Maria Rita Prette – «La guerra che fingiamo non ci sia». Il capitalismo, meglio se bianco e ricco, può impunemente compiere atti di guerra: sono semplicemente crimini e se guardiamo fra le pieghe della nostra sonnolenta coscienza potremmo scoprire di esserci anche noi fra quei criminali.

Maria Rita Prette–Renato Curcio

La guerra che fingiamo non ci sia

Maria Rita Prette

La guerra che fingiamo non ci sia

Sensibili alle foglie, 2018

 

Sommario

INTRODUZIONE

UN EVENTO QUALSIASI

LA SCOMPARSA DEI CORPI
I soldati potenziati
I Kamikaze
La spettacolarizzazione dei corpi

LA PRIVATIZZAZIONE DELLA GUERRA
I contractors

L’ITALIA IN GUERRA
La NATO e gli I USA in Italia

PALESTINA DOCET

ARMI LECITE E NON LECITE:
DIPENDE DA CHI LE USA
Armi chimiche
Le armi, merci per eccellenza
Armi leggere
Armi pesanti

ARMI NUCLEARI
L’uranio impoverito

LA GUERRA VIRTUALE
I Caccia F-35
I Droni armati
I Droni sul campo di battaglia

“LA GUERRA STA ARRIVANDO”

LA GUERRA CIBERNETICA
Guerre stellari

LA PROPAGANDA
La cultura della guerra

L’OPINIONE PUBBLICA

 

 

Introduzione

Quando il nemico diventa un mero materiale pericoloso
e lo si elimina da lontano, guardandolo morire sullo
schermo dal caldo bozzolo di una safe zone [zona sicura]
climatizzata, la guerra asimmetrica si radicalizza fino a
diventare unilaterale. Perché certo, si muore ancora, ma
da una parte sola. Grégoire Chamayou

***

Il progresso dell’Occidente non sarebbe stato possibile
senza la schiavitù, il genocidio e il colonialismo. Kelinfe Andrews

 

Siamo in guerra ma facciamo finta di non saperlo. Su di noi non cadono bombe. La contraerea delle postazioni militari italiane non è attiva, non dobbiamo correre nei rifugi durante il giorno o nelle notti in cui dal cielo non piovono stelle. Ma siamo in guerra. Ci siamo da così tanto tempo e con così tanta indifferenza da non rendercene neanche più conto.
Alla dissoluzione dell’Unione Sovietica e all’esaurimento della Guerra Fredda non ha fatto seguito una conferenza di pace, come era accaduto alla fine di ogni conflitto tra Stati negli ultimi secoli. Un accordo che formalizzasse un nuovo ordine internazionale, e stabilisse nuove regole, prendendo atto del passaggio epocale segnato dalla cessazione del conflitto Est-Ovest. Il nuovo ordine è stato stabilito da nuovi Regolamenti del tutto interni agli organi istituzionali deputati alla Difesa[1] e dall’esercizio della forza, vale a dire dall’inizio di questa guerra che fingiamo non ci sia. Una guerra che si combatte su diversi piani, non soltanto propriamente militari, ma sarà attraverso questi ultimi che cercheremo di far emergere i non-detti (anche politici) che la sottendono.
Quando nel 1991 trentasei Paesi si coalizzarono per andare a bombardare l’Iraq e assicurarsi in quel modo il controllo dei ricchi giacimenti di petrolio situati in quel territorio, fu subito chiaro che era iniziata una nuova epoca. Milioni di persone scesero in piazza e manifestarono il loro dissenso verso una guerra decisa dagli Stati Uniti e dagli europei, benedetta dal Consiglio di sicurezza dell’Onu,[2] che ha portato morte e devastazione agli iracheni e ricchezze smisurate ai petrolieri e alle multinazionali che nel 2003 sono tornate sui loro passi per finire il lavoro iniziato allora. Lì si è sancito con chiarezza che gli equilibri mondiali sono questione di rapporti di forza, e dunque, che quei milioni di persone, allo stato, non significavano proprio niente e potevano manifestare come e quanto volevano: le decisioni sulle sorti dei (loro) Paesi erano del tutto indipendenti dai loro voleri.
Inaugurando un’epoca di guerre ormai gestite, anche pubblicamente, come necessarie alla difesa degli interessi dei Paesi a guida occidentale. D’altra parte nel rapporto del Nuovo modello di Difesa italiano, pubblicato nell’ottobre 1991 si poteva leggere:

«[…] I rischi per le nazioni occidentali, tra cui in particolare l’Italia, il cui sviluppo economico dipende sensibilmente dalla disponibilità degli approvvigionamenti energetici, risultano palesi e rilevanti. Allo stato attuale, il Medio Oriente, e, in misura minore, alcuni Paesi del litorale nord-africano rivestono una valenza strategica particolare per la presenza delle materie prime energetiche necessarie alle economie dei Paesi industrializzati, la cui carenza o indisponibilità costituirebbe elemento di grave turbativa degli equilibri strategici in fieri. […] Le misure da adottare […] devono prevedere anche l’eventualità di interventi politico-militari tendenti alla gestione internazionale delle crisi, nonché azioni […] intese ad assicurare la tutela degli interessi vitali, delle fonti energetiche, delle linee di rifornimento, e la salvaguardia dei beni e delle comunità nazionali operanti in quei Paesi».[3]

