Nicanor Parra (1914-2018) – Cos’è l’uomo si domanda Pascal: una potenza di esponente zero. Nulla paragonato al tutto. Tutto se si paragona al nulla …

Nicanor Parra

Cos’è l’uomo
si domanda Pascal:
una potenza di esponente zero.
Nulla
paragonato al tutto
Tutto
se si paragona al nulla …

 

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024

Lettere a una sconosciuta
Quando passeranno gli anni, quando passeranno
gli anni e l’aria avrà scavato un fosso
fra la tua anima e la mia; quando passeranno gli anni
e sarò soltanto un uomo che amasti
un essere che restò un istante di fronte alle tue labbra,
un pover’uomo stanco di camminare per i giardini,
dove sarai tu ? Dove
sarai, oh figlia dei miei baci !

 

Cartas a una desconocida
Cuando pasen los años, cuando pasen
los años y el aire haya cavado un foso
entre tu alma y la mía; cuando pasen los años
y yo sólo sea un hombre que amó,
un ser que se detuvo un instante frente a tus labios,
un pobre hombre cansado de andar por los jardines,
¿dónde estarás tú? ¡Dónde
estarás, oh hija de mis besos!

047


 

 

 

 

 

 

 

 


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Giancarlo Paciello – Considerazioni sul sistema elettorale e dintorni. Da tempo ormai, il campo elettorale non è più un vero e proprio luogo di rappresentanza di interessi economici e sociali, ma è una protesi artificiale di apparente pluralismo.

Giancarlo Paciello–Elezioni copia

Cop elez

Giancarlo Paciello

Considerazioni sul sistema elettorale e dintorni

Con note a completamento


Sommario

L’ingerenza vaticana

L’ingerenza statunitense

Le “astuzie” di un referendum abrogativo

 Il referendum e i partiti

Il potere di una narrazione menzognera

 Il referendum sulla preferenza unica

La mutata natura del PCI divenuto PDS

Il mattarellum

Il nuovo ciclo storico

Dal 1945 ad oggi. Tre fasi caratterizzanti la politica

La fase attuale

L’attuale problema dell’organizzazione

Rileggendo il Che fare?

Il Porcellum

Con quale legge elettorale voteremo E quando? Ah, saperlo!

L’ultimo paragrafo di questo testo ha per titolo:
Senza pudore! Note a completamento e a margine di una precedente intervista

 Il Rosatellum

 Questi fantasmi- destra e sinistra

Il secolo scorso- i partiti della politica contro il partito unico dell’economia

Appendice

20 Appendice I dati delle elezioni (febbraio 2013) e … qualche considerazione

 

 

 

Quanto stai leggendo costituisce l’insieme di due testi “Intervista sul sistema elettorale e dintorni (chiusa il 9 maggio) e pubblicata in due puntate sulla rivista Italicum) e “Senza pudore. Note a completamento e a margine dell’intervista” pubblicato il 12 gennaio, sulla stessa rivista. Si differenzia però per la presenza dei titoli dei paragrafi (non presenti nella rivista) e per un’appendice che riporta i dati relativi alle elezioni politiche del 2013, con alcune considerazioni su di essi.

 

Prima domanda: Il 18 aprile del 1948 si svolsero in Italia le prime elezioni politiche a suffragio universale con il sistema proporzionale. Tuttavia tali elezioni, in cui la D.C. si aggiudicò la maggioranza relativa dei voti e quella assoluta dei seggi, furono marcatamente condizionate da Washington. Nel 1948, afferma Antonio Gambino, “si radica nella mente di milioni di italiani, la convinzione della totale dipendenza del loro pane quotidiano dalla generosità o comunque dalla presenza, degli americani”. Fino al 1993, furono nei fatti precluse maggioranze governative che escludessero la D.C. L’Italia fu dunque una democrazia dimezzata?

 

Risposta: Andiamo con ordine. La tua domanda è preceduta da un’affermazione e da una citazione che la rafforza. Prima di rispondere alla domanda, vorrei fare alcune considerazioni proprio in relazione alla tua affermazione e al clima che circondava le elezioni del 1948. Le nuove generazioni alle quali ci rivolgiamo, non credo che conoscano quanto successe con le elezioni del 18 aprile. A quei tempi io, che ora ne ho 80, avevo 11 anni!

Prima di parlare del condizionamento degli Stati Uniti, vorrei però sottolineare l’esistenza di un forte condizionamento interno, quello del Vaticano. La prima campagna elettorale dopo la guerra, fu un evento che coinvolse tutti, anche coloro che avrebbero dovuto rispettare le regole “concordatarie”. La chiesa si schierò sfacciatamente e trasformò la campagna elettorale che diventò: “attenti al pericolo comunista”! […  – Leggi tutto in PDF]

 


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Considerazioni sul sistema elettorale e dintorni. Con note a completamento


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Considerazioni sul sistema elettorale e dintorni. Con note a completamento


 


Giancarlo Paciello – Ci risiamo: ancora l’infame riproposizione “Processo di pace” e “Due popoli, due Stati!”
Giancarlo Paciello – La Costituzione tradita. Intervista a cura di Luigi Tedeschi
Giancarlo Paciello – Ministoria della Rivoluzione cubana
Giancarlo Paciello – Diciamocelo: un po’ di storia non guasta. Dalle “battaglie dell’estate” del 1943 in Europa, all’avvento dell’Italia democristiana nel 1949
Giancarlo Paciello – Oggi 29 novembre! Oggi, ancora, solidarietà per il popolo palestinese.
Giancarlo Paciello – Uno scheletro nell’armadio dello Stato: la morte di Pinelli.
Giancarlo Paciello – Per il popolo palestinese. La trasformazione demografica della Palestina. Cronologia (1882-1950). Ma chi sono i rifugiati palestinesi? Hamas, un ostacolo per la pace? L’unico vero ostacolo: occupazione militare e colonie.
Giancarlo Paciello – Ascesa e caduta del nuovo secolo “americano” (Potremo approfittarne? Sapremo approfittarne?)

 

 


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José Jorge Letria – Il deserto innominabile

José Jorge Letria

010     O deserto inominável

 

 

O deserto é um silêncio depois do mar,
é o êxtase da luz sobre o coração da areia.
Vai-se e volta-se e nada se esquece.
Tudo se oculta para depois se dar a ver
no ponto em que os ventos se cruzam
e as almas gritam no fundo dos poços.
Os cestos sobem e descem prometendo água,
uma frescura que derrete a febre.
Não são as tâmaras que adoçam a boca,
é a beleza das mulheres dissimulando
o desejo como um pecado sob a escuridão dos véus.
As serpentes assobiam ou cantam
conforme o veneno que lhes molda o sangue.
Enroscam-se sobre as pedras
como fragmentos de lua à espera da manhã.
E a sombra alonga-se nas dunas
ondulando rente ás palmeiras
como a última cobra do medo das crianças.
Não há ruído maior que este silêncio
que se serve com tâmaras e com chá
na mesa rasteira, sobre a terra molhada.
É no que não se nomeia que está o infinito.

 

 

 

288 ISBN

José Jorge Letria

Il deserto innominabile. Poesie

Testo portoghese a fronte.
Cura e traduzione di Simonetta Masin

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Salin de Giraud - Camargue

 

José Jorge Letria è un poeta molto noto in patria e all’estero; è autore di una vasta produzione letteraria che attraversa vari generi che vanno dalla poesia al romanzo, dal teatro alla narrativa infantile e per ragazzi, dalla saggistica alla cronaca, accanto alla realizzazione, come autore, di programmi radiofonici e televisivi. Come giornalista, scrive per le più importanti testate giornalistiche. Tradotto in diverse lingue, nel corso degli anni ha ricevuto numerosi riconoscimenti dalle principali istituzioni nazionali e internazionali.

José Jorge Letria è un poeta che ha un rapporto particolare con la propria contemporaneità, poiché se da un lato sembra volerla accogliere e assecondare, dall’altro nel rapportarsi a essa tenta di misurarla per prenderne le distanze, come a volerla cogliere con maggiore forza e precisione da un altro e diverso angolo visuale. Questo rapporto con la propria contemporaneità dà luogo al determinarsi di una complessa voce poetica in cui il tempo presente elabora e riconosce il passato, che scardinato da ogni convenzione si palesa in maniera del tutto personale. Da qui la memoria, soggetto-chiave di queste e altre poesie, che non è il passato, inteso come la ripetizione di quel che è stato e accaduto, ma è il pensiero che in dialogo permanente crea e reinventa, tracciando immagini libere da ogni consuetudine. In questo modo anche il rapporto con la tradizione letteraria assume delle connotazioni non usuali, perché qualunque riferimento, sia implicito che esplicito, a essa, emerge in maniera consapevole e paradigmatica e, in generale, acquisisce pieno valore nel momento in cui si risale al contesto originario da cui è stato tratto. Per di più l’uso di citazioni e allusioni, rivelano un sentimento di profonda ammirazione, che il poeta rivolge alle molte e diverse personalità letterarie del passato, che si traduce nel disporsi in un dialogo continuo e misterioso con il dentro e il fuori di sé, con il presente e il passato. In questo modo viene istituita una dinamica tra passato e presente che sov­verte le costrizioni della successione cronologica, e pone una interrelazione dialettica, in virtù della quale l’attuale creazione letteraria retro-agisce venendone a modificare il senso e la funzione. […]

Dalla Postfazione di Simonetta Masin


Alcuni suoi libri

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Camille Claudel (1864-1943) – La mia è un’arte assolutamente nuova che io ho scoperto, un’arte che non si era mai vista sulla terra e che ha un valore inestimabile

Camille Claudel

 

008Camille, il 10 Marzo 1913, si trova nel suo atelier quando a viva forza è portata nell’Ospedale psichiatrico di Ville-Evrard: «Lunedì scorso 2 forsennati sono entrati in casa mia, in quai Bourbon, mi hanno presa per le braccia e mi hanno lanciata dalla finestra del mio appartamento in una automobile che mi ha condotta in un manicomio».

 Camille ClaudelCorrispondenza, p. 172

 

 

Il 25 Ottobre 1913 Camille scrive al Dottor Truelle: « […] tutte queste opere derivano da un’arte assolutamente nuova che io ho scoperto, un’arte che non si era mai vista sulla terra e che ha un valore inestimabile. E’ il risultato del lavoro di tutta la mia vita dall’età di 14 anni fino a ora».

 

Ibidem, p. 183.

