Jean-Paul Sartre (1905-1980) – L’essere umano non è nulla al di là del suo proprio progetto. Egli esiste solo nella misura in cui realizza se stesso.

Sartre 002
Existentialism an human emotions

Existentialism an human emotions

 

«L’essere umano non è nulla al di là del suo proprio progetto. Egli esiste solo nella misura in cui realizza se stesso: egli non è dunque nient’altro che l’insieme dei suoi atti, nient’altro che la sua vita».

 

Jean-Paul Sartre, Existentialism an human emotions, Citadel Press, New York 1957, p. 33.


Jean-Paul Sartre (1905-1980) – Il desiderio si esprime con la carezza come il pensiero col linguaggio. Il desiderio è coscienza. Nel desiderio e nella carezza che l’esprime, mi incarno per realizzare l’incarnazione dell’altro. Così, nel desiderio, c’è il tentativo di incarnazione della coscienza.

 


Si può accedere  ad ogni singola pagina pubblicata aprendo il file word     

  logo-wordIndice completo delle pagine pubblicate (ordine alfabetico per autore al 01-02-2019)


N.B. Le immagini e i video sono stati reperiti nel web e quindi considerati di pubblico dominio. Qualora si ritenesse che possano violare diritti di terzi, si prega di scrivere al seguente indirizzo: info@petiteplaisance.it, e saranno immediatamente rimossi.


***********************************************
Seguici sul sito web 

cicogna petite***********************************************

Salvatore A. Bravo – Vogliamo ricordare Costanzo Preve, l’uomo e il filosofo che, con la sua resistenza al capitalismo speculativo, ha testimoniato che è possibile vivere diversamente dal nietzschiano “ultimo uomo”. È sceso nelle profondità sistemiche della nostra epoca e scandagliato filosoficamente la genesi dell’odierno economicismo nichilistico.

Preve Costanzo 028

 

 

 

 

costanzo-preve_mr copia    Costanzo Preve (1943 – 2013) –  La ricerca della visibilità a tutti i costi è illusoria. L’impegno intellettuale e morale, conoscitivo e pratico, deve essere esercitato direttamente. Saremo giudicati solo dalle nostre opere.

 

 

Salvatore A. Bravo

Vogliamo ricordare l’uomo e il filosofo che, con la sua resistenza al capitalismo speculativo, ha testimoniato che è possibile vivere diversamente dal nietzschiano “ultimo uomo”. È sceso nelle profondità sistemiche della nostra epoca e scandagliato filosoficamente la genesi dell’odierno economicismo nichilistico.

 

  

Il 23 novembre del 2013, cinque anni fa moriva Costanzo Preve.
Vogliamo ricordare un uomo, un filosofo che ha testimoniato la resistenza ai poteri, e specialmente al capitalismo speculativo, come Preve definiva l’attuale fase del capitalismo. Nei suoi innumerevoli scritti ha denunciato il nichilismo, l’alienazione della natura umana; la quale, da essere per sua natura di ordine simbolico, è ridotta ad essere ad una funzione dell’immenso organismo cannibalico del capitalismo assoluto.
La Bestimmung, la resistenza attiva e propositiva, come vocazione duratura, è stata la stella polare di un’esistenza che ha vissuto in pienezza la sua resistenza.
La Filosofia è sempre Filosofia del presente, affermava Preve, ovvero è risposta alle contingenze storiche nell’alveo della tradizione veritativa della Filosofia.
La passione durevole per la Filosofia e per la politica sono state la sua catabasi, la discesa nell’agorà, sempre con l’intento di guardare in pieno viso il nichilismo del capitalismo speculativo/capitalismo assoluto, sciolto da ogni legame, curvato sull’illimitatezza, sul saccheggio ordinario non tanto delle finanze, ma della natura umana (Gattungswesen).
Per Costanzo Preve il mondo accademico della Filosofia aveva rinunciato alla Filosofia così come al suo fondamento veritativo.
Il nichilismo del capitalismo speculativo è stato l’oggetto dei suoi studi, ma non secondaria è stata la denuncia dell’asservimento dello specialismo accademico al capitalismo assoluto: in nome di una falsa libertà deregolamentata, perché senza fondamento, il mondo accademico è diventato lo sgabello del capitale, così come le “sinistre” dei soli diritti individuali.

Costanzo Preve si è sottratto a tali logiche. Ha vissuto la marginalità cui veniva sospinto il suo pensiero e la sua ricerca, in modo eticamente alto e forte (accettandone consapevolmente la sofferenza). Anzi, ha scelto l’isolamento, che gli ha consentito di guardare in profondità le menzogne spacciate per verità dai complici del nichilismo. Ha filosofato con il vomere come direbbe Nietzsche o con lo scandaglio secondo la definizione del filosofare di Hegel. È sceso nella profondità della nostra epoca per ricostruirne la genesi dell’economicismo nichilistico ed attraverso di essa, ha visto, ha ascoltato i suoi sommovimenti, per proporre un’uscita dalla «gabbia d’acciaio», dalla caverna che ci fa vivere nel continuo abbaglio dell’errore non pensato. All’immediatezza della caverna, alla furia del dileguare, ha proposto in alternativa il dialogo socratico, la razionalità dell’ascolto contro la ragione strumentale, per ridefinire in modo corale, logico ed argomentato il fondamento della natura umana.

Per poter far resistenza, condizione imprescindibile è la chiarezza concettuale della contingenza ipostatizzata in cui siamo caduti, della trappola dell’illimitato, ed a ciò contrapporre il pensiero concreto della verità, delle persone, della qualità relazionale. La sua esperienza nei decenni che verranno – a partire da questi giorni difficili –, ci inviterà ad un confronto responsabile con la verità della globalizzazione/glebalizzazione.

Nel ricordare la sua testimonianza di vita, la sua resistenza spesso solitaria, non possiamo che continuare a pensare in modo libero, a trarre forza veritativa da chi è assente nello spazio del nostro presente, ma le cui idee sono dialetticamente poste nel tempo della coscienza dinanzi a noi. Sta a noi ora decidere se guardare in pieno volto il nichilismo e dare i nostro contributo in questa resistenza nel limite di quello che siamo, delle nostre identità e delle nostre storie.

La memoria è una delle componenti della resistenza. Non l’unica: ogni resistenza necessita anche di una casa, ma non del tutto arredata e completa, perché si muove all’interno di spazi da reinterpretare responsabilmente assumendosi il rischio del nuovo. Costanzo Preve si è assunto il rischio del nuovo in un momento storico lasco e fondato sulle passioni tristi secondo la bella accezione di Spinoza.

Non resta che dare il proprio contributo, perché il finale non è stato scritto, riposa anche in noi, nell’agere di ogni giorno. Ricordare ha oggi una valenza polisemica di resistenza. Non è solo giusto in sé, ma dobbiamo anche rammentarci che il capitalismo speculativo ci vuole senza memoria, senza volto, non come liberi individui nella dimensione comunitaria, in modo da spingerci verso il cammino del consumo belante.

Senza memoria è l’ultimo uomo, figura idiomatica dello Zarathustra dei Nietzsche, perché nichilisticamente perso nel mercato, senza dio, senza verità.

Costanzo Preve giudicava l’ultimo uomo la figura più vera e rappresentativa dello Zarathustra.

Ha testimoniato che è possibile vivere diversamente dall’ultimo uomo.

La memoria dei legami spezza lo spazio angusto dei piccoli mercanteggiamenti per restituirci la dimensione temporale e spaziale sempre orientata verso il possibile, verso la potenzialità creativa. Sta a noi, nel tempo che ci è dato vivere, scegliere. Ma ogni scelta complessa e consapevole, per aprire un nuovo tempo, deve mediare il presente con la memoria.

