«Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada». Eraclito
N.B. Le immagini e i video sono stati reperiti nel web e quindi considerati di pubblico dominio. Qualora si ritenesse che possano violare diritti di terzi, si prega di scrivere al seguente indirizzo:
N.B. Le immagini e i video sono stati reperiti nel web e quindi considerati di pubblico dominio. Qualora si ritenesse che possano violare diritti di terzi, si prega di scrivere al seguente indirizzo:
I palestinesi costretti a emigrare nel sud di Gaza o i giovani israeliani massacrati e presi in ostaggio dai terroristi di Hamas quando solo pochi secondi prima ballavano al ritmo della musica elettronica?
Gli ebrei della diaspora che sognavano di tornare in una terra sicura ed essere liberi dai pogrom avvenuti sul suolo europeo, o i palestinesi che, avendo vissuto per generazioni in quegli stessi luoghi, sono vessati sia dai coloni israeliani sia dai presunti fratelli arabi che chiudono loro le frontiere? I termini Shoah e Nakba possono essere usati nella stessa frase? Sono solo alcune delle domande del confronto tra vertici disciplinari diversi (tragedia greca, filosofia, psicoanalisi) aperte dalla riflessione dello psicoanalista ebreo argentino Mariano Horenstein. Che afferma che gli psicoanalisti devono stare sempre dalla parte dei perseguitati. Pensare dalla parte dei perseguitati. Perché se la psicoanalisi merita di continuare ad esistere, non è solo perché porta un notevole sollievo a chi vi si affida. Non solo perché offre un insieme di teorie che descrivono il funzionamento psichico dell’essere umano come nessun altro sapere. Soprattutto perché la psicoanalisi è pensiero critico in una contemporaneità dove prevale il pensiero unico, omologato e assertivo. Gli autori riflettono, come scrive nell’Introduzione Francesconi, sulla coazione a ripetersi della Storia, che, confermando Primo Levi, tende a distruggere ed espellere i perché, il pensiero causale, dando anche morte all’angoscia per liberarsi dell’angoscia di morte dopo averla depositata illusoriamente nella distruzione di un nostro simile, solo un po’ dissimile.
Freud a Gaza si propone come particolarmente prezioso non solo per chi si occupa di salute mentale ma anche per studenti, insegnanti, educatori e per quanti seguono con apprensione questo ‘declino’ dell’umanità nella guerra tra Israele e Hamas.
Gli psicoanalisti, di cui nel libro si presentano i contributi, fanno quasi tutti parte del Gruppo Internazionale Geografie della Psicoanalisi coordinato dal 2008 da Lorena Preta. Questo lavoro quasi ventennale ha insegnato a chi ne fa parte a immergersi nella rete complessa dell’esperienza dell’alterità (testimoniato in queste pagine dal contributo di una filosofa e di una studiosa dell’antichità classica) e del rimescolamento continuo delle necessità individuali e sociali, “in una ‘contaminazione’ feconda e una ‘dislocazione’ scomoda ma necessaria per tentare di ricostituire un ‘tessuto di esperienza’ che riesca a riesaminare da un’altra prospettiva i discorsi ‘catturati e presi in ostaggio’ dalle ragioni storiche e politiche”.
Ringraziamo il caro amico e apprezzato street artist e artista, noto con il nome di Exit Enter, per il dono dell’immagine di copertina. Dono che Exit Enter ha accompagnato con queste parole: «Uscire per trovare e innescare un mutamento». Due rappresentazioni stilizzate dell’uomo – silhouette che è la ‘cifra’ di Exit Enter sui muri delle strade di molte città – una che si trova soltanto per mera contingenza storico-geografica su un gradino più alto e che si china tendendo la sua mano verso l’altra figura che si trova, ancora per mera accidentalità, sul gradino sottostante e che verso di lei si protende. Gesto che ai curatori è parso evocare il compito dello psicoanalista, che – pur muovendo da una posizione asimmetrica –, porge orecchio e mette a disposizione del paziente la propria ‘cassetta degli attrezzi’, il proprio bagaglio teorico e metodologico. Nessuna disparità di essere – in tale posizione asimmetrica – tra le rispettive dignità, dell’uno e dell’altro soggetto dell’immagine.
Questa la forza iconica del messaggio di Exit Enter.
Anna Beltrametti, già professoressa ordinaria di Letteratura greca e Drammaturgia antica presso l’Università di Pavia, dove ha diretto il CRIMTA (Centro di Ricerca Interdisciplinare Multimediale sul Teatro Antico). I suoi interessi sono focalizzati principalmente sul rapporto tra letteratura e storia con particolare attenzione per la storiografia e il teatro attico del V secolo. Nel 2005 è stata componente del comitato fondatore della rivista «Storia delle donne» e tuttora è membro della redazione. Dal 2011 al 2018 ha fatto parte della redazione di «Dioniso», annale dell’Inda. A tutt’oggi è nel CTS della rivista «Il confronto letterario» e nel Comitato di garanzia della rivista «Engramma». Tra le sue molte pubblicazioni: Erodoto: una storia governata dal discorso (1986); Euripide, le tragedie. Introduzioni tematiche, notizie storiche (2002); Dalla Repubblica di Platone (2003); La letteratura greca. Tempi e luoghi, occasioni e forme (2005); Studi e Materiali per le Baccanti di Euripide. Storia Memorie Spettacoli (2007); La storia sulla scena. Quello che gli storici antichi non hanno raccontato (2011).
Silvana Borutti, già professore ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Pavia, e Visiting Professor all’Università di Losanna. È direttore della rivista filosofica «Paradigmi», socio onorario della Società Italiana di Filosofia Teoretica e co-direttore con Ute Heidmann del Groupe de recherche CLE – Comparer les littératures en langues européennes. Continua le sue ricerche sull’epistemologia delle scienze umane, le teorie dell’immagine e le teorie della traduzione. Tra le pubblicazioni più recenti: con U. Heidmann, La Babele in cui viviamo. Traduzioni, riscritture, culture (Bollati Boringhieri, 2012); Nodi della verità. Concetti e strumenti per le scienze umane (Mimesis, 2017); La forma dell’immagine. Filosofia e universi letterari (Rosenberg & Sellier, 2023).
Marco Francesconi, Medico, specializzato in Neurologia e in Psichiatria; Membro Associato IIPG; Docente presso diverse scuole riconosciute di Psicoterapia (IRG, AIPPI, IIPG, Scuola di Psicoterapia Psicoanalitica di Lugano). Dal 2023 è Docente dell’insegnamento di psicoterapia delle psicosi al secondo biennio e Supervisore del Corso dell’Adulto della Scuola di Psicoterapia Psicoanalitica (SPP) di Milano. Ha insegnato presso la Scuola di Specializzazione in Psichiatria dell’Università di Pavia. È attualmente Docente di Psicodinamica al Corso di Laurea in Psicologia dell’Università di Pavia, dove ha insegnato Psicologia Dinamica dal 2001 al 2021, facendo seguito a analogo incarico presso l’Università di Parma dal 1996 al 2001. Fa parte del Gruppo di Ricerca Internazionale Geografie della Psicoanalisi. Ha curato – con D. Scotto di Fasano – la pubblicazione di: L’appetito: un crimine? (FrancoAngeli, 2004); L’interpretazione della colpa, la colpa dell’interpretazione (B. Mondadori, 2005); Adolescenti: cultura del rischio ed etica dei limiti (FrancoAngeli, 2009); Apprendere dal bambino. Riflessioni a partire dall’Infant Observation (Borla, 2009); L’ambiguità nella clinica, nella società, nell’arte (Antigone ed., 2012); Il sonno della ragione. Saggi sulla violenza (Liguori, 2014); La complessità della memoria. Neuroscienze, etica, filosofia, psicoanalisi (IPOC, 2014); Aree di confine. Cosa, corpo, parole tra Filosofia e Psicoanalisi (Mimesis, 2017); Nec Nomine. Nell’Argentina delle stragi: Menzogne, Identità, Verità (Edizioni Bette, 2024).
