Salvatore Bravo – Ripensare Marx. Costanzo Preve ha testimoniato un altro Marx, un Marx liberato dalle incrostazioni del potere che ne hanno deturpato il volto filosofico.

Costanzo Preve, Il marxismo e la tradizione culturale europea. Seconda edizione, riveduta e corretta.
ISBN 978-88-7588-327-0, 2021, pp. 304, formato 140×210 mm., Euro 25 – Collana “Divergenze” [76]. In copertina: R. Magritte, Il liberatore, 1947, olio su tela, Los Angeles County Museum of Art.



Salvatore Bravo

Ripensare Marx. Costanzo Preve ha testimoniato un altro Marx, un Marx liberato dalle incrostazioni del potere che ne hanno deturpato il volto filosofico.

 

Ripensare Marx, mentre l’occidente brucia tra guerre e conflitti sociali sommersi, è operazione archeologica e di immersione e emersione, poiché è necessario sfidare, in primis, l’impotenza politica organizzata e pianificata dal sistema, e in secundis, gli strati archeologici che hanno obliato Marx e il comunismo fino a sospingerli verso una marginalità culturale circonfusa da pregiudizi e miti. La sinistra italiana omologata al capitale lo ha rimosso completamente, anzi, dinanzi al nome di “Marx” essa distoglie lo sguardo e guarda verso il presente aziendalizzato unico suo orizzonte. In questo clima di respingimento e di voluto silenzio tornare a Marx significa attraversare una folta stratificazione di letture e di interpretazioni nella quale il filosofo di Treviri è scomparso o si mostra in modo assai parziale. Gli usi ideologici del pensiero di Marx lo hanno reso un illustre sconosciuto. Le componenti sociali e istituzionali che lo hanno utilizzato puntualmente ne hanno valorizzato tratti organici ai loro bisogni ideologici rimuovendo il senso perennemente rivoluzionario del pensatore. Marx studiò e denunciò non solo la logica padronale e sfruttatrice del potere con i correlati processi di alienazione, ma analizzò i le modalità di riproduzione del capitalismo nelle sue componente strutturali e sovrastrutturali, pertanto il suo fine era insegnare la critica e la prassi. Certo innumerevoli sono le possibilità poste in campo dal filosofo, ma vi sono costanti che rendono il pensatore coerente testimone della lotta politica contro i poteri. Ritornare a Marx, senza mitizzazioni, significa dunque pensare le stratificazioni nelle quali e tra le quali il pensatore si è obliato per essere trasformato in uno strumento per giustificare cricche di potere accademiche e politiche. Per noi che viviamo fuori da tali istituzioni e da ciò che ne resta, forse, sotto questo aspetto il compito è più semplice, poiché non ci sono pedaggi da pagare per uscire dalle “interpretazioni scolpite nella pietra” dei padroni del pensiero. Tale prassi critica è tanto più necessaria, se si valuta olisticamente il nostro tragico presente. Necessitiamo di alternative e in tale orizzonte il ritorno a Marx, quale classico della filosofia e della politica, è uno dei capisaldi con cui ipotizzare l’esodo dalle strettoie dell’ordinario clima di guerra in cui siamo caduti. Siamo in una strettoia nella quale vige l’immobilità e il terrore, naturalmente il potere prolifera sull’inquietudine e sulle paure disperate dei sudditi. L’immobilità è impotenza che si nutre del timore panico del presente a cui si risponde con processi indotti di omologazione irriflessa ad una realtà sociale che non conosce che sfruttamento, manipolazione e violenza generalizzata. Per uscire da tale stato è necessario pensare il presente per riaprire il futuro con le sue potenzialità creative e creanti. Quali sono dunque le stratificazioni da attraversare per tornare a Marx? Costanzo Preve le ha elencate, studiate e vissute. Egli ha testimoniato un altro Marx, non il suo personale, ma un Marx liberato dalle incrostazioni del potere che ne hanno deturpato il volto filosofico.

 

 Marxismi

Il primo strato è dato dal marxismo degli ignoranti (MI). Marx è stato spesso usato in conversazioni ordinarie e ufficiali senza contezza e verifica di quanto si affermasse. Tra il 1960 e il 1980 circa la cultura marxista e, non marxiana, era prevalente e non era difficile ascoltare vaghi riferimenti che puntualmente erano ripetuti come fossero slogan, ma Marx restava sconosciuto. In tale contesto gli ignoranti peggiori, in quanto avrebbero dovuto per ruolo e responsabilità sociale, palesare gli usi impropri di Marx e il suo fondersi e confondersi con il marxismo, sono stati gli accademici. Gli oratores non hanno mai la funzione di verificare l’attendibilità delle informazioni e delle interpretazioni, ma mollemente “dicono, affermano e ripetono” ciò che i bellatores vogliono che si dica in un determinato momento storico in funzione degli interessi di “cricca”. Costanzo Preve lo ribadisce a chiare lettere, secondo il suo stile radicale e vero, ci sono stati accademici che ignoravano i processi di coerentizzazione del pensiero di Marx, pertanto spesso il Marx degli accademici era il Marx sistematizzato da Kautsk ed Engels. Ancora oggi i manuali di filosofia riportano in modo pedissequo la ricostruzione coerentizzata con i suoi inevitabili corallari di “dittatura del proletariato” e di “Marx esperto di economia”:

 

«Il Marxismo degli Ignoranti (MI) è la prima tipologia che deve purtroppo essere presa in considerazione. Intendiamoci, non voglio affatto sostenere che per discutere di filosofia marxista ci vuole una laurea alla Sorbona e per discutere di economia marxista ci vuole un master a Cambridge. Al contrario, penso che le grandi concezioni del mondo filosofiche, politiche e religiose siano come le partite di calcio ed i pettegolezzi sui potenti, e tutti possono liberamente dire che cosa gli passa per la testa. Nel caso del marxismo, però, a causa della (largamente illusoria ed equivoca) vicinanza con l’identità politica di “sinistra” e l’identità ideologica socialista e comunista, anche gli analfabeti più recidivi si sentono in diritto di “sparare” le prime cose che gli vengono in testa. So bene che per molti dilettanti Darwin e Freud si riducono a due imbecilli che sostengono rispettivamente che l’uomo discende dalle scimmie e che solo il sesso spiega tutto, e nello stesso tempo mi sembra di poter dire cautamente che, nonostante entrambe le affermazioni siano errate, colgono pur sempre alcuni vaghi elementi del problema. Ma con Marx non è così. Chiunque si sente abilitato a dare aria ai denti. Ho conosciuto professori universitari di filosofia e di scienze sociali che ignoravano che il cosiddetto “marxismo”, costruito e sistematizzato nel ventennio 1875-1895, era stato opera di Engels e di Kautsky, e non di Marx».[1]