Salvatore A. Bravo

 


 

Luca Grecchi,
Per l’amico Costanzo Preve. Un ricordo personale

 


 


Venturi non immemor aevi

 

Nel pensiero di Costanzo che vivendo ci fu caro,
pensiamo la sua memoria, ma… Venturi non immemor aevi.

 

Il cartiglio sullo stemma di uno del martiri della Rivoluzione napoletana del 1799, Gennaro Serra di Cassano, reca una scritta che, per la sua espressione incipitale (Venturi), sollecita a proporne la lettura (o la rilettura) anche a tutti gli estimatori e amici di Costanzo:

Venturi non immemor aevi

Vi si esprime l’esigenza di saldare il passato al futuro e il futuro al passato. Il futuro che si riverbera così nel passato, come il passato – quasi transitando per il presente – attende, a sua volta, la sua ventura rammemorazione, orientando il futuro stesso. Come se il futuro svernasse nel passato, raccogliendo le aspettative e le speranze sinora inascoltate in vista della loro realizzazione. E dunque, caro Costanzo, “ad multos annos” per i semi che hai lasciato: questo l’augurio, per una nuova “avventura” che occorre desiderare (avventura, l’andare verso le cose future, ad ventura), aspirando e impegnandosi sempre a dare un senso alla propria vita proiettandola nell’altrove della “buona utopia”, che è assoluta negazione dell’indeterminato capitalistico, una concreta “utopia comunitaria” perseguita secondo itinerari da inventare, progettare, non immemor aevi venturi. È questa la sostanza della “passione durevole” che a partire da Lukács hai trasmesso a molti.

Carmine Fiorillo

*[Non immemor, Non immemore / Aevi (genitivo di aevus, aevi; età, vita, epoca, periodo della storia passata, esistenza, speranza o durata della vita umana) / Venturi (genitivo di venturus, venturi; venturo, futuro; come sostantivo neutro venturum, venturi: il futuro)].

Andrea Rovere – Cade in questi giorni il quinto anniversario della morte del filosofo Costanzo Preve. Scriveva: «L’impegno intellettuale e morale, conoscitivo e pratico, deve essere esercitato direttamente. Saremo giudicati solo dalle nostre opere».


Costanzo Preve

indicepresentazioneautoresintesi

 


 

***

 


196GCostanzo Preve

Una nuova storia alternativa della filosofia.
Il cammino oltologico-sociale della filosofia

indicepresentazioneautoresintesi

 

 

 

 

 


***


Costanzo PreveLuca Grecchi

indicepresentazioneautoresintesiinvito alla lettura


***


Luca Grecchi

indicepresentazioneautoresintesi

 


Costanzo Preve

Storia dell’etica

indicepresentazioneautoresintesi

***

Costanzo Preve

Storia della dialettica

indicepresentazioneautoresintesi

***

Costanzo Preve

Storia del materialismo

indicepresentazioneautoresintesi

 


Costanzo Preve – Recensione a: Carmine Fiorillo – Luca Grecchi, «Il necessario fondamento umanistico del “comunismo”», Petite Plaisance, Pistoia, 2013
Costanzo Preve – Introduzione ai «Manoscritti economico-filosofici del 1844» di Karl Marx.
Costanzo Preve – Le avventure della coscienza storica occidentale. Note di ricostruzione alternativa della storia della filosofia e della filosofia della storia.
Costanzo Preve – Nel labirinto delle scuole filosofiche contemporanee. A partire dalla bussola di Luca Grecchi.
Costanzo Preve – Questioni di filosofia, di verità, di storia, di comunità. INTERVISTA A COSTANZO PREVE a cura di Saša Hrnjez
Costanzo Preve – Capitalismo senza classi e società neofeudale. Ipotesi a partire da una interpretazione originale della teoria di Marx.
Costanzo Preve – Elementi di Politicamente Corretto. Studio preliminare su di un fenomeno ideologico destinato a diventare in futuro sempre più invasivo e importante
Costanzo Preve – Religione Politica Dualista Destra/Sinistra. Considerazioni preliminari sulla genesi storica passata, sulla funzionalità sistemica presente e sulle prospettive future di questa moderna Religione
Costanzo Preve – Invito allo Straniamento 2° • Costanzo Preve marxiano ci invita ad un riorientamento, ad uno “scuotimento” associato a un mutamento radicale di prospettiva, alla trasformazione dello sguardo con cui ci si accosta al mondo.
Costanzo Preve (1943-2013) – Prefazione di Costanzo Preve alla traduzione greca (luglio 2012) de “Il Bombardamento Etico”. Un libro che è ancora più attuale di quando fu scritto, sedici anni or sono.
Costanzo Preve – Marx lettore di Hegel e … Hegel lettore di Marx. Considerazioni sull’idealismo, il materialismo e la dialettica
Costanzo Preve (1943 – 2013) – «Il ritorno del clero. La questione degli intellettuali oggi». La ricerca della visibilità a tutti i costi è illusoria. L’impegno intellettuale e morale, conoscitivo e pratico, deve essere esercitato direttamente. Saremo giudicati solo dalle nostre opere.
Costanzo Preve (1943-2013) – Il Sessantotto è una costellazione di eventi eterogenei impropriamente unificati. Il mettere in comune questi eventi eterogenei è un falso storiografico.
Costanzo Preve (1943-2013) – «Il convitato di pietra». Il nichilismo è una pratica, è la condizione del quotidiano senza la mediazione della coscienza, senza la fatica del concettualizzare

 


Si può accedere  ad ogni singola pagina pubblicata aprendo il file word     

  logo-wordIndice completo delle pagine pubblicate (ordine alfabetico per autore al 30-11-2018)


N.B. Le immagini e i video sono stati reperiti nel web e quindi considerati di pubblico dominio. Qualora si ritenesse che possano violare diritti di terzi, si prega di scrivere al seguente indirizzo: info@petiteplaisance.it, e saranno immediatamente rimossi.


***********************************************
Seguici sul sito web 

cicogna petite***********************************************


Andrea Rovere – Cade in questi giorni il quinto anniversario della morte del filosofo Costanzo Preve. Scriveva: «L’impegno intellettuale e morale, conoscitivo e pratico, deve essere esercitato direttamente. Saremo giudicati solo dalle nostre opere».

Preve Costanzo 026

 

 

Costanzo Preve (1943 – 2013) – «Il ritorno del clero. La questione degli intellettuali oggi». La ricerca della visibilità a tutti i costi è illusoria. L’impegno intellettuale e morale, conoscitivo e pratico, deve essere esercitato direttamente. Saremo giudicati solo dalle nostre opere.

 

 

Andrea Rovere

Cade in questi giorni

il quinto anniversario della morte

del filosofo Costanzo Preve, nato a Valenza,

he ha vissuto molte mattinate alessandrine

 

  

 

costanzo-preve_mr copia    «Siamo nell’epoca in cui un signore [l’artista Piero Manzoni] ha potuto inscatolare la sua merda e venderla col nome di Merda d’Artista. Ora: una società che quota in borsa la merda d’artista, pagandola migliaia di Euro, anziché prendere a calci nel sedere questo signore per uno scalone, è una società chiaramente malata».

 

Sono parole di Costanzo Preve, filosofo e politologo di origini valenzane di cui pochi giorni fa, esattamente il 23 novembre, ricorreva il quinto anniversario della morte.
E già da qui, da queste poche righe, s’intuisce il genuino spirito anticonformista di Preve, di un uomo che ha vissuto praticando con coerenza la lezione dei filosofi greci dell’antichità, il loro richiamo a farci interpreti di una critica feconda e quotidiana dell’esistente per giungere alla verità, e che di tale coerenza ha pagato il prezzo.