Guerre necessarie, dunque, al sistema in vigore, e alla sua continuità. Un sistema che ha caratteristiche neo-coloniali, razziste,[4] ma soprattutto capitalistiche, e mette quindi al centro i suoi profitti (economici e di potere), per realizzare i quali ricorre all’uso della violenza.
I rapporti di forza sono, da allora, sbilanciati in maniera sproporzionata a favore delle borghesie bianche, ricche, del Nord del mondo, che devasta e depreda il Sud, suo malgrado dotato di materie prime.
Anche i cittadini più cinici – che possono attribuire un valore superiore alla loro vita, rispetto a quella di milioni di altri umani, e possono ritenere che il loro benessere economico vada conquistato anche compiendo stragi – si rendono conto che queste guerre portano nelle loro tasche soltanto briciole, persino un po’ ammuffite, mentre le imprese che producono armi e le multinazionali petrolifere intascano miliardi che verranno investiti non per il loro benessere (lo stato sociale non esiste più da alcuni decenni) ma per generare altro profitto e riprodurre altre guerre.
Anche i cittadini più spaventati dalla vastità del mondo e della sua straordinaria varietà – che possono aver paura della loro ombra e chiedono allo Stato di garantire loro più “sicurezza” – si rendono conto che questa nuova guerra non conosce confini, non ha regole, e si riverbera anche su quel suolo che ritengono di loro proprietà. Un riverbero grigio, come un riflesso indistinto intravisto attraverso un vetro rigato di pioggia, quando non è possibile identificare con chiarezza ciò che si vede. Si vedono attentati nelle città europee, atti di quella che è stata dichiarata, in nome degli “occidentali”, “guerra al fondamentalismo islamico”, quando non “guerra all’Islam” tout court, o “guerra al terrorismo”. Che a compiere questi atti siano fondamentalisti islamici, terroristi, gruppi ideologizzati o al soldo di qualche potenza, uno dei cinque milioni di orfani lasciati in Iraq oppure i servizi segreti di qualche Paese,[5] il risultato non cambia: è quella la guerra che è stata dichiarata e che si vuole alimentare, per giustificarla quando ancora ce ne fosse bisogno.
Al test del 1991 in Iraq, infatti, hanno fatto seguito centinaia di migliaia di altre vittime, in carne ed ossa e anche simboliche, nella ex-Iugoslavia, in Libia, nei pressi di casa nostra e con la nostra attiva partecipazione. Vittime non bianche,[6] che quindi interessano poco ai cittadini europei, non suscitano né empatia né solidarietà.
Vittime di quella che è stata variamente nominata, di volta in volta, con diversi ossimori (guerra umanitaria, imposizione della pace, missione militare di pace) o con locuzioni incongruenti (operazioni di polizia internazionale), e nell’arco di pochi anni si è attestata sull’espressione “guerra al terrorismo”. Il passaggio di paradigma è epocale: se nel Novecento la guerra di classe, la resistenza, la rivoluzione e la controrivoluzione avevano un nesso stretto con i rapporti di forza in campo e un immaginario sociale che le comprendeva, oggi anche i movimenti di resistenza, di opposizione – siano essi interni ai loro Paesi, siano rivolti al dominio occidentale – sono definiti tout court terrorismo. La controrivoluzione si è trasformata in antiterrorismo. Un passaggio non di poco conto, dal momento che la controrivoluzione prevedeva la costruzione del consenso nella società, mentre l’antiterrorismo prevede soltanto l’annientamento dell’altro.
Nel frattempo le spese militari mondiali sono salite, nel 2017, a 1739 miliardi di dollari, di cui il 52% a carico dei Paesi membri della Nato. L’Italia ha una spesa militare superiore ai sessanta milioni di euro al giorno; una media di ventiquattro miliardi e due milioni di euro all’anno,[7] che non comprende le opere di adeguamento delle basi Nato e statunitensi sul nostro territorio, e alla quale quindi vanno sommate altre vertiginose cifre.[8]
Ciascuno di questi spiccioli va a ferire, invalidare, uccidere qualche corpo in carne ed ossa in diverse parti del mondo, dal momento che l’Italia, al luglio 2017, era già impegnata in trentuno missioni, dislocate in ventuno Paesi (tra i quali l’Afghanistan, il Kosovo, la Somalia, il Mali, Israele, la Lettonia, la Bulgaria, il Libano, la Libia).[9] Con il 2018 la presenza militare italiana si è ulteriormente allargata in Africa. Il caffé, il cacao e il cotone, per non parlare dell’oro, i diamanti, l’uranio, il coltan, il petrolio, il manganese, il rame, sono risorse preziose, ma si trovano, geograficamente, in quella terra. Rapinarle è una pratica a cui l’Europa è avvezza da secoli. Perciò i soldati italiani sono andati, a nome dei cittadini, a «riportare la speranza nelle aree del globo particolarmente martoriate».[10]
Sono andati, pur tra molte difficoltà di carattere internazionale, i primi cinquanta in Niger, dove, tra l’altro, la presenza delle multinazionali è minacciata dal movimento armato dei “Niger Delta Avengers” che dal 2016 attacca le infrastrutture petrolifere rivendicando una redistribuzione dei proventi.[11] Sono andati, insomma, a «sconfiggere il traffico di esseri umani e il terrorismo»,[12] ma anche a «difendere i nostri interessi nazionali».[13] Altri sono in Tunisia e a rafforzare i contingenti in Libia.
Qui non si può né si vuole dare conto di dati e dettagli, soltanto sollecitare l’immaginario e invitare chi lo desideri ad approfondire. Si vuole invece portare l’attenzione su come l’istituzione della guerra sia cambiata profondamente nel corso degli ultimi decenni, come siano cambiati i suoi strumenti e come, da un lato privatizzandosi e dall’altro virtualizzandosi, sia potuta entrare nella nostra quotidianità travestita da misuradi sicurezza.
Ci si chiede, infatti, se siamo in guerra. Si dirà che se lo fossimo veramente dovremmo accorgercene. Faremmo fatica a trovare alcuni generi di prima necessità. Il nostro giardino non sarebbe protetto dal prossimo raid. Potremmo non svegliarci più una mattina, la nostra casa polverizzata e i nostri brandelli da qualche parte, polverizzati anch’essi. I nostri parenti e amici, a seconda della zona in cui vivono, potrebbero lasciarci poco alla volta, qualcuno magari sopravvivrebbe invalidato da ferite gravi, qualche altro morirebbe nel giro di pochi anni per effetto dell’uranio impoverito che ormai da tempo usiamo nella costruzione delle nostre armi, più che “convenzionali”.
Se fossimo veramente in guerra, non avremmo bisogno di diete né del laser per spianare le rughe. Evidentemente questa scia di morti che lasciamo sul nostro cammino ogni giorno, ormai da quasi una trentina d’anni, non può essere chiamata guerra.
In effetti, è probabilmente qualcosa di diverso, che ha a che fare con paradigmi che non conosciamo e che perciò non rimandano, nel nostro immaginario, alle carneficine di cui siamo responsabili. Non abbiamo parametri sui quali misurare gli atti dei governi, quelli che i cittadini eleggono e che dunque li rappresentano, e operano in loro nome. Tutti i parametri azzerati ad uno: un Paese capitalista, meglio se bianco e ricco, può fare quello che vuole. Il resto viene di conseguenza.
Ma una delle conseguenze dirette è quella di affamare intere popolazioni, destabilizzare i territori in cui si interviene, rompendone gli equilibri e fomentando i conflitti interni. Da qui, la migrazione di quei sopravvissuti alle stragi che intraprendono lunghi viaggi attraverso deserti che provvedono a decimarne il numero e che quando giungono alle soglie dell’Occidente trovano ad attenderli carcerieri e sfruttatori, pagati per non farli arrivare alla loro destinazione. Chi riesce a prendere il mare troverà solo porti chiusi, e quella piccolissima parte che arriverà a destinazione finirà nel mercato schiavistico del lavoro, retto da regole non scritte, dove la sua vita varrà meno di un centesimo. Si capisce bene dunque come non sia questione di essere pacifisti o guerrafondai.
È questione del punto di vista da cui si guardano le cose. Chiamare guerra l’aggressione armata di eserciti forti e ricchi contro le popolazioni di altri Paesi, meno armati e meno potenti, chiamare guerra gli interventi aerei che scaricano tonnellate di bombe su territori che resteranno devastati per i secoli a venire sembra, in effetti, un po’ forzato. Forse dovremmo cominciare a chiamarli semplicemente crimini e cercare di capire chi li sta commettendo e perché. Da qualche parte, fra le pieghe della nostra sonnolenta coscienza, potremmo scoprire di esserci anche noi, fra quei criminali.