Alessia Fusilli De Camillisè psicologa, associanda della Società Psicoanalitica Italiana e capo redattore di Psiche. Rivista di cultura psicoanalitica. Redattore della Collana Psicopatologia diretta da Mario Rossi Monti per FrancoAngeli Editore, e ad hoc reviewer per riviste scientifiche italiane e internazionali. Ha insegnato Psicologia e Psicopatologia Dinamica presso l’Università “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara. Ha pubblicato lavori sull’area borderline e delle psicosi, e volumi tra cui: Atlante di fenomenologia dinamica, con G. Stanghellini, A. Ambrosini e R. Ciglia (Magi, 2008) e Effetto borderline. Soggettivazione e movimenti del desiderio (Franco Angeli, 2016).
Mariano Horenstein, è psicoanalista con funzioni di training della Cordoba Psychoanalytic Society (di cui è past President), membro della Federazione Psicoanalitica dell’America Latina e full member della International Psychoanalytical Association, nel cui Booard è rappresentante per l’America Latina. Ha diretto la rivista «Caliban» della società dell’America Latina ed è membro del Gruppo Internazionale Geografie della psicoanalisi. Molte le pubblicazioni in Argentina, tra cui: Conversaciones de diván, La Fábrica Editorial, 2021. In Europa, ha pubblicato per Mimesis, nel 2019, nella collana “Geografie della Psicoanalisi International”, The compass and the couch. Psychoanalysis and its necessary foreigness. È anche direttore dell’Istituto di Formazione dell’Associazione Psicoanalitica di Córdoba (Argentina). Tra gli altri riconoscimenti, ha ricevuto il Premio Elise Hayman per lo studio dell’Olocausto e del Genocidio (Associazione Psicoanalitica Internazionale, 2011), il premio Ángel Garma (Associazione Spagnola di Neuropsichiatria, 2013) e il premio FEPAL (Federazione Psicoanalitica dell’America Latina, 2020).
Alfredo Lombardozzi è psicoanalista individuale e di gruppo, socio ordinario con funzioni di training della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e dell’International Psychoanalitical Association (IPA). Antropologo di formazione è stato docente di Antropologia psicoanalitica all’Università di Chieti e de L’Aquila. È stato direttore della rivista Koinos – Gruppo e funzione analitica. È direttore della «Rivista di Psicoanalisi». Ha pubblicato molti contributi sul rapporto tra antropologia e psicoanalisi, tra cui i volumi: Figure del dialogo tra antropologia e psicoanalisi (Borla, 2006), L’imperfezione dell’identità (AlpesItalia, 2015), Culture di gruppo. Per un’antropologia del gruppo psicoanalitico (AlpesItalia, 2021).
Lorena Preta, Ordinario SPI, Full Member IPA, Direttore di «Psiche Rivista di cultura della SPI» dal 2001 al 2009, Responsabile del Gruppo di Ricerca Internazionale Geografie della Psicoanalisi. Ha ideato e diretto Spoletoscienza, da cui molte pubblicazioni per la casa Editrice Laterza, tra le quali Che cos’è la conoscenza, con M. Ceruti (1990), La narrazione delle origini (1991), Immagini e metafore della scienza (1992); sempre per Laterza Nuove Geometrie della mente (1999). Cura due collane: Geografie della psicoanalisi (per Mimesis) e Geographies of Pshychoanalisis (per Mimesis International). È autrice di diversi articoli e curatrice di molte pubblicazioni tra cui: Cartografie dell’inconscio (Mimesis, 2016), Dislocazioni. Nuove forme del disagio psichico e sociale (Mimesis, 2018), La Brutalità delle cose. Trasformazioni psichiche della realtà (Mimesis, 2015) tradotto in varie lingue. Recentemente ha curato Prendersi cura (Alpes, 2021) e ultimo Still Life. Ai confini tra vivere e morire (Mimesis, 2023).
Daniela Scotto di Fasano, Psicologa, Psicoanalista, membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytic Association, ha fatto parte della Redazione di «Psiche» (rivista della S.P.I.) e collabora con la Redazione dello SPIWEB. Presso il Corso di Laurea in Psicologia dell’Università degli Studi di Pavia ha avviato, nel 2000, i Seminari di Infant Observation. Dal 2008 fa parte del gruppo di ricerca internazionale Geografie della Psicoanalisi. Ha curato, con M. Rampazi, la pubblicazione de Il sonno della ragione. Saggi sulla violenza, (Dell’Arco, Milano 1993) e, con M. Francesconi, Apprendere dal bambino. Riflessioni a partire dall’Infant Observation (Borla, 2009); L’ambiguità nella clinica, nella società, nell’arte (Antigone edizioni, 2012); Il sonno della ragione. Saggi sulla violenza (Liguori, 2014), La complessità della memoria. Neuroscienze, etica, filosofia, psicoanalisi (IPOC, 2014); Aree di Confine. Cosa, Corpo, Parole tra Filosofia e Psicoanalisi, (Mimesis, 2017); Nec Nomine. Nell’Argentina delle stragi: Menzogne, Identità, Verità (Edizioni Bette, 2024).
Introduzione
Mi sarebbe piaciuto per questa occasione tornare a descrivere in una breve nota introduttiva il senso del lavoro ormai quasi ventennale del Gruppo Internazionale Geografie della Psicoanalisi ma mi rendo conto che mi vengono incontro immagini, descrizioni, enunciazioni che sottolineano come la vera sostanza di questa operazione culturale, pur nella sua complessità, stia nel suo valore di ‘esperienza’, il che rende più complicato riportarne la vitalità.
Le cose che ci siamo detti in tanti e svariati contesti, le diverse lingue, i mix di molteplici vertici disciplinari, le multiformi personalità che vi hanno dato voce, sono certo documentate nei tanti libri, nei podcast, nei siti di Geografie addetti, sia nazionali (come quello della Società Psicoanalitica Italiana)1 che internazionali (come quello dell’International Psychoanalytical Association)2 ma nulla può dare conto del tutto del vissuto emozionale e del lavoro di definizione concettuale che hanno prodotto i viaggi nei diversi Paesi e gli approfondimenti operati nei vari incontri rispetto a specifici argomenti, provocando una ‘contaminazione’ feconda e una ‘dislocazione’ scomoda ma necessaria.
Ogni tema lanciato, come quello attualissimo di questo libro, è come se richiedesse per essere approcciato, uno spostamento dai punti originari di osservazione.
Siamo noi che cerchiamo di portare la psicoanalisi, con il suo centenario apparato clinico-teorico, in mezzo alle ennesime rovine della guerra, alle atrocità attuali dovute ai conflitti irrisolvibili di quei Popoli, cercando di mettere in funzione i suoi strumenti per comprendere e cercare di dare un barlume di interpretazione alle dinamiche che si ripropongono instancabili in ogni guerra ma che assumono ogni volta la cifra particolare e irripetibile di quella situazione storica e geografica?
Oppure noi stessi, assaliti dalla violenza indescrivibile degli eventi, cerchiamo disperatamente di muoverci nella rete intersecata e planetaria delle motivazioni che si intrecciano e che ci coinvolgono, anzi più esattamente ci risucchiano, noi che siamo apparentemente in altri Paesi, in altre realtà del mondo.
E siamo così costretti ad ‘aggrapparci’ all’esperienza dell’alterità e del rimescolamento continuo delle istanze individuali e sociali cercando di individuarne le sfaccettature, come la psicoanalisi dovrebbe aiutarci a fare, scomponendo e sciogliendo nodi inestricabili nel tentativo quasi impossibile di continuare a far funzionare il ‘pensiero’ in queste circostanze.
Non possiamo che lasciarci inizialmente travolgere, dai movimenti profondi che portano purtroppo alle violente azioni che sfociano nella realtà, per cercare di uscirne ogni tanto riemergendo dagli abissi, per tentare di ricostituire un ‘tessuto di esperienza’ che riesca a riesaminare da un’altra prospettiva i discorsi ‘catturati e presi in ostaggio’ dalle ragioni storiche e politiche.
Queste tendono a fissare le traiettorie della storia in una mappa rigida e intrasformabile oppure in una inflessibile ‘denegazione’ che cancella nella sostanza appartenenze e diversità, immaginari individuali e sociali.
Non siamo soli però nel tentativo di mettere in atto una sorta di “costruzione anomala” che ribalti queste modalità. Come avviene in questo libro, incontriamo altri saperi, la filosofia, il pensiero dell’antichità, che ci consentono di rimescolare le carte, le nostre insieme alle loro, per ritrovarci a porre le stesse domande ma da tradizioni differenti. In questo processo mischiamo anche concettualizzazioni psicoanalitiche molto diverse tra loro, appartenenti a tradizioni di pensiero a volte lontane.