Se infatti di questo grande pensatore, umile come tutti i veri grandi, si parla ancora troppo poco – e magari con un po’ di sufficienza –, è perché la sua voce è stata sistematicamente silenziata per decenni. Lui, autore di tanti saggi importanti che le maggiori case editrici si rifiutavano di pubblicare, e che le riviste specializzate evitavano accuratamente di recensire, nei salotti buoni dell’intellighenzia del Belpaese non ci è mai entrato, poiché scomodo, indisponibile al compromesso, e di un’onestà intellettuale che mal si combina al conformismo culturale di un’Italia che, da questo punto di vista, non è mai stata tanto “italietta” quanto negli ultimi quindici anni.
“Rossobruno”, gli gridavano da sinistra; “comunista”, facevano eco a destra. Ma la realtà è che Preve non era uomo da potersi tirare in ballo nello squallido gioco delle etichette oggi tanto in voga, ed è proprio questa sua libertà, questa sua indifferenza alle mode intellettuali e ai diktat del politicamente corretto, che proprio non poteva essere tollerata là dove si decide chi debba assurgere al rango d’intellettuale e chi no. Ovviamente a prescindere dai meriti.

 

indicepresentazioneautoresintesi

 

E così Preve è rimasto in disparte. Uno dei più attenti studiosi ed originali interpreti di Marx e del marxismo a livello internazionale, nonché analista politico raffinato e autore di saggi di carattere filosofico profondamente ispirati come Lettera sull’umanesimo e Una nuova storia alternativa della filosofia, ai quali il tempo renderà giusto merito, ha patito l’emarginazione e l’ostracismo di coloro i quali, una volta egemonizzati i circoli intellettuali più influenti, hanno sterilizzato quasi completamente il dibattito culturale italiano producendo mediocrità a tonnellate.

196G

Una nuova storia alternativa della filosofia.
Il cammino oltologico-sociale della filosofia

indicepresentazioneautoresintesi

Costanzo Preve, invece, era tutto tranne che un mediocre. E se oggi ci si comincia finalmente ad accorgere di lui, se si discutono tesi di laurea sulla sua opera, e se in generale è cominciata una riscoperta del pensiero previano quantomeno all’interno degli ambienti più sensibili alla voce di chi ha sempre cantato fuori dal coro, è soprattutto grazie all’attività divulgativa di chi, allievo e amico, ha beneficiato in prima persona dell’opportunità di un confronto di idee con un uomo che ha fatto del logos socratico il proprio stile di vita.

Ed era proprio qui, in uno dei bar del centro di Alessandria, che Preve trascorreva talvolta i suoi sabati mattina da quando, insieme all’amico ed ex allievo Alessandro Monchietto (oggi coordinatore didattico all’Università degli Studi di Torino), aveva preso a frequentare quello che sarebbe diventato uno dei confidenti più cari del filosofo, oltre che un collaboratore stimato la cui opinione era presa in attenta considerazione nonostante il grosso divario di età fra i due. Mi riferisco a Luca Grecchi, docente all’Università di Milano Bicocca (ecco perché Alessandria, città a metà strada fra Torino, dove abitava Preve, e Milano), saggista, nonché direttore della rivista filosofica Koinè e coautore con Preve d’una pubblicazione del 2005 dal titolo Marx e gli antichi Greci.

 

indicepresentazioneautoresintesiinvito alla lettura

È lui che abbiamo voluto raggiungere telefonicamente per avere viva testimonianza di quelle mattinate alessandrine spese a “praticare la filosofia”, oltre al breve ritratto inedito di un maestro che ha lasciato un vuoto pesante nel cuore di coloro che come Grecchi, Monchietto e Diego Fusaro, oggi noto ai più grazie alla ribalta mediatica di cui è oggetto da alcuni anni a questa parte, hanno saputo apprezzarlo tanto come studioso quanto per le sue qualità umane.
Il professor Grecchi ci dice di quando lo conobbe nel 2002. Fu lui, allora neodirettore di Koiné, a rivolerlo a tutti i costi come collaboratore della rivista, dalla quale Preve si era allontanato in seguito ai dissidi con il filosofo Massimo Bontempelli; e sempre lui a curarne la pubblicazione dei testi più recenti nella collana di cui è tuttora responsabile, «il Giogo», della casa editrice Petite Plaisance di Pistoia.
Grecchi ci dà poi un’idea del Preve insegnante, dal momento che Costanzo parlava spesso della sua quarantennale esperienza di professore di liceo, restituendoci l’immagine di un uomo profondamente consapevole dell’importanza del ruolo di educatore, pieno di energia, di entusiasmo, e coinvolgente come solo chi ha forte passione per ciò che insegna sa essere.
Del resto, Preve viveva la filosofia come prassi quotidiana, con l’atteggiamento di chi preferisce l’agorà all’accademia, poiché è lì che si fa davvero filosofia.

 

indicepresentazioneautoresintesi

Su questo, forse anche grazie a quelle mattinate alessandrine spese a fare esperienza filosofica insieme a Costanzo, sarà lo stesso Grecchi a scrivere un libro che già nel titolo – Perché, nelle aule universitarie di filosofia, non si fa (quasi) più filosofia – allude alle difficoltà che si riscontrano oggi a praticare autenticamente la filosofia all’interno delle facoltà universitarie, dove spesso e volentieri è la conoscenza specialistica e non la ricerca della verità e del bene a finire al centro.

Fra l’altro, questo breve saggio uscirà in libreria proprio nel 2013, anno della morte di Preve.

In quegli ultimi mesi, i contatti fra i due filosofi erano soprattutto telefonici a causa delle condizioni di salute di Costanzo, come chiarisce Grecchi già nel bellissimo ricordo pubblicato sul sito di Petite Plaisance, alcuni giorni dopo la morte dell’amico.

 

Luca Grecchi,
Per l’amico Costanzo Preve. Un ricordo personale

 