 

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Anna Maria Panzera

Camille Claudel

In un contesto straordinario e contraddittorio come quello tra Ottocento e Novecento dove ‘normali’ difficoltà intralciavano la realizzazione dell’identità femminile, Camille Claudel riuscì ad affermarsi ritagliando uno spazio d’azione inedito e non piccolo all’arte e alle donne.
Questa biografia ripercorre la vicenda della scultrice soffermandosi con sguardo critico sugli anni della sua stagione creativa, alla luce di alcuni snodi esistenziali che la influenzarono fortemente: il  problematico rapporto con la famiglia, in cui s’intrecciarono istanze culturali e complessità patologiche; la storia d’amore e odio con lo scultore Rodin, egocentrico e geniale; il legame con il fratello Paul, esponente di rilievo di un cattolicesimo intransigente allora assai attivo in Francia; la malattia mentale e l’internamento in manicomio, che forse ostacolarono la completa maturazione del suo percorso artistico.
L’autrice, con dovizia di particolari e argomentazioni, vuole dar conto dell’unicità di Camille Claudel, aprendo spiragli di ulteriore comprensione su una figura complessa il cui ruolo, nella Francia della Belle Époque, merita di essere meglio precisato.


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Camille Claudel

 

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Camille posa per Rodin

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Camille Claudel

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Camille Claudel, Il valzer, Bronzo

 

 

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Camille Claudel, Tête d’esclave.

 

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Camille Claudel, Femme accroupie.


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Karim De Broucker – Maura Del Serra est une personnalité majeure de la littérature italienne et européenne actuelle.

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Maura Del Serra est une personnalité majeure

de la littérature italienne et européenne actuelle

004   Née en 1948 à Pistoia en Toscane, Maura Del Serra est une personnalité majeure de la littérature italienne et européenne actuelle. Elle est poète, dramaturge, essayiste, traductrice, professeur de littérature italienne moderne et contemporaine, chercheur en littérature comparée à l’université de Florence. Ses ouvrages ont été traduits en de nombreuses langues.

Afin de mieux saisir l’esprit qui anime son théâtre et sa poésie, il sera utile d’offrir un aperçu rapide de son œuvre de traductrice. ainsi que des principales orientations de sa recherche critique et universitaire.

Ceux-ci la font entrer, dès les années 1970 dans un compagnonnage fidèle avec Dino Campana, essentiellement pour ses Chants orphiques (publications en 1973, 1984, 1988, 1997). Elle consacre aussi des études approfondies à l’«hermétique» Carlo Betocchi, toujours largement considéré en son pays comme un guide moral, à Margherita Guidacci, au «métaphysicien» Arturo Onofri, au prêtre-poète Clemente Rebora, à la poésie liturgique de Piero Jahier, grand traducteur de Claudel, (ouvrage pour lequel elle obtient le prix Tagliacozzo de la critique littéraire, 1986), sans compter des travaux sur Montale et Ungaretti. Tous ces écrivains sont poètes, on l’aura remarqué, et auteurs de textes marqués par une profondeur spirituelle ou explicitement religieuse.

Comme traductrice elle offre aux lecteurs les voix des mystiques Jacopone da Todi, George Herbert, cet autre métaphysicien, Juana Inés de la Cruz, Francis Thompson, Tagore. Mais elle est aussi en Italie la principale traductrice de l’œuvre de Virginia Woolf, une travail distingué par le prestigieux prix “Carlo Betocchi” en 1994, ainsi que du deuxième tome de la Recherche : A l’ombre des jeunes filles en fleur, dont elle a dirigé l’édition. Ajoutons les noms de Borges et Shakespeare, Simone Weil, Cicéron; et terminons par deux femmes juives allemandes qu’elle fait découvrir à ses compatriotes: Else Lasker-Schüler, poète et dessinatrice, et la touchante et mystérieuse figure de l’humble Gertrud Kolmar.

Ainsi influencée, dès le début, par le courant néo-orphique italien, la poésie de Maura Del Serra, à la manière de la lyre du héros thrace, cherche à se rendre capable de captiver les choses, les êtres et les «dieux» par une mélodie que tous reconnaissent, par des accents capables de parler aux âmes aussi bien «en surface» qu’aux «Enfers». C’est une poésie méridienne (Meridiana Florence, Giuntina, 1987; prix Dessi 1987; prix A. Gatto, 1988), qui montre la concorde de ces deux univers (Concordanze – Poésie 1983-1984, Florence, Giuntina, 1985), mais, toujours, à partir des plus humbles réalités de la vie. En un mot peut-être, comme on pourra avoir un aperçu dans les inédits, remarquablement rendus par André Ughetto, que propose notre revue, Maura Del Serra, en harmonie avec les voies qu’elle explore, pratique une écriture de l’accord, dense et cristalline tout à la fois, tissée d’oxymores, de chiasmes et de toute la gamme des métonymies.

Plusieurs des figures rencontrées dans le reste de son œuvre (Simone Weil, Juana Inés de la Cruz et, récemment, la compagne de jeunesse d’Augustin d’Hippone) se retrouvent dans son théâtre. Mais cette fois-ci, Maura Del Serra explore la tension que de telles femmes et de tels hommes, profondément aimantés par cette vérité qui, découverte en eux-mêmes, les relie secrètement à tous les êtres, éprouvent paradoxalement avec le monde atrophié et conformiste qui les entoure. Plusieurs prix ont également récompensé ce versant de sa création, dont le prix international Flaiano en 1992 pour une pièce inspirée du mythe de Méléagre: Le fils, parue dans «Oggi e domani», n. 10.

En 2000, le prix de la Culture de la Présidence du Conseil des Ministres est venu couronner l’ensemble de son œuvre.

Pour une information plus complète on pourra se reporter et à son site personnel: http://www.nuovorinascimento.org/delserra/home.htm

(Bibliographie, biographie, etc.)

                                                                         Karim De Broucker

 


Karim De Broucker, né en 1969 à Marseille, enseigne les lettres classiques et le grec du Nouveau Testament à l’ISTR de cette même ville.
Il a été membre pendant douze ans d’une fraternité monastique dans une cité des quartiers Nord de Marseille.

PUBLICATIONS

Poèmes édités en revue : Encres Vives 1992, Autre Sud 2004, Phœnix 2013.

Recueil : Mannes, Editions La Porte (Laon), juin 2013.

Billets audio bimensuels sur des textes bibliques, site du diocèse de Marseille (depuis 2009).


Maura Del Serra – Adattamento teatrale de “La vita accanto” di Mariapia Veladiano
Maura Del Serra, Franca Nuti – Voce di Voci. Franca Nuti legge Maura Del Serra.
Intervista a Maura Del Serra. A cura di Nuria Kanzian. «Mantenersi fedeli alla propria vocazione e all’onestà intellettuale, senza cedere alle lusinghe di un facile successo massmediatico»
Maura Del Serra – Il lavoro impossibile dell’artigiano di parole
Maura Del Serra – La parola della poesia: un “coro a bocca chiusa”
Maura Del Serra, «Teatro», 2015, pp. 864
Maura Del Serra – Quadrifoglio in onore di Dino Campana
Maura Del Serra – I LIBRI ed altro
Maura Del Serra – Miklós Szentkuthy, il manierista enciclopedico della Weltliteratur: verso l’unica e sola metafora
Maura Del Serra – Al popolo della pace.
Maura Del Serra – «L’albero delle parole». La mia vita è stata un ponte per centinaia di vite, che mi hanno consumato e rinnovato, per loro libera necessità.

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Augusto Cavadi – Alcune considerazioni su «Confessione di fede di un eretico » di Franco Barbero.

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copertina+fronte-780328Alcune considerazioni su «Confessione di fede di un eretico » di Franco Barbero

 

007    La maggior parte dei cristiani, soprattutto se appartenenti alla confessione di fede cattolica, hanno delle nozioni teologiche così vaghe e imprecise che difficilmente possono essere scossi dalle novità in campo esegetico, biblico, storico. Tuttavia ce ne sono alcuni che, avvicinandosi all’età adulta, non si accontentano delle formulette catechistiche infantili e si chiedono cosa significhi davvero che esiste Dio, che Gesù era il figlio di Dio, che ha fondato una Chiesa indefettibile et cetera. Se lo studio personale, il dialogo con gli esponenti autorevoli, i confronti comunitari li convincono, aderiscono davvero alla Chiesa originaria; altrimenti, più o meno radicalmente, se ne vanno. In quelli che restano con convinzione, e per convinzione, è frequente che il fuoco della ricerca teologica e spirituale non si spenga; che continuino a cercare; che, agostinianamente, dopo aver capito per credere, credono per capire meglio. Don Franco Barbero è stato, ed è, uno di questi infaticabili cercatori: e quando le gerarchie ecclesiastiche gli hanno intimato di fermarsi nella ricerca teorica e pratica, ha preferito pagare tutti i prezzi necessari per mantenere la libertà di pensiero e di parola. Dopo decine di libri pubblicati, esce adesso la sua Confessione di fede di un eretico (Mille, Torino 2017, pp. 188, euro 18,00): una sorta di piccola summa delle numerose acquisizioni maturate nei lunghi anni di studio e di esperienza ministeriale con le persone di ogni orientamento ideale e sessuale. Senza perdersi in discussione su dogmi cristiani periferici (alcuni dei quali, come la verginità della Madonna o l’infallibilità del papa, non sono neppure comuni a tutte le chiese cristiane ma solo alla Chiesa cattolica romana) l’autore va dritto al centro della fede comune a tutte le confessioni cristiane: chi è stato davvero Gesù di Nazareth? Con il sostegno di decine di pubblicazioni di teologi cattolici, protestanti, anglicani (ormai tradotte in diverse lingue del pianeta) egli risponde: è stato un “figlio di Dio” nell’accezione semantica che la formula aveva nel I secolo della nostra era. Egli, molto probabilmente, non si è mai definito tale; ma se lo avesse fatto – e comunque i primi discepoli lo hanno così definito – la denominazione si riferisce a qualcuno che Dio ha “investito di una specialissima funzione, di un particolare ‘potere’ liberante”, e che può adempiere tale missione solo se “vive una intimità e una prossimità straordinarie con Dio” (p. 47). E’ perciò filologicamente scorretto affermare, come hanno fatto le chiese cristiane dai concili del quarto e quinto secolo in poi (per altro non senza forti resistenze ‘interne’), che “figlio di Dio” significhi che Gesù è Dio, della stessa “natura” o “sostanza” del Padre, che vada adorato come l’Unigenito dell’Unico. Ma allora, in cosa crede un eretico come don Franco Barbero? Che, per i cristiani, “Gesù è la via che conduce a Dio e strada e la causa di Gesù sono la strada e la causa di Dio. Nell’esistenza storica del profeta di Nazareth noi incontriamo davvero il testimone di Dio, colui che ci manifesta la sua volontà, le scelte e l’amore con cui Dio ama” (p. 19). Troppo poco? Per i signori dell’ortodossia, certamente.