Possiamo considerarla come la costruzione di una mappa inedita?
Mi servirò di una considerazione da me già usata in un libro, ma che può rendere più evidente il discorso:
Nel 1949 Fernand Braudel scrive un libro fondamentale per tutta la storiografia a venire dopo di lui, Il Mediterraneo. Lo spazio, la storia, gli uomini, le tradizioni:3
“Che cos’è il Mediterraneo? Mille cose insieme. Non un paesaggio ma innumerevoli paesaggi. Non un mare ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre”.
Da questo coacervo di paesaggi fisici ed umani, crocevia eteroclito, mescolanza antica e sempre rinnovata, il Mediterraneo descritto da Braudel emerge secondo un’immagine coerente, con una sua unitarietà ed originalità. Il modello di lettura proposto che riesce a tenere insieme le varie realtà geografiche e storiche e i diversi intrecci che le hanno caratterizzate, porta all’“invenzione” del Mediterraneo.
Se fino ad allora si poteva pensare quel mare come un bacino su cui si affacciavano le varie civiltà, o un insieme di stati o popolazioni, ora lo si vede come l’origine e allo stesso tempo il motore propulsivo delle differenti culture, molto più che un denominatore comune che consente la loro chiave di lettura (anche se in realtà non è possibile trovare il Mediterraneo inteso in questo senso nelle carte geografiche e neanche nella storia).
È così che un modello riesce ad essere insieme strumento d’interpretazione di una realtà e artefice della stessa.4
È possibile a volte immettere, nella pur necessaria definizione del modello o del punto di vista che usiamo, quell’attività immaginifica che ci permette di tracciare confini nuovi e panorami originali e dare sostanza e voce e immagine a qualcosa che prima non era neanche pensabile, come il caso del Mediterraneo.
Nulla può cambiare nella mappa politica esistente ma si può mettere in moto un processo di scomposizione e ricomposizione che attingendo alla dinamica inesprimibile dell’inconscio, porti sulla scena nuove figure e inedite combinazioni che ci aiutino a tracciare scenari alternativi.
Non per lasciare affidata all’alienità di queste istanze, che sempre dobbiamo considerare vengono dal profondo, il disegno della mappa culturale e sociale diversa che si andrebbe delineando, ma per metterle in contatto con il piano che ci è dato osservare delle spiegazioni storiche che, pur essendo giustamente vincolanti, rischiano a volte di fissare la realtà in un quadro già dato, conseguente e lineare impedendo magari di valutarne la dinamicità.
In questo senso Geografie può essere l’invenzione di una mappa. Non di quelle destinate a una libreria polverosa, che possono essere consultate e lette ma non ridisegnate, e neanche l’opera d’arte di un artista creativo che proponga una sua personalissima visione, ma un ‘artifizio metodologico’ per cartografare in maniera inedita il territorio psichico e sociale che si incontra. Uno strumento di interpretazione della realtà, dicevo più sopra, e un artefice della stessa.
Portiamo Freud a Gaza come lui a suo tempo pensava di portare in maniera onnipotente la peste in America? O ci ritroviamo noi stessi tra le rovine di Gaza come degli increduli, impreparati osservatori o testimoni auricolari e per non soccombere cerchiamo di tracciare percorsi di pensabilità e di rappresentabilità dell’indicibile?
Siamo in ogni caso dei “guaritori feriti” e solo tenendo aperta la nostra piaga di sconcerto, ignoranza, impossibilità di pensare, possiamo tentare ogni volta una cura.
In questo libro assolutamente emozionante, dove i pensieri si intrecciano intorno alla proposta originale e generosa di Mariano Horenstein, molte riflessioni diverse sono offerte al tentativo di ‘pensabilità’ della realtà brutale che ci è di fronte.
Sono indicazioni che vengono da saperi differenti, da menti ‘speciali’ impegnate nel loro campo da tempo per costruire, a mio avviso, mappe inedite per orientarci senza perdere di vista le circostanze ma anche la necessità di pensarle altrimenti, in un altrove forse, che solo la fiducia e la speranza di una sopravvivenza dell’umanità, di quello che ancora consideriamo ‘essere umani’ ci consente di concepire.
N.B. Le immagini e i video sono stati reperiti nel web e quindi considerati di pubblico dominio. Qualora si ritenesse che possano violare diritti di terzi, si prega di scrivere al seguente indirizzo:
Il 7 marzo di sette anni fa ci lasciava Diego Lanza, uno studioso del mondo antico che ha indagato vari campi della cultura greca seguendo un approccio sempre antidogmatico, interdisciplinare, refrattario ad ogni forma di rigido classicismo.
I suoi studi sul teatro attico, sul pensiero di Anassagora, sulla Poetica di Aristotele, sulla lingua greca e sulla storia degli studi di antichistica rimangono punti di riferimento imprescindibili non solo per i risultati delle ricerche, ma soprattutto per il mod in cui Lanza ha affrontato e discusso le diverse questioni.
Fear, Speeches, and Theatre: Aristotelian Stimuli and Anaesthetics
Oresteia: Fear and Authority, Vengeance and Surveillance
The Sophoclean Diptych of Oedipus: Fear, Transgression, Guilt, and Innocence
From Theatre to Philosophy, and Back. Ancient and Modern Fears. Conclusions
References
The aim of the series Studies in the History of Philosophy of Mind is to foster historical research into the nature of thinking and the workings of the mind. The volumes address topics of intellectual history that would nowadays fall into different disciplines like philosophy of mind, philosophical psychology, artificial intelligence, cognitive science, etc. The monographs and collections of articles in the series are historically reliable as well as congenial to the contemporary reader. They provide original insights into central contemporary problems by looking at them in historical contexts, addressing issues like consciousness, representation and intentionality, mind and body, the self and the emotions. In this way, the books open up new perspectives for research on these topics. This book series is indexed in SCOPUS. For more information, please contact the publishing editor at christi.lue@33 springer.com
N.B. Le immagini e i video sono stati reperiti nel web e quindi considerati di pubblico dominio. Qualora si ritenesse che possano violare diritti di terzi, si prega di scrivere al seguente indirizzo:
331 Diego Lanza, La disciplina dell’emozione.Un’introduzione alla tragedia greca. Prefazione di Anna Beltrametti. ISBN 978-88-7588-235-8, 2019, pp. 416, formato 140×210 mm., Euro 35 – Collana “Il giogo” [107]. In copertina: Alcesti, i figli e altri personaggi, Loutrophòros apula vicina al Pittore di Laodamia, 340 a.C. circa., Basel, Antikenmuseum.
332 Enrico Berti, Luciano Canfora, Bruno Centrone, Franco Ferrari, Francesco Fronterotta, Silvia Gastaldi, La filosofia come esercizio di comprensione. Studi in onore di Mario Vegetti. Nota di Fiorinda Li Vigni. Prefazione di Giovanni Casertano e Lidia Palumbo. ISBN 978-88-7588-237-2, 2019, pp. 128, formato 140×210 mm., Euro 13 – Collana “Il giogo” [108]. In copertina: Mario Vegetti.
333 Antonio Fiocco, Ideare il futuro comunitario per viverne l’essenza nel presente. ISBN 978-88-7588-239-6, 2019, pp. 80, formato 170×240 mm., Euro 10 – Collana “Divergenze” [64]. In copertina: V.V. Kandinskij, Giallo, rosso, blu (1925), Musée National d’art Moderne, Centre Georges Pompidou.
334 Enrico Berti, Scritti su Heidegger. ISBN 978-88-7588-241-9, 2019, pp. 176, formato 140×210 mm., Euro 35 – Collana “Il giogo” [109]. In copertina: Statua in bronzo di Aristotele, ingresso della Albert-Ludwigs-Universität di Friburgo, Germania. In quarta di copertina: Paul Klee, Die Zeit, 1933.
335 Maura Del Serra, Altro Teatro. Introduzione di Marco Beck. ISBN 978-88-7588-243-3, 2019, pp. 208, formato 130×200 mm., Euro 18 – Collana di Teatro “Antigone” [12]. In copertina: Beato del San Andrés de Arroyo, El fuego de Babilonia, iluminación sobre pergamino. Folio 147, Paris, Bibliothèque Nationale de France.