Il marxismo dei politici (MP) in Italia è stato particolarmente vivo e presente. Il PD ha rimosso Marx e i suoi dirigenti analfabeti nello spirito e adattati al sistema non osano pronunciare il suo nome. Negli anni della Guerra fredda vi è stato un marxismo di sistema e organico agli apparati dirigenziali del PCI. Il grande limite era in un Marx interpretato secondo i voleri dei dirigenti e conforme al difficile periodo storico. Anche in questo caso Marx è scomparso ed è evaporato tra interpretazioni e manipolazioni funzionali a trasformare Marx in uno strumento ideologico che giustificasse la democrazia progressiva e la lotta per l’egemonia culturale. Il pensatore di Treviri con la sua complessità radicale è rimasto sostanzialmente uno sconosciuto ai milioni di tesserati e simpatizzanti del PCI che lo conoscevano in modo mediato attraverso le letture calate dall’alto, ovvero dall’Empireo degli apparati di partito:

«Il Marxismo dei Politici (MP) è stato in Italia dopo il 1945 il marxismo degli apparati di partito (PCI, poi PDS, poi DS ed in futuro forse PD, partito democratico), e degli apparati ideologici editoriali ed universitari ad essi collegati. Si è trattato di una “ideologia amministrata” ferreamente sulla base di bronzee compatibilità decise dall’alto, ed il pensiero di Marx può essere tutto, all’infuori di un sistema ideologico amministrato da un ceto di politici professionali che si orientano in base a rapporti di forza di tipo parlamentare. Con questo non intendo dire che la linea del PCI di Togliatti e di Berlinguer fosse “errata”, e ci volesse invece o una linea estremistica di guerra civile oppure una “conversione” fin dal 1956 ad una socialdemocrazia pienamente integrata negli apparati della NATO, con rottura aperta con l’allora ancora esistente movimento comunista internazionale. So bene che questo duplice e complementare chiacchiericcio ha dato luogo ad alluvionali pamphlets, ma questo è avvenuto nella mia più completa ed ostentata indifferenza. Per una forza come il PCI, nell’Italia dopo il 1945, e tenendo conto dei rapporti geopolitici, sociali e militari in Europa, la linea della “guerra di posizione” e della “conquista delle casematte” per formare un “blocco storico” capace di ottenere una “egemonia” nella “società civile”, linea che a partire dagli anni ottanta ha mostrato la sua grottesca debolezza strategica (ma solo con il facile “senno del poi”), era invece del tutto plausibile e realistica se non obbligata, e tutti i richiami estremistici al “momento buono”, alla “resistenza rossa”, eccetera, non hanno mai avuto nessuna plausibilità politica e tantomeno superiorità etica (e pensiamo al posteriore terrorismo, che non merita alcuna giustificazione e neppure alcuna “contestualizzazione”)».[2]

Nella lettura delle stratificazioni il Marx dei sindacalisti (MS) è il più nobile, poiché è il Marx delle lotte operaie e della resistenza allo sfruttamento. Non una resistenza passiva, ma capace di limitare il dissanguamento capitalistico e di strappare leggi e condizioni lavorative degne e umane per la classe operaia ed affini. Oggi il realismo dei Sindacati piace al potere, in quanto hanno rinunciato a Marx e al comunismo per il compromesso nel quale proletari, precari e ceti medi sono oggetto di uno strozzinaggio senza pietà alcuna. Ciò malgrado il Marx dei Sindacati non attualizzava pienamente Marx, poiché il pensatore di Treviri investiva con la sua critica interale il sistema nella sua ferale completezza e il fine era l’emancipazione dei sussunti tutti. I proletari avevano il compito di liberare l’umanità tutta dai processi di alienazione. La parzialità del Marx dei Sindacati non coglie il messaggio universale del comunismo, il quale non promette la liberazione dalle spire del modo di produzione capitalistico solo agli sfruttati ma a tutta l’umanità. Le classi medie benestanti e gli alti borghesi possono ritrovarsi in Marx e attraverso la sua postura veritativa e riconoscere, dunque, i processi di alienazione e di dominio in cui sono implicati con le conseguenze che si possono ipotizzare: depressione, nevrosi e malessere generale. Marx è la voce del proletariato capace di parlare all’umanità che ha disperso la sua natura generica tra i processi di mercificazione:

«Il Marxismo dei Sindacalisti (MS) e delle lotte operaie di fabbrica è certo leggermente più “nobile” di quello precedente, ma non per questo bisogna pensare che abbia un vero e proprio rapporto organico di continuità e di contiguità con le intenzioni originali di Karl Marx. Non nego ovviamente la centralità che anche nel pensiero originale di Marx ha il problema dello sfruttamento capitalistico, e più esattamente della estorsione del plusvalore assoluto e/o relativo. Il cuore della teoria dello sfruttamento capitalistico in Marx sta proprio nell’avere scoperto che, dietro l’apparenza dello scambio “equo” fra forza-lavoro e capitale, ci stava in realtà un processo “iniquo” per cui il valore d’uso della forza-lavoro, essendo maggiore del valore di scambio del suo salario, produceva una “eccedenza” di valore che veniva poi incorporata come profitto d’impresa. E tuttavia il pensiero di Marx non è il pensiero del punto di vista unilaterale della classe operaia di fabbrica vittima dello sfruttamento, ma è un pensiero di origine integralmente idealistico-hegeliana della totalità olisticamente intesa del modo di produzione capitalistico nel suo complesso (come peraltro Lenin comprese correttamente, partendo peraltro da questa corretta constatazione per dedurne la sua sia pur contestabile teoria e pratica del partito bolscevico russo)».[3]

