«Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada». Eraclito
Da una guerra all’altra nel diario di un viaggiatore. Criminalizzare la guerra, ogni guerra, è il primo – seppur fragile ma comunque indispensabile – passo per camminare insieme su sentieri di pace.
Arrivato in Argentina qualche anno dopo la “guerra sporca” (“sucia” in spagnolo) ho visto gli effetti della dittatura militare degli anni Settanta e Ottanta del Novecento. Ricordo le timide dimostrazioni nella città di Cordoba per fare memoria degli scomparsi a causa del terrorismo di Stato. Si chiamavano in Argentina “desaparecidos”: i loro nomi e le loro foto erano esibite dalle madri e dalle nonne nella Piazza di Maggio nella capitale Buenos Aires.
Questa non sarebbe stata che l’avvisaglia di quello che mi aspettava in Liberia, proprio l’anno seguente dalla partenza dall’Argentina. Inviato in Liberia ho ascoltato, visto e toccato la parte conclusiva della guerra civile in questo Paese: una guerra durata, con alcuni intervalli, per quindici anni.
Sono solito dire che quando gli occhi sono stati feriti da una guerra rimane loro ancora molto poco da vedere. Da quella lacerazione, ne sono testimone, non si guarirà mai più.
A dire il vero anche in Costa d’Avorio, il mio primo e indimenticabile soggiorno in Africa occidentale, erano affiorati i sintomi di ciò che avrebbe prodotto il primo colpo di Stato militare: anticipo di una crisi post-elettorale che sarebbe sfociata in una – fomentata – guerra civile che porterà il Paese ad essere diviso in due.
Di questa crisi ebbi modo di toccare gli effetti con le conseguenze subite dai rifugiati che, a decine, approdarono nel Niger, dove nel frattempo mi trovavo da circa un anno. Madri, padri, bambini che avevano perso tutto e che cercavano di ripartire nell’allora accogliente sabbia e polvere del Paese, in quegli anni modello di stabilità. Ancora lei, la guerra, nei suoi più evidenti, drammatici e spesso inosservati effetti (globalizzazione dell’indifferenza). La sofferenza silenziosa di chi deve di nuovo ricominciare a credere nella vita e negli altri, malgrado le ambiguità del così detto mondo umanitario. Troppo spesso rifugiati, ma senza un vero rifugio.
Il Sahel – fascia convenzionale di territorio che cinge l’Africa dall’Oceano Atlantico al Mar Rosso – è diventato, nella sua zona centrale, uno degli epicentri del terrorismo ‘islamista’ globale. La distruzione della Libia ad opera dell’intervento della Nato, con l’assassinio di Mu’ammar Gheddafi nel 2011, ha contribuito in modo forse determinante a creare una guerra che, ormai da anni, insanguina questa porzione del Continente.
Migliaia di morti, contadini e dunque invisibili, per lo più, assieme a giovani militari spesso mandati allo sbaraglio da capi militari che hanno preso il potere. Naturalmente questi ultimi preferiscono il fresco degli uffici e i redditi dei vari ministeri che hanno abusivamente occupato alla durezza del “fronte”. Questa è appunto l’altra guerra convissuta con la gente terrorizzata, sfollata, perduta e, troppo spesso abbandonata e venduta nelle geopolitiche del momento.
Poi si torna al Nord, in Occidente e allora la guerra è lontana, vicina, accanto e, soprattutto, dentro. Non se n’era mai andata, lei. Esportata, fabbricata, venduta, commercializzata e soprattutto voluta e subita ad un tempo.
Nell’Europa del Nord dove ancora lei, la Nato, continua una guerra per procura e di sudditanza al maggiore Stato terrorista dell’ultima porzione di storia, gli Stati Uniti dall’autoproclamato destino manifesto.
Dall’altra sponda del Mediterraneo lo Stato di Israele che, ormai da anni, organizza un laboratorio armato di controllo, esclusione, espulsione ed eliminazione che poco ha da invidiare alla politica nazista di cui, eppure, il popolo ebraico è stato una delle tragiche vittime.
La guerra nella testa, nel cuore e nell’immaginario che scorre dai fabbricanti d’armi, ai politici collusi e ai religiosi ammutoliti, non fosse per la triste ovazione di cui ha beneficiato la prima ministra del Paese nel recente Meeting di Rimini.