336 Jules Vallès, L’insorto. Introduzione, traduzione e cura di Fernanda Mazzoli. ISBN 978-88-7588-207-5, 2019, pp. 320, formato 140×210 mm., Euro 27. In copertina: Jules Vallès.
337 Giangiuseppe Pili, Anche Kant amava Arancia meccanica. La filosofia del cinema di Stanley Kubrick. Prefazione di Silvano Tagliagambe. ISBN 978-88-7588-230-3, 2019, pp. 128, formato 140×210 mm., Euro 15 – Collana “il pensiero e il suo schermo” [4]. In copertina: Stanley Kubrick sullo sfondo di una sequenza di 2001. Odissea nello spazio, con l’astronauta David Bowman (interpretato da Keir Dullea). In quarta: il monolito nero.
338 Sergio Rinaldelli, Vento di sogni. Note di pittura (1976-2018). ISBN 978-88-7588-170-2, 2020, pp. 120, formato 130×200 mm., Euro 10. In copertina: Sergio Rinaldelli, Vento di sogni sulla parete antica, 2005, olio su faesite, 70×80.
339 Carlo Carrara, Essere e Dio in Heidegger. ISBN 978-88-7588-234-1, 2020, pp. 200, formato 140×210 mm., Euro 20 – Collana “Il giogo” [110]. In copertina: Robert Ryman, Twin (1965).
340 Livio Rossetti, Parmenide e Zenone, sophoi ad Elea. Presentazione di Mariana Gardella Hueso. ISBN 978-88-7588-256-3, 2020, pp. 160, formato 130×200 mm., Euro 15 – Collana “Il giogo” [112]. In copertina: Parmenide e Zenone alla porta di Elea.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
Tempi e Luoghi, occasioni e forme della letteratura greca
L’impianto si regge sui due binomi – tempi e luoghi, occasioni e forme – sottolineati nel titolo e funzionali sia come rubriche di catalogazione e descrizione sia come categorie di analisi critica. La prima idea-guida è quella di ripresentare quanto ci resta della letteratura greca antica non solo secondo la sequenza cronologica, ma anche secondo la distribuzione geografica. Alla base c’è l’intento di contrastare periodizzazioni secche (il tempo non passa con la stessa velocità nei vari luoghi) e il consolidarsi di false prospettive, di mostrare come le forme si modifichino o si conservino non solo nel tempo o in funzione delle occasioni a cui rispondono, ma anche in relazione ai luoghi, profondamente e durevolmente segnati da cerimonie e rituali specifici, da consuetudini culturali precise: non hanno molto in comune i corali complessi, a uso liturgico, di Alcmane, nella Sparta della seconda metà del VII secolo, con le composizioni, affini nella strutturazione metrica e strofica, ma di tenore prevalentemente narrativo, di Stesicoro, nella Sicilia e nella Magna Grecia tra la fine del VII e i primi del VI secolo; Pindaro, nativo della Beozia, legato per nascita e frequentazioni alla nobiltà panellenica, viene ricondotto da molti studenti, interrogati d’acchito o anche richiamati sui tratti salienti del suo linguaggio poetico, all’età arcaica, mentre il suo contemporaneo Eschilo, eleusino di nascita e ateniese per attività, è collocato con certezza nel periodo classico; il teatro attico, tragico e comico, dei festival dionisiaci e dei concorsi pubblici, è contemporaneo, ma avvertito come posteriore a forme spettacolari meno istituzionalizzate e praticate nella cultura dorica, greca e italica, come la farsa megarese cui allude Aristofane negli Acarnesi e la farsa fliacica o il mimo di ambiente siceliota e italico apprezzato da Platone; per contro, la polis ateniese mantiene nel tempo le forme più specifiche della sua cultura, pur investendole di nuove tematiche e di nuovi intenti, attraverso discontinuità collegate agli sconvolgimenti politici e bellici, chiaramente percepibili, tra Erodoto e Tucidide come tra Eschilo ed Euripide, nella lunga durata della tragedia e del racconto storico.
Un secondo principio conduttore, collegato al binomio occasioni-forme, è quello di superare la categoria di “genere letterario”. La nozione di genere e di sistema letterario resta per molte ragioni imprescindibile e del tutto appropriata per la produzione stabilizzata prima dalla scrittura e dai concorsi drammatici, poi dalle scuole di retorica e filosofia, quindi rivisitata e profondamente ricodificata dai poeti-filologi delle biblioteche ellenistiche. Ma si rivela tuttavia troppo vincolante, meno adatta a cogliere e comprendere l’estrema variabilità di componimenti d’autore fuori scala, che sembrano sfuggire completamente al sistema, calibrati principalmente e primariamente per occasioni pubbliche d’eccezione, mirati a una fruizione orale e collettiva, anche quando la ricercatezza poetica supera ampiamente i clichés della composizione orale e l’estemporaneità della prima e singola esecuzione. Mentre la categoria di “genere letterario”, anche nell’accezione più dinamica e relazionale, induce a descrivere/analizzare le scritture in termini di adeguamento e scarto fisiologico rispetto alle regole codificate, il nesso occasioni-forme sembra più efficace a registrare i condizionamenti pragmatici, l’aspetto performativo specifico dei testi più antichi, arcaici e classici, senza sminuire le singolari impronte autoriali. Da una parte, non implica la sopravvalutazione delle basi ritmico-dialettali, più culturali che “letterarie”, in cui si genera la splendida poesia arcaica. Dall’altra, orienta a valorizzare meglio una produzione in cui, anche per effetto di una tradizione molto selettiva, i “maggiori” prevalgono sui “minori”, e le paroles degli autori, veri e propri capolavori dell’umanità, si pongono spesso non in tensione, ma in alternativa alla langue presupposta, ai codici e alle regole da essa previsti.
Incrociare tempi e luoghi, occasioni e forme; lasciar prevalere di volta in volta, a seconda dei testi e dei contesti di riferimento, l’attenzione per l’espressione o per il contenuto, il piano significante o quello referenziale; modificare continuamente punto di vista e metodo d’analisi e di descrizione: sono i punti chiave di una proposta che viene dal tentativo di scrivere una storia della letteratura greca, come se si scrivesse da sola. Mi sono lasciata guidare la mano dai testi che ancora ci sono e che si possono leggere, accettando che testi e autori si disponessero autonomamente per rimandi espliciti e affinità meno evidenti, affollandosi, talvolta, in aree sincroniche e/o geografiche molto coese di scritture che si implicano e si parlano nelle stesse condizioni storiche – è il caso dell’Atene classica –, disegnando, talaltra, linee di fuga, di rinvii diacronici nella lunga durata, come nel caso della catena storiografica che avrebbe dovuto proseguire ininterrotta da Erodoto oltre Polibio.
Ho affidato a quattro più giovani studiosi – Marzia Bambozzi, Andrea Rodighiero, Massimo Stella e Martina Treu – il profilo di alcuni grandi autori, sicura che il taglio nuovo delle loro ricerche sarebbe stato un arricchimento, che avrebbe aggiunto informazioni, offerto suggestioni e suggerito approcci non previsti nei miei pur liberi percorsi.
Anna Beltrametti, Le letteratura greca. Tempi e luoghi, occasioni e forme, Carocci editore, Roma 20155, pp. 9-10.
Di Socrate, Eulenspiegel, Pinocchio e altri trasgressori del senso comune.
Prefazione di M. Stella: La storia incantata. Diego Lanza narratore e antropologo dello ‘stolto’. Postfazione di G. Ugolini: Del ridere e del conoscere: la stultitia secondo Diego Lanza.
ISBN 978-88-7588-255-6, 2020, pp. 448, , Euro 35 – Collana “Il giogo” [118].