045     Ma per i ricercatori spregiudicati, al contrario, è troppo. La benedetta e illuminata “eresia” di Barbero si è forse fermata prematuramente? Non ha ancora davanti agli occhi e, soprattutto, al cuore degli interrogativi ulteriori che si impongono come macigni? Ne segnalo due tra quelli che, da anni ormai, mi affaticano. Il primo: in che senso Gesù non è “una” via ma “la” via verso Dio? Barbero finemente precisa che ciò vale “per noi cristiani”. E cita un altro illustre eretico contemporaneo, il vescovo episcopaliano Spong: “Non affermerò mai più che il mio Cristo è l’unica strada per arrivare a Dio, perché ciò sarebbe un atto estremo di umana follia. Dirò, comunque, che questa è l’unica strada per me, poiché questa è la mia esperienza” (cfr. p. 52). Ma la questione, se non erro, è così solamente spostata: se Gesù è una delle tante, possibili, strade per entrare in comunione con Dio, per quale ragione mi dico cristiano e non islamico o induista? Di solito si risponde (ma non so se questa sia anche la risposta di Barbero o di Spong): perché sono nato in una tradizione cristiana. Una simile risposta non mi convincerebbe: non più in un’epoca di pluralismo etnico e religioso ormai dilagante, almeno nella zona nord-occidentale del globo. Nell’attesa di una risposta più convincente sono arrivato alla conclusione di evitare ogni ambiguità: se essere cristiano significa ritenere che Gesù sia “la” via verso Dio (o oggettivamente o soggettivamente), non sono più cristiano. (In questa posizione sarei, mi pare, in buona compagnia: a partire da Gesù stesso. Esperti come Paul Knitter mostrano come tale pretesa di esclusività o di netta superiorità rispetto ad altri percorsi non appartenesse al Gesù storico: è sorta con l’apostolo Paolo e si è ingigantita con l’autore del vangelo secondo Giovanni. Insomma è una pretesa che viene attribuita a Gesù dai fondatori del cristianesimo come si è andato strutturando effettivamente: del cristianesimo, direbbe Ortensio da Spinetoli, come prima e fondamentale ‘eresia’ rispetto alla fede “di” Gesù e al suo messaggio originario). Sarei allora un post-cristiano o addirittura un a-cristiano o un anti-cristiano? Per nulla. Rispetto al cristianesimo storico mi considero piuttosto un oltre-cristiano (cfr., ad esempio, il mio In verità ci disse altro. Oltre i fondamentalismi cristiani, Falzea, Reggio Calabria 2007): sono serenamente convinto che Gesù di Nazareth sia “una” via significativa e coinvolgente, come in altre culture e per altri temperamenti possono esserlo Buddha o Mosé, Platone o Maometto. Questo non lo penso in chiave relativistica, bensì prospettivistica: ogni grande maestro dell’umanità ha evidenziato aspetti veri, ma parziali, dell’Assoluto. Ed è stato grande perché non si è limitato a insegnare a parole quello ‘scorcio’ del Divino che ha intravisto, ma lo ha incarnato esistenzialmente. Capisco che, dopo una vita di appartenenza al mondo cattolico, prima, e poi, più ampiamente, cristiano-ecumenico, sia sentimentalmente difficile ammettere di non appartenervi più: ma nella babele attuale delle lingue, il minimo che si possa fare è cercare di calibrare con cura le parole.
Il secondo macigno su cui mi sono imbattuto nella ricerca di Dio – macigno su cui il pastore d’anime don Franco Barbero si imbatte tragicamente e generosamente ogni giorno – è ancora più ingombrante: che Gesù sia “la” strada o “una” strada per accedere al Mistero di Dio come “Amore”, è legittimo ritenere che questo Volto di Dio sia reale? Non sto contestando il dato biblico che, nell’annuncio cristiano, il centro e il culmine consistano nella confessione di Dio come Agape, Dono incessante e gratuito di sé (anche se non mancano dei passaggi di segno diverso, talora opposto); mi chiedo, invece, se questo annuncio sia compatibile con il mare di sofferenze (non solo innocenti, ma anche inevitabili) che si verificano sul pianeta sotto i nostri occhi e che, secondo le scienze naturali, hanno segnato il cammino dell’evoluzione animale e umana. Desidero essere più preciso possibile: mentre, sia pur con difficoltà, riesco ad ammettere l’ipotesi che un Dio-Amore possa convivere con lo strazio provocato dagli umani per propria insipienza (anche se le prime forme umane forse non avevano neppure la possibilità di comportarsi in maniera meno crudele), mi riesce molto più difficile ammettere la compresenza di un Dio-Amore con il dolore sperimentato nel passato, nel presente e nel futuro da miliardi di viventi senzienti come effetto delle leggi naturali. Mi si potrebbe obiettare: è vero che scienze e speculazioni filosofiche ci pongono davanti a un universo che attesta tanto la provvidenza quanto la sovrana indifferenza divina, ma chi accetta la testimonianza di Gesù – esegesi vivente del Dio invisibile – può trascendere il livello dei dubbi e attingere la verità ultima del Dio amorevole. Questo passaggio aveva una sua logica quando si riteneva di avere elementi per ammettere che in Gesù si fosse incarnato, puntualmente e integralmente, il Verbo; ma se Gesù è solo un essere umano e fallibile, come tutti noi, il suo messaggio teologico ha lo stesso valore ipotetico di qualsiasi altra asserzione su Dio. Il criterio di accettazione di tale messaggio va dunque cercato altrove, non può essere autoreferenziale: per esempio se esso conferma le acquisizioni della ricerca scientifica e filosofica o, per lo meno, se non confligge con esse. Insomma: a me pare che la questione cristologica rimandi alla questione ‘teo-logica’ e che libri come Oltre le religioni, con tutte le possibili riserve che suscitano, hanno il coraggio di andare sino a quel fondamento radicale. Il futuro della religione mi appassiona poco (e, nonostante il titolo dei saggi raccolti, non è a mio parere il cuore del volume); molto di più cercare di capire il futuro della fede in un Principio di vita e di amore in un orizzonte conoscitivo in cui sembrerebbe non esserci frammento di luce e di bene che non comporti il risvolto del buio e del male.

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com


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Alcune considerazioni su «Confessione di fede di un eretico » di Franco Barbero


Augusto Cavadi – Ideologia “gender” e dintorni. Qualche chiarimento lessicale.
Augusto Cavadi – Il saggio di N. Pollastri: «Consulente filosofico cercasi»
Augusto Cavadi – Perché il Sud non decolla?
Augusto Cavadi – Commento al libro di S. Latouche, «Baudrillard o la sovversione mediante l’ironia».

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Margherita Pieracci Harwell – I tentativi di certezza di Maura Del Serra

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Margherita Pieracci Harwell

I tentativi di certezza di Maura Del Serra

 


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Margherita Pieracci Harwell, I tentativi di certezza di Maura Del Serra


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Dei Tentativi di certezza. Poesie 1999-2009 (Venezia, Marsilio, 2010) di Maura Del Serra, che raccolgono il miele distillato in un decennio di estate matura, troviamo una prima chiave nelle exergues – da Wislawa Szymborska: “il savoir vivre cosmico / […] esige […] da noi […] / una partecipazione stupita a questo gioco / con regole ignote”; e da Derek Walcott: “Il destino della poesia è innamorarsi del mondo / nonostante la storia”. Partecipazione stupita – dunque – , e stupita vuol dire già ammirativa, quindi innamorata, innamorata del mondo, di quel gioco “con regole ignote” che è nel nostro cosmo la vita, a cui è tuttavia d’obbligo partecipare, così come la poesia non può non innamorarsi del mondo, malgrado la storia. Meraviglia (stupore ‘religioso’, awe), innamoramento, che è già necessariamente partecipazione: questa la legge ineludibile della poesia, che l’artista crea nel dolore poiché non ha palpebre per risparmiarsi la visione costante del “nonostante” la storia, inconoscibilità delle regole.
Così, queste poesie, come tutte le poesie di Maura Del Serra che l’hanno condotta fin qui, si tessono di estasi e di orrore, ma, miracolosamente, salvando la lievità, delle immagini – e forse anche del cuore – come annuncia, con le scene figurate del suo ventaglio, il  preludio Trovarsi. Già il preludio, però, ha due antine, e la seconda (Canzonetta per il ventunesimo secolo) molto meno lieve, che pure accenna una promessa di bene, cioè di “significato”- perché la Del Serra ha una profonda vena di ragione, alla quale non sorride un bene che non sia intellegibile. Del resto si sa, dalla sua produzione precedente ed anche da quanto traspare della sua vita, che questa poetessa si muove con passo sapiente tra mondi opposti: l’assoluta vulnerabilità del segnato da Dio (il poeta), e il saggio governo di una casa, una famiglia, squisitamente “normali” pur nella loro rara armonia.
Coerente, questo libro composto di otto parti – perciò si può cominciare dal parlarne in generale, ma poi, da vicino, è chiaro che la coerenza nasce dall’equilibrio di opposti, costituiti più che dai singoli componimenti dalle sezioni, fondate non sulla cronologia ma sulla mood che ad una ad una diversamente le governa.
La prima sezione si muove, come il libro intero, sui due fili dell’orrore del vuoto (l’eterno vuoto dell’ “ignoto” su cui si libra l’uomo, ma anche, in particolare quel vuoto che si esprime oggi attraverso la tecnologia, presuntuoso e pungente nei suoi aghi metallici), e della speranza; ma se il primo filo non trionfa, certo è forte qui l’ombra del travaglio. Il titolo, Forza maggiore, si chiarisce nella poesia eponima, collocata quasi al centro della raccolta. Da identificare forse con la “necessità” weiliana (attenuata in savoir vivre cosmico dalla Szymborska del primo exergue), questa forza “prima” è anch’essa insieme bene e male: ci schiaccia, ma in ciò ci modella, scolpisce attraverso le lacrime le linee uniche di un volto, ancora indecifrato ma già redento in tal modo dal suo peso. Il “noi” di questi versi suggerisce l’universale destino umano, ma a plasmare i singoli volti (destini), la “forza” si vale di colui che si cela appena nell’“io” della prima e della seconda composizione. Partecipe e redentore insieme del male di vivere, l’io non può essere che il poeta-madre, che “partorisce” dal noto l’ignoto – così si comprende che l’“ignoto”, parola tante volte, pur dolorosamente, ritornante, è anche un nome del bene – “il nuovo” -, come lo è la “figura” dei “giardini di sapienza”, pur restando “sapienza” un opposto di “ignoto”, in questo salvifico labirinto di oximora. Il poeta è, del resto, protagonista assoluto di questi versi, “inerme tedoforo esiliato nel suo lume sottile”, lui che solo ricuce le “lacrime brucianti dei violini” alle “risa dei flauti cristallini”, che solo esplora “il mare rotondo della storia”, in bruciante “passione di memoria”: passione di eternità in chi è pure “destinato a sparire” – “in breve vivo in breve morto”-, eppure incarna la promessa che nulla in realtà si perde, “poiché ogni cosa dura / nella memoria dell’essere”. Fino a parere che trapassi, il poeta, proprio nella memoria “luce della parola”, “ombra di Dio”, che “fa guerra / fiorita di coscienza a ogni eclissi della terra / nel bruto male, nell’informe oblio”.