Maria Rita Prette

Note

[1] Si vedano, per “Il nuovo concetto strategico dell’Alleanza”, scritto il 7 novembre 1991 a Roma: Manlio Dinucci, L’arte della guerra, Zambon, 2015; per il Ministero della difesa italiano anche: Leonardo Brogioni, Angelo Miotto, Matteo Scanni, L’Italia chiamò. Uranio impoverito: i soldati denunciano, Edizioni Ambiente, 2009.

[2] Il Consiglio di sicurezza che il 30 novembre 1990 votò la risoluzione 678, relativa all’uso della forza contro l’Iraq, era composto da: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Unione Sovietica, Canada, Colombia, Costa d’ Avorio, Etiopia, Finlandia, Malaysia, Romania e Zaire, che votarono sì; Yemen e Cuba che votarono no, e la Cina, che si astenne.

[3] Ministero della Difesa italiano, “Modello Difesa/Lineamenti di sviluppo delle FF.AA. negli anni ’90”, rapporto pubblicato nell’ottobre 1991, in: Manlio Dinucci, L’arte della guerra, Zambon, 2015. Si vedano anche dichiarazioni più recenti: «Il 15 gennaio 2018 il ministro della Difesa, parlando alle commissioni riunite Difesa ed Esteri di Senato e Camera ha presentato il progetto del governo spiegando che si è deciso di “rimodulare l’impegno nelle aree di crisi geograficamente più vicine e che hanno impatti più immediati rispetto ai nostri interessi strategici” e in questo senso il Sahel, ha aggiunto, rappresenta “una regione di preminente valore strategico per l’Italia”». Repubblica Tv, 15 gennaio 2018.

[4] Il tema del razzismo richiede lavori e approfondimenti specifici. Sensibili alle foglie gli ha dedicato attenzione con diverse pubblicazioni: Nicoletta Poidimani, Difendere la ‘razza’, 2009; Alessandro Bono, Da sud a nord, 2009; Renato Curcio, Razzismo e indifferenza, 2010; Michele Bonmassar, Razza e diritto, 2012; Vania Mancini, Dannate esclusioni, 2014; Adriana Benvenuto, La voce delle donne, 2015; Andrea Pizzorno, Clandestino italiano, 2016; Houria Bouteldja, I bianchi, gli ebrei e noi, 2017, oltre a un numero consistente di lavori sull’immigrazione. Lo si richiama qui soltanto per portare l’attenzione sul fatto che gli aggrediti dagli eserciti occidentali (arabi, africani, asiatici, mediorientali, slavi) sono accomunati dal fatto di non appartenere alla categoria politica della “razza bianca”.

[5] Sono reperibili fonti e documentazioni su alcuni (fino al 2015) degli attentati compiuti su suolo europeo e sulla loro ambigua matrice nei capitoli “La guerra globale al terrorismo” e “Guerre coperte” in: Manlio Dinucci, L’arte della guerra, op. cit.

[6] Si fa riferimento qui a quel concetto di razza creato, costruito e nutrito dagli interessi delle borghesie europee e poi atlantiche, con lo scopo di costruire una divisione all’interno delle classi più fragili, e utilizzarlo per dominare. “Bianco” non si riferisce quindi al colore della pelle tout court, ma designa una categoria politica e sociale. Si veda in proposito Houria Bouteldja, I Bianchi, gli Ebrei e noi, op. cit.

[7] Sipri, Istituto di ricerca internazionale di pace di Stoccolma; dati diffusi il 2 maggio 2018 e poi pubblicati: Sipri yearbook 2018. Armaments, Disarmament and International Security, Oxford University Press, luglio 2018.

[8] Scrive Manlio Dinucci su il manifesto del 4 dicembre 2017: «All’aeroporto militare di Ghedi (Brescia) parte il progetto di oltre sessanta milioni di euro a carico dell’Italia per la costruzione di infrastrutture per trenta caccia Usa F-35, acquistati dall’Italia, e per sessanta bombe nucleari B61-12. […] A Vicenza vengono spesi otto milioni di euro, a carico dell’Italia, per la riqualificazione delle caserme Ederle e Del Din. […] A Largo Patria (Napoli) il nuovo quartier generale della Nato, costato circa 200 milioni di euro, di cui circa un quarto a spese dell’Italia, comporta ulteriori costi […] di dieci milioni di euro per la nuova viabilità intorno al quartier generale Nato». A solo titolo di esempio.

[9] Fonte: Ministero della Difesa.

[10] http://www.esercito.difesa.it/Operazioni/Operazioni_oltremare

[11] https://www.rivistaeuropae.eu/esteri/sicurezza-2/nigeriale-rivendicazioni-dei-niger-delta-avengers/

[12] L’allora Presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni, in: Il Messaggero, 24 dicembre 2017.

[13] Idem.


Altri libri di Maria Rita Prette
Bambini in Palestina

Bambini in Palestina

Questo lavoro nasce dall’incontro con 119 disegni di bambini tra i sei e i dodici anni che vivono a Betlemme, città della Palestina, in Cisgiordania, uno dei Territori occupati da Israele. Disegni che, per le loro caratteristiche, così dissimili da quelle dei loro coetanei che vivono nelle nostre città, ci hanno indotto a cercare dati e informazioni sul contesto nel quale sono stati tracciati. Guidati dalle loro rappresentazioni, abbiamo incontrato le informazioni che accompagnano, in questo album, 40 dei 119 disegni dell’omonima mostra. Un piccolo strumento per accostare una realtà che, per la sua collocazione geografica e storica è sovraccarica di tensioni. I disegni di questi bimbi, portandoci nel vivo di queste tensioni, riescono a comunicare in profondità la loro estrema condizione di reclusione e sofferenza. Lo sguardo di un bambino è sempre, infatti, prima di ogni altra cosa, lo sguardo di un umano che ha visto, ha sentito, ha toccato, prima della politica, prima dell’ideologia, prima di ogni appartenenza. E’ dunque uno sguardo capace di vedere e far vedere. Proponiamo i disegni di questi bambini quali documenti di un’esperienza umana che va guardata anche “con i loro occhi”, accogliendo l’urgenza della loro comunicazione, che è nello stesso tempo una risorsa  di sopravvivenza e una domanda di attenzione.