Poi riappare dall’oblio la dichiarazione di Kuala Lumpur, capitale della Malesia e crocevia di culture, religioni e lingue. Nel mese di dicembre del 2005, venti anni or sono, ci fu chi ebbe la saggia follia di scrivere che le guerre, che uccidono persone innocenti, sono criminali. E aggiunge che uccidere in guerra è altrettanto criminale che uccidere in tempo di pace.
Criminalizzare la guerra, ogni guerra, è il primo – seppur fragile ma comunque indispensabile – passo per camminare insieme su sentieri di pace.
Mauro Armanino, Casarza Ligure, agosto 2025
Salvador Dalì, Il Volto della Guerra (El Rostro de la Guerra, Le visage de la guerre)
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
N.B. Le immagini e i video sono stati reperiti nel web e quindi considerati di pubblico dominio. Qualora si ritenesse che possano violare diritti di terzi, si prega di scrivere al seguente indirizzo:
«Oggi gli ideali socialisti stanno attraversando il deserto, ma dire che l’idea socialista è morta nel 1989 significa cadere in una tentazione molto comune all’uomo che, avendo una vita breve, tende sempre a pensare che qualche altra cosa muoia prima di lui».
«Qualche volta ho riflettuto sul fatto che io sono ancora comunista. Certo che lo sono e non riesco a immaginare me stesso essere qualcosa di diverso. Ma ho capito che avevo bisogno di aggiungere qualcosa a questo dire “io sono un comunista,” e quello che sto aggiungendo è che io sono un comunista libertario. Il comunismo in Unione Sovietica è crollato per le stesse ragioni per cui crollerà la democrazia: perché non si può sopportare un sistema che si suppone sia democratico, che viene proclamato come un governo del popolo, che mette ogni giorno in bocca alla gente la parola democrazia, senza che nessuno si fermi per lo meno a chiedere se davvero quella che stiamo vivendo abbia qualcosa a che vedere con la realtà che avrebbe dovuto creare. Viviamo in un epoca in cui tutto può essere discusso, tranne la democrazia. Nessuno in questo mondo si domanda se davvero la democrazia sta facendo ciò che per sua stessa definizione è chiamata ad essere. Il nome della democrazia non si tocca, la sua fallacia non si disvela e rimaniamo con gli occhi bendati, riempiendo la bocca con una parola che funziona come una rappresentazione falsata di qualcosa che non ha cominciato a esistere. La democrazia non può essere limitata alla semplice sostituzione di un governo con un altro. Abbiamo una democrazia formale, abbiamo bisogno di una democrazia sostanziale. Io ero ospite del programma di Bernard Pivot, il giornalista francese, e mi ha chiesto: “Come mai sei diventato un comunista?”. E io, che non ci avevo pensato, ho detto: “voglio lasciare un importante contributo al marxismo e alle idee di sinistra ed è che, come la barba o hanno alcuni tratti genetici attribuiti agli ormoni maschili, io sono un comunista ormonale “. Può essere attribuito agli ormoni, anche se senza dubbio, sarebbe meglio attribuirli alla coscienza. Ultimamente sto dicendo: comunista sì, però credo che si debba cambiare il qualificativo: sono un comunista libertario. Marx ed Engels hanno scritto nella Sacra famiglia: «se l’uomo è formato dalle circostanze, allora bisogna formare le circostanze umanamente». Niente di più chiaro, niente di più eloquente, niente di più ricco di senso. Non avevo ancora trent’anni quando, per la prima volta, lessi quelle parole. Furono, per così dire, la mia via di Damasco. Capii che mi sarebbe stato impossibile tracciare una rotta per la mia vita al di fuori di quel principio e che solo un socialismo integralmente inteso (dunque, il comunismo) avrebbe potuto soddisfare i miei aneliti di giustizia sociale. Molti anni più tardi, in una intervista con Bernard Pivot, che voleva sapere perché continuassi a essere comunista dopo gli errori, i disastri e i crimini del sistema sovietico, risposi che, essendo un comunista «ormonale», mi era impossibile avere delle idee diverse: gli ormoni avevano deciso. La spiegazione è più seria di quanto sembri: e forse si capisce meglio se dico che, in qualche modo, ha un equivalente nel «non possumus» biblico. Recentemente, suscitando lo scandalo di certi compagni dediti alla più canonica ortodossia, ho osato scrivere che il socialismo – e a maggior ragione il comunismo – è uno stato dello spirito. Continuo a pensarlo. E la realtà si incarica giorno dopo giorno di darmi ragione. Come è che dopo la caduta dell’Unione Sovietica, il crollo del muro di Berlino, i processi di Mosca, l’invasione dell’Ungheria, come si continua a essere comunista? Mi piacerebbe rispondere chiedendo: ‘Voi siete cattolica? Come è che siete ancora cattolica dopo l’Inquisizione? ‘ Io sono quello che si potrebbe chiamare un’ comunista ormonale ‘. Che cosa significa questo? Proprio come nel corpo ho un ormone che mi fa crescere la barba, c’è un altro ormone che mi obbliga che lo voglia o no , per una sorta di fatalità biologica, ad essere comunista. E’ molto semplice. Più tardi, ho cominciato a dire che essere un comunista è uno stato d’animo. E lo è. Potete leggere Marx, le opere più importanti che Lenin scrisse, ma in fondo, in fondo, è uno stato d’animo. (…) Marx non ha mai avuto tanta ragione come ora. Nella mia vita ho capito che l’alienazione è uguale che provenga da un potere o da un altro, da un colore o un altro. Ecco perché sto dicendo che sono un comunista libertario. Forse si può credere che tra questi due termini vi sia una contraddizione, ma io l’ho piuttosto bene risolta. Io dico comunismo, sì, io dico che si può. Però non per ripetere quanto è stato fatto. Alcune cose sì. Quello che ho capito è che non si può, nel nome di qualsiasi cosa, cercare di imporre quella che si suppone sia la felicità senza ascoltare l’altro. Non sei più importante o migliore dell’altro. Lui potrebbe aver ragione. Il socialismo non può essere costruito contro cittadini o senza i cittadini, e per non aver compreso questo che a sinistra c’è oggi un campo di rovine, dove, dopo tutto, alcuni ancora insistono a cercare e incollare i frammenti delle vecchie idee con la speranza di essere in grado di creare qualcosa di nuovo … ‘riusciranno a farlo?’, mi hanno chiesto, e ho detto, ‘Sì, un giorno, ma io già qui non ci sarò a vederlo …’ Come scrittore, credo di non essermi mai separato dalla mia coscienza di cittadino. Ritengo che dove va l’uno dovrà andare l’altro. Non rammento di aver scritto una sola parola che fosse in contraddizione con le convinzioni politiche che difendo, ma questo non significa che abbia mai messo la letteratura al servizio diretto dell’ideologia che è la mia. Vuol dire, questo sì, che quando scrivo cerco, in ogni parola di esprimere la totalità dell’uomo che sono. Lo ripeto: non separo la condizione di scrittore da quella di cittadino, ma non confondo la condizione di scrittore con quella del militante politico».
N.B. Le immagini e i video sono stati reperiti nel web e quindi considerati di pubblico dominio. Qualora si ritenesse che possano violare diritti di terzi, si prega di scrivere al seguente indirizzo:
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Il testo che pubblichiamo è la versione italiana della recensione, scritta da Carlo Natali originariamente in lingua francese, al libro di Pierre-Marie MOREL, La nature et le bien. L’Éthique d’Aristote et la question naturaliste, Louvain-La-Neuve, Peeters, 2021 (Aristote. Traductions et études), p. 279, e pubblicata sulla rivista «Philosophie antique [En ligne]», 22, 2022. Ringraziamo la direzione e la redazione di «Philosophie antique» per aver concesso l’autorizzazione alla pubblicazion anche della versione italiana.
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È professore ordinario di Fisica Matematica presso l’Università di Camerino, ed è autore di numerose pubblicazioni scientifiche su temi di sistemi dinamici, probabilità, epistemologia, storia della scienza e teoria musicale, e di libri e saggi divulgativi di storia e critica sociale.
Ha svolto anche attività di editore, agricoltore, musicista e compositore.