Alle chiacchierate qui nella nostra città, dove era quasi sempre Preve a tener banco attraverso aneddoti e preziosi spunti di riflessione, si sostituiva così la dimensione del colloquio, lungo i fili che collegano Torino e Milano. Tuttavia, la memoria di quelle ore trascorse insieme è ancora assai viva in chi rimane oggi a testimoniare ciò che Costanzo Preve era nel profondo: uno strenuo e appassionato cercatore della verità, oltre che una persona buona e un caro amico.
Ma qual è l’eredità di Costanzo Preve? Grecchi non ha dubbi circa l’importante lascito di questo pensatore nato proprio qui nella nostra provincia. Un’eredità data dagli spunti disseminati un po’ ovunque nei suoi numerosi libri, ancora tutti da approfondire, e in modo particolare dall’originalissima interpretazione di Marx e di Hegel che il filosofo valenzano (ci piace pensarlo valenzano, anche se crescerà a Torino) ha elaborato nel corso di una vita votata alla filosofia.
Frequentatore e amico di tanti fini intellettuali come Norberto Bobbio, Gianfranco La Grassa e Alain De Benoist, solo per citarne alcuni, questo signore laureato in scienze politiche a Torino, perfezionatosi in filosofia a Parigi – dove studiò con filosofi del calibro di Sartre e Althusser – e in ellenistica ad Atene, che si esprimeva correttamente in sei lingue e che ha scritto più di cinquanta libri, nondimeno possedeva l’umiltà indispensabile a sottoporre a critica severa per primo se stesso e le proprie idee. Non era raro sentirlo ammettere i propri sbagli, come quando si definì un “ragazzo presuntuoso” ricordando il giorno in cui durante un confronto a casa di Jean-Paul Sartre, insieme ad altri studenti della Sorbona, Preve lo contraddisse bruscamente e quasi lo insultò, salvo poi rendersi conto tempo dopo di aver detto delle sciocchezze dettate dall’inesperienza e dalla foga della gioventù. «Non posso ricordare con piacere questo colloquio, poiché mostrai semplicemente la mia arroganza di giovane estremista ventenne». Così il Preve maturo si esprimerà riguardo quella giornata, dandoci una lezione preziosa con l’implicito invito a vivere autenticamente, e quindi a riconoscere i nostri errori per migliorarci e per sgombrare il campo dagli ostacoli sulla via della verità.
Virtù che Grecchi sembra riconoscergli fino in fondo al di là delle parole che utilizza, poiché già dal tono di voce con cui si esprime sull’onda dei ricordi è molto chiaro ciò che prova: gratitudine.
Questa è stata quantomeno la mia impressione. Tanto che solo quando prendiamo a parlare di ciò che sta germogliando dai semi che Preve ha lasciato cadere lungo il suo percorso, Luca – così il professor Grecchi m’invita a rivolgermi a lui fin da subito, considerando anche me in qualche modo un amico di Costanzo – si rabbuia un poco. Ad oggi, di germogli ancora non se ne vedono sbucare. Ma Grecchi è convinto sia solo questione di tempo, poiché le grandi intuizioni necessitano talvolta di molti anni per venir colte ed elaborate.
Il tempo di Costanzo Preve deve dunque ancora venire. Questo il destino di tutti coloro che hanno rappresentato l’avanguardia del pensiero. E questa la convinzione di tutti noi che i suoi libri li abbiamo letti, amati, e anche criticati come lui per primo avrebbe voluto.

 

Andrea Rovere

 

 

 Articolo già pubblicato su:

Alessandria oggiAlessandria oggi

del 29-11-2018


Venturi non immemor aevi

 

Nel pensiero di Costanzo che vivendo ci fu caro,
pensiamo la sua memoria, ma… Venturi non immemor aevi.

 

Il cartiglio sullo stemma di uno del martiri della Rivoluzione napoletana del 1799, Gennaro Serra di Cassano, reca una scritta che, per la sua espressione incipitale (Venturi), sollecita a proporne la lettura (o la rilettura) anche a tutti gli estimatori e amici di Costanzo:

Venturi non immemor aevi

Vi si esprime l’esigenza di saldare il passato al futuro e il futuro al passato. Il futuro che si riverbera così nel passato, come il passato – quasi transitando per il presente – attende, a sua volta, la sua ventura rammemorazione, orientando il futuro stesso. Come se il futuro svernasse nel passato, raccogliendo le aspettative e le speranze sinora inascoltate in vista della loro realizzazione. E dunque, caro Costanzo, “ad multos annos” per i semi che hai lasciato: questo l’augurio, per una nuova “avventura” che occorre desiderare (avventura, l’andare verso le cose future, ad ventura), aspirando e impegnandosi sempre a dare un senso alla propria vita proiettandola nell’altrove della “buona utopia”, che è assoluta negazione dell’indeterminato capitalistico, una concreta “utopia comunitaria” perseguita secondo itinerari da inventare, progettare, non immemor aevi venturi. È questa la sostanza della “passione durevole” che a partire da Lukács hai trasmesso a molti.

Carmine Fiorillo

*[Non immemor, Non immemore / Aevi (genitivo di aevus, aevi; età, vita, epoca, periodo della storia passata, esistenza, speranza o durata della vita umana) / Venturi (genitivo di venturus, venturi; venturo, futuro; come sostantivo neutro venturum, venturi: il futuro)].

 


Costanzo Preve

Storia dell’etica

indicepresentazioneautoresintesi

***

Costanzo Preve

Storia della dialettica

indicepresentazioneautoresintesi

***

Costanzo Preve

Storia del materialismo

indicepresentazioneautoresintesi

 


Costanzo Preve – Recensione a: Carmine Fiorillo – Luca Grecchi, «Il necessario fondamento umanistico del “comunismo”», Petite Plaisance, Pistoia, 2013
Costanzo Preve – Introduzione ai «Manoscritti economico-filosofici del 1844» di Karl Marx.
Costanzo Preve – Le avventure della coscienza storica occidentale. Note di ricostruzione alternativa della storia della filosofia e della filosofia della storia.
Costanzo Preve – Nel labirinto delle scuole filosofiche contemporanee. A partire dalla bussola di Luca Grecchi.
Costanzo Preve – Questioni di filosofia, di verità, di storia, di comunità. INTERVISTA A COSTANZO PREVE a cura di Saša Hrnjez
Costanzo Preve – Capitalismo senza classi e società neofeudale. Ipotesi a partire da una interpretazione originale della teoria di Marx.
Costanzo Preve – Elementi di Politicamente Corretto. Studio preliminare su di un fenomeno ideologico destinato a diventare in futuro sempre più invasivo e importante
Costanzo Preve – Religione Politica Dualista Destra/Sinistra. Considerazioni preliminari sulla genesi storica passata, sulla funzionalità sistemica presente e sulle prospettive future di questa moderna Religione
Costanzo Preve – Invito allo Straniamento 2° • Costanzo Preve marxiano ci invita ad un riorientamento, ad uno “scuotimento” associato a un mutamento radicale di prospettiva, alla trasformazione dello sguardo con cui ci si accosta al mondo.
Costanzo Preve (1943-2013) – Prefazione di Costanzo Preve alla traduzione greca (luglio 2012) de “Il Bombardamento Etico”. Un libro che è ancora più attuale di quando fu scritto, sedici anni or sono.
Costanzo Preve – Marx lettore di Hegel e … Hegel lettore di Marx. Considerazioni sull’idealismo, il materialismo e la dialettica
Costanzo Preve (1943 – 2013) – «Il ritorno del clero. La questione degli intellettuali oggi». La ricerca della visibilità a tutti i costi è illusoria. L’impegno intellettuale e morale, conoscitivo e pratico, deve essere esercitato direttamente. Saremo giudicati solo dalle nostre opere.
Costanzo Preve (1943-2013) – Il Sessantotto è una costellazione di eventi eterogenei impropriamente unificati. Il mettere in comune questi eventi eterogenei è un falso storiografico.
Costanzo Preve (1943-2013) – «Il convitato di pietra». Il nichilismo è una pratica, è la condizione del quotidiano senza la mediazione della coscienza, senza la fatica del concettualizzare

 


Si può accedere  ad ogni singola pagina pubblicata aprendo il file word     

  logo-wordIndice completo delle pagine pubblicate (ordine alfabetico per autore al 30-11-2018)


N.B. Le immagini e i video sono stati reperiti nel web e quindi considerati di pubblico dominio. Qualora si ritenesse che possano violare diritti di terzi, si prega di scrivere al seguente indirizzo: info@petiteplaisance.it, e saranno immediatamente rimossi.


***********************************************
Seguici sul sito web 

cicogna petite***********************************************


Houria Bouteldja – Giancarlo Paciello, legge il libro «I bianchi, gli ebrei e noi». L’amore rivoluzionario di Houria Bouteldja.

Houria Bouteldja 001

Giancarlo Paciello

L’amore rivoluzionario di Houria Bouteldja

Giancarlo Paciello invita alla lettura del libro di Houria Bouteldja,

I bianchi, gli ebrei e noi

Verso una politica dell’amore rivoluzionario

Sensibili alle foglie, 2017

***

Prefazione all’edizione italiana di Maria Rita Prette

Postfazione all’edizione italiana di Marilina Rachel Veca

***

Logo Adobe AcrobatLeggi e stampa il PDF (9 pp.)Logo Adobe Acrobat

Giancarlo Paciello legge il libro «I bianchi, gli ebrei e noi».
L’amore rivoluzionario di Houria Bouteldja

***

I bianchi, gli ebrei e noi

I bianchi, gli ebrei e noi

 

Les Blancs, les Juifs et nous.