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Mag4 e Mag6

Mag4 e Mag6

Questo libro propone i materiali di una ricerca avviata da Sensibili alle foglie nel mondo delle MAG (Mutua Auto Gestione), sigla che designa un’esperienza di finanza critica precedente e contigua alla nascita di Banca Etica. Due i suoi obiettivi: informare sull’esistenza del “mondo Mag” quanti ancora non lo conoscono, aprire una riflessione sulla qualità e problematicità di questa esperienza, guardando a fondo nelle due cooperative con le quali si è sviluppata la ricerca: Mag4 di Torino e Mag6 di Reggio Emila. Il lavoro intende aprire una discussione e un approfondimento intorno a due aree tematiche sulle quali ci si è confrontati nel corso della ricerca: il denaro e le relazioni, che hanno consentito di guardare anche alle implicazioni dell’ideologia e del potere. Le aree tematiche vengono percorse dal filo d’Arianna che ha intessuto il lavoro fatto sin qui: lo scarto tra l’enunciato e la pratica. Questa “problematizzazione” è infatti fondamentale affinché lo sguardo su di sé (e che si rimanda all’esterno) non si chiuda dentro uno schema, mortificando la ricchezza esperienziale e ci preme venga accolta non come una critica al mondo Mag, ma come un metodo di lavoro, un contributo “dall’esterno” a guardare all’interno, sospendendo il giudizio, per meglio comprendere l’esperienza di cui si sta parlando o che si sta vivendo. Infine, una domanda: se l’esperienza Mag non fosse mai nata, non sarebbero il mondo finanziario ed economico, ma dunque anche la società attuale, semplicemente appiattiti sull’unico dio rimasto a questa civiltà?

 

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La socioanalisi narrativa

La socioanalisi narrativa

Questo libro illustra la socioanalisi narrativa nei suoi fondamenti. Esso si articola in tre parti. Nella prima sono esposti i territori entro i quali la socioanalisi opera e le principali nozioni cui ricorre. Sono esaminati i gruppi sociali e le dinamiche che ne regolano all’interno l’obbedienza, l’autorizzazione e la responsabilità personale. Sono presentati i concetti di organizzazione e di istituzione, mostrando i processi mediante i quali esse si propongono alla società – con particolare attenzione all’istituzione del carcere, usata qui come analizzatore – e i dispositivi che ne regolano la riproduzione. Nella seconda si esamina la questione identitaria, decisiva per connettere la dimensione singolare dell’individuo con quella più ampia, collettiva e sociale. In particolare viene portata l’attenzione sulla dissociazione identitaria come risposta normale alle tensioni e sofferenze che l’adattamento alle relazioni gruppali, istituzionali e organizzative, comporta. La terza parte, utilizzando gli strumenti forniti nelle prime due, espone la genesi e le modalità di intervento della socioanalisi narrativa. Al fine di contestualizzarla in correnti sociali più ampie, si propone un capitolo sulla narrazione come modalità di conoscenza e uno sulla socioanalisi come metodo di intervento sociale, prima di esporre le tecniche e i riferimenti propri dei cantieri di socioanalisi narrativa.

 

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41bis. Il carcere di cui non si parla

41bis. Il carcere di cui non si parla

 

Gli anni nei quali è stato scritto il testo dell’art. 41 bis dell’Ordina-mento penitenziario sono quelli di confine tra l’“emergenza terrorismo” e l’“emergenza mafia, criminalità organizzata”.  Non si vuole qui dare giudizi sui fenomeni sociali e politici richiamati. Si vuole invece portare l’attenzione sugli interrogativi suscitati dalle misure “emergenziali” adottate in relazione ad essi, in un Paese che si definisce democratico e che disattende la propria Legge fondamentale.  In questo libro percorriamo la storia recente del carcere e dei suoi dispositivi punitivi, seguendo la traccia delle emergenze che di volta in volta ne hanno determinato – o pretestuosamente consentito – l’evoluzione.  Prendendo l’esperienza armata degli anni settanta come analizzatore, si presenta la nascita del 41 bis e del corollario di articoli di legge che, dal 1986 ad oggi, sono in uso per privare di ogni diritto quei detenuti dei quali si vuole, con la forza, cancellare l’identità per sostituirla con un’altra.

 

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Il carcere speciale

Il carcere speciale

 

L’esperienza degli inquisiti per banda armata dentro il carcere speciale, le loro  lotte, le risposte alla detenzione e l’apporto teorico alla discussione sul carcere e   sulle sue trasformazioni dal 1969 al 1989. 186 documenti d’epoca, presentati in ordine cronologico, danno vita ad una narrazione che attraversa i cambiamenti della prigionia nelle diverse fasi, le dinamiche interne alle formazioni armate e le politiche statali relative al carcere.   Dal 1990 ad oggi sono proposti inoltre 26 documenti atti a mostrare l’evoluzione degli istituti che hanno regolato la vita in carcere negli ultimi 16 anni, non soltanto per i detenuti politici.

 

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Tortura. Una pratica indicibile

Tortura. Una pratica indicibile

Questo libro porta l’attenzione sulla tortura come pratica politica attraverso la quale anche gli Stati democratici, Italia compresa, esercitano il loro potere affermando il monopolio della violenza nella loro relazione con i cittadini. Una rapida ricognizione degli eventi di tortura accertati in Italia in diversi contesti (fra i quali quelli sui militanti di formazioni armate negli anni ottanta, sui detenuti per associazione mafiosa nel 1992, sui manifestanti contro il G8 a Genova all’inizio del nuovo millennio) fa emergere come il ricorso a questa pratica sia diventato possibile, accettabile, ordinario. Sono alcuni soggetti sociali, ritenuti torturabili senza suscitare indignazione – dopo essere stati de-umanizzati con alcune etichette (terrorista, mafioso, criminale, tossico, clandestino, camorrista…) – a divenire di volta in volta bersaglio di questa violenza specifica che soltanto agenti addestrati e autorizzati possono esercitare. L’istituzione di corpi speciali in patria come la partecipazione alle aggressioni belliche all’estero consentirà agli Stati di diritto di spettacolarizzare in questo modo il loro potere e garantirlo, esattamente come facevano i sovrani di un tempo e come fanno le dittature nostre contemporanee.

 


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Sensibili alle foglie / Spin Time Labs – Il dono delle lingue. Domenica 29 Maggio 2016

il dono delle lingue

sensibili_alle_foglie X

logoScrittaSENSIBILI ALLE FOGLIE e SPIN TIME LABS


Propongono

 Domenica 29 Maggio – dalle ore 10 alle ore 20

presso

SPIN TIME LABS

Via Santa Croce in Gerusalemme, 59  – Roma

 

Il dono delle lingue

lingue u.v.xxx

Poesie, canzoni e messaggi in

amarico
amazigh
arabo classico
farsi
giapponese
hassaniya
igbo
lingala
mandinga
pashto
peul
portoghese
romanes
rumeno
russo
soninke
tigre
urdu
wolof

 

 

momenti di riflessione sulle migrazioni con

Marcella Guidoni, Fiabe del Marocco.
Andrea Pizzorno, Clandestino italiano,
Giusi Sammartino, L’interpretazione del dolore

Monologo sulla colonizzazione tratto da Clandestino italiano,
recitato da Caterina Venturini