Socrate, Till Eulenspiegel, Pinocchio, ma anche Solone, Bruto, i profeti di Israele, Bertoldo, Giufà, i «santi folli» di Bisanzio … Sono innumerevoli i personaggi che trasgrediscono il senso comune; figure spesso ridicole, ma portatrici tutte di verità inquietanti di cui la ragione dominante diffida, delle quali tuttavia non può fare a meno. Ciò che si mantiene nella fiaba, nel romanzo, nella letteratura filosofica e religiosa non è tanto la fisionomia dell’insensatezza quanto il suo rapporto conflittuale di esclusione/complementarietà con la ragione, con il sistema dei valori etici e affettivi accettati come fondamentale norma di convivenza. Lo stolto e la stoltezza non costituiscono un elemento chiaramente definibile e persistente della tradizione culturale europea, un topos, ma piuttosto un’incognita alla quale ogni volta si attribuisce ciò che disturba il senso comune. È il senso comune, cioè la razionalità riconosciuta da ciascun assetto sociale come sua propria, che stabilisce quel che deve apparire ripugnante, ridicolo, riprovevole. La figura dello stolto e l’immagine della stoltezza mutano perciò a misura dei cambiamenti del senso comune e della razionalità che le definiscono, serbando tuttavia, di mutamento in mutamento, importanti tratti del passato. Il viaggio intrapreso alla riscoperta delle molte e molto differenti raffigurazioni dello stolto conduce a interrogarci sul difficile ma tenace equilibrio che governa il gioco tra verità e riso, scherzo e ragione.
«Il campo della razionalità espressa da logos è sempre quella dell’interazione fra uomini (che si esprime anche nel termine “dialettica”, derivato da dialeghesthai, “dialogare”, “discutere”)».
Mario Vegetti, Filosofia Antica, Zanichelli, Bologna, 1992, p. 15. Ora in Id., Filosofia e sapere della città antica, Hoepli, Milano 2018.
«Il logos non è per Socrate uno strumento retorico di persuasione, del tutto indifferente alla questione del vero e del falso; […] È anzi attraverso il linguaggio, e non attraverso i sensi, che la verità si presenta all’anima. Questo rapporto fra anima e verità, che passa attraverso il logos, ci porta subito fuori dell’ambiente sofistico; ed è chiaro indice di una connessione di Socrate con le grandi filosofie della tradizione di Pitagora, di Parmenide e di Eraclito».
Mario Vegetti, Filosofia Antica, op. cit., p. 125.
«Ci sono delle parvenze del bene: l’interesse dei potenti, o i piaceri del corpo, o l’apparente felicità degli ingiusti. Ma la parte essenziale dell’uomo è l’anima, e il vero bene è il bene per l’anima. Sarà dunque guardando nella propria anima che l’uomo scoprirà il bene: qui Socrate riprende il detto delfico “conosci te stesso”, e tramite esso si ricollega ancora una volta, al di là dei Sofisti, ad Eraclito. L’importanza dell’anima come centro della vita morale, come discriminante fra veri e falsi beni, non è necessariamente legata alla sua immortalità. Socrate propende certo per la tesi dell’immortalità dell’anima, ma (a differenza dei pitagorici e del suo discepolo Platone, e più vicino in questo a Protagora) non pone questa tesi come certa e fondamentale. È l’anima del concreto soggetto vivente a giocare un ruolo centrale nella morale socratica».
Mario Vegetti, Filosofia Antica, op. cit., p. 126.
FILOSOFIA E SAPERE DELLA CITTA’ ANTICA
Un classico della storia della filosofia antica, che ritorna finalmente in libreria a più di 40 anni dalla sua prima apparizione. Pubblicato come testo scolastico nel 1975 da Zanichelli, il contributo di Mario Vegetti costituiva la prima parte del primo dei tre volumi che formavano il manuale Filosofie e società, opera che ebbe poi altre due edizioni (nel 1981 e nel 1992, sempre da Zanichelli). Dalla metà degli anni ’70 alla fine degli anni ’90, la storia della filosofia antica di Mario Vegetti è stata il libro di testo su cui si sono formate diverse generazioni di studenti. Ma quasi subito si è trasformata in qualcosa di più: un libro cult, che presentava e proponeva, in modo innovativo, i filosofi del mondo antico sotto una luce inedita e meno stereotipata. Questo gioiello della manualistica scolastica viene ora riproposto in una nuova veste grafica, rivolgendosi a un pubblico di lettori più ampio. E ha tutte le carte in regola per farlo: l’autore, con uno stile accattivante e una straordinaria chiarezza espositiva, illustra le dottrine filosofiche sempre all’interno del preciso contesto culturale e sociale da cui scaturiscono le linee problematiche, i campi teorici, le conflittualità ideologiche. Un’esposizione della filosofia antica vista nelle sue relazioni concrete e variabili con le diverse forme del sapere (la matematica, la biologia, l’etnologia, la storia, l’antropologia, la sociologia, l’economia), ma anche con le forme della vita sociale e politica, e con le istituzioni culturali. Vegetti offriva e offre tuttora un’immagine della filosofia antica ricca, variegata e quanto mai convincente. Uno strumento di conoscenza, di informazione e di cultura che ha aperto ed è ancora in grado di dischiudere ai giovani e a un pubblico più maturo lo spazio della filosofia.
FILOSOFIA E SAPERE DELLA CITTA’ ANTICA
Indice testuale
Società e cultura in Grecia dal VII al V secolo – Natura, scienza e città: il pensiero ionico del VI e V secolo – Il sapere del tempio e la nascita della filosofia nel VI e V secolo – «Salvare i fenomeni»: una nuova forma della ragione scientifica nel materialismo del V secolo – Politica, linguaggio e scienze umane: la cultura ateniese da Solone a Socrate – Filosofia e scienza regia: Platone – L’eredità di Platone: scienza e teologia nell’Accademia del IV secolo – L’enciclopedia del sapere e il grande intellettuale: Aristotele e la sua scuola – Società e organizzazione della cultura dal IV al I secolo a.C. – Antropologia e ideologia: la «rivoluzione filosofica» del mondo ellenistico – Le scienze nell’epoca ellenistico-romana (dal III secolo a.C. al III secolo d.C.) – Cultura e società nel mondo romano dalla repubblica all’impero – Il sistema e il commento: neoplatonismo e aristotelismo dal I al VI secolo d.C.
L’11 marzo del 2018 ci lasciava Mario Vegetti. Il 7 marzo, quattro giorni prima, ci aveva lasciato anche Diego Lanza, suo grande amico. Vogliamo ricordare Mario pubblicando qui di seguito l’introduzione a un suo libro del 2007, Scritti con la mano sinistra e ricordare Diego con un suo breve scritto, Pathos, del 1997.
Quello che mi ha colpito, nel rileggere i testi dispersi in sedi molto diverse lungo l’arco di più di un quarto di secolo e pubblicati in Scritti con la mano sinistra, è stata in primo luogo la loro coerenza. Devo dire subito che non ritengo che la coerenza sia necessariamente una virtù: essa può significare in effetti testardaggine cocciuta, miopia e sordità nei confronti di ciò che di nuovo accade nelle cose e nelle idee, insomma anelasticità intellettuale. Ci può tuttavia essere qualcosa di virtuoso nella coerenza.
Si tratta – per prelevare due parole dal lessico caro a Franco Fortini – dei suoi aspetti di insistenza e resistenza. Insistenza, nel senso non di ribadire tesi e dogmi, ma di continuare tenacemente a porre, e a pormi, problemi e domande, senza variare disinvoltamente il punto di vista da cui l’interrogazione viene posta, e accettando invece l’apertura e la variabilità della gamma delle risposte cercate. E anche nel senso di rifiutare la convinzione secondo la quale sconfitte storiche sono di per sé la prova di errori nella teoria: convincersi di “aver sbagliato” perché si è perduto rappresenta secondo me il residuo di una concezione teologica (il nemico è uno strumento divino per punirci delle nostre colpe). Qualche volta può essere così, ma più spesso l’avversario vince semplicemente perché è più forte sul terreno. E resistenza: che significa accettare i mutamenti imposti dalla riflessione e dalle cose stesse su cui ci si interroga, ma invece rifiutare pentitismi compiacenti, cedimenti corrivi alle mode correnti o alle “luci della ribalta”; restare fedeli, insomma, a ciò che di noi hanno fatto la nostra storia intellettuale e morale, da un lato, la nostra collocazione in un mondo, dall’altro (insomma, in lettere minuscole, il nostro destino).