Les Blancs, les Juifs et nous.

***

Houria Bouteldja

Houria Bouteldja

 

 

Per mesi ho cercato di dar corpo alle sensazioni, alle forti impressioni e alle riflessioni suscitate da questo libro di Houria Bouteldja, di una potenza espressiva che non mi era mai capitato di incontrare! Poi, il sottotitolo, la dedica “Au nom de l’amour revolutionnaire” sul mio libro e la quarta di copertina mi hanno orientato.
Per me l’amore è Gesù di Nazareth e rivoluzionario (lo si usi come sostantivo o come aggettivo), è sempre Lenin. E qualche volta mi sono anche attardato a fantasticare su di un loro ipotetico incontro e a pensare a quale “discorso della montagna” ne sarebbe potuto seguire. Penso che quanto sostiene, con provocatoria determinazione, questa giovane e bella immigrata di seconda generazione, di origine algerina, vi avrebbe trovato un posto adeguato. E non ho alcuna intenzione di essere blasfemo!
Avevo pensato, in passato, di partire dal “fardello dell’uomo bianco” emblema della colonizzazione, ma non sarà così: di questo “fardello” rimarrà soltanto il colore della pelle di chi lo “porta” e un paio di ironiche vignette che lo sputtanano.

Una rappresentazione satirica del “fardello dell’uomo bianco”.

Una rappresentazione satirica del “fardello dell’uomo bianco”.

 

L’Uomo bianco ha cominciato molto presto a caricarsi del suo fardello.

L’Uomo bianco ha cominciato molto presto a caricarsi del suo fardello.

 

 

Ho già detto delle due prime ragioni che mi hanno orientato in questa decisione.
Resta la quarta di copertina:

«Perché scrivo questo libro? Perché condivido l’angoscia di Gramsci: “Il vecchio mondo è morto. Il nuovo è di là da venire ed è in questo chiaro-scuro che sorgono i mostri”. Il mostro fascista, nato dalle viscere della modernità occidentale. Da qui la mia domanda: che cosa offrire ai Bianchi in cambio del loro declino e delle guerre che questo annuncia? Una sola risposta: la pace. Un solo mezzo: l’amore rivoluzionario».

La mia non sarà una recensione.
Sarà un va’ e vieni nel primo capitolo dal titolo “Fucilate Sartre”, mostro sacro dell’anticolonialismo in Francia.
In questo capitolo, l’autrice motiva a più riprese le ragioni che l’hanno spinta a scrivere il libro e analizza allo stesso tempo le figure di Jean-Paul Sartre e di Jean Genet, entrambi sostenitori della lotta del popolo algerino, ma che partono da punti di vista assai diversi. Secondo la scrittrice, Sartre non riesce ad andare oltre quello che Wallerstein definisce universalismo occidentale contrapponendolo ad un universalismo universale, patrimonio invece di Genet.
Questa almeno la mia interpretazione, dal momento che Houria non si sogna nemmeno di nominarlo Wallerstein e si serve invece di una espressività di tale forza da poter fare a meno anche di importanti categorizzazioni.
Sostanzialmente, il giudizio negativo su Sartre è dovuto alla sua posizione nei confronti del sionismo, difeso dallo scrittore francese sempre e comunque.
Cominciamo con Sartre.
Il capitolo inizia con un:

«Fucilate Sartre! Il filosofo francese prende posizione in favore dell’indipendenza dell’Algeria. Si attira le ire di migliaia di vecchi combattenti sui Champs Élysées il 3 ottobre 1960. […] Sartre, la cui prima indignazione, confida, è stata scoprire a quattordici anni che le colonie erano “una competenza di Stato” e una “attività assolutamente disonorevole”. E aggiunge: “La libertà che mi costituisce come uomo costituisce il colonialismo come abiezione”. In materia di colonialismo e di razzismo, fedele alla sua coscienza di adolescente, egli non si smentirà quasi mai. Lo troveremo mobilitato contro il “cancro” dell’apartheid, contro il regime segregazionista degli Stati Uniti, a sostegno della rivoluzione cubana e del Vietnam. Si dichiarerà anche porteur de valises del FLN [Fronte Nazionale di Liberazione algerino].

J.-P. Sartre, Ebrei

J.-P. Sartre, Ebrei

 

L'antisemitismo

L’antisemitismo

[…] Sartre non si è mai preteso pacifista. Lo dimostra anche nel 1972 in occasione dei giochi olimpici di Monaco. […] Per lui, l’attentato di Settembre nero, che è costato la vita a undici membri dell’équipe israeliana, è “perfettamente riuscito”, stante che la questione palestinese era stata posta davanti a milioni di telespettatori in tutto il mondo “più tragicamente di quanto sia mai stato fatto all’Onu, dove i palestinesi non sono rappresentati”.
Il sangue di Sartre è sgorgato. Non faccio fatica a immaginare la sua lacerazione quando egli ha preso posizione a favore del Settembre nero. Egli si è mutilato l’anima. Ma il colpo non è stato fatale. Sartre è sopravvissuto. L’uomo della prefazione a I dannati della terra non ha concluso la sua opera: uccidere il Bianco.
[…] Al di là della sua simpatia per i colonizzati e la loro legittima violenza, per lui, niente potrà detronizzare la legittimità dell’esistenza di Israele. Nel 1948, egli prende posizione per la creazione dello Stato ebraico e difende la pace sionista, per “uno stato indipendente, libero e pacifico”. Sull’esempio di Simone De Beauvoir, è favorevole all’immigrazione degli Ebrei in Palestina.

bouteldja-mod-1-660x400

 

“Bisogna dare delle armi agli Ebrei; ecco il compito immediato delle Nazioni unite”, proclama. Non possiamo disinteressarci della causa ebraica a meno che non accettiamo di essere noi stessi degli assassini. Ed egli prosegue: “Non c’è un problema ebraico. C’è un problema internazionale. Io ritengo che il dovere degli Ariani sia aiutare gli Ebrei. Il problema interessa tutta l’umanità. Sì, è un problema umano”.
Nel 1949 dirà: “Bisogna rallegrarsi che uno Stato israeliano autonomo giunga a legittimare le speranze e le lotte degli Ebrei del mondo intero. […] la formazione dello Stato palestinese (ebraico in Palestina! Nota mia) deve essere considerata come uno degli eventi più importanti della nostra epoca, uno dei soli che permettono oggi di conservare la speranza”.
La speranza di chi?
Colui che proclamava: “È l’antisemitismo che fa gli Ebrei”, ecco che estende il progetto antisemita sotto la forma sionista e partecipa alla costruzione della più grande prigione per Ebrei. Ansioso di seppellire Auschwitz e salvare l’anima dell’uomo bianco, egli scava la tomba degli Ebrei. Il Palestinese era lì per caso. Egli lo strangola.
La buona coscienza bianca di Sartre … è quella che gli impedisce di completare la sua opera: liquidare il Bianco. […] Si risolve con la sconfitta o con la morte dell’oppressore, anche se Ebreo, [questo è] il passo che Sartre non ha saputo compiere. E lì il suo fallimento. Il Bianco resiste.
[…] La sua fedeltà al progetto sionista, benché contrariato dagli eccessi di Israele, resta intatta.