***

Nella pausa pranzo sarà aperta l’osteria di Spin Time Labs, per momenti conviviali


Una giornata in cui tutti possono parlare la loro lingua, per aiutarci a sentire e riconoscere le diverse sonorità delle lingue del pianeta, perché la lingua è cultura, è ricchezza. Un incontro contro il razzismo, per l’accoglienza delle culture che giungono con i migranti. L’organizzazione dell’incontro è in progressione, saranno presenti anche altre lingue

SCALETTA PROVVISORIA (ELASTICA)

DOMENICA 29 MAGGIO – DALLE ORE 10:00 ALLE 20:00 –
AUDITORIUM DI SPIN TIME LABS.
VIA SANTA CROCE IN GERUSALEMME 59. ROMA

 

h. 10 Presentazione dell’incontro a cura di Spin Time Labs e Sensibili alle foglie

Introduzione ai gruppi linguistici del Nordafrica e dell’Asia
Said, Bashir e altri (poesie e messaggi in arabo classico)
Omran Algallal e altri (messaggio sulla fratellanza universale e messaggi in amazigh)
Marcella Guidoni, Fiabe del Marocco
Jamil Awan Ahamede, (poesia del poeta Iqbal in urdu, poesia di Faiz in farsi)
Shah Hussain (messaggio in pashto)
Giusi Sammartino, L’interpretazione del dolore
Miki Hirashima (intervento pacifista – art. 9 Costituzione del Giappone – in giapponese)
Edilson Araujo dos Santos (recita il testo di una canzone di Renato Manfredini – Renato
Russo, cantautore brasiliano – in portoghese)
***
Pausa durante la quale nell’Osteria di Spin Time si potrà mangiare qualcosa a prezzi modici
***
h. 15 Introduzione ai gruppi linguistici centroafricani

Yacoub Diarra (messaggio sulla schiavitù in Mauritania in hassaniya e soninke)
Leone (messaggio in amarico – si potrà ammirare l’alfabeto amarico esposto nell’atrio)
Bah Fallo (canzone in mandinga)
Hope (messaggio poetico in igbo)
Diop (la favola di Esopo La volpe e l’uva in wolof)
Omar Diamanka (messaggio contro il razzismo in peul)
Djby Ka (favola senegalese in wolof)
Alain Alphonse (canzone d’amore in lingala)
Hummed Mohammednur (messaggio in tigre)

Andrea Pizzorno Clandestino italiano
(connessione con la colonizzazione italiana in Africa)

Caterina Venturini recita monologhi tratti da Clandestino italiano
Intervento in romanes di una donna rom di origine rumena

Introduzione alle lingue slave
Valentina (messaggio in ucraino o russo)
Anna (poesia di Octavian Goga in rumeno)
Altre persone porteranno messaggi in lingua (russo, urobo e altre)
non ancora in scaletta.


Logo-Adobe-Acrobat-300x293Locandina Il dono delle lingue

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Andrea Pizzorno – Noi consumatori, che abitiamo nei Paesi ricchi, siamo i veri mandanti di questi orrori. Più ci estraniamo più le nostre mani si sporcano di sangue.

Pizzorno

Clandestino italiano

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Andrea Pizzorno

CLANDESTINO ITALIANO
DIALOGHI E MONOLOGHI SU COLONIALISMO E IMMIGRAZIONE

Un testo teatrale, poetico e saggistico allo stesso tempo, nel quale l’Autore ripercorre i crimini compiuti durante la colonizzazione italiana in Africa e nel corso delle due guerre mondiali, “perché quei crimini ci hanno permesso di diventare uno dei Paesi più ricchi e potenti del mondo”, e propone riflessioni critiche sul modello di sviluppo del nostro Paese. I dialoghi e i monologhi proposti, in maniera semplice e diretta, raggiungono il cuore del problema: “Il capitalismo moderno, la nostra ricchezza, il predominio occidentale sul mondo… tutto è cominciato con la tratta degli schiavi neri. […] Abbiamo maggiore progresso, maggiore cultura, maggiore rispetto dei diritti umani, dei nostri diritti umani. Liberté, égalité, fraternité. Sì, per noi, ma non per gli altri. Gli altri possono pure crepare in mare: sono nostri schiavi. […] Abbiamo conquistato il mondo, abbiamo rubato tutto quello che era possibile rubare (e lo facciamo ancora), abbiamo reso schiavi i suoi abitanti e li abbiamo messi gli uni contro gli altri, acutizzando le rivalità esistenti o fomentando nuovi odii. […] Tutti noi traiamo beneficio da queste atrocità. Noi consumatori. Noi consumatori che abitiamo nei Paesi ricchi, siamo i veri mandanti di questi orrori, e più sprechiamo, più compriamo cose inutili, più buttiamo nella spazzatura cose ancora utilizzabili, più le nostre mani si sporcano di sangue”.

Andrea Pizzorno, affascinato sin da ragazzo da figure come don Milani e don Gallo, ha imparato a cercare sempre il lato nascosto di ogni cosa. È laureato in storia con una tesi sul colonialismo italiano, ama dipingere e stare in mezzo alla natura.

Andrea Pizzorno, Clandestino italiano, Dialoghi e monologhi su colonialismo e immigrazione, Sensibili alle foglie, 2016.

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Giancarlo Paciello – Ci risiamo: ancora l’infame riproposizione “Processo di pace” e “Due popoli, due Stati!”.

Giancarlo Paciello – La Costituzione tradita. Intervista a cura di Luigi Tedeschi.

Giancarlo Paciello – Ministoria della Rivoluzione cubana.

Giancarlo Paciello – Diciamocelo: un po’ di storia non guasta. Dalle “battaglie dell’estate” del 1943 in Europa, all’avvento dell’Italia democristiana nel 1949.

Giancarlo Paciello – Oggi 29 novembre! Oggi, ancora, solidarietà per il popolo palestinese.

Giancarlo Paciello – Uno scheletro nell’armadio dello Stato: la morte di Pinelli.

Giancarlo Paciello – Per il popolo palestinese. La trasformazione demografica della Palestina. Cronologia (1882-1950). Ma chi sono i rifugiati palestinesi? Hamas, un ostacolo per la pace? L’unico vero ostacolo: occupazione militare e colonie.

Giancarlo Paciello – Ascesa e caduta del nuovo secolo “americano” (Potremo approfittarne? Sapremo approfittarne?)

Giancarlo Paciello – Considerazioni sul sistema elettorale e dintorni. Da tempo ormai, il campo elettorale non è più un vero e proprio luogo di rappresentanza di interessi economici e sociali, ma è una protesi artificiale di apparente pluralismo.

Giancarlo Paciello – La rivolta o meglio, la rivincita del popolo, o meglio ancora, del demos.

Giancarlo Paciello, legge il libro «I bianchi, gli ebrei e noi». L’amore rivoluzionario di Houria Bouteldja.

