel 1929. E’ un libro che ho appena riletto: semplicemente strepitoso. Strepitoso come la sua vita: gli amici intimi di questo artista impareggiabile erano personaggi come Lorca, Dalì, Tanguy, Picasso, Man Ray …

Vincenzo Reda

Luis Bunuel ritratto d Man Ray

Luis Buñuel ritratto da Man Ray

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