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Ma non ci e dato dimenticare che la dignità del poeta è proprio nel non potere sciogliersi in una sola figura – Prometeo incatenato al punto di passaggio da questa realtà a un’altra, fattosi “porta”, come recita con assoluta pertinenza il titolo della breve poesia che segue a Forza maggiore: “Di là la musica d’oro leggero, / le nozze mute di tempo e eterno, / le creature versate in essenze, / l’estate sfolgorante nel cristallo d’inverno. / Di qua stridori d’ansia, millenarie cadute / e dolore di esistere dentro la propria fine”. Sulla stessa lunghezza d’onda – dopo gli stridori della Tecnodivinazione e della Pubblicità, che ci conducono alla tenerezza per le vecchie artigianali chiromanti (“quella fragile mano peritura / che crea il destino e in lui si trasfigura”) – si avvera infine la compresenza in Voce di voci. Nell’acqua “dolce di sale” i due mondi opposti dell’acqua dolce e dell’acqua salata sono, come attraverso la “porta”, immersi l’uno nell’altro: “Acqua dolce, la voce spande “Sarà per sempre”, / […] Acqua salata, “Tutto passerà” […] / Acqua dolce di sale, la voce solitaria / del poeta è la sete della nube nell’aria, / le ossa del pianeta avvolte alla sua stella”. E ancora si ripete che solo la voce del poeta saprà in lingua non umana “forgiare Parole per tacere “ solo il poeta saprà, “in ogni anonimo, festivo sguardo” tessere e alzare lo stendardo “che spalanca in creazione l’imperiosa prigione”. Solo questa poetessa che noi ora leggiamo, “eterna bambina senza attese”, che nuotò come Alice nelle sue lacrime, in quell’ Acquario memoriale sa vincere la lacerazione del tempo : “fa dei passi presenti un nido d’echi, ripiega / in croce d’anni le braccia protese”. “L’arte può far[le] vivere ogni vita / […] ma di una sola vita [lei può] testimoniare, / sentirla eterna”, quella per lei e attraverso di lei “è la storia, e niente la cancella”.
Ho presentato fin dalla prima sezione questa lunga rete di citazioni, perché ne balzi l’evidenza di una poesia che sgorga da una vita vera, semplice e irripetibile, costellata di lacrime e risa (di violini e di flauti), ma decantate in uno svariare di immagini e di musiche che si fermano in un unicum tra tutti riconoscibile. Vita paradigmatica, iscritta nel suo “presepe marino pistoiese”, dove qui appena si adombra la perenne-precaria vicenda umana degli affetti basilari e già si proietta nei miti eterni – perché questa è poesia colta, tutta tessuta di antica sapienza, come di meditatissimi pensieri, nella lievità di note e figure.

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Le sezioni successive non si scartano da queste premesse e si continua a infilare perle di citazioni, ma occorre anche cogliere il “cuore” di ognuna. Il polittico per la via ignota, che forma la sezione II, propone immediatamente, nel titolo, quella parola, “ignoto”, che costella Forza maggiore. Si apre “spiegando” il contrasto sotteso a tutta la raccolta, tra “familiare” e “straniero”, dolcezza dell’“eden domestico” e “crepa” fulmineamente aperta sul “tormento della mortalità” – contrasto solo a metà sanato in “catene rifatte grazia e rima”. Il poeta è ora, nella notte, nell’interregno, come abbandonato dal suo dio, “l’oro del senso alato / è piombo nel crogiolo rovesciato”. “Alzavo lieve la mia sfera d’aria / nella sfera d’inchiostro […] / ora discendo a balzi, racchiusa in quella sfera / d’aria, la scala che l’inchiostro annera / con parole perdute / di vite non vissute…”
Nel medio abisso “la grazia è un’acqua carsica che fugge le labbra” – mito di Tantalo passato attraverso l’immagine del fiume carsico, benedetta nell’Inno alla gioia da Margherita Guidacci. Già era venuto alle labbra il nome della poetessa di cui Maura Del Serra ci ha ridato l’Opera dopo decenni d’ombra. La Guidacci delle rime baciate, la Guidacci, ahimé, in questa sezione, di Neurosuite, del ricordo felice nella desolata miseria: Nella caverna: “Era profonda e chiara / la sussistenza, / oggi vuoto una coppa / di malata innocenza – / annegano nel Lete / tutti i vergini uccelli della sete- / […] l’eternità del sale alto sul fondo del mare / mi pungeva la mente a parte a parte – / ora nell’aria turbinano a lutto le buie fitte carte / del Karma presagito, / terribile infinito”, fino alla Canzonetta dell’impersonalità: “io fui mutata in mare / senza pesci, abissale / insondabile riva / che mi pronuncia viva / senza dirmi” e a Specchio d’aria: “Volano immobilmente le betulle / nella finestra intrecciate. Si stacca / l’ora dal qui, l’osso ruota sul cardine”. Siamo travolti dal fiorire delle immagini, dallo sgorgare del ritmo, eppure permane il rotto gemito: “Sono il grano che già patì la falce / e trascolora fruttuoso, o le stoppie /disdegnate dai carri, gli aghi ciechi di sete? / Non lo saprò…” (Incoscienza). La Guidacci, anticipavo, ed ecco Maura del Serra chiamarla: Variazione su un tema di Margherita Guidacci: “La vittoria è una vetta, ma la sconfitta è un continente / un continente dove in cerchio vano m’aggiro, / sete negata ad ogni conoscenza, / a vero vuoto che irraggi presenza, / a ombra densa che partorisca luce”. Così, senza capovolgimenti, Cattura: “dentro / il mio ghiaccio improvvisa si acumina la luce / di un amo teso vero la gola” o Commiato: “Qui, perduta nel mio cuore bambino, / mi disciolgo da te come dal labbro preghiera, / circumnavigo il pozzo del mio niente, / vuoto coppe di lacrime posate sulla ghiera…”, fino al respiro di Terrestre: “dentro il cieco destino / sbendato dalla fata libertà, / lottiamo nella selva a partorire l’umano…”, che al capovolgimento prelude: – Sotto-sopra: “lavo il contuso pensiero / dai colpi di teatro della sorte – / con volo millimetrico, con danza solitaria, / io disegno la stella della Sera”.

 

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“Tutto è il prezzo di tutto”, sono le Parole del valitudinario; pur sanguinosa, si disegna la vittoria: “Le mie dita future al buio toccano / gli indicibili fiori nascosti dalle spine”; e in (Enigma) “Coronata di cenere rovente / io tra i sopravvissuti dell’Amore / vedo il loto a otto petali”, e in (Qui) , anche se è solo un augurio: “In me torni a formarsi goccia a goccia la luce”. Ne sgorga la Canzone per rinascere: “mia bocca buio-muta, fatti barca, / porta le ceneri delle parole, / che tanto amasti, fino al Grande Fiume”; quindi: “brucia il grido d’assenza, / alza il tuo dio maggiore / sul pulviscolo cieco dell’inappartenenza, apri la solitudine del plurimo Vero: / è fede il Nome d’arte di ogni scienza”. “Ero la danzatrice che diviene la danza” – canta Maura nelle Tre età – sarò “il diadema postumo d’altra costellazione /…/ Sono il poeta, il dolceamaroamore, / la musica del giorno che finisce e comincia”  “Noi scriviamo col sangue su uno specchio, / come Pitagora la nostra vita, / e gli angeli la leggono riflessa nella luna” (Un padre antico). Maestro, Pitagora; maestro, come per la sua Margherita, anche l’albero: “Imita le radici, l’immobile filiale fedeltà al ventre della zolla, al pane / imita il tronco […] anellare nebulosa / […]; il ramo, che vola da fermo / nel vento […] su tastiere di luce, / […] la foglia, ciclica navicella /delle stagioni […] / imita il riso prezioso del fiore, / il suo calice fragile che scolpisce la stella”. Rifiata nel grembo delle parole – ghirlande di pietre, luce all’occhio, ali al cuore, scintille, colonne, mappe del labirinto, tavole della legge; sfiora le Voci dalla strada, poi “scend[e] / nel silenzio dove altre voci intend[e]”; “senza tempo […] viv[e] nel [suo] tempo, spremendo / un latte lucido di redenzione / dalle opache mammelle della forza – / goccia a goccia, pagandolo in monete d’addio” in un trafiggente presagio che è speranza: “cadrà in scaglie il sonno / policromo dei giorni dolceamari” finché “l’esilio scuro [le] si schiari”: “…alla temperatura della fede / si forma il cuore, inviolato e solo, / il petalo precipite risale / mulinelli di gravità mortale”. Il cuore, inviolato e solo, della poetessa “ospite lenta, buffa / sulla sua antica zattera con ruote / che per un uomo e una bimba divenne / una barca, ed imbarcò grano, erbe e frutti / e vesti di parole per l’anima di tutti, / infine si ancorò all’arcobaleno / e nel suo ponte celeste fu seno”.
Si conclude con i colori dell’arcobaleno la lunga storia frammentata del poeta che colse fiori tra le spine. È durata in tante metamorfosi per due intere sezioni. Ora il travaglio dello scavo si allenta, il canto si stende, sereno, nel dono. È la terza sezione – Dediche – dove a tratti brilla la gioia semplice, fiorita sotto l’arco-in-cielo sull’Arca. Ma per questa lieta navigazione il poeta si impone una disciplina di umiltà – A se stessa, di notte: “non voltarti: sii fede / che sa, perché non vede”. Sono doni ai familiari e agli amici, ricordi e celebrazione di eventi. Il primo dono è per la madre giovane, da cui aveva, come ogni figlia, tentato di fuggire “su praterie d’arazzi aperti a corse abbaglianti,” per tornare, tardi, a raccogliere lo sguardo sul cartoncino di una foto anni Quaranta, dove si staccano le trecce attorte e la trina bianca del collettino. Poi quella stessa madre, “indulgente e terribile come sorella morte”, si trasfigura in Demetra: “Adesso che sei fiore della memoria, io posso / intatta riconoscerti senza angoscia e sventura: / la catena di sangue ricongiunta / darà limpido fuoco stellare d’altra vita…” Si riconosce nel padre, che “nel sonno intonav[a] / romanze d’opera […] / e nella veglia ergev[a] sapienti cattedrali / di legno, in sfida al tempo, col [suo] orgoglio bambino”. Si specchia in lui per quell’“orgoglio bambino” – che echeggia il “cuore bambino del poeta”, “eterna bambina senza attese”-; canta la somiglianza, senza veli: “il tuo amore testardo, malnoto, ora è vicino / alla tua figlia estrema che distilla / minime cattedrali di parole in un miele / amaro d’ansia, dolce di preghiera”. Accanto ai genitori torna l’infanzia, col ricordo della “rondine impazzita / di terrore e fuliggine nel tubo della stufa”, profetica “anima espiante“ che cerca “metafisiche finestre per svolare” e le si posa leggera in petto mentre Maura trapassa in sua madre “quella sera, ogni sera”. Ecco un’altra, tutta lieta, visione di sè: “Come quando minuscola intrecciavi i tuoi nidi / segreti di parole, tutta implicita ai piedi / dell’angelo romanico affrescato da tuo fratello” – nel tempo rivelato: immagine che svaria nel primo incanto di giovinezza “come quel primo bacio tra l’odore innocente / di quel viso incantato nella frusta piazzetta”, da cui nascono le poesie per Moreno: “Argento respirabile del diletto passato / e quello della folgore che la quiete ha trovato” ; “Un cerchio di profilo si tramuta in segmento. / Il pensiero al suo culmine è follia o sentimento. / La quiete è l’angelo del movimento./ Io e te, doppio cristallo che racchiude ogni vento” (Nuclei); fino a quel Tutto che sigilla la sezione con una vittoria del bene:  “Cuori indivisi nei corpi disciolti, / ripetiamo a chi viene “Tra lutti e batticuore, / tra spine e cecità, qui tutto, tutto è il migliore”.