Frantz Fanon3

Frantz Fanon

Les damnés de la terre

Les damnés de la terre

I dannati della terra, it

I dannati della terra

Josie Fanon, vedova di Franz Fanon, gli rimprovera di essersi associato ai “clamori isterici della sinistra francese” e chiederà a François Maspero di togliere la prefazione di Sartre alle ulteriori edizioni de I dannati della terra.
“Non c’è più nulla in comune tra Sartre e noi, tra Sartre e Fanon. Sartre, che sognava nel 1961 di unirsi a quelli che fanno la storia dell’uomo è passato dall’altra parte, Nel campo degli assassini. Il campo di quelli che uccidono in Vietnam, in Medio-Oriente, in Africa, in America Latina”.

No, Sartre non è Genet. Josie Fanon lo sapeva.
Nel 1975 non ha forse protestato con Mitterrand, Mendès France e Malraux – ammirevole trio – contro la risoluzione dell’Onu che, giustamente, assimila il sionismo al razzismo. Sporchi Arabi! La loro ostinazione a negare l’esistenza d’Israele ritarda “l’evoluzione del Medio Oriente verso il socialismo” … e allontana le prospettive di una pace che allevierebbe l’angoscia esistenziale sartriana e la sua coscienza infelice.
Nel 1976 il suo auspicio sarà esaudito. Il presidente egiziano Sadat andrà a raccogliersi davanti al memoriale dei martiri dell’olocausto nazista. Lo stesso anno, si vedrà premiato con il titolo di dottore honoris causa dell’università di Gerusalemme all’ambasciata d’Israele.
Sartre morirà anticolonialista e sionista. Morirà Bianco.

[…] Siamo, malgrado tutto, in diritto di pensare che la sua bianchità lo abbia condizionato. Sartre non ha saputo tradire radicalmente la sua razza».

E Genet?
Sartre «non ha saputo essere Genet … che si è rallegrato della sconfitta francese nel 1940 contro i tedeschi, e in seguito a Saigon e in Algeria. Della loro disfatta a Dien Bien Phu. […] La Francia resistente non era forse anche quella che andava a diffondere il terrore a Sétif e Guelma, un certo 8 maggio 1945, poi nel Madagascar poi nel Camerun?
[…] Certo, c’è il conflitto di classe, ma c’è anche il conflitto di razza.
Ciò che mi piace di Genet è che a lui non importa di Hitler. E paradossalmente, riesce, ai miei occhi, a essere l’amico radicale delle due grandi vittime storiche dell’ordine bianco: gli ebrei e i colonizzati. Non vi è alcuna traccia di filantropia in lui. Né in favore degli ebrei, delle Pantere Nere o dei palestinesi.

 

Jean Genet a sostegno dei Black Panthers

Jean Genet a sostegno dei Black Panthers.

 

J. Genet, The Blacks

J. Genet, The Blacks.

Ma una collera sorda contro l’ingiustizia che è stata loro fatta dalla sua propria razza.

Non ha forse accolto la soppressione della pena di morte in Francia con un’indifferenza cinica quando il decoro ordinava una devota emozione e celebrava questo nuovo passo verso la civilizzazione? La posizione di Genet cade come una mannaia sulla testa dell’uomo bianco: “Finché la Francia non farà questa politica che chiamiamo Nord-Sud, fintanto che essa non si preoccuperà dei lavoratori immigrati o delle ex colonie, la politica francese non m’interesserà affatto. Che si taglino o no delle teste a degli uomini bianchi, non mi interessa un granché”.

Quattro ore a Chatila

Quattro ore a Chatila.

 

Perché “fare una democrazia nel Paese che è stato nominato Métropole, è in effetti fare ancora una democrazia contro i Paesi neri o arabi”.
C’è come un’estetica in questa indifferenza verso Hitler. Essa è una rivelazione. Bisogna essere poeti per raggiungere questa grazia? L’alacrità compulsiva delle principali forme politiche a fare del dirigente nazista un accidente della storia europea e a ridurre Vichy e tutte le forme di collaborazione a delle semplici parentesi non poteva ingannare “l’angelo di Reims”. Ho detto “indifferenza”. Non empatia, non collusione. Poteva coprire di ingiurie Hitler e risparmiare la Francia che s’era mostrata così “carogna in Indocina e in Algeria e in Madagascar”?
Egli descrive come “eccitante” il suo sentimento davanti alla sconfitta francese di fronte a Hitler. Ci si poteva bellamente rallegrare della fine del nazismo mentre si era accomodanti sulla sua genesi colonialista e sul proseguimento del progetto imperialista sotto altre forme? Si potevano isolare impunemente gli atti nazisti dal resto della storia dei crimini e genocidi occidentali? Si aveva il diritto morale di scagionare le imprese francesi, inglesi e statunitensi per accollare tutta la responsabilità all’impresa tedesca?
Le parole di Césaire tornano a galla: “Il nazismo è una forma di colonizzazione dell’uomo bianco sull’uomo bianco, uno choc di ritorno per gli europei colonizzatori: una civiltà che giustifica la colonizzazione […] chiama il suo Hitler, voglio dire il suo castigo”. In effetti, Hitler, scrive Césaire, ha “applicato all’Europa dei procedimenti colonialisti afferenti, fino a quel momento, solo agli arabi d’Algeria, ai servi dell’India e ai negri d’Africa”.
Ciò che mi piace anche di Genet è che egli non prova alcun sentimento ossequioso nei nostri confronti. Ma sa discernere la proposta invisibile fatta ai Bianchi dai militanti radicali della causa nera, della causa palestinese, della causa del Terzo mondo.
Egli sa che tutti gli indigeni che si ergono contro l’uomo bianco gli offrono, simultaneamente, l’occasione di salvarsi. Egli intuisce che dietro la resistenza radicale di Malcom X c’è la sua propria salvezza. Genet lo sa e ogni volta che un indigeno gli ha offerto questa opportunità, l’ha afferrata.
È per questo che, dall’oltretomba, Malcom X ama Genet. Tra questi due uomini la parola “pace” ha un senso; un senso irrigato dall’amore rivoluzionario. Ma Malcom X non può amare Genet senza prima di tutto amare i suoi. È il suo lascito a tutti i non-Bianchi del mondo. Grazie a lui, sono un’ereditiera. Innanzitutto, bisogna amarci […]».

***

Non posso che sentirmi empaticamente unito a tutti i colonizzati, io che da sempre mi sento empaticamente unito al popolo palestinese! E non perderò occasione di abbracciare Houria non appena se ne presenterà l’occasione.

Passiamo ora alla parte del primo capitolo in cui l’indigena chiarisce cosa l’ha spinta a scrivere questo libro. Questa parte mi ha coinvolto ancora di più sul piano emotivo.

***

Houria-Bouteldja-2-247x300 copia

«Perché scrivo questo libro? Senza dubbio per farmi perdonare le mie prime codardie di questa odiosa condizione di indigena. La volta in cui, liceale, in cammino per un viaggio scolastico a New-York, ho chiesto ai miei genitori che mi stavano accompagnando all’aeroporto di non farsi vedere dai professori e dai miei compagni di classe perché “gli altri genitori non accompagnano i loro figli”. Una frottola bella e buona. Mi vergognavo di loro. Avevano l’aria troppo povera e troppo da immigrati, con le loro teste arabe, fieri di vedermi prendere il volo verso il paese dello zio Sam. Non protestarono. Si nascosero e io pensai ingenuamente che avessero creduto alle mie bugie. Me ne rendo conto solo oggi che essi mi accompagnarono nella menzogna. Mi sostennero senza battere ciglio per permettermi di andare più lontano di loro.
E poi, aver vergogna di sé, da noi, è come una seconda pelle. “Gli arabi, la seconda razza dopo i rospi”, diceva mio padre. Una frase che aveva senz’altro sentito su un cantiere edile e che aveva fatto sua per convinzione di colonizzato. All’aeroporto, non si era tirato indietro. Poi, è stato portato via da un cancro dovuto all’amianto. Un cancro da operaio. Sì, devo farmi perdonare da lui.