Giancarlo Paciello – Elogio sì, ma di quale democrazia? La rivolta o forse la rivincita del demos.

Enzo Paci (1911-1976) – Scegliamo di nascere «di nuovo»: la storia per l’uomo è rinascere a sé stesso: farsi uomo, non essere già uomo.

Alessandro Pallassini – Note marginali per la progettazione di un comunismo della finitezza a partire da Spinoza.

Alessandro Pallassini – Finitezza e Sostanza. Sulla fondazione della libertà politica nella metafisica di Spinoza.

Mauro Pallotta (Maupal) – Una nuova opera dell’artista Mauro Pallotta: Donald Trump a Trastevere in tutta la sua boriosa esplosività.

Alessandra Papa, L’identità esposta. La cura come questione filosofica. La tecnobiomedicina ha deformato la relazione ippocratica, stravolgendola nei suoi principi fondamentali.

Paranormal Creativity: Giovani Vertigini Creative – Incontro con giovani artisti – Lettura e interpretazione di testi scritti da giovani esordienti – Mostra di Paolo Di Noto – Mostra di Nilowfer Awan Ahamede – Balli delle Chejà Celen coordinate da Vania Mancini e delle Ragazze di Spin Time coordinate da ICBIE Europa onlus.

Claudio Parmiggiani – Occorre proteggere, salvare tutto ciò che resta, tutto ciò che resiste del mondo spirituale. La memoria non significa passato, ma pensiero. Nessuna opera regge se dentro di sé non ha tutto il pathos e tutta la sofferenza dell’autore.

Nicanor Parra (1914-2018) – Cos’è l’uomo si domanda Pascal: una potenza di esponente zero. Nulla paragonato al tutto. Tutto se si paragona al nulla …

Blaise Pascal (1623-1662) – Tutta la nostra dignità sta nel pensiero. Mentre l’universo non ne sa nulla. Lavoriamo, quindi, a ben pensare: ecco il principio della morale.

Pier Paolo Pasolini – Amo la vita.

Pier Paolo Pasolini (1922-1975) – Marilyn. Quella bellezza l’avevi addosso umilmente.

Pier Paolo Pasolini (1922-1975) – Il potere di oggi manipola i corpi in un modo orribile. Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, con valori alienanti e falsi, i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio delle culture viventi.

Pier Paolo Pasolini (1922-1975) – Nel teatro la parola vive di una doppia gloria, mai essa è così glorificata.

Pier Paolo Pasolini (1922-1975) – La società dei consumi ha profondamente trasformato i giovani. Non si tratta più, come all’epoca mussoliniana, di una irreggimentazione scenografica, ma di una irreggimentazione reale che ha rubato e cambiato loro l’anima. Questa ‘civiltà dei consumi’ è una civiltà dittatoriale.

Pier Paolo Pasolini (1922-1975) – L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo.

Boris Pasternak (1890-1960) – Io non amo la gente perfetta, quelli che non sono mai caduti, che non hanno inciampato. La loro è una virtù spenta, di poco valore. A loro non si è svelata la bellezza della vita.

Michel Pastoureau – Il rosso per millenni è stato dominante sia nella cultura materiale, che nei codici sociali e nei sistemi di pensiero.

Jan Patočka (1907-1977) – Chi può rispondere alla domanda se il conflitto di Socrate sia solo un conflitto dei tempi, oppure se si tratti di uno scontro fondamentale irriducibile ed eterno? Socrate non ha una risposta a portata di mano, ma solo una domanda.

Cesare Pavese – Leggendo cerchiamo pensieri già da noi pensati.

Cesare Pavese – Ritorno all’uomo: la carne e il sangue da cui nascono i libri. Una cosa si salva sull’orrorre: l’apertura dell’uomo verso l’uomo.

Fabio Pecoraro – Salvatore Satta nei suoi «Soliloqui e colloqui di un giurista». Riconoscere che la scienza nasce dalla vita e non la vita dalla scienza.

Charles Péguy (1873-1914) – «Il denaro è tutto, domina tutto nel mondo moderno». L’indifferenza è la riduzione di tutto a denaro. La dimenticanza consiste nell’incapacità di vivere la cultura come parte integrante dell’esistenza, come impegno quotidiano. Ecco il mondo delle persone che non credono più a niente.

Pelagio (354 d.C. – 420 d.C.) – La ricchezza ha forse un’altra origine che non sia, in primo luogo, l’ingiustizia e la rapina? Vediamo che soprattutto i malvagi hanno ricchezze in abbondanza. Nell’essere capace di distinguere la duplice via del bene e del male, nella libertà di scegliere l’una o l’altra sta il vanto dell’uomo di essere razionale.

Daniel Pennac – Amare vuol dire far dono delle nostre preferenze a coloro che preferiamo: la peculiarità del sentimento, come del desiderio di leggere, è il fatto di preferire.

Daniel Pennac – Ogni lettura è un atto di resistenza.

Giorgio Penzo – Recensione a «DUEL» di Steven Spielberg, U.S.A., 1971.

Giorgio Penzo – Recensione a «Il ponte delle spie».

Giorgio Penzo – Ingmar Bergman: «Sorrisi di una notte d’estate», Svezia, 1955

Giorgo Penzo – Ingmar Bergman, Il Settimo Sigillo, Svezia, 1957.

Marco Penzo – Alle origini del concetto di “comunismo”.

Marco Penzo – Una particolare idea di “comunismo” nel Simposio.

Marco Penzo – «Attimi». Poesie. Sei la misura del mio cuore, l’attimo della mia passione.

Georges Perec (1936-1982) – La moda è totalmente dalla parte della violenza della conformità, dell’adesione ai modelli, violenza del consenso sociale.

Tito Perlini (1931-2013) – «ATTRAVERSO IL NICHILISMO Saggi di teoria critica, estetica e critica letteraria», Aragno editore, 2015.

Tonino Perna – Schiavi della visibilità. Pensiamo di esistere, di valere, di avere un ruolo nel mondo o nella storia, solo quando siamo “visibili”.

Marco Perroni – … il libro è finito … l’angelo se n’è andato promettendomi un ritorno: «Non barattarlo mai, l’incanto che …».

Fernando Pessoa (1888-1935) – Quello che distingue le persone le une dalle altre è la forza di farcela, o di lasciare che sia il destino a farla a noi. Chi sogna di più? Chi è più distante dalla verità? Chi vede la verità in ombra o chi vede il sogno illuminato?

Petite Plaisance – Cerchiamo insieme nuovi orizzonti di senso! Ciò che molti dicono essere «impossibile» è invece il possibile cammino verso la realtà, verso la vera umanità dell’uomo, e la vera sapienza.

Petite Plaisance – Il nostro invito augurale: A COSA SIAMO CHIAMATI ?

Francesco Petrarca (1304-1374) – Gloria effimera è cercar fama solo nel barbaglio delle parole: il mio lettore, almeno finché legge, voglio che sia con me. Non voglio che apprenda senza fatica ciò che senza fatica non ho scritto.