In ultimo il Marx degli psicologi (MPAS), il peggiore di tutti, che riduce Marx a processi sociologici con cui giustificare tutto e favorire i processi di deresponsabilizzazione sociale con cui si sostiene il “sistema”. Se colpevole è il sistema, se l’essere umano è solo il prodotto di processi sociali, la soggettività è solo l’effetto di condizioni ambientali. Pensiero, concetto e prassi sono così espulsi da ogni visuale e il soggetto mutilo di sé ripara sotto l’ala protettrice degli psicologi che insegnano la dipendenza e a contenere i sintomi del “male”, pertanto ci si adatta e la prassi politica è rifiutata. La psicologia insegna la fatalità del sistema, per cui il soggetto deve cambiare se stesso e non certo la struttura economica e la sovrastruttura. La coscienza di classe e il conflitto di classe sono sostituiti da una seduta rassicurante dallo psicologo e dall’intervento degli assistenti sociali:

«Resta per ultimo il Marxismo degli Psicologi e degli Assistenti Sociali (MPAS). Mi rendo perfettamente conto che di tutti è il più ridicolo, ma anche gli antichi greci dopo la tragedia e la commedia mettevano in scena il dramma satiresco. Motto di questo curioso “marxismo” non era il famoso detto di Marx “Proletari di Tutto Il Mondo, Unitevi!”, ma il detto assistenziale e “buonista” che suonava più o meno così: “Il singolo non ha colpa di nulla, la colpa di tutto è della società”. Hai ucciso la nonna per portarle via i risparmi dal salvadanaio e comprare una dose di eroina? La colpa è sicuramente della società! A scuola non leggi una sola pagina, rompi le scatole a compagni ed insegnanti e leggi solo giornalini porno? La colpa è sicuramente della società! Eccetera, eccetera. Il conoscitore, anche superficiale, della storia della filosofia occidentale, ci vedrà qui sicuramente un’influenza, sia pure semplificata e degradata, di Rousseau e non certo di Marx. Ma il centro del problema non sta qui. Il fatto è, invece, che per “marxismo”, in Italia, al di fuori di ristrettissime nicchie catacombali di maniaci filologi marxiani conoscitori del tedesco, si è inteso per più di mezzo secolo questa oscena mescolanza di MI, MP, MS e MPAS».[4]

 

 Marx e noi

Oggi Marx è preso nella rete dei residui delle passate interpretazioni ideologiche e da una assenza inquietante. Marxismo e Marx si sono obliati tra i marosi del liberismo e delle metamorfosi delle sinistre di governo. Le sinistre lo temono e lo trattano come un cane morto da neutralizzare con dosi continue di “diritti individuali e di patriarcato”. Eppure nel tempo della precarizzazione e della sudditanza assoluta Marx è lo spettro benefico di cui necessitiamo per riportare la storia nella direzione dell’emancipazione. Ritornare a Marx con discernimento politico significa riorientarsi verso il socialismo e il comunismo nella piena consapevolezza che il futuro è da ripensare, ma a tal fine si deve far piazza pulita delle oligarchie oranti che hanno usato Marx come puntello per strategie di potere con la fusione indifferenziato di Marx nel marxismo. Ritornare a Marx, approssimarsi al pensatore di Treviri andando alle fonti è esercizio ermeneutico e politico, in quanto insegna l’autonomia e la partecipazione reale e razionale a ridisegnare il futuro del socialismo e del comunismo:

«Oggi il marxismo è un vero e proprio convitato di pietra nell’ambiente intellettuale europeo. Anzi, volendo usare un’espressione più colloquiale e meno gravida di echi letterari, il marxismo assomiglia ad un ospite non invitato cui la padrona di casa per non fare scene apre bensì la porta, ma accompagnando questo gesto con un’occhiataccia, e poi ostenta con lui la più sovrana indifferenza per tutto il resto della serata. Il Circo Mediatico Unificato delle pagine culturali (?) dei giornali, cui da tempo gli intellettuali accademizzati hanno delegato la diffusione del profilo culturale complessivo del continente, lo considera ormai con disprezzo come un “cane morto” (espressione usata in Germania a metà ottocento per indicare Hegel, che alla prova del tempo si è poi dimostrato non un cane morto ma un cavallo ben vivo e rampante), e non fa neppure più posto alle recensioni dei pochi libri che continuano ad uscire sulla discussione marxista. La cultura universitaria, che nel ventennio 1960-1980 si era gettata in Europa sul marxismo con l’ingordigia di un Trimalcione di fronte ad un vassoio di prelibatezze, gli ha voltato le spalle, per motivi anche strutturali e non tutti opportunistici (e vi ritornerò a proposito del Postmoderno alla fine del secondo capitolo), ma sta di fatto che gli ha voltato le spalle. La sociologia non è più classista, ma oscilla fra il nuovo “integrazionismo” e le attuali forme di “conflittualismo”. L’economia sta ancora effettuando (o più esattamente, l’ha già effettuata) la virata della sua nave ammiraglia dal vecchio keynesismo al nuovo neoliberismo globalizzato totale, e le stesse vecchie discussioni del tempo di Joan Robinson e di Piero Sraffa sui rapporti fra Marx, da un lato, e Smith, Ricardo e Keynes, dall’altro, fanno parte ormai dell’archeologia della storia delle dottrine economiche. In filosofia, il vecchio interesse verso il marxismo ed i suoi “incroci” con le altre correnti filosofiche europee (cui dedicherò l’intero secondo capitolo) si è prima affievolito e poi decisamente dissolto verso la fine degli anni ottanta del secolo scorso (in “tempo reale”, peraltro, con la tragicomica dissoluzione del comunismo storico novecentesco 1917-1991), in direzione o di una generalizzata adozione dei metodi e dei contenuti della cosiddetta “filosofia analitica” (ciò che c’è di più incompatibile non solo con Hegel e Marx, ma – aggiungo io – con l’intero patrimonio storico di duemila anni di filosofia europea), oppure, ma è lo stesso, in una direzione cosiddetta “postmetafisica” che coniuga mescolandoli in modo eclettico elementi tratti dal pensiero di alcune new entries tipo Rawls, Habermas e Rorty, new entries che possono sembrare gastronomicamente buone solo a chi non ha conosciuto le tanto migliori ricette della generazione precedente dei cuochi, tipo Bloch, Lukács, Adorno, Horkheimer, Marcuse, eccetera. Ma è soprattutto il nuovo ceto politici».[5]

 