Perché scrivo questo libro? Perché non sono innocente. Vivo in Francia. Vivo in Occidente. Sono bianca. Niente può assolvermi. Detesto la buona coscienza bianca. La maledico. Essa siede a sinistra della destra, nel cuore della socialdemocrazia. È lì che ha regnato a lungo, raggiante e risplendente. Oggi, è sciupata, logora. I suoi vecchi demoni l’afferrano e le maschere cadono. Ma respira ancora: Grazie a Dio, non è riuscita a conquistare il mio territorio. Io non cerco alcuna scappatoia. Certo, l’appuntamento con il grande Sud mi spaventa, ma mi arrendo. Non fuggo lo sguardo dei sans papíer, e non distolgo il mio dai morti di fame, dai “clandestini” che si arenano sulle nostre rive, morti o vivi.
Io preferisco sputare il rospo: sono una criminale. Ma estremamente sofisticata. Non ho sangue sulle mani. Sarebbe troppo volgare. Alcuna giustizia al mondo mi trascinerà davanti ai tribunali. Il mio crimine io lo subappalto. Tra il mio crimine e me c’è una bomba. Io sono detentrice del fuoco nucleare. La mia bomba minaccia il mondo dei meteci e protegge i miei interessi. Tra il mio crimine e me, c’è anzitutto la distanza geografica e poi la distanza geopolitica. Ma ci sono anche le grandi istanze internazionali, l’Onu, il Fmi, la Nato, le multinazionali, il sistema bancario. Tra il mio crimine e me ci sono le istanze nazionali: la democrazia, lo Stato di diritto, la Repubblica, le elezioni. Tra il mio crimine e me, ci sono delle belle idee: i diritti dell’uomo, l’universalismo, la libertà, l’umanesimo, la laicità, la memoria della Shoah, il femminismo, il marxismo, il terzomondismo. E anche i porteurs de valises [del FLN]. Essi sono in cima all’eroismo bianco. Io li rispetto, tuttavia. Mi piacerebbe rispettarli di più, ma sono già ostaggi della buona coscienza. Gli sfruttatori della sinistra bianca.
Tra il mio crimine e me c’è il rinnovamento e la metamorfosi delle grandi idee nel caso in cui l’”anima bella” dovesse scadere: il commercio equo, l’ecologia, il commercio bio. Tra il mio crimine e me, c’è il sudore e il salario di mio padre, gli assegni familiari, le ferie, i diritti sindacali, le vacanze scolastiche, le colonie estive, l’acqua calda, il riscaldamento, i trasporti, il mio passaporto… Io sono separata dalla mia vittima – e dal mio crimine – da una distanza insormontabile. Questa distanza si estende. I check point dell’Europa si sono spostati verso il sud. Cinquant’anni dopo l’indipendenza, è il Maghreb che doma i suoi cittadini e i Neri dell’Africa. Volevo dire “i miei fratelli africani”. Ma non oso più, dopo aver confessato il mio crimine. Addio Bandung.
Succede a volte che la distanza tra me e il mio crimine si accorci. Delle bombe esplodono nella metropolitana. Delle torri sono abbattute da aerei e crollano come dei castelli di carta. I giornalisti di una celebre redazione sono decimati. Ma, immediatamente, la buona coscienza fa il suo dovere. “Siamo tutti Americani”, “Siamo tutti Charlie”. È il grido di cuore dei democratici. L’unione sacra. Loro sono tutti americani. Loro sono tutti Charlie. Loro sono tutti Bianchi.
Se fossi giudicata per il mio crimine non punterei sulla virtù offesa. Ma invocherei le circostanze attenuanti. Non sono del tutto bianca. Sono blanchie (sbiancata, ma anche scagionata). Sono qui perché sono stata gettata fuori dalla Storia.

image

Sono qui perché i Bianchi erano a casa mia e lì continuano a stare. Cosa sono io? Un’indigena della Repubblica.

 

Prima di tutto, sono una vittima. La mia umanità l’ho persa.

 

Nel 1492, poi di nuovo nel 1830 (anno della conquista francese dell’Algeria).

 

Victor Adam, Conquest and Civilisation, allegoria dell'invasione francese, 5 luglio 1830

Victor Adam, Conquest and Civilisation, allegoria dell’invasione francese in Algeria, 5 luglio 1830.

 

14 giugno 1830, inizia la colonizzazione dell'Algeria

14 giugno 1830, inizia la colonizzazione dell’Algeria

 


Episodio della conquista francese dell'Algeria in una stampa dell'epoca   Episodio della conquista francese dell’Algeria in una stampa dell’epoca. La scritta in basso recita:
Le Colonel Lucien de Montagnac: «Pour chasser les idées qui m’assiègent parfois, je fais couper des têtes, non pas des tete d’artichauts, mais bien des têtes d’homme» (Il Colonnello Lucien de Montagnac: «Per scacciare le idee che a volte mi assalgono, ho tagliato teste, non teste di carciofi, ma teste di uomini»).


 

E tutta la mia vita l’ho passata a riconquistarla. Non tutti i periodi sono di eguale crudeltà dal mio punto di vista, ma la mia sofferenza è infinita. Dopo aver visto la ferocia bianca abbattersi su di me, so che mai più mi ritroverò. La mia integrità è perduta per me stessa e per l’umanità, per sempre: io sono una bastarda. Non ho altro che una coscienza che risveglia i miei ricordi del 1492. Una memoria trasmessa di generazione in generazione, che resiste all’industria della menzogna. Grazie a lei, io so con la certezza della fede e una gioia intensa che gli “Indiani” erano “i buoni”.
È vero, la mia bomba protegge i miei interessi di indigena aristocratica, ma in effetti non ne sono che una beneficiaria occasionale. Non sono la principale destinataria, (a loro non importa), e i miei genitori. immigrati lo erano ancora meno. Sono nello strato più basso dei profittatori. Sopra di me, ci sono i profittatori bianchi. Il popolo bianco, proprietario. della Francia: proletari, funzionari, classe media. I miei oppressori. Essi sono i piccoli azionisti della vasta impresa di spogliazione del mondo. Al di sopra, c’è la classe dei grandi possidenti, dei capitalisti, dei grandi finanzieri che hanno saputo negoziare con le classi subalterne bianche, in cambio della loro complicità, una migliore ripartizione delle ricchezze della gigantesca rapina e la partecipazione – molto limitata – ai processi decisionali politici che definiscono fieramente “democrazia”. Hanno interesse a crederci. Per questo essa è una divinità per loro. Ma la loro coscienza è stanca. Cerca maggiori comodità.
Dormire in pace è essenziale. E svegliarsi fieri del proprio genio è ancora meglio. L’inferno sono gli altri. Bisognava inventare l’umanesimo ed è stato inventato.
E poi, il Sud, lo conosco, ne sono parte. I miei genitori lo hanno portato con sé venendo a vivere in Francia. Essi vi sono restati e io mi ci sono aggrappata e non l’ho mai lasciato. Si è installato nella mia testa e ha giurato di non uscirne mai. E anche di torturarmi. Tanto meglio. Senza di lui, non sarei che una parvenue.
Ma è lì, e mi osserva con i suoi grandi occhi.
[…]

 

Sadri Khiari

Sadri Khiari.