 

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Balza alla memoria l’antica zattera “che per un uomo e una bimba divenne un’arca”, e ritroviamo intrecciato all’uomo e alla poetessa quello che Cristina Campo chiamava “il filo d’oro del figlio”: la bimba nata mentre il temporale “in oscuro tripudio di profezie batteva”, la figlia che offre a padre e madre uno specchio alzato nelle mani fidenti. Ora la ritroviamo, Irene, la figlia donna e già quasi madre che ha spiccato il suo volo, nell’ostinata memoria del suo primo grido gentile che a Maura echeggia sempre nelle vene (come non si allontana la misteriosa immagine di Congedo che trascende la perdita: “Vidi l’arcobaleno / sul tuo piccolo seno / per secoli dormire / e mai da me partire – / finché fu notte in pieno mezzogiorno / e non ci fu ritorno per le nostre due vite / nei secoli murate, nei millenni smarrite. / Pure, remota quell’iride ancora / dell’attimo all’origine di te m’innamora”). Lo sbocciare di Irene in un fiore compiuto in sé oltre la pianta che lo nutrì, è visione radiosa per la madre che vi contempla lo sbocciare perennemente nuovo della vita: “Noi, d’improvviso figli di voi figli, gettiamo / tutti i nostri tesori rugginosi / per il vostro sorriso di maestà innocente” (Eros, ai giovani amanti). Ma la vita vittoriosa va oltre; nasce il piccolo Zeno: “Si riaccende col tuo germoglio oscuro / il nostro anno dell’anima, e fa tenera estate / di latte i sensi, ancora dall’etere nutriti / nel sangue di mia figlia in tropicale rigoglio.  Il linguaggio dell’Eden suonerà senza orgoglio / nel tuo vagito…”.
Il lettore fedele sapeva che Maura Del Serra aveva cantato la gioia piena, la vita trionfante, accanto allo smarrimento dell’ignoto che conduce i poeti, nati sotto Saturno, a sanguinare nella contemplazione senza veli del baratro. Ma mai così limpidamente accostati erano stati i due mondi, mai così inequivocabilmente la dolce vita normale aveva vinto, offrendo a quel lettore la certezza salvifica che il poeta paga sì la insonne lucidità dello sguardo, ma solo a volte ne è bruciato fino al fondo del cuore quaggiù. Ci sono meravigliose eccezioni: una era stata quella che mi è sempre apparsa come la sorella-madre di Maura: Margherita Guidacci, che trascende la Neurosuite nell’Inno alla gioia, ed infine nel Primo Natale di Francesca: “Nel tuo riso radioso risuona / tutta la musica degli Angeli, / tutto l’annunzio di speranza, mentre / sulla tua vita sorgiva la cometa / passa la prima volta come nel cielo di Betlemme”.
Ora non ci stupisce che ai domestici lari chiamati a vigilare su questo piccolo eden – il gatto Rumi e la gatta Lilla – siano date fattezze più che umane: “feto di terra e cielo: le tue fusa / sono il trionfale “sesamo” che scioglie le porte / umane doloranti in serafica delizia…” “Con le orecchie che vibrano al ritmo del susino / e del ciliegio in fiore accesi al vento, / […] guarda il paradiso-giardino /come l’ape la rosa: da signora, da sposa”. Tutto attorno, in questo cosmo ben ordinato, il cerchio degli amici – lo svedese con cui fissare il mare “con gli occhi non più ebbri ma persuasi / dalla luce di questo mondo, forse dell’altro”; il cavaliere che da sempre ebbe in cuore amorosa giustizia, seppe “gettarsi ridente e solitario / nella fiamma perenne di rovi sulla vetta”; L’amico battagliero: “La tua è l’allegra guerra / del fedele d’amore e cortesia / che mulina la spada nel torneo, dove il prezzo / è la rosa colore del suo sangue”. Poi le donne: Daniela, “tulipano orgoglioso e gentile / con le spine di seta, che semina a nutrire / la cerchia delle sue mura lucchesi”; la piccola ape industriosa Cristina, che “crea il fiore, fila il nettare[…] / tesse sull’alveare / guglie gotiche rare”; la perla campestre Margherita.
Quindi, i grandi amici morti: Oscar Wilde, “il [suo] proscritto amore lacerato coi veli / di Salomè sulle sbarre di Reading”, che cessa di essere personaggio solo tragico per l’evocazione finale “del goffo nom de plume della madre,” Speranza, l’estrema virtù nel fiabesco vaso / che ora ci porge, lucida e segreta, la [sua] mano”. Sereno Kavafis, “gli occhi persiani” levati al cielo, tra le scartoffie, “fissando una sua Itaca d’alabastro”; limpido lo sguardo di Kafka, nell’ “…elezione a un’ isola abissale / patria di una materna imprendibile sirena […] / (“il lampo dei tuoi occhi strugge il male, Milena”). / Per lei, con il coltello nel respiro / si aprì come conchiglia, […] lanciandole la perla.” Neppure il ricordo di Giordano Bruno è tutto tragico: a 400 anni dal rogo, trasmigrato “in altri corpi, nel soffio profondo, / innumere dell’anima del mondo”, trasformato oggi forse nel pane che si vende al forno di Campo dei Fiori. Così si chiude, in pace, questa sezione offerta ai cari affetti, con le parole dell’ortolano al monaco buddista: “tutto è il migliore qui”.
Altrettanto luminosi i Tre ricordi seguenti, che formano la brevissima IV sezione: il bellissimo In memoria di Sandro Penna, nel centenario della sua nascita: “Implume tra le rotaie roventi / saltella un passero, e subito, alato / vola nel treno assordante e affollato, / volgendo in su tutti quei visi assenti”. E La barca, in memoria di Mario Luzi, “vasello snelletto e leggiero / col [suo] angelo gotico al timone”, che trasporta nel suo seno con amore il poeta, attraverso una rotta faticata e illuminata, a ricongiungersi, “al culmine del monte, all’“umile [sua] madre cristiana. L’ultimo congedo è l’Epitaffio per Ingmar Bergman, ancora un vascello e un mare, che sono qui l’ultimo legno di Ulisse e il mare della sua Itaca “dove immobile visse / con [lui] il dio muto, il giudice di disegni sottili /come la luce dietro le [sue] palpebre chiuse”.