Francesco Petrarca (1304-1374) – Frugati dentro severamente. Anche il conoscere molte cose, che mai rileva se siete ignoti a voi stessi?

Giacomo Pezzano – Contributo alla critica della giuridsizione umanitaria del bene comune a partire dal diritto romano.

Giacomo Pezzano / Luca Grecchi – «Commenti» [Commento all’articolo di Luca Grecchi, Sulla progettualità – Commento all’articolo di Luca Grecchi, Perché la progettualità?].

Giuseppe Cambiano, Cesare Pianciola – Esistenza, ragione, storia. Pietro Chiodi (1915-1970)

Pablo Ruiz y Picasso (1881-1973) – Il senso della vita è quello di trovare il vosto dono. Lo scopo della vita è quello di regalarlo.

Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494) – Dignità dell’uomo e dignità della filosofia. La filosofia mi ha insegnato di dipender piuttosto dalla mia coscienza che dai giudizi altrui, e di pensar sempre non tanto a non esser giudicato male quanto a non dire o fare male io stesso.

Margherita Pieracci Harwell – In lode della lettura: si legge per veder meglio in sé, riflessi in un altro.

Margherita Guidacci, Margherita Pieracci Harvell – «Specularmente. Lettere, studi, recensioni». A cura di Ilaria Rabatti.

Margherita Pieracci Harwell – Si apriva il balcone sull’amata Parigi. Lettere e memoria dalla madre di Simone Weil.

Margherita Pieracci Harwell – I tentativi di certezza di Maura Del Serra

Ricardo Piglia (1941-2017) – Ernesto Che Guevara è colui che persevera nella decifrazione dei segni, è la pura espressione della costruzione del senso, sostenitore della pedagogia sempre, fino all’ultimo respiro: “Yo sé leer”, “Io so leggere”.

Luigi Pirandello (1867-1936) – Vorrei saper la musica per esprimere tutto questo tumulto di vita che mi gonfia l’anima e il cuore.

Luigi Pirandello (1867-1936) – “Guarda le cose anche con gli occhi di quelli che non le vedono più! Ne avrai un rammarico, figlio, che te le renderà più sane e più belle”.

Andrea Pizzorno – Noi consumatori, che abitiamo nei Paesi ricchi, siamo i veri mandanti di questi orrori. Più ci estraniamo più nostre mani si sporcano di di sangue.

Max Plank (1858-1947) – Il fisico deve presupporre che il mondo reale obbedisca a certe leggi a noi comprensibili. La ricerca delle leggi che si applicano a questo assoluto mi parve lo scopo scientifico più alto della vita.

Platone, «Filebo» – Senza possedere né intelletto né memoria né scienza né opinione vera, tu saresti vuoto di ogni elemento di coscienza.

Platone (428/427 a.C. – 348/347 a.C.) – Coloro che sono privi della conoscenza di ogni cosa che è, e che non hanno nell’anima alcun chiaro modello, non possono rivolgere lo sguardo verso ciò che è più vero e non possono istituire norme relative alle cose belle e giuste e buone.

Platone (428/427 a.C. – 348/347 a.C.) – Le relazioni con gli stranieri sono atti di particolare sacralità. Lo straniero si trova ad essere privo di amici e parenti, e quindi è affidato in modo particolare alla solidarietà degli dei e degli uomini. Non c’è colpa peggiore per un uomo che un torto fatto ai supplici

Plinio il Giovane (61 d.C.-112 d.C.) – Felici coloro cui è dato compiere cose che meritano d’essere scritte.

Plotino (203-270 d.C.) – Cominciamo col fare del bello e del bene un solo e identico principio. Togli il superfluo, raddrizza ciò che è storto, lucida ciò che è opaco perché sia brillante, e non cessare mai di scolpire la tua statua, finché alla tua vista interiore appaia la temperanza.

Plutarco (45 d.C.-120 d.C.) – Lo sguardo ininterrotto sui soli nostri pensieri, specie se in preda all’ira, impedendoci di guadagnare una distanza prospettica, può nascondere alla vista errori e discordanze.

Max Pohlenz (1872-1962)  – Il cammino del dell’uomo greco è illuminato da tre guide ideali: il vero, il bello, il bene. Il sentimento dell’incondizionata sudditanza gli è affatto sconosciuto. Nel suo intimo possiede la forza di resistere a tutti i rovesci del destino e plasmare la sua vita a proprio modo, nella consapevolezza di essere personalmente responsabile delle proprie azioni.

Max Pohlenz (1872-1962) – La Grecia classica ci ha indicato la via verso la libertà interiore, in cui unico criterio direttivo è il vero bene comune. La libertà ha un limite solo, ma inviolabile. Esso è implicito nelle leggi stesse dello spirito, che può volere soltanto il vero e il bene.

Max Pohlenz (1872-1962) – Mai i Greci avrebbero tollerato l’idea che gli uomini fossero soltanto marionette guidate da un destino cieco. Il Socrate platonico sa che l’unica cosa che importi è dar prova nella vita della propria validità. La sua natura non gli consente una soggezione fatalistica al destino.

Henri Poincaré (1854-1912) – La matematica e la logica.

Henri Poincaré (1854-1912) – L’utile è unicamente ciò che può rendere l’uomo migliore. L’uomo di scienza non studia la natura perché ciò è utile; la studia perché ci prova gusto, e ci prova gusto perché la natura è bella. Chi lavora soltanto in vista di applicazioni immediate non lascia niente dietro di sé.

Politéia – B. Spinoza ad Arezzo: dialogo con A. Pallassini – Il fine della politica e la libertà umana: «Nulla di più utile all’uomo che l’uomo stesso. Gli uomini che sono guidati dalla ragione non appetiscono nulla per sé che non desiderino per gli altri uomini, e perciò sono giusti, fedeli e onesti».

Politéia – Abbiamo difeso la Costituzione da chi l’ha asservita al proprio interesse facendola divenire motivo di divisione invece che di unità.

Giovanni Pozzi (1923-2002) – Per ascoltare occorre tacere. Il libro, deposito della memoria, antidoto al caos dell’oblio, dove la parola giace, ma insonne, pronta a farsi incontro con passo silenzioso a chi la sollecita, è amico discretissimo. Colmo di parole, tace.

Siegbert Salomon Prawer (1925-2012) – Pochissimi hanno letto tanto e, devo aggiungere, così intelligentemente come Karl Marx. Per lui i libri erano strumenti di lavoro, non oggetti di lusso.

Antonio Prete – Leggere è far respirare, insieme, l’immaginazione e il pensiero, è custodia dell’interiorità, è un ascolto silenzioso, è fare esperienza del tempo, contro la dissipazione, la distrazione, la spettacolarizzazione.