Da qui la mia domanda: che cosa offrire ai Bianchi in cambio del loro declino e delle guerre che questo annuncia? Una sola risposta: la pace. Un solo mezzo: l’amore rivoluzionario.
Le linee che ne conseguono non sono che un ennesimo tentativo – sicuramente disperato – di suscitare questa speranza. In realtà, solo la mia spaventosa vanità mi permette di crederci. Una vanità che condivido con Sadri Khiari, un altro mite sognatore, che ha scritto: “Poiché è il partner indispensabile degli indigeni, la sinistra è il loro primo avversario”. Deve finire.

La contre-révolution coloniale en France

51rvV0JfX4L._SX332_BO1,204,203,200_

“Fucilate Sartre!” Non sono i nostalgici dell’Algeria francese a proclamarlo. Sono io, l’indigena».

 


… Ho continuato la lettura del libro di Houria insieme al mio amico Carmine …

…. voi potete farlo ugualmente ordinando il libro a Sensibili alle foglie.

Ecco il Sommario

Prefazione di Maria Rita Prette

Ringraziamenti
Avvertenza
Fucilate Sartre!
Voi, i Bianchi!
Voi, gli Ebrei!
Noi, le donne indigene
Noi, gli Indigeni
Allahu Akbar!

Postfazione di Marilina Rachel Veca

 


Si può accedere  ad ogni singola pagina pubblicata aprendo il file word     

  logo-wordIndice completo delle pagine pubblicate (ordine alfabetico per autore al 07-10-2018)


N.B. Le immagini e i video sono stati reperiti nel web e quindi considerati di pubblico dominio. Qualora si ritenesse che possano violare diritti di terzi, si prega di scrivere al seguente indirizzo: info@petiteplaisance.it, e saranno immediatamente rimossi.


 

***********************************************
Seguici sul sito web 

cicogna petite***********************************************

Jean-Paul Sartre (1905-1980) – Il desiderio si esprime con la carezza come il pensiero col linguaggio. Il desiderio è coscienza. Nel desiderio e nella carezza che l’esprime, mi incarno per realizzare l’incarnazione dell’altro. Così, nel desiderio, c’è il tentativo di incarnazione della coscienza.

Sartre 01
image_book

L’essere e il nulla

 

Senza alcun dubbio, chi desidera sono io, ed il desiderio è un modo singolare della mia soggettività. Il desiderio è coscienza […]. Tuttavia non si deve pensare che la coscienza che desidera sia differente dalla coscienza cognitiva solo, per esempio, per la natura del suo oggetto.

[…] Il desiderio non è solamente voglia, chiara e trasparente voglia che, attraverso il nostro corpo, tende verso un certo oggetto. Il desiderio è definito come turbamento. E questa espressione di turbamento può servirci a determinare meglio la sua natura: si oppone un’acqua torbida ad un’acqua trasparente; uno sguardo torbido ad uno sguardo chiaro. L’acqua torbida è sempre dell’acqua; non ha perso la fluidità ed i suoi caratteri essenziali; ma la sua trasparenza è «turbata» da una presenza impercettibile che fa tutt’uno con essa, che è ovunque e da nessuna parte e che si dà come intorbidimento dell’acqua provocato da se stessa. Certo, la cosa si potrà spiegare adducendo la presenza di finissime particelle di solidi, in sospeso nel liquido: ma questa, è la spiegazione dello scienziato. Secondo la nostra percezione originaria, l’acqua torbida ci si presenta come alterata dalla presenza di qualche cosa di invisibile che non si distingue dall’acqua stessa e si manifesta come pura resistenza di fatto.

Se la coscienza che desidera è torbida, vuol dire che presenta un’analogia con l’acqua torbida. Per precisare questa analogia, conviene paragonare il desiderio sessuale con un’altra forma di desiderio, per esempio con la fame. […] Nel desiderio sessuale, certamente, si può ritrovare questa struttura comune a tutti gli appetiti: uno stato del corpo. […]

Tuttavia, se ci fermiamo a descriverlo così, il desiderio sessuale si manifesterebbe come un desiderio secco e chiaro, paragonabile al desiderio di bere o mangiare. […] Ora tutti sanno che un abisso separa il desiderio sessuale dagli altri appetiti. […] Perché non si desidera una donna tenendosi del tutto fuori dal desiderio, il desiderio mi compromette; io sono complice del mio desiderio. […] Ma il desiderio è consenso al desiderio. […] Nel desiderio la coscienza sceglie di esistere la sua fatticità su un altro piano. Non la fugge più, tenta di subordinarsi alla sua contingenza, in quanto sente un altro corpo – cioè un’altra contingenza – come desiderabile. In questo senso, il desiderio non è solamente manifestazione del corpo d’altri, ma rivelazione del mio corpo. […]

Il desiderio è un tentativo di svestire il corpo dei suoi movimenti come di vestiti, e di farlo esistere come pura carne; è un tentativo di incarnazione del corpo dell’altro. Solo in questo senso le carezze sono appropriazione del corpo dell’altro; è evidente che, se le carezze non consistessero che nello sfiorare o toccare, non potrebbero avere alcun rapporto con il potente desiderio che pretendono di colmare; rimarrebbero alla superficie […].

La carezza non vuole essere un semplice contatto; sembra che solo l’uomo la possa ridurre a semplice contatto, ed allora vien meno al suo significato. Perché la carezza non è un semplice sfiorare: ma un foggiare. Carezzando l’altro, io faccio nascere la sua carne con la mia carezza, sotto le mie dita. La carezza fa parte dell’insieme di cerimonie che incarnano l’altro. Ma, si può obbiettare, non era forse già incarnato? No. La carne dell’altro non esisteva esplicitamente per me, perché percepivo il corpo dell’altro in situazione; non esisteva per lui perché la trascendeva verso le sue possibilità e verso l’oggetto. La carezza fa nascere l’altro come carne per me e per lui. […]

Così la carezza non si distingue per nulla dal desiderio: carezzare cogli occhi o desiderare è la stessa cosa; il desiderio si esprime con la carezza come il pensiero col linguaggio.

[…] Nel desiderio e nella carezza che l’esprime, mi incarno per realizzare l’incarnazione dell’altro; e la carezza, realizzando l’incarnazione dell’altro, mi manifesta la mia incarnazione; cioè io mi faccio carne per indurre l’altro a realizzare per-sé e per me la sua carne e le mie carezze fanno nascere per me la mia carne […].

Così, nel desiderio, c’è il tentativo di incarnazione della coscienza […] per realizzare l’incarnazione dell’altro.

[…] Il desiderio, quindi, non giunge alla coscienza come il cuore giunge al pezzo di ferro che io avvicino alla fiamma. La coscienza si sceglie desiderio. Per questo, certo, conviene che essa abbia un motivo: io non desidero una persona qualunque o in qualsiasi momento.

[…] Il desiderio è un pro-getto vissuto che non presuppone nessuna deliberazione preliminare, ma che comporta da sé il suo significato e la sua interpretazione.

GIOTTO-BACIO

 Jean-Paul Sartre, L’essere e il nulla. La condizione umana secondo l’esistenzialismo, trad. di Giuseppe Del Bo, NET, 2002, pp. 438-445.

 

 

 


Si può accedere  ad ogni singola pagina pubblicata aprendo il file word     

  logo-wordIndice completo delle pagine pubblicate (ordine alfabetico per autore al 26-11-2017)


N.B. Le immagini e i video sono stati reperiti nel web e quindi considerati di pubblico dominio. Qualora si ritenesse che possano violare diritti di terzi, si prega di scrivere al seguente indirizzo: info@petiteplaisance.it, e saranno immediatamente rimossi.


***********************************************
Seguici sul sito web 

cicogna petite***********************************************