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Anche Grida è una breve sezione (la V), ma la calma delle sezioni III-IV, si è di nuovo mutata in pianto, anzi in Grida, più che di protesta di orrore, che si accompagnano alle “urla della guerra fratricida”: nello sfondo le uova pasquali snaturate in bombe, dell’aprile (Eliot: “aprile è il mese più crudele”) della guerra nel Kossovo (1999) . Accanto, in straziata seppur fidente invocazione: “Allacciate le braccia nell’intaglio del fiore / danzano al vento carico di miele sud-croato / sette meli nel seno del tuo prato”, mentre il poeta leva “al cielo fragile di guerra un[suo] cuore / d’amicizia tra i busti glauchi dei suoi poeti”, e una audace proclamazione di certezza: “Mio fu il seme caduto sulla roccia, / svettato in ponte di bambù oscillante / su fragorosi turbini […] / Mio sarà il seme di terra profonda / altorisorto in tiglio centenario, / candelabro al suo lago, ponte ai regali uccelli / di un’azzurra stagione” (Posterità. Laghi di Plitvice). Dietro questi nomi par di udire la voce della Margherita Guidacci del Taccuino slavo, assieme allo spessore di sanguinante “impegno” da cui erano sgorgati L’orologio di Bologna e La via Crucis dell’Umanità. Perché, ben oltre le cadenze, le assonanze, oltre l’eco delle interne lacerazioni di Neurosuite, la Guidacci è stata per Maura Del Serra maestra d’ impegno, di quella sua particolare maniera di impegno, fatto più di lacrime e sangue, appunto, più di compassione identificata senza riserva che di parole, in una maestra delle parole. Anche in Maura compassione “senza confini”, anche lei cassa di risonanza offerta a tutti i dolori, lontani e vicini. Ecco la Genova ferita del 2001, dove rimase ucciso il ragazzo Giuliani; e l’Amore e morte cui fanno da sfondo le Twin Towers di Manhattan sbriciolate nel 2001; ecco l‘Irlanda di Howth ove ritrova l’anima di Joyce, e, appunto, quella della Guidacci; e l’Apocalisse incarnata dallo Tzumani del 26 dicembre 2004, che cancellò “paradisi turistici e limbi del Terzo Mondo”; ecco Hina, – la ragazza pakistana sgozzata dai maschi della famiglia a Brescia – “ farfalla imprigionata nella gabbia ancestrale / di una fede accecata / […] principessa fatata, / contro l’aguzza cupola murata, sognando / un calice nuziale con il suo calabrone, / lo straniero-non più-straniero, re di [lei] stessa”; e Pechino, “la spietata fortezza mediatica d’Oriente” che ci si offre per le Olimpiadi come “specchio in trionfo mercantile / sul muto sangue sparso dell’utopia civile / […] più che mai ignota, mai così vicina”. Ed infine Gea la nostra patria, non più così grande, e l’altra, così piccola ormai, a cui si dedica, in chiusura, l’Epigrafe italica.
Gli Assoli (VI) hanno inizio con un altro confronto, sereno, del poeta con le stagioni della sua vita : “Fu la mia infanzia fulgida di bocci roventi, / la giovinezza un’alta grigia nube stellata. / Ora rotolo docile coi venti, / solitaria, in ignote lingue amata” . Ma l’aggettivo “solitaria” dell’ultimo verso si dipana, in Spersonalizzazione, in “grigie” immagini di confinamento – ritorna quel sommesso colore di tortora che fu della nube stellata di giovinezza, venato di malinconia sia pure nel morbido lusso del velluto, o nella protezione della cameretta petrarchesca. Venato di malinconia, perché la solitudine è separazione da un “tu” che fu prima “oceano di latte”, “pergolato di sussurri segreti”, “zirlare di uccelli nel fuoco”. E, di nuovo, il confronto delle stagioni, di Passato e presente:  prima “nell’attimo eterno / vibrare celeste “ del suo “inferno d’immaginazione”, ora il giardino “terrestre, simmetrico e muto”, ove “la spada, disciolta in fontana, / oscilla con nota sovrana / scrivendo nel cielo la sete comune.” La solitudine è il prezzo da pagare per dar voce alla sete comune, o per essere improvvisamente colmati da un “fuoco di senso”, nelle splendide geometrie della Stoccolma dei suicidi. La poetessa, dalla “luce d’acqua velina” dei lontani paesi ove è “in ignote lingue amata”, riemergerà nel seno della città che il tempo fece sua – con l’ Ospedale fregiato dalla robbiana narrazione dell’ “eterna vicenda di soccorso e malattia”, guardato da un leone camuso le cui fauci esprimono “vivo ruscellare / che colma una conchiglia materna“: quella città, quel meraviglioso ospedale, felicemente policromo, “Lete dove affondarono d’improvviso i [suoi] cari, / Eunoè da cui emerse la [sua] bimba raggiante,” e che le darà “oltre l’abbraccio nudo della [sua] scalinata / nuova veste bianco-infante / e una zattera bianca per infiniti mari.” Passato-presente, dunque, partenze e ritorni in questi dolce-tristi Assoli, come avvolti in grigio sipario di velluto. Canta una partenza o un ritorno la Canzone per le isole Cicladi? “Sul mare color vino / di Omero, qui approdata / a cercare un destino / d’arte e amicizia alata” — o Radici: “Il dolce fiore greco – oro e viola – / colto nel sole acuto della spiaggia d’Atene , / ora nel mio giardino dà il suo miele / immemorabile, radica la sua dorica gloria / tra i miei cipressi”. Partenza e ritorno coincidono nel Bacio della fata: “Nascosta dentro il bosco circolare del sole / la tua casa ci accoglie, fata Luce, / quando la mente si spoglia ed il corpo / nerospinoso di tempo si stacca /al tuo tocco che a semi roventi ci riduce”.
Come tutto il libro, ma in sommo grado, questa sezione è rutilante di sapientissime immagini, immagini eterne e ardite, classiche o surreali – “Al centro del mandala, Pazienza dell’istante, sei il sangue dell’aereo tessuto di certezza, / il mozzo della ruota cosmica turbinante”; “Non avrò peso, sarò la sostanza / che in su cadendo s’avvita al pensiero / non umano, e vi suscita in mistero / l’ombra che danza” (e l’esempio valga anche per le escursioni di sapienza metrica). Come è densa, questa poesia, di sapientissimi giochi di rime e assonanze e di arditi neologismi – spesso, ma non solo, inaspettate combinazioni di più parole in una, così lo è di “concetti”, che nei versi finali a rime baciate scoccano in sorprendenti imprevisti, come in certi sonetti petrarcheschi che anticipano il barocco: “sei […] / la piuma intima all’aria che la luce accarezza / e pulsi in vena d’oro che riempie la miniera / dove tutta mi sbriciolo per rinascere intera”; “l’omofonia di bellezza e di forza / ci possiede con la necessità / che il pozzo ha della ghiera […] / il cristallo di neve del gelo che attanaglia / boschi e città. / Indecifrabilmente / quel gemellaggio svela / la rima identica della pietà”. Sorprese anche nella sequenza delle composizioni: al centro l’oximoro di Assolo in coro, dove si condensa un motivo ricorrente in tutto il libro, anzi un doppio motivo: il poeta che si fa porta e il poeta che paga con la vita il dono della visione, quest’ultimo articolato nelle immagini molteplici di Sacrificio – immagini tutte del male di vivere, ma un male di vivere (“sacrificio”) che è redenzione, che ci salva. Ci salva anche, come è ripetuto in Teatro, dall’ossessione umana della perdita, poiché ”nel cuore / più non si perde, ignavo, nessuno spettatore”. Nulla si perde di quel che chiamiamo passato (“Gemmati tabernacoli del tempo, / chiudono in calici aerei il vino / del quotidiano stillato in destino – I ricordi); ma anche il futuro è reale e ci appartiene, cioè ci è dato riconoscerlo come nostro, non fosse che in una scritta sul muro, cioè mascherato nei mezzi d’espressione dei giovanissimi – “Provochiamo tempeste, ma preferiamo il sole” -, scritta in cui il poeta capta, goffa e bruciante, la “nostalgia dell’apollinea ragione”. Il transfert per cui “nel cuore / più non si perde, ignavo, nessuno spettatore”, il poeta riesce ad operarlo sempre con quel suo metodo dell’illimitata condivisione: la “mente bambina” giocando con ingenua letizia con le parole in fitte rime e assonanze anche interne, dona il suo “eden di eterna mattina / alle vite trafitte, irredente, non vissute”. Oltre l’eden della mente bambina la dimensione del poeta accoglie il calvario della ruota in cui “mille volte” il calice andò in frantumi; mille volte sfociati i fiumi hanno sete; mille volte “già fatta cosmo in cuore / la mente torna grumo uterino di dolore”. Perché l’arte della condivisione si radica nella perseveranza ostinatamente sofferta.
Eden e calvario, ché doppia è ogni cosa per lei – “doppio [le] pulsa il cuore coi due moti”. Il destino è scandito nitidamente in L’altro: “Chi sanguina parole, chi non vede / senza lacrime, chi solo cammina / su lame di cristallo, chi non crede ma sa / nelle scolpite viscere ciò che non muta, fa / delle pietre d’inciampo pietre di fondamento…” . Ma il due – che fu passato-presente, ombra-luce, noto-ignoto, estasi e sanguinante dolore – si riassorbe nell’uno: “L’allodola con un’ala sola / che da ferma trasvola / dove l’ordine sposa l’avventura, / dove l’estasi bacia la paura – un’ape vorticosa / fissa a un’unica rosa – /…/ questo vissi nascendo / e ora, alta sullo scoglio della sera, comprendo: / si sprigiona dal piombo di catene / il tuffo nell’oceano empireo del bene”. Tutto è limpido, specchiato come il mare nel bicchiere dell’ “età certa”, dell’età che non dà ombra, come Maura aveva capito già da dieci primavere. Il guru Dolore ridusse la poetessa a “tronco che vive e sente”, per trasportarla “fra i tuoni / verso l’ignota cima benedetta / dove, vivendo, a se stessi si muore: / e apers[e] – [ancora una ‘petrarchesca’ sorpresa finale] – a un jet policromo la traccia”. Gli Assoli – certo “un”, se non addirittura “il”, cuore del libro – si compendiano una volta ancora nel ciclo: “Adesso mi risvegliai, / poi mi risveglio, molto tempo orsono / mi sveglierò dove la terra versa / una tenera pioggia dal profondo, / e l’Anima del Mondo alza ridendo / il mio feto rugoso tra le braccia”. Perché ancora una volta tutto si sciolga (si cancelli), “cesella il mondo l’arte del pensiero, / ma lo salvano i Pescatori d’acqua, / gli umili e lievi guerrieri del vero / vestiti di pietà, materni come mammella, / cuori di cuori: in loro / la fredda storia è nido, e la sete del pianeta / immemorabilmente sanguina e si cancella”.

 