 Riportare Marx nella pubblica discussione

Per riportare la storia verso la direzione dell’emancipazione nel nostro tempo ci si deve confrontare con il “Marx degli indifferenti”. Negli ambienti accademici e nei licei il “Marx marxista” è ancora studiato, ma non provoca interesse ed è guardato e vissuto come un residuo di un tempo ormai trascorso. Nelle nuove generazioni la fine del mondo per collasso ambientale è più probabile che ipotizzare la fine del modo di produzione capitalistico. L’indifferenza dei nichilisti addestrati all’ordine delle mercificazioni fatali è lo strato archeologico più coriaceo da attraversare. Sono indifferenti a Marx, a Cristo e a Socrate. Di questo bisogna prendere atto per riprendere il “sentiero interrotto” che conduce verso l’esodo. Il primo passo è ricominciare da Marx e portarlo con la sua vitalità critica e progettuale nel deserto degli indifferenti e dei disperati. L’essere umano ha energie e capacità di azione e reazione che ci possono sorprendere tanto più che il capitalismo sta mostrando senza filtri e senza mediazioni la sua essenza distruttrice e diabolica. In un articolo del 1988 Costanzo Preve ci indica la via per riportare Marx nella pubblica discussione:

«Essere marxisti oggi, significa soprattutto spiegare il marxismo alla gente comune, nel modo più semplice possibile. La semplicità, naturalmente, non ha nulla a che vedere con la semplificazione. Fra le due nozioni, vi è la differenza che c’è fra loro e il piombo. Negli anni Cinquanta e Sessanta, in condizioni assai migliori delle attuali, il marxismo semplificato portò a far ritenere come sbocco “di sinistra” il modo nuovo di fare l’automobile, l’industrializzazione della piana di Gioia Tauro, la ricostruzione estremistica di partitini settari. Negli anni Settanta, in condizioni comunque migliori delle attuali, il marxismo semplificato non seppe resistere e crollò di schianto di fronte alle teorie della cosiddetta ‘“complessità” (cioè della opacizzazione della società a sé stessa travestita da presa di coscienza virtuosa), del differenzialismo postmoderno, e della “sinistra europea” integrata nel capitalismo delle multinazionali. Essere marxisti oggi significa spiegare che tutto questo fu dovuto anche e soprattutto ad errori umani, e non stava affatto già scritto nella volontà divina».[6]

Un Marx accessibile e profondo liberato dalla prosopopea paludata degli accademici, questo è il compito che uomini e donne di buona volontà devono porsi. Il “Marx marxista” delle oligarchie ha favorito la reazione, in quanto il pensiero comunista è stato lungamente associato ai “padroni di sinistra” che utilizzavano il linguaggio degli specialisti inaccessibile alla gente comune. Questo errore è stato pagato, ora è il tempo di ripensare Marx e di renderlo patrimonio comune. I testi ostici e dove sorgono difficoltà interpretative, anziché scegliere il percorso elitario dei pochi unti capaci di ardimentose interpretazioni bisognerà scegliere la pubblica discussione e dialettica in modo da non restare distanti e isolati nelle “stanze dei sapienti” distanti dai popoli. Facciamo nostre le conclusione di Costanzo Preve, sta a noi cogliere il messaggio del suo saggio e a renderlo “nuovo”. La storia è mossa dagli uomini nella loro materialità-spirituale, ma a tal fine non dobbiamo cadere nell’eterna e quasi ridicola contrapposizione fascisti-antifascisti, solo in tal maniera possiamo rientrare nella storia con la chiarezza che il nemico è il capitalismo e che bisogna limare i concetti e le pratiche politiche sul nemico reale e non certo sulle fantasie che il dominio benedice e avvalla per morivi ovvi:

«Questo saggio è pur sempre un messaggio in bottiglia di un membro della generazione “perduta” del 1968. E dico “perduta” perché si è persa, in parte non per sua esclusiva responsabilità, in una modernizzazione post-borghese ed ultra-capitalistica che non poteva capire per carenza di categorie concettuali adeguate, dal momento che la generazione precedente, che a mio avviso porta le maggiori responsabilità, l’ha paralizzata ed inchiodata a dilemmi ed a contrapposizioni ormai obsolete, come quella fra Fascismo ed Antifascismo, contrapposizione “nobile” fra il 1919 ed il 1945, ma del tutto insensata e senza oggetto dopo, almeno in Italia (altro è il discorso per Portogallo, Spagna e Grecia). La stragrande maggioranza della mia generazione ha semplicemente perso ogni capacità di dedizione nell’adattamento ad una realtà quotidiana percepita come non modificabile. Una parte consistente è passata ad un diverso campo, e cioè dal Comunismo all’Americanismo, mantenendo inalterato l’atteggiamento intollerante, assolutistico e dogmatico. Una piccolissima parte è rimasta fedele agli ideali della giovinezza. Se poi chi scrive lo ha fatto in modo lucido o ottuso, ebbene, questo non posso certamente dirmelo da solo, ma spetta esclusivamente alla più completa sovranità critica del lettore».[7]

 

[1] Costanzo Preve, Il marxismo e la tradizione culturale europea, Premessa, Petite Plaisance, Pistoia 2009.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem, Introduzione.

[6] Costanzo Preve, Essere marxisti oggi. Un invito al dibattito teorico in sette punti [in: «Democrazia Proletaria», Anno VI, n° 6, Giu. 1988].

[7] Ibidem, Capitolo IV paragrafo XVI.





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Nichilismo e Umanesimo. La cecità relazionale insita nell’assolutizzare l’utile economico è ormai dilagante nel suo volersi imporre come norma indefettibile dei rapporti sociali e interpersonali. Bisogna allora ricostruire l’umanesimo e opporsi alla guerra che è in atto contro l’essere umano. Il mero utile economico è soltanto calcolo nel quale l’altro muore, ma così ognuno di noi muore al mondo e alla comunità. L’umanesimo è rischio che deve essere affrontato (un rischio che già Platone invitava ad accettare se realmente desiderosi del bene e del bello). E così Pasolini diceva: «Solo l’amare, solo il conoscere conta […]».




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Salvatore Bravo – Rodolfo Mondolfo tra K. Marx e G.B. Vico.

Rodolfo Mondolfo, Sulle orme di Marx.

ISBN 978-88-7588-359-1, 2022, pp. 416, formato 170×240 mm., Euro 35 .