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In questi giorni è venuto a mancare Goffredo Fofi. Sulle TV di Stato la notizia non è stata riportata. I libertari non trovano spazio nei media ufficiali privati e pubblici. Nei media statali l’informazione è stata sostituita dalle canzonette e dalla pubblicità dei concerti e delle produzioni musicali di cantanti, il cui vuoto siderale è abissale. In questo contesto in stile “panem et circenses” uomini come Goffredo Fofi non trovano spazio. La cultura della cancellazione avanza in una miriadi di modi. Si cancellano i vivi e i morti per trasformarli in “non nati”. Questo è il tempo del capitalismo senza limiti. Il deserto avanza annichilendo la memoria. Goffredo Fofi lottò per la democrazia radicale/reale e la sua vita è un testo da cui emergono domande profonde a cui diede risposte sperimentando l’alternativa al capitalismo. Uomini di tale valore culturale e politico sono presenze dialettiche, che il sistema capitale deve seppellire nel deserto delle canzonette e delle vuote parole senza concetto. Fu un cittadino militante in una realtà che produce in serie “consumatori” che possono assistere ad immagini di Gaza fumante, tra le cui macerie si alzano le urla di donne e bambini, a cui succedono con somma indifferenza gli spot agli spettacoli di cantanti di ultima generazione che inneggiano “all’amore e al successo nelle calde estati estive”. Goffredo Fofi ha donato la sua esistenza contro tutto questo. Democrazia è dignità di ogni essere umano, nel nostro tempo, invece, sono il denaro e il potere a dare rilevanza, così muore la democrazia e il pensiero politico. Goffredo Fofi ci rammenta che non è un destino, ma ciascuno di noi può testimoniare l’alternativa nel presente senza delegare ad altri l’alternativa. Ciascuno di noi può diventare con la sua storia un modello piccolo o grande che testimonia che un altro modo di vivere è possibile. Solo così si difende la dignità di tutti gli esseri umani dal consumismo pianificato che ha consumato anche “l’essere” e lo ha sostituito con la società dello spettacolo, nella quale attori e spettatori recitano un ruolo stabilito da potenze sempre più distanti e anonime.
Decervellamento…
La vera urgenza della contemporaneità è la scomparsa della democrazia reale: al suo posto vi è la democrazia giuridica e formale. La più grande conquista culturale e politica dell’Occidente scompare ed agonizza sotto i colpi delle oligarchie e del loro immenso patrimonio che si traduce in controllo e sfruttamento. Il binomio controllo-sfruttamento non è da relegare nelle aziende ed ovunque vi sia lavoro, ma è la normale condizione quotidiana del cittadino-consumatore. Il tempo in cui non si è al lavoro è all’ombra dei media che orientano non solo l’opinione pubblica, ma anche i gusti e le attività. Il mondo mondializzato è un immenso campo per la produzione di plusvalore e guadagno: il tempo libero è organico a tale produzione. La guerra è solo una declinazione della produzione. Tutto è irrilevante. Si tratta di un’immensa macchina, i cittadini sono solo elementi dei suoi ingranaggi e devono accettare di poter essere immediatamente sostituibili. Il sistema macchinale non deve mai fermarsi, esso è preda di un automatismo produttivo che cela tra i suoi ingranaggi il terrore panico del tempo sottratto al profitto. La guerra, la pace, l’amore e la cultura devono produrre denaro altrimenti devono essere cancellati dal pubblico orizzonte di visibilità. A tal scopo i media producono le opinioni con la massiccia e invisibile manipolazione dei dati, e specialmente, con la capacità di oscurare e deprezzare pubblicamente informazioni, concetti e modelli sociali non organici agli interessi del sistema.
Non è necessario il campo di concentramento per rieducare la popolazione, ma è sufficiente lasciarla libera di muoversi nel solo spazio geografico senza frontiere, il quale è un’arena per i consumatori perennemente in competizione per consumare ogni esperienza. Il movimento produce denaro, l’omologazione globale non consente l’incontro tra culture diverse, ma solo il contatto fugace con esperienze e modelli di vita simili. La produzione di saperi come fossero merci permette all’eremita di massa di essere prodotto in serie mediante il flusso ininterrotto di informazioni unidirezionali, veri imperativi categorici del consumo. Gli appelli alla libertà e lo scandalo per le dittature sono parte integrante del “grande inganno”, si deve donare l’illusione di essere dalla parte giusta, sempre e comunque, al punto da giustificare con un postulato gli interventi contro i dissenzienti. La macchina del capitale non può che produrre consenso ai suoi imperativi mercificanti e sudditi passivamente fedeli al consumo.