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La VII parte – Senso unico – è l’ultima nuova. Poiché Brevi, l’VIII, è composta di Scintille, uscita nel 2008 in una splendida edizione numerata, e Specchi (microcellula drammatica) aveva anch’essa già visto la luce nella stessa edizione. A differenza di quanto accadeva per Forza maggiore, dove la poesia che spiega il titolo si incontra a metà della sezione, qui la nostra perplessità su come il titolo sia da interpretare, e in specie se abbia significato positivo o negativo, è subito sciolta dalla prima composizione, eponima: “Il senso unico, indescrivibile / in nomi ed esseri, indecifrabile / a riti e formule, splende istantaneo / nella radice dell’invisibile / […] ed è giorno chiaro”. Dunque il segno è inequivocabilmente positivo. E se il nome non può descrivere l’essere (cioè la realtà che è custodita nella cosa – come per Proust, ma anche per Gertrud Stein), ne è pur sempre la bandiera. Colpisce come il potere rivelatore del nome sia legato alla luce (sulle orme di Goethe citato, ma, ancora, come nel Proust di Jean Santeuil). Ma il mondo nuovo (il moderno opposto dell’antico, capace di guardare in faccia gli dei affacciati a fonti o cespugli) ha bisogno di schermi per sopportare il sole, e il primo, pur candido, schermo è lo humour, “sorriso della saggezza umana / prossimo a liquefarsi in buddhità / e a scolpirsi in un verso d’animale / che rende semplice l’eternità”. Le due quartine che chiedono Risposta ripropongono gli opposti “dogli” da cui cola bene e male, ma l’accento in qualche modo sembra cadere sul bene (che vien dopo, quasi avviato a concludere, pur restando domanda): “Da quale cupo canto degli dei nasce il mondo / alle stragi. […] / Da quale chiaro canto degli dei sgorga il cielo, / patria di forme erranti più vera d’ogni vero, / arca di supplici e casa d’amanti, / sempre violato e sempre verginale sentiero?” La risposta è serena: “Non lo sapremo. Ma, tessuti nel loro manto, / diverremo il silenzio che feconda quel canto.” Se non maschera la presenza del male, Senso unico guarda al bene. Un bene tanto più consolante quando è frutto di un male superato, come la Libertà che decanta in “luce del poeta [adulto], / [in] chicco di coscienza agli ultimi del pianeta” la “torbida” lettura adolescenziale del motto di Agostino “Ama e fa’ ciò che vuoi”. Così si decanta la morte, negli sdruccioli di India da polso, bracciale di metallo povero con incise barche e luna, che convoglia il pensiero del poeta a scivolare verso “il Gange immenso, dove le ceneri / delle tue [= dell’India remota sognata] pire in corpi risorgono / tuoi, nostri, dove la Storia brulica / maternamente in cicli spiralici, / dove la perla nel loto sfolgora”. Così si alza in canto la voce dei pacifici “lieti del sole quieto / che [li] scolpisce e in grembo a [loro] riposa”, dopo che hanno sofferto “la [loro] pace inerme, / operosa e sprezzata “ “qui nel mondo creato, dove il dio non fiorisce / se non s’apre la rosa”. Così canta Penelope che per Ulisse fu “la lingua d’acqua dolce della ragione, dopo / la sua fiammea lingua d’avventura e di guerra / […], l’isola, il senso / lucido dello scoglio al di là della marea.” Così, infine, canta Shakti, la sposa di Shiva, “madre Eterna, alta profusa sostanza”, che ovunque nasce e forma il suo dono – “dove il capo di Orfeo reciso canta sull’acqua / […], dove il grano germoglia dai cadaveri azzurri”, trasmutando morte e vita nella perenne danza che agita noi, suoi veli. Stupende immagini carezzano la Musa pensosa della memoria – ai cui piedi sciabordano il mare greco salato e il fiume cristiano d’acqua dolce – , la musa che “protegg[e] nel fiore unico della mano” “ciò che sfida ogni lingua”, “chiud[e] l’umano nel bozzolo fatato e lo genera alla storia”. Memoria viva, seme di storia, è la Coppia neolitica “forma scolpita del [suo] nodo muto / […], gemma fossile emersa dalla deriva / d’ere e di continenti […], memoria viva / della brama che lieta / fa divino il pianeta.” Se è l’amore a far divino il pianeta, già divina è la perenne ruota delle metamorfosi, l’onda sempre uguale, mai uguale, del destino che “ci fa ignudi bruciare / di sostanza stellare” (Nudità); nell’armonia del Tutto si conciliano le nostre lacerazioni (Politeismo): “Cento milioni di galassie fanno / felice il cosmo”. Alle mille trasformazioni cui ci assoggetta il Tempo nostro distruggendo e ricostruendo – “apprendistato e rito [per noi] / di vita-morte, mandala scolpito / in legge di natura”- , si contrappone la chiara vita e visione di “chi abita a braccia aperte il diamante / invisibile dell’eternità” (Chi vivrà vedrà), Eternità che il poeta “guard[a] versare l’universo stellato / nella coppa del tempo di cui [è] la sovrana”. Eternità e amore svariano coi loro miracoli l’una  nell’altro: “Soltanto nell’amore uno più uno fa mille / […] ombra e luce scolpiscono la conchiglia segreta / del tempo innumerabile” (Far di conto). “Il pianto delle cose e il riso dell’universo (Weltscmerz, weltfreude) […] il fulmine più fragile ci inghiotte, / ma la luce separa la notte dalla notte”. Così tutto si unifica nell’uno, in un’armonia dei contrari di cui già ci assicura l’armonia geometrica di macro e microcosmo “in ragnatele e rosoni / di cattedrali, in gotici e orientali / fiocchi di neve, / nella conchiglia e nel versetto breve, / […] geometrica la musica del coro / […] geometrica la culla della morte / che genera la vita, e la fa forte”. Tutto si unifica attraversando il poeta – l’ardente coraggioso “piccolo” io del poeta che è insieme l’Uomo compiuto e l’anima del mondo, e che diventa un “noi” senza confini “atomo nel cosmo, – atomo di rugiada che nutre il prato, / […] atomo d’armonia che tutti i cosmi ha formato: / l’indivisibile infinitamente / divisibile”, che ha sorelle le parole “che dividono il fuoco con la spada” (Le affinità creative): “Per morire di gioia come gli illuminati, (Yoga) /come il cane di Ulisse, in letame d’abbandono /[…] per morire nel dono estremo repentino / dell’amata presenza […] / noi combattiamo in tenebre polari od africane, / liberi, per servire la luce del destino”. “Non sta in cielo né in terra / l’anima nostra, ma oscilla in un nido / che arde e geme […]. Ma se, crollata agli inferi, stracciata ogni speranza / si perde, cieli e terra la raccolgono”. L’ “anima nostra” non può significare solo l’anima umana, perché “la catena dell’essere si salda in somiglianza”: “L’arcangelo caduto imita l’uomo / e l’uomo in caccia imita l’animale /…” e “tutto è albero in noi: le dita foglie / che raggrinza di macule la stagione finale, / la chioma eretta o fluente o ricciuta / come in cipresso o in salice o in vitigno” (Arboreità). Intanto il mondo cambia: spariranno i libri, “ambra deliziosa/ di parole su carta” : “presto rari, / [li] porterà la Storia come gioielli o fari”. Ma la perdita non è mai assoluta – come la distanza degli amanti “divisi dalle fiamme dei deserti assordanti” è trasfigurata negli “anelli d’oro su piatti d’oro” rubati dalla gazza, così è trasfigurata la città irretita nelle regole dall’ occhio dei falchi fuori-legge che si son fatti il nido sulla cupola del Brunelleschi. Più radicale Trasfigurazione quella dell’ “agnello macellato, guardato dal bambino” nell’ “oro denso di nube nel tramonto disciolto. / Un perché senza dove / è ogni scomparso prediletto volto, / un ippogrifo carico di luna.” Pochi – gli happy few, i Giusti, i poeti: i “pochi’ che bastano per salvare il mondo-”   guardano la luna farsi / piena ed innamorare cieli ignoti: / nel suo viso di perla si bruciano la faccia / e sprofondano per incoronarsi”. Si incoronano di un inno alla parola, le cui magiche associazioni ci si rivelano in una lingua insieme vicina e straniera (Palabras), come il sangue incorrotto, gettato “nei vicoli, sulla grandine repentina d’aprile,” si spande “nei mandorli rosati / delle calles majores, / [sgorga] nel barocco eterno delle fontane / di Madrid, nostra nuova madre di nuovi fari / gentili di ragione”. Solo il poeta vede, non con gli occhi di carne, “i fantasmi di Goya nel livido dolore / della storia a quel sangue abbeverarsi, rinati”.
Cosa vuole ancora dirci, dopo questi canti a senso unico del dolore redento, la Maura delle Brevi (VIII)? In ogni “sentenza” conferma, col pensiero e l’immagine, l’esistenza del dolore e la sua redenzione. (Redenzione diciamo, con parola cristiana, ma il mondo di Maura non è meno greco e orientale che cristiano). Come già i suoi Aforismi (1995), le 47 Scintille contengono densissimi lampi di saggezza nel guscio di noce dei 2-4 versi (cinque sole ne hanno più di quattro). Qui non è possibile compendiare. Ci si limita a cogliere qualche fiore dove ai nostri occhi riluce più vivido un pensiero, o più splende in immagine. Giacché Scintille distilla le immagini /chiave, le immagini/simbolo:
Domina l’immagine del fuoco che affina: 8. “Il Maestro è nell’anima” – […] / Lava la gola col fuoco, incorona / di spine la ridente perfezione”. 33. “Nel mondo di catene e crudeltà / ha corona segreta la Pietà: / spontanea balza nel cerchio di fuoco, / vi si strugge, è sorgente quando giunge al di là”. 41. “Come il cieco il cui vero / bastone è il canto, / noi nutriamo la fiamma che ci affina / con lievi ali di pianto.” 45. “Gioca con noi bendato a mosca cieca / liberamente il Fato: / se l’afferriamo è un fulmine che fonde / il futuro al passato – / salva i sommersi, sommerge i salvati, / ci strappa bende e fiato.”
Il vento, l’ala: 17. “In vetta al pioppo trema / l’ultima foglia, come banderuola: / il vento la trafigge,  / la luce la consola”. 43. “Nell’amore riposo come il vento / nell’ala chiusa, / in ogni forma che scioglie il tormento / vivo diffusa.”
Il ponte (a cui si assimilano sia l’arcobaleno che la scala): 3. “Se abiti sul ponte, non puoi scendere a bere: / paziente attendi che / l’acqua ti veda e salga fino a te”. 16. “Fulmineo ci traghetta all’infinito / l’amore, arcobaleno di granito”. 25. “Ponte di perle acuminate, becco / d’oro, il dolore mi prese per figlia, mi rese madre di parole alate”. 47. “In cielo non si sale / – dicono – senza scale. / Ma chi vi è prigioniero / – i semplici, i trafitti – vi chiude il volo intero”.
Come si vede, le immagini trapassano l’una nell’altra. Scegliamo i principali temi che quelle immagini esprimono, o a cui conducono:
L’unità-armonia del cosmo 14. “Non è un concetto l’anima, e tutti gli animali / lo sanno, e ne risplendono, semplici e universali”. 18. “Come fumo che sale / verso il cielo immortale / le nostre varie vite / effimere e infinite, / in ogni forma avvolte, / nel senza-forma accolte”. 23. “Costruttori di buio e costruttori di stelle / in estasi e paura / colluttanti s’annidano in ogni creatura / forgiando lingue a vette e a voragini sorelle”. 31. “Alfabeti stellati, fluviali continenti – / creature abbracciate ad elementi – peccati in razze angeliche rifatti trasparenti 39.”
L’infanzia innocente tutto sa, come le creature della natura: 11. “‘Mamma è guarito un morto!’ esultò nel cimitero / davanti ad una fossa sventrata la vocetta. / E la resurrezione fu presente, perfetta”. Ma gli uomini devono riconquistare la certezza attraverso il crogiolo del dolore:
Il dolore, che affina come il fuoco: 32. “Con lo Zodiaco avvolto alla cintura / mi inginocchiai nel sangue, piansi fango, / gelo, tortura. Ora le sfere ascolto / molare il fondo della mia natura.” 30. “Giace nudaridente, sul più sordido prato / la Verità dal seno delicato / e allatta il dio rifiutato, innocente”.
Il silenzio e l’attesa: 34. “Fissai il buio finché venne a fissarmi la luce – / tacqui finché il silenzio mi dipinse la voce.” 38. “Nella mia danza mutila io vivo, e non so come: / attendo quel silenzio che mi chiami per nome.”
La memoria, cioè la redenzione del tempo, ponte tra futuro e passato: 28. “Leggiadro come scheletro di foglia / l’amore lascia il corpo al tempo ladro.” 39. “Nostalgia del futuro, nostalgia del passato – / tra le due palme giunte, tutta la vita umana; / intorno – pietre e simboli – la verde cattedrale; / sopra, a trafiggerci, la stella arcana.” 42. “fra i ricurvi cancelli / della Memoria / abitando mi faccio trasparente / come tra mani in preghiera la mente.”
La poesia in cui sfocia la memoria, madre delle muse – bellezza ignota quanto certa – il poeta la raggiunge attraverso l’Illuminazione, e questa a sua volta giunge per la trasformazione, di cui lo strumento è il dolore: 32. “mi inginocchiai nel sangue, piansi fango, / gelo, tortura. Ora le sfere ascolto / molare il fondo della mia natura.” 34. “Fissai il buio finché venne a fissarmi la luce.” 35. “La poesia sfocia nella sorgente / dove si forma al canto la bocca della mente.” 44. “Per otto mesi larva, per tre giorni farfalla; / la formula dell’Illuminazione, / della bellezza ignota quanto certa.”
Immagini, temi, tutto converge nel poeta – nell’artista -, che in sè brucia morte e vita, agonia ed estasi, buio non sapere e illuminazione, in un movimento a senso unico che offre molto più del tentativo di certezza che prometteva il titolo.
La vera chiusa è la “microcellula drammatica” Specchi – e non sorprende, in un poeta che annovera tra le sue opere più belle testi drammatici quali La Fenice  La fonte ardente e Andrej Rubljov. In queste due ultime pagine si distilla ogni motivo del canto dell’artista, sigillato nella solitudine e tuttavia all’infinito moltiplicato lungo l’orizzontale degli specchi-ritratto e la verticale delle involontarie filiazioni: artista-“opera d’arte totale che brucia e rinasce nel grembo di fuoco.”