Salvatore A. Bravo

Rodolfo Mondolfo tra K. Marx e G.B. Vico

L’Umanesimo marxiano ha i suoi eroi. Rodolfo Mondolfo1 nella sua lunga vita ha lottato contro il totalitarismo fascista, ma la democrazia non gli ha donato giustizia. Pensatore fuori da schemi e da correnti politiche ha vissuto la sua lunga parabola culturale all’ombra della società dello spettacolo, e ciò gli ha consentito di sviluppare una visione di Marx e del comunismo divergente e originale. Sin da subito espresse dubbi sulla dittatura del proletariato in Unione Sovietica, constatando che tale “configurazione politica” avrebbe eroso il comunismo dall’interno. Fu critico verso i crollisti e i deterministi, in quanto riducevano l’essere umano e la storia e semplice effetto delle leggi economiche, in tal modo il semplicismo fatalistico si sostituiva alla storia degli uomini e delle donne.

L’Umanesimo marxiano è la via della complessità e della correlazione nella quale l’essere umano non è il semplice prodotto di forze superiori, ma è coscienza che risponde e si forma nella realtà materiale. Si tratta di una relazione olistica nella quale il soggetto pensa il proprio tempo e la propria condizione al fine di porre in atto ciò che è in potenza. Marx dunque fu hegeliano e vichiano, in quanto la storia è il “mondo degli esseri umani”, e in essa gli esseri umani, pur condizionati, pensano la propria condizione per poterla trasformare. Decodificare Marx è un’operazione ermeneutica che ci deve condurre sulle sue “orme” attraverso una difficile ricostruzione per approssimazione del “cantiere Marx”. Prassi e materialismo storico sono dunque i nuclei irrinunciabili, nella lettura di Rodolfo Mondolfo per accostarsi a Marx e smentire coloro che ne fecero “un positivista”.

La storia è processo vitale e concettuale, in cui l’umanità si modifica qualitativamente. La storia è il luogo e il tempo in cui la speranza del ribaltamento dialettico è progettualità politica, in quanto la trasformazione sociale non è mai atto e gesto solo individuale ma corale e di classe. La storia è nell’interiorità dell’essere umano, è pensata, è concettualizzata, pertanto senza tali processi nulla è possibile, non vi è storia, ma solo attesa alienante. La storia è la dimensione dell’uomo nella quale l’essere umano conosce se stesso e pone significati. La prassi è questo processo di liberazione dai condizionamenti che sussistono senza determinismo. La fatica del concetto è l’apertura all’orizzonte del “possibile”. La liberà prende forma gradualmente attraverso il superamento del dato immediato:

La mentalità rivoluzionaria pertanto, secondo Marx, è la sola capace di affermare e possedere il vero concetto storico (che è poi per Marx l’unico vero concetto della realtà) in quanto contro ogni Selbstentfremdung dell’umano torna alla raffermazione dell’interiorità di esso; e può così sostituire alla separazione degli elementi la concezione della loro unità, alla interruzione dei momenti successivi la visione della loro continuità2”.

L’interpretazione di Marx coglie un aspetto, spesso poco noto e poco studiato nella ricostruzione genetica del pensiero di Marx, ovvero la “presenza risemantizzata” di G. B. Vico nella concezione della storia e della prassi nel pensatore di Treviri.

Marx idealista, dunque, poiché la prassi è categoria della filosofia idealista. La prassi in Vico è la storia posta dagli esseri umani, non è “vuoto ciarlare” o “attivismo dell’insensato”, in quanto è la traduzione del vero nella realtà e tale operazione spetta unicamente agli esseri umani. Nulla accade senza l’intervento consapevole e fattuale di essi, anzi è il “fare concettualizzato” che determina il progresso. Marx vichiano, dunque, malgrado i cedimenti al positivismo e all’economicismo. Rodolfo Mondolfo individua nella prassi il filo rosso senza il quale Marx diviene filosofo non compreso nella sua struttura portante. Marx è “il filosofo della libertà” mediante la prassi:

Marx riprende il principio di Vico: il vero si converte col fatto; la realtà è nella praxis3”.

 

 

Prassi e storia

Ancor più chiaramente Rodolfo Mondolfo definisce il concetto di prassi, esso è un processo interiore che si esplica nella storia. I bisogni e le condizioni storiche devono attraversare un lungo viaggio interiore per diventare concetto. L’immediatezza è l’astratto, mentre il concreto è la coscienza che risemantizza i dati, li configura in concetti per porli nella storia. In tal modo l’individualità si eleva dal particolare all’universale e dall’ideologia alla filosofia. Tale viaggio è la libertà degli esseri umani. Interiorità ed esteriorità sono una unità inscindibile, ogni divisione è artificiale ed astratta; la storia è processo interale:

La praxis è sviluppo, è storia che nasce dall’impulso perenne del bisogno; e le condizioni che stimolano il bisogno, siano date dalla natura o siano costituite dai risultati, della attività umana precedente, non sono esteriori all’umanità, in quanto o debbono entrare nella vita del suo spirito per rimuoverla e darle l’impulso alla sua attività, o di questa vita ed attività espressione e prodotto: un prodotto che è anche produttore, creatura e creatore insieme nel processo indefinito della unwälzende Praxis4”.

Vico “insegna” a Marx l’eccellenza dell’essere umano. Gli animali non umani si sviluppano mediante l’evoluzione degli organi, come Darwin ha dimostrato, ma la specificità umana è il concetto e la conoscenza della verità che si svelano e rilevano nella storia. La verità consente il discernimento, di conoscersi e progettare il futuro a misura di essere umano. L’esperienza storica è resa viva nel pensiero e da essa si astrae l’eterno, ovvero la verità, in un lungo processo che conosce contraddizioni, lotte e avanzamenti:

In questa applicazione, pertanto, come della stessa teoria naturalistica, dalla quale ora Marx viene a prende le mosse, due caratteri appaiono essenziali: la concezione economica del processo di sviluppo, inteso nella sua rispondenza ai bisogni vitali; e la interpretazione attivistica di esso, come risultante della continuità della prassi. Ma se il primo carattere nella storia umana non appare con maggior rilievo che in quella delle specie di animali, il secondo al contrario si accentua per la consapevolezza, che Marx trae da G.B. Vico, che noi possiamo aver scienza solo di ciò che facciamo, e che ciò vale precisamente per la storia, in quanto essa è opera nostra5”.