Almeno in questo senso, la coerenza può forse risultare una virtù, e questa è stata la prima ragione che mi ha indotto ad accettare la proposta di raccogliere alcuni miei scritti in Scritti con la mano sinistra, appunto. Ovviamente nel doppio senso che si tratta, da un lato, di scritti marginali, parerga, rispetto al mio impegno professionale di studioso della filosofia antica; dall’altro, di scritti che rispecchiano più direttamente la mia collocazione politica, la mia presa di partito (questa espressione non ha naturalmente a che fare con appartenenze di “tessera”, ma con una decisione di fondo, la scelta “da che parte stare”).
“A sinistra”, dunque. Una posizione alla quale mi consegnano la mia tradizione familiare, il mio percorso intellettuale e morale, la mia convinzione di un futuro possibile alternativo alla barbarie che attraversa il nostro tempo e ne minaccia l’orizzonte. Un futuro comunista, anche: con la necessaria precisazione che per “comunismo” non intendo un’identità ereditata e conclusa, in qualche misura “anagrafica” o certificata da un’iscrizione, ma appunto un orizzonte di ricerca e di azione, una prospettiva di liberazione e di giustizia, che si situa all’intersezione fra la parzialità della “presa di partito” e l’universalità che appartiene ai valori. Un’utopia, forse, della quale non nego l’ascendenza platonica oltre che giacobina e marxiana, che tuttavia, se vuole essere presa sul serio, deve poter individuare i suoi vettori storici di realizzabilità, le sue condizioni di possibilità, i livelli concreti di attuazione parziale e approssimata.
È appena il caso di aggiungere che in questi scritti non devono venire cercati né la chiave di lettura né il senso “segreto” dei miei lavori professionali di ricerca nel campo della storia della filosofia antica. Come ogni indagine disciplinare e a suo modo “scientifica”, essi contengono in se stessi, cioè nella relazione interpretativa che istituiscono con i testi e gli autori, e negli strumenti di metodo dichiaratamente messi in opera, le condizioni per la propria validità, e presentano il proprio specifico ambito di significazione. Stabilita questa necessaria clausola di salvaguardia, sarebbe tuttavia ingenuo, e anche a mio avviso metodicamente erroneo, assumere una perfetta “neutralità” dell’osservatore di fronte ai suoi oggetti di indagine, o una totale immunità di questa indagine dalla posizione extra-scientifica dello studioso. Ingenuo, erroneo e dal mio punto di vista anche inammissibile: credo infatti che la stessa tensione razionale, lo stesso sforzo di comprensione e argomentazione, ispirino e sorveglino (o almeno dovrebbero sorvegliare) sia il lavoro di ricerca sia la “presa di partito” che coinvolge l’uomo prima che il ricercatore.
Può darsi, dunque, che questi “scritti con la mano sinistra”, dichiarando esplicitamente la seconda senza riguardo per la finzione di “neutralità” del primo, contribuiscano a definire più chiaramente gli interessi intellettuali, i punti di vista da cui vengono formulate le domande di senso messe in questione nell’indagine storica. Anzi, l’esser consapevoli della propria parzialità può evitare di cadere in una tentazione, di commettere un errore storiografico in cui spesso si incorre, più o meno ingenuamente: quello di “piantare le proprie bandierine” sul campo di indagine, cioè di riconoscere nel passato “precursori” delle idee in cui si crede (che siano il comunismo o il socialismo o il liberalismo o il cristianesimo: quanto spesso Platone è stato arruolato sotto queste insegne?). Si tratta di un errore particolarmente funesto, perché lo studio del passato non serve allora a conoscere il passato stesso e per suo tramite a comprendere meglio noi stessi, bensì soltanto, narcisisticamente, a specchiarsi nel passato per riconoscervisi: il che non porta ad alcun incremento di comprensione né da una parte né dall’altra.
Questo libro è diviso in tre parti. La prima, Tra filosofia e politica, comprende scritti che discutono alcune problematiche filosofiche rilevanti dal punto di vista di interrogazioni che vengono, in senso lato, dalla politica. Che cosa significa la “crisi della ragione” e delle sue pretese universalistiche, tematizzata nel dibattito filosofico dell’ultimo scorcio del Novecento, dal punto di vista dei conflitti sociali e valoriali? Qual è il rilievo dell’esaurimento teorico della filosofia storicistico-dialettica dello “sviluppo”, e la sfida che esso propone a un pensiero non evoluzionistico della rivoluzione come progetto di emancipazione? Quale autonomia e quale ruolo restano all’intellettuale, e in particolare al filosofo, di fronte al dominio dei poteri sociali di conformazione della soggettività? Infine: c’è ancora uno spazio possibile per una prospettiva etica come orizzonte di senso della politica? Intorno a queste domande insistenti si articola la riflessione sviluppata – certo in modo solo incoativo – in questo primo gruppo di scritti.
La seconda sezione si intitola, per contro, Tra politica e filosofia. Qui l’oggetto di indagine sono le prospettive della politica considerate da un punto di vista filosofico. Un primo nodo problematico è costituito dalle condizioni di possibilità di una soggettività collettiva antagonista (il “partito dei comunisti”) nell’epoca del tardo-capitalismo in cui si è prodotto il progressivo logoramento delle grandi strutture di formazione di identità sociale (la fabbrica, il sindacato, l’esercito), in altre epoche capaci di esprimere una propria guida e rappresentanza politica. Emerge qui l’urgenza di pratiche collettive intese primariamente a “fare società”, cioè a creare legami sociali e progettualità collettive di cui la politica possa farsi interprete e strumento. E ancora una volta la questione dell’etica si profila come decisiva per costruire forme nuove di aggregazione sociale.
Un compito imprescindibile in questa prospettiva è quello di comprendere le ragioni della crisi dei modelli di Stato e di società storicamente sperimentati dal movimento operaio e dai suoi partiti nel corso nel Novecento, e in primo luogo delle forme del cosiddetto “socialismo reale”. Ma altrettanto importante è riflettere – al di fuori delle semplificazioni propagandistiche e delle deformazioni ideologiche – sui temi della guerra e della “violenza”, tanto nelle loro dimensioni antropologiche quanto nelle implicazioni politiche che vi sono connesse.
Infine, e soprattutto, c’è l’esigenza imprescindibile di immaginare un futuro possibile, come orientamento della prassi quotidiana e anche come presupposto di un recupero valoriale della tradizione, ai fini della ricostruzione di una soggettività progettuale, di una nuova presa di coscienza della storicità capace di uscire dalle secche del “pensiero unico” e dalla minaccia della “fine della storia”. Al pari della società, la storicità non è un dato di fatto che si possa considerare acquisito, ma un obiettivo da costruire, un compito da perseguire, insomma una possibilità che non è garantita ma deve venir prodotta nell’azione collettiva di comprensione e di trasformazione.
La terza sezione, Fra gli antichi e noi, torna ad una riflessione sulla società e il pensiero dell’antichità dal punto di vista delle prospettive filosofico-politiche che si sono venute fin qui delineando. Da un lato si discutono le possibilità e i limiti di un impiego delle categorie marxiane per l’interpretazione delle forme sociali e culturali del mondo antico: si tratta ancor oggi di uno strumento euristico indispensabile, anche per rettificare vedute dell’antico ingenue o ideologiche che ne oscurino il carattere profondamente conflittuale; uno strumento che va però maneggiato con cautela metodica e consapevolezza critica, vista la differenza che intercorre fra il sistema sociale del capitalismo moderno, in cui quelle categorie si sono formate, e la struttura delle “forme economiche pre-capitalistiche” su cui ci interroghiamo. Dall’altro lato sono in questione importanti episodi di reinterpretazione dell’antico da parte del pensiero contemporaneo, come le recenti indagini di M. Foucault sull’etica e l’antropologia antiche, e la vicenda novecentesca delle interpretazioni del pensiero politico di Platone, con i suoi abusi ideologici. Questo stesso pensiero viene infine indagato in due direzioni: l’utopia della comunità “giusta”, da un lato, e la critica – non disgiunta da un’inquietante attrazione – per una forma di potere politico assoluto ed efficace quale fu rappresentata nel IV secolo dalla tirannide: il circolo in questo modo si chiude, perché l’utopia della comunità giusta e la prospettiva del potere tirannico come strumento di trasformazione sociale ci riportano prepotentemente a questioni centrali della riflessione politica contemporanea.