Margherita Pieracci Harwell

Questo articolo è già stato pubblicatoil 30-09-2017 in Saggi da Corso Italia 7

Corso Italia 7

Rivista Internazionale di Letteratura – International Journal of Literature


Maura Del Serra – Adattamento teatrale de “La vita accanto” di Mariapia Veladiano
Maura Del Serra, Franca Nuti – Voce di Voci. Franca Nuti legge Maura Del Serra.
Intervista a Maura Del Serra. A cura di Nuria Kanzian. «Mantenersi fedeli alla propria vocazione e all’onestà intellettuale, senza cedere alle lusinghe di un facile successo massmediatico»
Maura Del Serra – Il lavoro impossibile dell’artigiano di parole
Maura Del Serra – La parola della poesia: un “coro a bocca chiusa”
Maura Del Serra, «Teatro», 2015, pp. 864
Maura Del Serra – Quadrifoglio in onore di Dino Campana
Maura Del Serra – I LIBRI ed altro
Maura Del Serra – Miklós Szentkuthy, il manierista enciclopedico della Weltliteratur: verso l’unica e sola metafora
Maura Del Serra – Al popolo della pace.
Maura Del Serra – «L’albero delle parole». La mia vita è stata un ponte per centinaia di vite, che mi hanno consumato e rinnovato, per loro libera necessità.

Margherita Pieracci Harwell – In lode della lettura: si legge per veder meglio in sé, riflessi in un altro.
Margherita Guidacci, Margherita Pieracci Harvell – «Specularmente. Lettere, studi, recensioni». A cura di Ilaria Rabatti
Margherita Pieracci Harwell – Si apriva il balcone sull’amata Parigi. Lettere e memoria dalla madre di Simone Weil.

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Leonardo Soldati – «Lo Spettro della Rosa». Il teatro di Maura Del Serra tradotto in Messico.

M. Del Serra_Spettro della rosa

CHT163698 Nijinsky performing the Danse Siamoise from 'Les Orientales' by Foquine (1880-1942) performed in Paris, 1910 (sepia photo) by French Photographer, (20th century); Private Collection; (add.info.: season of the 'Ballets Russes';); Archives Charmet; French, it is possible that some works by this artist may be protected by third party rights in some territories

 

 

 

«Non voglio denaro! Io non amo il denaro, Serjoža. Amo la vita, il ritmo della vita nel mondo, nella gente. Voglio che mi sentano, quando danzo. Che creino con me la bellezza, la verità». Vaslav Nijnskij,
in «Lo Spettro della Rosa»

Nijinsky

240 ISBN
indicepresentazioneautoresintesi

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S’intitola Lo Spettro della Rosa il testo teatrale della drammaturga pistoiese Maura Del Serra pubblicato in Messico nell’Antologia Drammaturgia italiana contemporanea. La prestigiosa raccolta contiene infatti testi teatrali in edizione bilingue (italiano e spagnolo) di sedici drammaturghi italiani viventi, editi nella “Colleccion Teatro” della Secreteria de Cultura del Gobierno De Jalisco a Guadalajara, coordinata da Efrain Franco Fris e Luis Miguel Lopez con traduzioni a cura di Enrique Vazquez Lozano e Giuseppina Mortola, distribuita in tutti i Paesi dell’America Latina. Il libro è stato presentatto anche in Italia, nel corso di un ricevimento tenutosi a Roma nella sede dell’Ambasciata del Messico, alla presenza di varie autorità e personalità del mondo della politica, della cultura, dello spettacolo e dell’arte di entrambi i Paesi. Durante la cerimonia Maura Del Serra è stata menzionata più volte, non solo come autrice del testo contenuto nella raccolta ma più in generale per la sua vasta attività poetica e drammaturgica, in particolare per aver dedicato a Sor Juana Inez de la Cruz, personalità storica della cultura messicana, il testo teatrale La Fenice di cui è stata annunciata la traduzione e pubblicazione per conto di una primaria casa editrice messicana.

                                                                     Leonardo Soldati

Settimanale “La Vita”, Cultura, p. 3, 14/1/2018

 

La Secretaría de Cultura de Jalisco ha pubblicato in Messico il libro Dramaturgia Italiana Contemporánea, che contiene la versione italiana e la traduzione spagnola dei monologhi di 16 autori del CENDIC, su invito dell’attore e produttore Luis Miguel López  A dimostrazione della necessità della istituzionalizzazione nel nostro Paese di un Centro di Drammaturgia Italiana Contemporanea, il CENDIC è stato contattato da Luis Miguel López tramite l’Ambasciata del Messico, come punto di riferimento della drammaturgia italiana. Edito da Samuel Gómez Luna Cortés nella collana “Colección teatro”, coordinato da Efraín Franco Frías e Luis Miguel López, tradotto da Enrique Vázquez Lozano y Giuseppina Mortola, il volume Dramaturgia Italiana Contemporánea è un’antologia di testi di Aquilino, Enrico Bagnato, Duska Bisconti, Angelo Callipo, Maria Letizia Compatangelo, Maura Del Serra, Gennaro Francione, Luciana Luppi, Guglielmo Masetti Zannini, Patrizia Monaco, Liliana Paganini, Luigi Passarelli, Massimiliano Perrotta, Antonio Sapienza, Flavio Sciolè e Angela Villa, con corredo di fotografie e curriculum degli autori.


Maura Del Serra – Adattamento teatrale de “La vita accanto” di Mariapia Veladiano
Maura Del Serra, Franca Nuti – Voce di Voci. Franca Nuti legge Maura Del Serra.
Intervista a Maura Del Serra. A cura di Nuria Kanzian. «Mantenersi fedeli alla propria vocazione e all’onestà intellettuale, senza cedere alle lusinghe di un facile successo massmediatico»
Maura Del Serra – Il lavoro impossibile dell’artigiano di parole
Maura Del Serra – La parola della poesia: un “coro a bocca chiusa”
Maura Del Serra, «Teatro», 2015, pp. 864
Maura Del Serra – Quadrifoglio in onore di Dino Campana
Maura Del Serra – I LIBRI ed altro
Maura Del Serra – Miklós Szentkuthy, il manierista enciclopedico della Weltliteratur: verso l’unica e sola metafora
Maura Del Serra – Al popolo della pace.
Maura Del Serra – «L’albero delle parole». La mia vita è stata un ponte per centinaia di vite, che mi hanno consumato e rinnovato, per loro libera necessità.

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Fernando Birri (1925-2017) – … pero sueña con los ojos abiertos

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La mia casa
ambulante

avrà ancora due gambe
e i miei sogni non avranno frontiere.
Ernesto Che Guevara

 

Birri_a_Cuba… pero sueña con los ojos abiertos. Fernando Birri

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Ha più valore,
un milione di volte,
la vita di un solo essere umano
che tutte le proprietà
dell’uomo più ricco della terra.
Ernesto Che Guevara

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Fernando Birri – «Para que el lugar de la Utopia, que, por definiciòn, està en “Ninguna Parte”, esté en alguna parte».

De Pascale Goffredo, Fernando Birri L’Altramerica, Le Pleiadi, Napoli, 1994, con un’avvertenza di Eduardo Galeano

 


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Jean Salem (1952-2018) – Scegli la strada in salita, è quella che ti porterà alla felicità.

Jean Salem

Lenin+che+leggeScegli la strada in salita, è quella che ti porterà alla felicità. Jean Salem

 

 

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ca. 1918-1923, Moscow, Russia --- Lenin sits at his desk and reads the newspaper. --- Image by © CORBIS

 

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Jean Salem, Lenin e la rivoluzione, Nemesis Edizioni, 2010.

 

 

Sinossi

In “Lenin e la rivoluzione”, Jean Salem opera un’illuminante rivisitazione della figura e del pensiero di Lenin, esponendo ed argomentando 6 tesi enucleate dagli scritti del grande pensatore marxista riguardo all’idea di rivoluzione. 1. La rivoluzione è una guerra; e la politica è, in generale, paragonabile all’arte militare. 2. Una rivoluzione politica è anche e soprattutto una rivoluzione sociale, un cambiamento nella situazione delle classi nelle quali si divide la società. 3. Una rivoluzione è fatta di una serie di battaglie; è compito del partito d’avanguardia fornire a ogni tappa una parola d’ordine adatta alla situazione oggettiva; è suo compito riconoscere il momento opportuno per l’insurrezione. 4. I grandi problemi della vita dei popoli non sono mai risolti in altro modo che con l’uso della forza. 5. I rivoluzionari non devono rinunciare alla lotta a favore delle riforme. 6. Nell’epoca delle masse, la politica ha inizio laddove si trovano milioni di uomini, addirittura decine di milioni. Si può inoltre osservare lo spostamento tendenziale dei focolai della rivoluzione verso i paesi dominati. Pur sotto il massiccio attacco denigratorio che da decenni la borghesia porta alla figura del più grande pensatore comunista dopo Marx, come saggiamente fa notare Andrea Catone nella sua prefazione: Non abbiamo dubbi che con la ripresa del movimento comunista in Europa, che la grande crisi strutturale del capitalismo rende a un tempo necessaria e concretamente possibile, Lenin e la sua scienza della rivoluzione torneranno prepotentemente alla ribalta.


C’est avec une profonde tristesse que nous avons appris le décès de notre ami Jean Salem survenu dans la nuit de samedi à dimanche. Nous savions la gravité de son état et nous redoutions cette nouvelle. Jean, Professeur de philosophie à la Sorbonne, animait le séminaire ” Marx XXIe siècle l’esprit et la lettre”. Il faisait partie de ces intellectuels qui pensaient que le Marxisme était toujours d’actualité dans un Monde secoué par une lutte des classes intense et par les affrontements violents au sein de l’impérialisme. Il avait donné une conférence pour le CUEM et depuis nos relations s’étaient approfondies. C’est avec enthousiasme qu’il avait accepté que nous organisions conjointement un hommage à la révolution d’Octobre pour son centième anniversaire. Si Jean n’avait pas pu être parmi nous ce jour là physiquement, il le fut ô combien au travers de son ouvrage:”Lénine et la révolution”. Avec lui, nous perdons un grand camarade de combat. La meilleure façon de lui rendre hommage c’est précisément de continuer le combat révolutionnaire.
Michel Gruselle
Président du Cercle Universitaire d’Études Marxistes
Paris le 14 janvier 2018

Résistences

 


“Lénine et la révolution”. Conférence de Jean Salem on Vimeo

 

 


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