La storia è l’unica scienza concreta, perché è dell’uomo, ne è la sostanza dinamica che non lo imprigiona in strutture inviolabili o in gabbie d’acciaio che diventano il letale sepolcro dell’essere umano, ma la storia è esperienza di libertà, è esodo dalle oppressioni e dal fatalismo in tutte le sue formule evidenti e criptiche:

E la scienza dell’uomo parimenti può essere concreta, cioè storica, quando concentri, sì, la sua attenzione soprattutto sulla storia degli organi produttivi, ma non dimentichi, per coglierla il suo farsi, e, così, veramente intenderla e conoscerla, che, secondo quanto insegnava G. B. Vico, siamo noi, noi uomini a fare tutta la storia della società umana6”.

Libertà e prassi

La libertà marxiana è nei produttori associati che gestiscono dal basso le attività economiche e sociali. La libertà solidale comunista non è solo condizione materiale, ma è prima di tutto atto interiore e della coscienza nella storia materiale senza il quale nulla è possibile. La coscienza di classe è consapevolezza, è l’in sé per sé realizzato, e dunque la coscienza di classe è agire che ringiovanisce la storia, in quanto le dona senso e finalità oggettiva. La speranza non è nelle leggi della storia, ma nell’uomo che pensa, lotta e realizza il progetto comunista. In questo processo i servi diventano soggetti della storia e compiono la Rivoluzione, la quale se non è, in primis condizione interiore (concetto) ricade su se stessa e riapre le porte alla reazione conservatrice:

Sicché la coscienza della condizione presente del proletariato, ossia la sua coscienza di classe, implica questa concezione di una società di liberi produttori, organizzata non per il profitto individuale, ma per la produzione sociale in vista dei bisogni sociali: coscienza della realtà attuale ed aspirazione ad un diverso ideale si implicano a vicenda; e per ciò la coscienza di classe, viene ad unificarsi con l’azione7”.

Rodolfo Mondolfo compie dunque una operazione di critica oggettiva, poiché compara il comunismo sovietico con il pensiero marxiano, dopo aver individuato il nucleo vivente e sostanziale del pensiero di Marx: la prassi. Da tale indagine filosofica si deduce in modo manifesto che l’esperienza sovietica è altro rispetto alle autentiche finalità marxiane. La dittatura del proletariato è capitalismo di Stato che ha reso i proletari sudditi e dunque sottoproletari oggetto del dominio dell’oligarchia rossa al potere. Il comunismo, in quanto filosofia della prassi, è forza emancipatrice dalle catene che gravano con le loro miserie sugli ultimi. Il comunismo reale non ha corrispondenza col pensiero marxiano:

Oggi invece nel concetto di dittatura del proletariato (che del resto lo stesso Manifesto dei comunisti affermava) sembra talora quasi volersi esprimere piuttosto un nuovo dominio di classe, che una abolizione delle classi stesse; e c’è chi l’interpreta nel senso che si voglia la riduzione della classe oggi a una specie di Lumpenproletariat, condannato all’abiezione e alla servitù peggiore8”.

Rileggere Rodolfo Mondolfo nel nostro tempo segnato dal fatalismo tecnocratico è esercizio paideutico di libertà. In “Lui” ricerca, libertà e testimonianza biografica sono coincidenti e, probabilmente, nel tempo della “servitù volontaria e della disperazione”, la sua libertà non gli è stata perdonata. Il dominio agisce per censure mediante forme di ostracismo e rimozioni che dobbiamo imparare ad attraversare per ritrovarci nel concetto con filosofi e autori trasgressivi rispetto all’ordine vigente. Ritrovarsi per riprendere con il dialogo il sentiero della libertà e dell’esodo, oggi poco battuto, ma di cui si sente il vuoto depressivo e acefalo e che rischia di essere l’Apocalisse incompresa del nostro tormentatissimo presente, è urgenza etica non più procrastinabile. Riappropriarsi della storia e rientrare in essa significa effettuare l’esodo da forme di pessimismo e di fatalismo che nel nostro tempo, come allora, sono gli strumenti più efficaci della reazione conservatrice:

Un programma di azione storica di un partito rivoluzionario deve dunque, se vuol tradursi nella realtà concreta, superare l’oscillazione incoerente fra volontarismo e determinismo, e poggiare sopra una concezione critico-pratica della storia9”.

Il proletariato necessita della prassi marxiana per emanciparsi dalla sussunzione formale e materiale e di questo Rodolfo Mondolfo fu assertore in tutta la sua produzione culturale e politica. Il materialismo storico10 afferma che l’essere umano è il fattore della storia ed insegna che ogni scissione è solo astrazione. L’unità olistica e dinamica è la prassi sempre mediata dall’interiorità del soggetto, pertanto Rivoluzione, prassi, umanesimo e materialismo sono il corpo materiale che si concretizza nella storia. La libertà necessita del faticoso lavoro dello spirito nella coscienza di classe. Lo spirito è la storia divenuta concetto nell’interiorità singolare e di classe. Ogni salto non può che tradursi in pericoloso fallimento, pertanto è necessaria una profonda azione paideutica e politica per dare futuro alla rivoluzione.

 

Note

1 Rodolfo Mondolfo (Senigallia, 20 agosto 1877 – Buenos Aires, 16 luglio 1976) è stato un filosofo italiano. Fu esule durante il fascismo perché ebreo. In Argentina visse l’esperienza tragica della dittatura militare. Si interessò della Grecia antica e dell’Umanesimo marxiano. Rilevanti sono gli studi su Engels nei quali mostra il nucleo filosofico di Engels, non più ritenuto dunque “secondo violino” rispetto a Marx.

2 Rodolfo Mondolfo, Spirito rivoluzionario e senso storico in Sulle orme di Marx, Petite Plaisance Pistoia, 2022 pag. 151.

3 Ibidem, pag. 151.

4 Ibidem.

5 Ibidem, Feuerbach e Marx pag. 340.

6 Ibidem, pag. 341.

7 Ibidem, pag. 343.

8 Ibidem, Il problema sociale contemporaneo, pag. 92.

9 Ibidem, pag. 85.

10 Ibidem, Il Materialismo storico, pag. 102.


M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Massimo Bontempelli e Costanzo Preve, due filosofi per una nuova Koinè




ISBN 978-88-7588-467-3 , 2025, pp. 256, Euro 25 .
In copertina: Gustav Klimt, Blumengarten
(Giardino fiorito), olio su tela, 1907.





M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Salvatore Bravo – «Anarchia e Comunismo. Pëtr A. Kropotkin – Errico Malatesta – Luigi Fabbri».




Salvatore Bravo
Anarchia e Comunismo
Pëtr A. Kropotkin – Errico Malatesta – Luigi Fabbri
ISBN 978-88-7588-406-2, 2025, pp. 376, Euro 30.