Grandi interrogativi, dunque, per piccoli scritti. Che non aspirano davvero a fornire risposte, e neppure, in molti casi, a formulare le domande in modo filosoficamente adeguato. Ma che possono, forse, rivendicare a proprio merito lo sforzo di tenere aperto lo spazio dell’incertezza, di riproporre l’urgenza della riflessione, resistendo sia al cedimento di fronte all’omologazione del pensiero, sia alla rassegnazione di fronte all’estrema durezza dell’epoca. Non si tratta di un compito esclusivo del filosofo, e tanto meno dell’antichista, perché esso coinvolge la responsabilità morale e intellettuale di ognuno. Ma se sarà riuscito a riproporre, con la sua insistenza, un richiamo a questa responsabilità, a suscitare qualche consenso e naturalmente molti dissensi intorno al suo modo (certo controvertibile) di porre questioni e di condurre il ragionamento, questo piccolo libro non avrà del tutto deluso la fiducia di coloro cui si deve il progetto della sua realizzazione, e le speranze del suo autore.
Platone, Repubblica, Libro XI – Lettera agli amici d’Italia, Guida-Falsi originali, 2018
Mario Vegetti
Mario Vegetti, il sognatore che pensa, il pensatore che sogna.
Il 4 gennaio 2020 Mario Vegetti avrebbe compiuto 83 anni. Era nato il 4 gennaio del 1937 (tre giorni prima del suo amico Diego Lanza, con il quale condividerà, in una straordinaria amicizia filosofica, fondamentali percorsi di ricerca, fino a quando – dopo che Diego ci aveva lasciato il 7 marzo 2018 – anche Mario ci ha lasciato, quattro giorni dopo, l’11 marzo 2018. Vogliamo ricordare Mario con questo suo piccolo-grande scritto, la sua “Storia raccontata dal Saggio del Capitale“, in cui risuonano le note dell’Internazionale, un racconto da lui portato alla considerazione di Socrate, in questo “XI Libro” de La Repubblica di Platone, che immagina sia stato ritrovato nel 1937 in un convento dell’Armenia.
Mario Vegetti, sognatore che pensa e pensatore che sogna, ci ha insegnato che solo con una perseverante educazione umanistica l’uomo potrà realizzare la propria specifica “umanità”, e, con una strenua resistenza culturale, liberarsi da quella generica “animalità” che da secoli lo vincola ad una conflittuale sussistenza sociale, senza consegnare alle attuali modalità sociali la propria dignità, e più in generale la propria vita.
Associazione culturale Petite Plaisance
Una storia raccontata dal Saggio del Capitale
«Lo Straniero di Treviri: […] Questa è dunque la storia che mi è stata narrata da un vecchio profeta delle mie parti che là chiamavano il Saggio del Capitale.
“C’è un fantasma che si aggira per il mondo – il Fantasma del Comunismo. In molti hanno contribuito ad evocarlo – anche tu, Socrate – ma poi, spaventati dalla sua forza e dal suo aspetto terribile, si sono fermati a metà strada e hanno cercato di farlo nuovamente sparire con i loro falsi esorcismi. Ma una volta ridestato l’immenso fantasma non fermerà mai più il suo cammino. Talvolta agisce in piena luce, e il mondo conosce allora epoche grandi e tremende. Spesso invece lavora in segreto e in silenzio, e come una talpa erode sottoterra le fondamenta dell’ingiustizia. Esso combatte contro i mostri che dominano la nostra storia: vampiri che si alimentano del lavoro vivo di chi opera nei campi e nelle officine, orrendi feticci impastati di merce e di denaro. La sua bandiera è rossa e un giorno tutti gli sfruttati e gli oppressi del mondo si riuniranno sotto di essa, spezzeranno le loro catene e avanzeranno verso un nuovo sole che sorgerà sulle tenebre della storia. Allora non vi saranno più padroni e schiavi nobili e plebei, borghesi e proletari, ricchi e poveri, non vi saranno più stati e nazioni, imperi e colonie, e non vi saranno più guerre fra i popoli, riuniti finalmente in un’internazionale che sarà l’inizio della futura umanità. Tutti saranno liberi, uguali e fratelli tra loro. La vita tornerà ad essere davvero umana: non se ne dovrà più cedere ad alcuno il tempo in cambio dei mezzi di sussistenza, l’uomo tornerà al centro del mondo e non dovrà più ricorrere, per consolarsi, alle fole della religione e dell’aldilà. Chi lo vorrà, e quando lo vorrà, potrà essere filosofo e pescatore, politico e artigiano, artista e contadino. Fioriranno le arti e le scienze, non più poste al servizio del potere e della ricchezza. Le macchine libereranno gli uomini dalla fatica del lavoro necessario, la natura, non più sfruttata per arricchire i pochi che possiedono le terre, le acque, i cieli, tornerà a donare ad ognuno i suoi frutti copiosi, come diceva anche, credo, un vostro vecchio poeta. Non esisteranno più Stati né governi né eserciti né polizie, perché tutti vivranno liberi e autonomi, secondo giustizia. Il Fantasma avrà così compiuto la sua opera secolare, e il genere umano sarà finalmente liberato dai mali e dalle sciagure che l’hanno afflitto nel corso dei tempi. Ma non prima di allora”.
Lo Straniero di Treviri: Io non so, Socrate, se questa storia potrà un giorno avverarsi. Ma di una cosa sono convinto: o la profezia del Saggio derl Capitale verrà realizzata, oppure il mondo precipiterà in una barbarie ancora peggiore di quella che conosciamo, in una notte di distruzione e di morte che neppure, forse, riusciamo ad immaginare.
Trasimaco Ma per il Cane, eccone un altro che si mette a raccontarci le storie dei fantasmi, come se non ci bastassero quelle di Socrate. Care le mie nonnette, sappiate che siamo ormai adulti, e la verità non ci fa paura. E la verità, ma ormai mi sono stancato di ripetervelo, è che non ci sono né dèi né uomini, diavoli o fantasmi che tengano: chi è forte comanda, chi è debole subisce. E si consola con i sogni della giustizia in questo o nell’altro mondo.
Socrate Trasimaco, ti ripeti davvero in un modo un po’ monotono. Su una cosa però io e lo Straniero qui siamo d’accordo: occorre ed è ogni giorno più urgente una straordinaria mutazione del corso del mondo, perché la barbarie è davvero alle porte, e l’ingiustizia di cui ora soffriamo non è più tollerabile per il genere umano.. Ben venga il tuo fantasma, Straniero, se potrà aiutarci in questo mutamento. Quanto a te, Trasimaco, forse un giorno potrai tu stesso allearti con noi, se il tuo personale spettro – intendo l’ossessione del potere – potrà servire come uno strumento utile a fornirci la forza per cambiare l’inerzia dei tempi. Io però ora, cari compagni, sono stanco: lascio ad altri il compito di raccogliere la bandiera che la vecchiezza e la sorte che mi attende, mi costringono a lasciar cadere a terra, su queste polverose strade del Pireo.
Lo Straniero di Treviri: Ripresi allora finalmente (era ormai giorno fatto) la salita che mi conduceva in città. Gli altri, credo, continuarono a far onore al buon vino di Cefalo».
Mario Vegetti, Platone, Repubblica, Libro XI – Lettera agli amici d’Italia, Guida-Falsi originali, 2018, pp. 31-33.
Questo volume presenta due testi inediti di Platone, a lungo dimenticati poiché considerati apocrifi: il libro XI (nonché ultimo) della Repubblica, e la Lettera XIV agli amici d’Italia sulla giustizia. Entrambi i testi suscitano uno straordinario interesse perché documentano una svolta imprevista nel pensiero del grande filosofo: l’incontro di Socrate con l’enigmatica figura dello “straniero di Treviri”, nel quale è forse possibile riconoscere un antico precursore di Karl Marx. Questo incontro è drammaticamente descritto nel libro XI della Repubblica. La Lettera invece documenta un episodio della storia d’Italia finora sconosciuto: un piccolo avventuriero, demagogo spregiatore della giustizia, esercita la tirannide con l’appoggio di alcune selvagge tribù di barbari del Nord. Entrambi gli scritti platonici sono accompagnati da ampi commenti critici e filologici.