Per occupare ogni spazio della coscienza critica il capitalismo riduce la cultura ad intrattenimento con il quale far passare messaggi politici e sociali con i quali il sistema si rafforza, in tal modo l’eremita di massa (definizione di Günther Anders) è sfruttato senza sosta, è lo sgabello che regge il sistema, lo acclama senza comprenderlo. Lo schiavo di massa è il prodotto finale del totalitarismo liberista: il “decervellamento” è il risultato più clamoroso del neoliberismo come denunciato da Goffredo Fofi:
“La cultura, anche quella che si vuole migliore, perfino elitaria, è ridotta a merce, a intrattenimento e a mero consumo, serve a distrarre invece che a stimolare la riflessione individuale e a destare il senso di responsabilità che ciascuno dovrebbe sentire; la sua dovizia e la sua onnipresenza sono, avrebbe detto Jarry, l’arma centrale nell’azione di decervellamento dei singoli e delle masse[1]”.
Accademiche menzogne
Non vi sono zone franche, il capitalismo deve penetrare ovunque, le Università da istituzioni che sin dal Medioevo sono stati “luoghi del sapere critico”, dove vigeva la dialettica, sono i docili strumenti con cui il sistema si riproduce. Si formano le future classi dirigenti nell’ottica del fanatismo del solo economicismo. Gli eventi che denunciano le contraddizioni del sistema con le sue tragedie umane e ambientali sono immediatamente convertiti in possibile business o in spettacolo. L’operazione di conversione delle contraddizioni in oro sonante è il mezzo più efficace per neutralizzare ogni spazio di pubblico uso della ragion critica:
“La cultura universitaria si morde la coda dentro a un suo limbo isolato, tra norme astruse e carriere esecrabili, e tutto fa fuorché emancipare i suoi studenti, anche se qualche professore riesce ancora a rispettarli e a proporre antidoti alla stupidità dilagante – favorita invece da pressoché tutta la cultura giornalistica, che ha finito, seguendo il modello offerto dalla televisione, per non depositare in nessuna coscienza la comprensione della gravità dei tempi e per fare invece di tutto, anche delle nostre paure, spettacolo e merce[2]”.
Il totalitarismo morbido del neoliberismo con la sua opera di omologazione e con la sua azione finalizzata ad eliminare ogni spazio dialettico ha un’immensa capacità di assimilazione. Le grandi conquiste libertarie e le libertà democratiche sono convertite in mercato. L’inclusione nel mercato è la fumisteria con cui si acceca la popolazione, poiché il mercato è pratica di antiumanesimo e sfruttamento non riconosciuto. Si include per addestrare tutti al catechismo liberista. Per impedire la vista della realtà si agisce omologando: le differenze sono solo quantitative. L’ultimo dei proletari e il primo dei capitalisti hanno gli stessi obiettivi e lo stesso modello di vita; si determina in un sistema gerarchizzato un piano liscio in cui l’apice, apparentemente, è simile alla base. Il sistema capitalistico non è “fuori”, esso abita nelle sue vittime, le quali possono diventare i carnefici più fedeli del capitalismo di guerra e sangue. Il sistema si rafforza con tale modalità, per cui lo sfruttamento, il vuoto ideologico e le tragedie del “benessere” non sono occasione per pensare la verità qualitativa del sistema, ma rientrano nella normalità del quotidiano:
“Il ventennio fascista, al paragone, aveva una vitalità diversa e aggressiva, una chiara proposta negativa, antidemocratica, mentre il trentennio recente si è affermato per via democratica presentandosi come sommamente razionale (ché il nostro è l’unico mondo possibile, anzi il migliore) ed è stato benedetto dal popolo – che rispetto a quello del ventennio non aveva identità e storia diverse da quelle del potere, non era piú composto da contadini, operai, artigiani, impiegati, in gran parte analfabeti e i cui bisogni erano inconciliabili con quelli del potere. La divisione in classi era un tempo netta, e la distanza del proletariato dalla borghesia e dalla nuova emergente piccola-borghesia era lampante. Nel trentennio, si è subita una mutazione radicale nel sistema economico-finanziario, nelle sue conseguenze sui comportamenti di massa, e la si è accettata essendo di fatto consenzienti: perché si è trattato di anni di vacche grasse per tutti o quasi tutti… La “nuova economia”, prima di mostrare il suo vero volto, ha retto e arricchito tutti[3]”.