 I pensatori anarchici sono stati oscurati e censurati lungamente dal dibattito politico e dall’orizzonte di visibilità. La prospettiva anarchica è oggi ancor più preziosa che in passato, poiché il confronto con essa consente di comprendere gli errori del trascorso comunismo reale e di immaginare nuovi percorsi per una sua rifondazione ancorandoli all’umanesimo e alla libera associazione tra i lavoratori. Vi sono aspetti essenziali nella conclusione tragica della fine del comunismo reale e dei partiti comunisti in Occidente che l’anarchia disvela. Pertanto rileggere gli anarchici, in questo momento storico, è d’ausilio per comprendere ciò che è stato e per non incorrere nei medesimi errori. Il presente testo contiene tre saggi, uniti dalla medesima nota dominante: la ricerca di alternative al capitalismo. L’ottimismo antropologico è stato posto in palese evidenza, poiché il pessimismo “razionalista” del nostro tempo è il sostegno più solido alla naturalizzazione del totalitarismo del mercato. Pëtr A. Kropotkin, Errico Malatesta e Luigi Fabbri furono anarchici e pensatori della prassi. Non furono pensatori “sistematici”, perché ricercarono “nuove forme organizzative per il comunismo”. Rileggerli significa confrontarsi con “la buona politica del comunismo” senza la quale non vi è “progettualità” e non vi è “speranza”. Essi sono parte di un unico plesso di ricerca per la realizzazione del comunismo libertario. Le relazioni fra i tre anarchici sono state poste in evidenza per palesare il comune fronte di ricerca e sperimentazione per la fondazione del comunismo anarchico.


Libri di Salvatore Bravo


M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Copertine e schede editoriali (371-380) – Aldo Lo Schiavo, Silvia Gastaldi, Fulvia de Luise, Mario Vegetti, Diego Lanza, Gherardo Ugolini, Giusto Picone, Livio Rossetti, Costanzo Preve, Mauro Serra, Claudio Lucchini, Salvatore A. Bravo, Margherita Guidacci, Ilaria Rabatti.

371-380

http://www.petiteplaisance.it/libri/371-380/378/int378.html371
Silvia Gastaldi, Fulvia de Luise w Mario Vegetti / Diego Lanza v Gherardo Ugolini, Giusto Picone, In ricordo di una amicizia filosofica. ISBN 978–88–7588-282-2, 2021, pp. 120, formato 140×210 mm, Euro 13 – Collana “Il giogo” [128]. In copertina: Raffaello Sanzio, Autoritratto con un amico, Parigi, Museo del Louvre, 1518-1520 circa.

372
Costanzo Preve, Hegel Marx Heidegger. Un percorso nella filosofia contemporanea. II Edizione.
ISBN 978-88-7588-284-6, 2021, pp. 96, formato 140×210 mm., Euro 10 – Collana “Divergenze” [72]. In copertina: Elaborazione creativa dell’opera di Eduardo Chillida, Elogio del Horizonte, Gijón (1990).

373
Aldo Lo Schiavo, Il contributo della tragedia attica al razionalismo antico.
ISBN 978–88–7588-286-0, 2021, pp. 96, formato 140×210 mm, Euro 10 – Collana “Il giogo” [129].
In copertina: Epigrafe scolpita sulla pietra, Teatro antico della Acropoli di Atene.

374
Livio Rossetti, Strategie macro-retoriche. Prefazione di Mauro Serra.
ISBN 978–88–7588-280-8, 2021, pp. 192, formato 130×200 mm, Euro 16 – Collana “Il giogo” [130].
In copertina: Joan Mirò, Il mio Alfabeto, 1972.

375
Costanzo Preve, Destra e Sinistra. La natura inservibile di due categorie tradizionali. Seconda Edizione.
ISBN 978-88-7588-288-4, 2021, pp. 112, formato 140×210 mm., Euro 10 – Collana “Divergenze” [73]. In copertina: Disegno di M. Vulcanescu.

376
Costanzo Preve, Marxismo Filosofia Verità. Seconda Edizione.
ISBN 978-88-7588-290-7, 2021, pp. 112, formato 140×210 mm., Euro 10 – Collana “Divergenze” [74]. In copertina: Gustav Klimt, Nuda Veritas, olio su tela, 1899, Österreichisches Theatermuseum, Vienna. In quarta: G. Klimt, Nuda Veritas, tavola pubblicata nel 1898 sulla rivista viennese “Ver Sacrum”.

377
Claudio Lucchini, La scuola della merce e le esigenze della libera individualità.
ISBN 978-88-7588-292-1, 2021, pp. 80, formato 140×210 mm., Euro 10 – Collana “Il giogo” [131]. In copertina: Andy Warhol, Campbell’s Soup Cans, 1962 e Henri Matisse, La Danse, 1910.

378
Salvatore A. Bravo, Pilocchio. Storia di un Pinocchio dei nostri giorni.
ISBN 978-88-7588-294-5, 2021, pp. 128, formato 140×210 mm., Euro 15 – Collana “Divergenze” [75]. In copertina: Antonio de Curtis, Totò nel quadro «Pinocchio e Lucignolo», Rivista teatrale Volumineide, 1942.

379
Aldo Lo Schiavo, Filosofia del mito greco. In Appendice: Themis, la dea del giusto consiglio.
ISBN 978–88–7588-296-9, 2021, pp. 80, formato 140×210 mm, Euro 10 – Collana “Il giogo” [132].
In copertina: Themis di Ramnunte, dal tempio di Nemesi (ca. 300 a.C.), Museo Archeologico Nazionale di Atene. In quarta: Charites (grazie), rilievo votivo, periodo arcaico. Glyptothek, Monaco di Baviera, Germania.

380
Margherita Guidacci, Lato di ponente. A cura di Ilaria Rabatti.
ISBN 978–88–7588-267-9, 2021, pp. 112, formato 140×210 mm, Euro 13 – Collana “Egeria” [20].
In copertina: Giorgione, La vecchia, 1506 circa, part. Gallerie dell’Accademia, Venezia.



M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Copertine e schede editoriali (231-240) – Maura Del Serra, Lorenzo Dorato, Marco Penzo, Camilla Migliori, Margherita Guidacci, Moreno Fabbri, Luca Grecchi, Carmine Fiorillo, Salvatore A. Bravo.