Enrico Berti – Luciano Canfora – Bruno Centrone Franco Ferrari – Francesco Fronterotta – Silvia Gastaldi
Il volume raccoglie i principali scritti su Galeno e sul Galenismo composti da Mario Vegetti in circa un cinquantennio di attività. La selezione dei saggi qui pubblicati è stata realizzata dall’Autore negli ultimi mesi della sua vita. A causa della sua morte, avvenuta il giorno 11 marzo 2018, l’Autore non ha potuto rivedere le bozze.
Questo libro, cui l’Autore teneva tanto, ci consente di mantenere vivo il ricordo anche di questa parte della sua opera; ecco dunque il motivo per cui siamo lieti, insieme alla sua famiglia, di offrire ai lettori, soprattutto a quelli più giovani, la presente raccolta. Per la quale, innanzitutto, dobbiamo ringraziare Mario.
I saggi raccolti in questo volume ripercorrono gli ultimi cinquant’anni di ricerca ippocratica. Gli entusiasmi iniziali, ben motivati dalla “scoperta” di un grande territorio del sapere scientifico fino ad allora relativamente inesplorato, dei suoi metodi e della sua efficacia terapeutica, hanno via via ceduto in parte il campo a un più equilibrato atteggiamento critico-storico. Nel suo insieme, una lettura di questi testi può continuare ad offrire un panorama intellettuale utile a comprendere le coordinate metodiche e sociali che hanno consentito la comparsa di uno dei fenomeni più rilevanti dell’antica tradizione scientifica dell’Occidente. I saggi sono disposti in ordine cronologico, ad eccezione delle due introduzioni al volume ippocratico (1964 e 1973) che sono poste al termine per il loro carattere riassuntivo.
«La stagione culturale cui appartiene Il coltello e lo stilo va certo messa in contesto ma non può venire rimossa né esser soggetta ad alcuna damnatio memoriae; può anzi darsi che essa continui a restarci indispensabile, tanto sul piano intellettuale quanto appunto su quello dell’ethos».
Mario Vegetti
Premessa alla nuova edizione del 2018
Il coltello e lo stilo fu pubblicato nella primavera del 1979. Fin dalla sua comparsa, suscitò un vivace interesse, non solo, e non tanto, fra gli specialisti di antichistica, quanto presso un pubblico composito di lettori che frequentavano i territori che allora si chiamavano “cultura critica”: epistemologia, antropologia, psicoanalisi, ed eventualmente movimenti come quello femminista e animalista. Ne uscirono naturalmente diverse interpretazioni del senso e degli intenti del libro (dalla critica irrazionalistica ai fondamenti “violenti” della scienza, a una rivisitazione moderata di Foucault). Nell’introduzione all’edizione del 1996, riprodotta in questo volume, ho tentato di delineare le coordinate culturali entro le quali Il coltello e lo stilo era stato concepito, e di indicare un punto di vista d’autore sulla collocazione del libro. Ha fatto però bene l’editore a ristampare qui la prima edizione, quella del 1979. Da un lato, questo restituisce ai primi lettori la possibilità di un rinnovato incontro con il testo; dall’altro, e soprattutto, consente a nuovi lettori l’accesso alla forma originale del libro ormai da gran tempo esaurita. Non è immotivato pensare che questa ristampa possa apparire a qualcuno come una riscoperta, e ridestare almeno in parte l’interesse e la discussione così vivaci tanti anni or sono. Se così fosse, potremmo augurare “bentornato” al Coltello e lo stilo.
L’Edipo re di Sofocle e gli Elementi di Euclide costituiscono in un certo senso i confini entro i quali si svolge il percorso della razionalità antica. La tragedia del V secolo è anche un conflitto drammatico di saperi: quello profano e indagatore di Edipo, quelli sacri di Apollo e Tiresia, quello critico e sfuggente di Giocasta. All’opposto, il trattato euclideo propone l’idea di una scienza pacificata, senza conflitti e soggettività, tutta affidata al potere della dimostrazione. Tra questi limiti, il libro indaga una costellazione di forme del sapere antico, con i loro valori antropologici: dalle metafore politiche della medicina ippocratica a un oggetto scientificamente disturbante come la scimmia, dal problema del bambino cattivo nell’antropologia stoica alla zoologia immaginaria di Plinio. Il confronto tra l’idealismo di Galeno e la sfida materialistica proposta dalla medicina metodica, e l’indagine sugli stili epistemologici della scienza ellenistica concludono i saggi raccolti nel volume.
Paola Manuli – Mario Vegetti
Cuore, sangue e cervello. Biologia e antropologia nel pensiero antico. In Appendice: Galeno e l’antropologia platonica.
La questione del ruolo da assegnare nell’organismo al cuore, al sangue e al cervello, e in particolare di stabilire a quale, o quali, di essi tocchi il rango di principio egemone, la signoria nell’organismo stesso, sta al centro di una delle vicende più tormentate della storia della biologia greca. Il suo interesse va oltre quello della genesi di una teoria biologica, l’encefalocentrismo, che pure avrebbe consegnato al sapere occidentale tutta una serie di certezze durevoli e di importanza fondamentale. Questa vicenda è un caso tipico, metodologicamente esemplare delle questioni connesse alla storia della scienza antica, e più in generale alle fasi di gestazione di una teoria scientifica: in essa elementi e vettori exstrascientifici si compongono in un intreccio indissolubile con i “dati” positivi e pilotano la stessa costruzione della teoria. Qui ogni decisione presa all’interno del discorso biologico circa il “principio” dell’organismo interagisce con le esigenze di una psicologia e di una antropologia le quali, di norma, si costruiscono al di fuori di quel discorso, e in ogni caso rappresentano istanze ideologiche molto più generali, concezioni complessive sull’uomo, sulla società, sul mondo.
Questi testi si caratterizzano per la loro coerenza, nei suoi aspetti di insistenza e resistenza. Insistenza, nel senso di continuare tenacemente a porre problemi e domande, senza variare disinvoltamente il punto di vista da cui l’interrogazione viene posta, rifiutando la convinzione secondo la quale sconfitte storiche sono di per sé la prova di errori nella teoria. E resistenza: che significa accettare i mutamenti imposti dalla riflessione e dalle cose stesse su cui ci si interroga, ma invece rifiutare pentitismi compiacenti, cedimenti corrivi alle mode correnti o alle “luci della ribalta”; restare fedeli, insomma, a ciò che di noi hanno fatto la nostra storia intellettuale e morale e la nostra collocazione. Scritti con la mano sinistra, appunto. Nel doppio senso che si tratta, da un lato, di scritti marginali, parerga, rispetto al mio impegno professionale di studioso della filosofia antica; dall’altro, di scritti che rispecchiano più direttamente la mia collocazione politica, la mia presa di partito (la scelta “da che parte stare”). “A sinistra”, dunque. Una posizione alla quale mi consegnano la mia tradizione familiare, il mio percorso intellettuale e morale, la mia convinzione di un futuro possibile alternativo alla barbarie che attraversa il nostro tempo e ne minaccia l’orizzonte. E la stessa tensione razionale, lo stesso sforzo di comprensione e argomentazione, ispirano e sorvegliano (o almeno dovrebbero sorvegliare) sia il lavoro di ricerca sia la “presa di partito” che coinvolge l’uomo prima che il ricercatore. Il libro è diviso in tre parti. Nella prima, Tra filosofia e politica, si discutono alcune problematiche filosofiche rilevanti dal punto di vista di interrogazioni che vengono, in senso lato, dalla politica. Nella seconda, Tra politica e filosofia, l’oggetto di indagine sono le prospettive della politica considerate da un punto di vista filosofico. Nella terza, Tra gli antichi e noi, si torna ad una riflessione sulla società e il pensiero dell’antichità dal punto di vista delle prospettive filosofico-politiche delineate. Grandi interrogativi, dunque, per piccoli scritti, nell’intento di tenere aperto lo spazio dell’incertezza, di riproporre l’urgenza della riflessione, resistendo sia al cedimento di fronte all’omologazione del pensiero, sia alla rassegnazione di fronte all’estrema durezza dell’epoca. Non si tratta di un compito esclusivo del filosofo, e tanto meno dell’antichista, perché esso coinvolge la responsabilità morale e intellettuale di ognuno.
M. Ludovico Dolce, Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservar memoria, Venezia 1562.
This website uses cookies to improve your experience. We'll assume you're ok with this, but you can opt-out if you wish.AcceptRead More
Privacy & Cookies Policy
Privacy Overview
This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.