Antonio Prete – Solitudine vuol dire resistere all’opera di distrazione – distrazione da sé – messa in campo da tutto quello che è intorno: immagini, seduzioni, attrazioni. Solitario non è solo chi si rifugia nel deserto, ma anche chi, pratico del mondo, sa isolarsi nel cuore del tumulto.

Antonio Prete – “Interiorità” è parola che designa e non definisce, che indica e non recinge. Come la parola “amore”. O la parola “infinito”. Parole senza confini.

Maria Rita Prette – «La guerra che fingiamo non ci sia». Il capitalismo, meglio se bianco e ricco, può impunemente compiere atti di guerra: sono semplicemente crimini e se guardiamo fra le pieghe della nostra sonnolenta coscienza potremmo scoprire di esserci anche noi fra quei criminali.

Costanzo Preve – Recensione a: Carmine Fiorillo – Luca Grecchi, «Il necessario fondamento umanistico del “comunismo”», Petite Plaisance, Pistoia, 2013.

Costanzo Preve – Introduzione ai «Manoscritti economico-filosofici del 1844» di Karl Marx.

Costanzo Preve – Le avventure della coscienza storica occidentale. Note di ricostruzione alternativa della storia della filosofia e della filosofia della storia.

Costanzo Preve – Nel labirinto delle scuole filosofiche contemporanee. A partire dalla bussola di Luca Grecchi.

Costanzo Preve – Questioni di filosofia, di verità, di storia, di comunità. INTERVISTA A COSTANZO PREVE a cura di Saša Hrnjez.

Costanzo Preve – Capitalismo senza classi e società neofeudale. Ipotesi a partire da una interpretazione originale della teoria di Marx.

Costanzo Preve – Elementi di Politicamente Corretto. Studio preliminare su di un fenomeno ideologico destinato a diventare in futuro sempre più invasivo e importante.

Costanzo Preve – Religione Politica Dualista Destra/Sinistra. Considerazioni preliminari sulla genesi storica passata, sulla funzionalità sistemica presente e sulle prospettive future di questa moderna Religione.

Costanzo Preve – Invito allo Straniamento 2° • Costanzo Preve marxiano ci invita ad un riorientamento, ad uno “scuotimento” associato a un mutamento radicale di prospettiva, alla trasformazione dello sguardo con cui ci si accosta al mondo.

Costanzo Preve – Marx lettore di Hegel e … Hegel lettore di Marx. Considerazioni sull’idealismo, il materialismo e la dialettica.

Costanzo Preve (1943-2013) – Prefazione di Costanzo Preve alla traduzione greca (luglio 2012) de “Il Bombardamento Etico”. Un libro che è ancora più attuale di quando fu scritto, sedici anni or sono.

Costanzo Preve (1943 – 2013) – «Il ritorno del clero. La questione degli intellettuali oggi». La ricerca della visibilità a tutti i costi è illusoria. L’impegno intellettuale e morale, conoscitivo e pratico, deve essere esercitato direttamente. Saremo giudicati solo dalle nostre opere.

Costanzo Preve (1943-2013) – Il Sessantotto è una costellazione di eventi eterogenei impropriamente unificati. Il mettere in comune questi eventi eterogenei è un falso storiografico.

Costanzo Preve (1943-2013) – «Il convitato di pietra». Il nichilismo è una pratica, è la condizione del quotidiano senza la mediazione della coscienza, senza la fatica del concettualizzare

Proclo Licio Diadoco (412-485) – La ricerca muove l’occhio dell’anima verso l’alto e lo esercita alla visione della verità.

Marcel Proust – La lettura ci insegna ad accrescere il valore della vita.

Marcel Proust – «Ogni lettore, quando legge, legge se stesso».

Marcel Proust (1871-1922) – Il libro essenziale esiste già in ciascuno di noi.

Marcel Proust (1871-1922) – Leggere è comunicare.

Marcel Proust (1871-1922) – La lettura diventa perniciosa quando, al posto di risvegliarci alla vita dello spirito, tende a sostituirsi ad essa.

Marcel Proust (1871-1922) – La saggezza non si riceve, bisogna scoprirla da sé dopo un percorso che nessuno può fare per noi, né può risparmiarci.

Pseudo-Longino – L’amore per il denaro è un malattia che rimpicciolisce l’animo. Genera insolenza, illegalità, spudoratezza.

Francesco Bastiani/ Luigi Pulcini – Storia delle poco conosciute macchine fotografiche italiane.

Punti Critici N° 1 (Maggio 1999) – Scritti di Fabio Acerbi, Giovanni Gallavotti, Sandro Graffi, Giovanni Lombardi, Paolo Radiciotti, Lucio Russo, Maria Sepe, Giovanni Stelli.

Punti Critici N° 2 (Settembre/Dicembre 1999) – Scritti di Paolo Maddalena, Alberto Giovanni Biuso, Giovanni Gallavotti, Sandro Graffi, Lucio Russo, Stefano Isola, Marco Mamone Capria, Angela Martini.

Punti Critici N° 3 (Maggio 2000) – Scritti di Vladimir I. Arnold, Laura Catastini, Franco Ghione, Sandro Graffi, Pietro Greco, Giovanni Lombardi, Angela Martini, Emanuele Narducci, Lucio Russo.

Punti Critici N° 4 (Febbraio 2001) – Scritti di Fabio Acerbi, Piero Brunori, Giovanni Lombardi, Angela Martini, Paolo Maddalena, Lucio Russo, Ledo Stefanini, Mauro Zennaro.

Punti Critici N° 5/6 (Dicembre 2001) – Scritti di A.G. Biuso, A. Martini, R.E. Proctor, L. Stefanini, G. Stelli, F. Vieri, L. Russo.

Punti Critici N° 7 (Novembre 2002) – Scritti di M. Badiale – S. Graffi – D.F. Labaree – A. Martini – P. Radiciotti – F. Senatore.

Punti Critici N° 8 (Ottobre 2003) – Scritti di F. Acerbi – A.G. Biuso – L. Catastini – F. Ghione – C. Gini – S. Graffi – G. Lolli – Piero della Francesca.

Punti Critici N° 9 (Marzo 2004) – Scritti di M. Badiale – A.G. Biuso – F. Ghione – A. Martini – G. Stelli – M. Tei – G. Salvemini.

Punti Critici N° 10-11 (Dicembre 2004) – Scritti di M. Badiale – P. Francini – R. Sartori – P. Sensi – G. Stelli – T. Tonietti

Gabriella Putignano – Quel che resta di Raoul Vaneigem.

Gabriella Putignano – In Carlo Michelstaedter c’è una potente richiesta di parresìa, una autentica serietà teoretica ed esistenziale, l’esortazione ad una purissima coerenza etica.

Gabriella Putignano (a cura di) – Cantautorato & Filosofia. Un (In)Canto possibile. Contributi di: Stefano Daniele, Corrado De Benedittis, Gianluca Gatti, Federico Limongelli, Francesco Malizia, Raffaele Pellegrino, Giacomo Pisani, Gabriella Putignano.