231-240

231
Lorenzo Dorato, Relativismo e universalismo astratto. Le due facce speculari del nichilismo. Bene e Verità come concetti “rivoluzionari” alla base di un universalismo sostanziale e di una critica radicale del capitalismo. ISBN 978-88-7588-134-4, 2015, pp. 80, formato 140×210 mm., Euro 8 – Collana “Il giogo” [63]. In copertina: Annibale Carracci, Allegoria della Verità e del Tempo, 1584 – 1585, Royal Collection, Hampton Court.

232
Marco Penzo, La nostra libertà. ISBN 978-88-7588-137-5, 2015, pp. 64, formato 130×200 mm., Euro 7. In copertina: Giulio Biondi, La Staccionata, 2014.

233
Camilla Migliori, La carriera di Edipo. Prefazione di Daniele Orlandi. ISBN 978-88-7588-140-5, 2015, pp. 96, formato 130×200 mm., Euro 10, Collana di teatro Antigone [13]. In copertina: Edipo e i responsi dell’oracolo, collage di Camilla Migliori.

234
Margherita Guidacci, Il pregiudizio lirico. Consigli a un giovane poeta. ISBN 978-88-7588-143-6, 2015, pp. 48, formato 130×200 mm., Euro 3. In copertina: Federico Garcia Lorca, Amore, 1919.

235
Moreno Fabbri, Per una solidarietà globale. Insostenibilità e antispecismo: sarà l’etica a darci un futuro? ISBN 978-88-7588-128-3, 2015, pp. 48, formato 130×200 mm., Euro 4. In copertina: Gustav Klimt, L’albero della vita (1905-1909), particolare.

236
Giorgio Penzo, Orson Welles fra “Quarto Potere” e “Il Processo”. ISBN 978-88-7588-130-6, 2015, pp. 128, formato 140×210 mm., Euro 12. In copertina: Orson Welles e due fotogrammi da Quarto Potere e Il Processo.

237
Luca Grecchi – Carmine Fiorillo, «Euro sì, Euro no». Oltre la dimensione afasica della “gabbia d’acciaio” capitalistica.  ISBN 978-88-7588-136-8, 2015, pp. 20, formato 130×200 mm., Euro 2. In copertina: René Magritte, La sera che cade, 1964.

238
Salvatore Antonio Bravo, Potere e alienazione in Foucault ISBN 978-88-7588-142-9, 2015, pp. 48, formato 130×200 mm., Euro 4. In copertina: E. Munch, Sera sul viale Karl Johan, 1892, Commune Rasmus Meters Collection.

239
Carmine Fiorillo, Maschere di tecnodemocrazia. Simulacri della derealizzazione ISBN 978-88-7588-144-3, 2015, pp. 64, formato 130×200 mm., Euro 5. In copertina: E. René Magritte, The lowers.

240
Maura Del Serra, Teatro. Prefazione di Antonio Calenda. ISBN 978-88-7588-138-2, 2015, pp. 864, formato 130×200 mm., Euro 35. Collana “Antigone” [15]. In copertina: Beato di Liébana. Miniatura del Beato de Fernando I y Sancha (Codice B.N. Madrid Vit. 14 -2).



M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
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Copertine e schede editoriali (241-250) – Sante Notarnicola, Daniele Orlandi, Andrea Bulgarelli, Costanzo Preve, Luca Grecchi, Mauro Magini, Valentino Bellucci, Beniamino Biondi, Chiara Guarducci, Gabriella Putignano, Salvatore A. Bravo, Raoul Vaneigem.

241-250

241
Sante Notarnicola, La farfalla. Versi rubati, a cura di Daniele Orlandi. ISBN 978-88-7588-151-1, 2015, pp. 64, formato 130×200 mm., Euro 5. In copertina: Marco Perroni, Prison, 2015.

242
Andrea Bulgarelli – Costanzo Preve, Collisioni. Dialogo su scienza, religione e filosofiaISBN 978-88-7588-153-5, 2015, pp. 96, formato 140×210 mm., Euro 10 – Collana “Il giogo” [64]. In copertina: Juan Gris, Libro, 1913.

243
Luca Grecchi, Discorsi sulla morte.  ISBN 978-88-7588-155-9, 2015, pp. 64, formato 140×210 mm., Euro 7 – Collana “Il giogo” [65]. In copertina: La ginestra sul Vesuvio.

244
David Ciolli, Infinito semplice. le storie del piccolo maestro wu daoISBN 978-88-7588-157-3, 2015, pp. 80, 105×155 mm., Euro 7 – Collana “lo spazio della vita” [3]. In copertina: David Ciolli, Il Maestro, disegno, 2015.

245
Mauro Magini, Il mio amico Platone. Riflessioni su società, religione, vita.  ISBN 978-88-7588-159-7, 2015, pp. 128, formato 140×210 mm., Euro 13. In copertina: Henri Matisse, Tempere ritagliate per la Cappella di Saint-Marie du Rosaire a Vence.

246
Valentino Bellucci, Da Pitagora a “Guerre Stellari”. Il sapere esoterico dei veri illuminati. ISBN 978-88-7588-161-0, 2016, pp. 98, formato 140×210 mm., Euro 15. In copertina: Leonardo da Vinci, Autoritratto, disegno a sanguigna su carta, 1515. Biblioteca Reale, Torino.

247
Beniamino Biondi, La disciplina giuridica del settore cinematografico in Italia. ISBN 978-88-7588-163-4, 2016, pp. 112, formato 140×210 mm., Euro 13. In copertina: Insegna e vecchio cinema comunale di Crespino (RO), Agosto 2005. Foto di Enrico Andreotti. L’insegna è caduta nel 2006.

248
Chiara Guarducci, Bye Baby Suite. Con uno scritto di Francesco Vasarri. ISBN 978-88-7588-165-8, 2016, pp. 64, 105×155 mm., Euro 8 – Collana “Antigone”. In copertina: ‘Mari Line’, di Laura Cioni.

249
Gabriella Putignano, Quel che resta di Raoul Vaneigem. ISBN 978-88-7588-167-2, 2016, pp. 64, 105×155 mm., Euro 8. In copertina: Dino Di Bonito, Singapore.

250
Salvatore Antonio Bravo, Foucault e la razionalità debole. ISBN 978-88-7588-171-9, 2016, pp. 80, 130×200 mm., Euro 8. In copertina: R. Magritte, Il volto del genio, 1926.



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