Speranza e violenza
Malgrado la violenza appaia legalizzata e il consumismo disperato sia penetrato con la sua grammatica emotiva nelle coscienze, la natura umana resiste, non a caso lo stesso Goffredo Fofi in un’intervista affermò di intravedere movimenti dialettici. Vi sono giovani che hanno ripreso il percorso che conduce alla disobbedienza propositiva, non vogliono essere fruitori passivi del contesto storico, ma vogliono capirlo per elaborare processi di emancipazione. La verità qualitativa sul sistema può essere oscurata e posta in ombra, ma ciascuno la vive nella propria condizione materiale, pertanto riemerge nel sangue e nella carne pronta a diventare concetto:
“Oggi cosa fanno e chi sono i giovani?
«La storia è sempre andata avanti in un rapporto tra minoranze “virtuose”, innovatrici, e maggioranze più conformiste, sostanzialmente più egoiste. Ci sono però momenti in cui le minoranze influiscono in modo determinante sulla Storia, e sui comportamenti e le idee delle maggioranze. C’è una novità in questi ultimi anni: è rappresentata dai gruppi e gruppetti di ragazzi che sentono il dovere di occuparsi di chi soffre, degli immigrati, dei “subalterni”… Sentono il dovere di occuparsi della natura, dei rischi che comporta la violenza nei suoi confronti esercitata dal capitalismo – e dal consumismo che ci rende tutti suoi complici».
Hanno un peso sociale queste minoranze attive?
«È difficile che queste minoranze alzino la testa in un anno pessimo come il 2020, di fronte a una minore tensione tra ceti sociali unificati da un sistema culturale pesantemente conformista se non reazionario. Però diversi segnali di un risveglio ci sono e il futuro, con le sue storture crescenti, spingerà le nuove leve a cercare nuovi modi di agire per contrastare il disastro»[4]”.
Per poter rompere la cappa di conformismo conservatore ogni tempo deve trovare il modo non solo per capire il proprio tempo e renderlo razionale, ma specialmente bisogna trovare i mezzi adeguati al proprio tempo per poter ricostruire una opposizione popolare e diffusa, e questa, è la sfida più grande del tempo presente. Per porre un limite al deserto della dimenticanza e riconquistare spazi di umanità è necessario ricordare i testimoni dialettici che non hanno atteso la rivoluzione, ma la loro esistenza è stata rivoluzionaria ogni giorno e con essa hanno lavorato per il futuro di ogni creatura umana. Sta a noi contrapporci contro gli imbonitori della cultura e riprendere a camminare per il difficile sentiero del comunismo libertario:
“Ma chi sono infine gli intellettuali? Oggi è scomparsa la generazione che attraversò fascismo guerra resistenza e ricostruzione e gli anni della democrazia e dei conflitti sociali che potevano preludere a una società migliore e che hanno fallito in parte per la povertà del nuovo e antagonista e in parte ben maggiore per la forza degli avversari, nel mondo e non solo in Italia e perfino là dove pareva si fosse vinto (il Vietnam, Cuba, l’Algeria e l’Africa post-coloniale). Sono scomparse quelle menti che, oltre a creare opere di grande valore e di piena sostanza, si preoccupavano del bene comune e dello stato del paese e della sua civiltà – e tanti sarebbero i nomi che si potrebbero fare, di una stagione unica nella nostra storia per ricchezza di capolavori e per energia e lucidità critica. Gli intellettuali di oggi figurano essere quasi esclusivamente giornalisti e professori, divi dei media imbonitori di se stessi, membri di un’istituzione come l’università che è certamente più mafiosa della mafia, membri delle corporazioni professionali dominanti, medicina, legge, architettura; sono solleciti passacarte, critici che non criticano, uffici stampa e propaganda, ciarlatani e narcisi immensamente innamorati di sé; sono «denunciatori» e ricattatori professionali – ciascuno per sé e per il proprio clan in un attento gioco di alleanze variabili e opportune[5]”.
Per combattere riprendiamoci spazi di silenzio nel quale elaborare e pensare l’alternativa senza narcisismi. Ribaltiamo le logiche, come ci ha insegnato, disertiamo il superfluo per tornare ad ascoltare la voce di tutti silenziata dal sistema mediatico:
“La televisione (oggi il digitale?): la distruzione della mente attraverso la comunicazione di massa usata a fine di dominio e non di emancipazione, non per la conoscenza di sé e del mondo ma per la loro dimenticanza, nell’acquiescenza alla visione che ne dà chi dirige il gioco, chi guida la danza. Non solo, dunque, la tv[6]”.
Torniamo ad essere i pensanti dell’agire.
Salvatore Bravo
[1] Goffredo Fofi, Elogio della disobbedienza civile, nottetempo, 2015, p. 6.
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